Bolaño è uno che scrive, a volte, che pensi quasi al paradiso come il Messico al tramonto (un tramonto che si trasforma in notte, e poi ancora alba e ancora notte, unica alba-tramonto, duplice notte, ciclicamente, per sempre), e pensi di trovarlo lì, a bere mezcal e caffè latte, a fumare nel deserto (idiota, sbruffone, letterario, bellissimo), con i capelli scompigliati dal vento, lo sguardo di chi ha visto tutto, tornato per sorriderti in faccia (non per raccontartelo, ma per stare lì a fumare) e sogni di correre lì e picchiarlo, combattere tutta la notte come giacobbe e l’angelo, e alla fine, stanchi, nell’alba ulteriore, prendergli la testa fra le mani, piangendo, e chiedergli perchè, non è giusto, torna.
Gli spammer virtuosi
Non vedo l’ora che gli ebook siano un fenomeno di massa, che i Kindle in spiaggia siano più comuni delle settimane enigmistiche, che la gente si faccia prestare per mail dai colleghi i romanzi per il mare. Sarà più facile fare le catene di sant’antonio con allegati finti libri, che c’è il tormentone di ogni estate e quello di quest’anno è la pornografa casalinga, ed il problema non è la pornografia ma il fatto che sia scritta coi piedi, che non è pornografia dei piedi che ad alcuni piace ma pornografia scritta male, ma male male, per cui sarà divertente cucinare gli ebook fatti in casa e sostituire le sfumature di colore con De Sade (casalinghe, cameriere, governanti, sculacciate), i Moccia con Bolaño (diciassetteni in calore), i Brosio con Eckart o Burroughs (visioni della Madonna). Insomma, spammare il mondo di finto spam, inondarlo di buona letteratura.
Intanto, mi accontento di una lista a caso di 50 libri meglio.
Le nuove piramidi (questa volta, senza schiavi)
Personalmente, credo che uno dei terreni su cui si giocherà una partita importante (partita già iniziata,d’altronde), sia quello della costruzione collettiva, di quella cosa a cui adesso diamo vari nomi (fra tutti, crowdsourcing), ma che sottintende la collaborazione massiva (spesso anonima, sempre volontaria) fra utenti/persone, in rete.
Come dice Suriowecki, la magia della collaborazione accade quando vi sono quattro fattori fondamentali (indipendenza, diversità d’opinione, aggregazione, decentramento) e non è facile da far accadere. Ma a volte ci siamo riusciti. La nuova fisica di Internet spezza (fra le altre cose) varie forme di ostacoli spazio-temporali: possiamo collaborare, in teoria, con chiunque, in qualsiasi parte del mondo, in maniera simultanea e non. Tutto ciò che non è possibile nel nostro “normale” mondo atomico.
L’ubiquità del digitale ha permesso, per la prima volta nella storia umana, forme di “collaborazione estrema”: tutto l’internet è una costruzione sociale, in qualche modo.
Alcuni di questi progetti, poi, sono costruzione collettiva ancora più estrema: in Wikipedia, per esempio, abbiamo una forma collettiva, simultanea, multilingue, volontaria di scrittura di un’enciclopedia.
Esistono sì altri progetti altrettanto grandi, ma in cui la costruzione del progetto è meno consapevole: gli user-generated video in Youtube, la foto su Flickr e Facebook e Instagram, la blogosfera, la twittosfera, la socialcososfera sono tutte forme di collaborazione, ma in maniera più blanda e incosciente. Rimangono costruzioni collettive, risultato di una coordinazione dal basso, ma inconsapevole.
Senza stare a fare pe(d|s)anti tassonomie, credo sia dunque corretto ed importante affermare questa differenza, che è un differenza fra network sociali e network collaborativi [1]. Nei social network (prendetene uno a caso) spesso vi è (abbiamo appena detto) una “costruzione collettiva inconsapevole”, che avviene quando il mio contributo personale (e spesso destinato ad un gruppo ristretto di amici, o anche ad un pubblico ignoto) si va a sommare ad altri contributi (sempre user generated), ma il cui fine primario non è la collaborazione: cioè, la costruzione di un tutto organico è quasi un effetto collaterale, non il primo obiettivo (Shirky chiama un concetto simile frozen sharing). L’appassionato carica video su Youtube per sè, per i propri amici, non per costruire il più grande archivio video mai visto. Su Twitter scrivo per i miei follower, sul blog per me e i miei amici e i miei lettori: il fine è quasi sempre personale o ristretto, non è (quasi mai) la volontà di fare qualcosa come progetto unico e integrato. Al contrario, progetti come Wikipedia nascono e sono sempre costruzioni collettive e consapevoli. Questo non vuol dire che il wikipediano è sempre altruista e il blogger egoista (anzi): ognuno ha le proprie motivazioni e sceglie i mezzi che preferisce per esprimersi, ma la differenza fra comunicazione (che genera collateralmente un contenuto sociale) e collaborazione rimane lampante.
Ecco.
Personalmente credo che i progetti più interessanti (che come società abbiamo appena iniziato a conoscere (e creare)), siano proprio i secondi.
Abilitare le persone a gesti costruttivi e utili e piccoli e divertenti (click) è forse una delle sfide più grandi che come umanità possiamo intraprendere, permettendo di sfruttare un potenziale latente (morale, etico, cognitivo, di tempo, di competenze) che non è ancora mai stato sfruttato (Clay Shirky, Surplus cognitivo).
In questo momento, la tecnologia ci offre i primi rudimentali strumenti di condivisione e collaborazione davvero globali che il mondo abbia mai visto.
Questo tipo di collaborazione estrema (o massiva), se così vogliamo chiamarla, ha, in questi anni, una parola chiave, che è la parola wiki.
Wiki e collaborazione sono, alla fine dei conti, quasi sinonimi: un wiki è un sito modificabile da tutti i suoi utenti, in (quasi) tutte le sue pagine.
Se un progetto è basato su un wiki, avrà la necessità di avere/trovare/mantenere i suoi utenti, e i suoi utenti avranno la necessità di coordinarsi (in qualche modo) per far funzionare il progetto, e questo porterà alla creazione di una comunità (comunità di pratica, dunque, secondo la definizione di Wenger)(ma anche comunità di interessi, secondo la definizione di Henri e Pudelko). Una comunità più o meno aperta, più o meno larga, più o meno omogenea, ma comunque una comunità che si identificherà con il lavoro e l’obiettivo del progetto.
La prima e più grande forma democratica di collaborazione massiva [2] è stata Wikipedia, e siamo ancora ben lontani da capire dove arriverà.
La stessa Wikimedia Foundation, dato il successo iniziale, ha tentato di ripetersi rivolgendosi ad altri progetti che non fossero scrivere un’enciclopedia: è così che nascono Commons (repository di immagini e file liberi)[3], Wikisource (biblioteca digitale wiki e laboratorio di trascrizione e rilettura), Wikiquote, ecc.
I progetti di Zooniverse (Galaxy Zoo, Planethunters, Ancient lives, ecc.) e FoldIt hanno compreso la fondamentale importanza creare infrastrutture che rendano semplice e divertente fare qualcosa di utile: migliaia di utenti possono dunque aiutare gli scienziati a classificare galassie, piegare proteine, leggere geroglifici, scoprire pianeti (ma anche leggere parole (recaptcha), o scoprire melanomi).
Nielsen (Reinventing Discovery, Princeton University Press)(che è un libro splendido) utilizza questi progetti come esempi per mostrare come la citizen science sia la nuova frontiera per unire gli amatori agli esperti nella conquista dell’ignoto, coordinando la passione ed la computazione umana dei primi alle competenze dei secondi. La costruzione della nuova scienza passa per l’accesso aperto di dati, letteratura e risorse, ma anche delle competenze e intelligenza e tempo libero di tutti (scienziati e non).
Non so voi, ma io sono molto eccitato per quello che verrà. Bisogna solo farlo accadere.
Note
[1] Definizioni mie (non faccio il pedante, non fatelo voi).
[2] Qui taglio la testa ad una mandria di tori. Sto parlando di collaborazione massiva e volontaria e consapevole. Ci sono altri progetti del genere: l’intero movimento open source (es. Linux) può essere inteso (e lo è e deve esserlo), come ecosistema di progetti collaborativi, ma non è propriamente democratico (nel senso che la soglia minima per partecipare è molto alta)(cioè, bisogna saper programmare). Va tutto bene, ma qui voglio parlare di un livello successivo di collaborazione, in cui la soglia minima è molto più bassa.
[3] Commons è in realtà, a mio personalissimo parere, un divertente ibrido fra una forma di user generated content (le immagini, caricate a milioni da migliaia di persone) e un progetto comunitario. Le sue difficoltà sono varie (pensiamo solo che è l’unico progetto Wikimedia ad essere unico e multilingue, quando tutti gli altri hanno versioni linguistiche proprie). La parte comunitaria prevede la scrittura di linee guida, il controllo del materiale, la correzione dei metadati, la creazione di template e strumenti e la categorizzazione. Ma facciamo che oggi lo riteniamo un progetto comunitario e basta.
PS: tutti i libri citati sono prestati volentieri dal sottoscritto (se avete un Kindle però)(aubreymcfato chiocciola gmail punto com).
Contraddizione
Non è una cosa che (mi) dico spesso, ma quel paio di settimane spese in Romania, per un paio di estati, qualche paio di anni fa (e anche un paio di settimane per un paio di inverni (che poi le estati erano 3 e gli inverni 2, dal 2005 al 2007)), quel paio di settimane dicevo è stato importante. Per quel che pensavo (soprattutto all’epoca), per quel che ho pensato dopo. Paia di settimane importanti, di quelle che ricablano il cervello e ti definiscono e ti costruiscono e te le porti sempre un po’ dietro (o dentro).
Ricordo esattamente che mi rimbalzava per la testa una parola, contraddizione, a cui non so dare un significato preciso ma che iniziò a scavare dentro di me fosse che a 7 anni di distanza sono diventate un lungo e sistematico formicaio, un’architettura di cui non so nè il nè la fine, ma che comunque è lì e crescerà ancora (la contraddizione è paziente e non ha fretta e continuerà a scavare). Toccare i gangli del mondo e vederli contradditori e sapere che c’è qualcosa di sbagliato, fondamentalmente, è una cosa molto adolescente ma poi te la porti dietro per un po’ e anche se cresci di un paio di anni in più poi continui a crederci, un po’ più disilluso (disilluso poi anche del tuo stesso cinismo, della tua stessa speranza).
All’epoca avevo un diverso paio di occhiali, e quello che vidi venne filtrato (come si filtrano sempre le cose, non si sfugge mai ai filtri) e contribuì a formare una weltannschaung (il formicaio di cui sopra) che ancora oggi mi porto dietro (o dentro, (meglio, in questo caso)). Il mio paio di occhiali chiamò contraddizione (che comunque rimane una bella parola, ambigua e autologica, contraddittoria, e che non arriva al punto ma ci gira attorno e lo piglia in giro e lo bacia sul collo, al punto, come una bambina furba e maliziosa) il mio paio di occhiali dicevo chiamò contraddizione quella sensazione di essere di fronte a qualcosa di importante ma di non pienamente comprensibile. Contraddizione era anche l’idea che qualsiasi cosa facessi, fosse comunque sbagliato. Era una sensazione molto fisica ed esatta, e in parte era terribile, in parte ritengo che i miei occhiali gestirono bene questa roba, perchè non si incrinarono ma si lasciarono graduare e, come filtri, colorarono il mondo in modo differente. quindi il tarlo-contraddizione entrò che da buon tarlo iniziò a costruire il formicaio (vedi le metafore puttane).
Ora.
Questa boiata che ho scritto voleva introdurre placidamente quello che sono e che sento e soprattutto che ho sentito, ma la cosa importante da dire è che due persone sono morte.
Si chiamavano Vasile e Zaharia, non credo di averli conosciuti, forse sì li ho visti ma probabilmente no ma non importa neanche, non è questo l’importante.
L’importante è che sono morte in un modo deficente e ignorante e sbagliato sotto talmente tanti punti di vista che ci sarebbe da prendere la propria testa e sbatterla un decente numero di volte contro il tavolo fino a che qualcuno che ti vuole bene viene a fermarti.
Poi magari gli spieghi perchè.
E il perchè è poi presto detto:
Vasile e Zaharia avevano 36 e 70 anni, stavano nell’ospedale psichiatrico di Sighet, che è poi simile al posto in Romania dove sono stato quel paio di estati quel paio di paia di anni fa, che si chiamava camin de batrani, e l’ospedale psichiatrico come il camin de batrani è un posto dove la gente viene stipata.
Con gente intendo autistici, schizofrenici, idioti, matti da legare, zoppi, storpi, vecchi che sono semplicemente vecchi, puttane che sono semplicemente puttane, insomma la feccia del mondo.
Con stipata intendo ammassata, disposta, immagazzinata, appoggiata, dimenticata.
Vasile e Zaharia erano dunque due tipi da camin de batrani, che è appunto simile all’ospedale psichiatrico per la stessa logica di magazzino, e la cosa orribile che è capitata è che il più giovane dei due, credo fosse Vasile, ha avuto una crisi e ha picchiato Zaharia che dovrebbe essere morto per le botte mentre pare che Vasile sia morto d’infarto.
io quel paio di settimane per quel paio di anni facevo appunto il volontario in un posto simile all’ospedale psichiatrico, si chiamava appunto camin de batrani e funzionava con la stessa logica da lager (che poi significa magazzino e c’è un senso nelle cose) e per chi la capisce si può dire che era una casa della carità senza carità. (non elaboro, chi sa sa).
io facevo un po’ di giocoleria ma gli ospiti non erano proprio entusiasti delle mie performance e diciamo che ai più non gliene fregava niente, e allora stavamo lì a parlare malamente con loro in quel dialetto rumeno di Sighet per cui dicono bigne invece di bine ed era la seconda cosa che sapevo dire. La prima era ce facet? che vuol dire “come stai?” e la risposta è appunto bigne, senza accento finale che è un’altra cosa.
stavamo lì e io mi ricordo che mi stancavo in fretta e mi annoiavo pure e parlavi con tutti senza capire un granchè, anche se con qualcuno un po’ ci si intendeva ed era bello quando succedeva. giocavamo pure a ping pong, e io volevo sempre giocare con quelli più bravi o con gli altri volontari perchè volevo giocare bene (ecco, e questa è la mia definizione di banalità del male. essere all’inferno e all’inferno portano un ping pong e invece di giocare con loro sei capace di preferire il volontario italiano. lo rifarei pure oggi, sia ben chiaro, lo rifarei appena finito di scrivere questa cosa che sto scrivendo, e questa è esattamente una delle cose che io chiamo contraddizione e male del mondo).
mi ricordo che c’erano personaggi assurdi (uno lo chiamavamo Giuda perchè girava sempre nel giardino e il giardino sembrava l’orto degli ulivi e Giuda aveva una faccia da criminale, ma con la vestaglia da donna perchè Giuda era grande e grosso ma non capiva niente e stava sempre con il mignolo in bocca come il cattivo di Austin Power e soprattutto si pisciava addosso, da cui, col loro senso pratico meraviglioso e crudele le infermiere avevano optato per una vestaglia da donna per Giuda.)(questa cosa della vestaglia la usavano con un sacco di pazienti che si pisciavano addosso).
infermiere ed infermieri che passavano la maggior parte del loro tempo a bere caffè e giocare a carte, cioè a non fare assolutamente nulla (e contraddizione vuol dire anche pensare che queste persone alla fine si pigliavano cento euro al mese e probabilmente facevano una vita di merda e io ero lì un paio di settimane l’anno e il mio giudizio lo potevo usare per pulirmi il culo).
c’era anche un medico che passava e chiedeva a tutti ce facet e tutti rispondevano bigne. passava ogni tre giorni e quello era il suo giro di visite.
che poi la stessa ambiguità ed evasività delle notizie (apparentemente, non si davvero come siano morti Vasile e Zaharia) l’avevamo vissuta anche noi quando avevamo chiesto come era morto Ioan, e ci avevano risposto arresto cardio-circolatorio, e dopo un po’ un mio amico medico mi aveva fatto notare che grazie al cazzo, quando uno muore il cuore smette di battere e viceversa, si chiama tautologia ma non so come si dice tautologia in rumeno.
Ioan era morto perchè gli si era fermato il cuore dunque e la cosa non ti stupiva perchè per un’intera settimana avevi visto Ioan nel suo letto, mentre davi da mangiare agli altri ospiti, e Ioan respirava come può respirare un lavandino da sgorgare, faceva dei rumori che ricordano il bagno quando lo spurghi, suoni così profondi che non pareva un essere umano, con la bocca aperta giorno e notte, magro come fosse ad Auschwitz ma con il polmoni così pieni d’acqua che tendevano il lenzuolo che non si adagiava sul resto del corpo.
Ioan morì dunque ed andammo a trovarlo nella cripta dove si allineavano innumerevoli bare pronte a disporre degli ospiti di sopra, e la cripta era buia e puzzava di morto e la faccia di Ioan era un grido di dolore, una faccia fatta corvo.
eravamo contenti che fosse morto, non deglutiva più, non gli davano da mangiare da una settimana.
vedemmo morire anche una vecchietta, la prima a cui diedi da mangiare il primo del paio di anni, mi stupì molto perchè quella volta non ero volontario al camin de batrani, io facevo il giocoliere ed andavo in giro per tutte le case famiglia dei bambini a fare gli spettacolini e il mio amico medico con cui stavo in casa dalla nostra bunica rumena (bunica vuol dire nonna) faceva servizio invece al camin de batrani e appunto mi aveva invitato ad andare là per pranzo a dar da mangiare agli ospiti, e io andai e c’era questa vecchietta che aveva talmente tante rughe che sembrava un deserto spaccato dal sole, ho visto un quadro di Burri che le assomigliava, e aveva anche un paio di occhi come non nè ho più rivisti, azzurri e glaciali e bellissimi che settant’anni fa dovevano aver mietuto vittime fra i giovini di sighet (non lo so perchè non glielo chiesi, non sapevo le parole e non ci pensai, ci penso adesso).
le diedi da mangiare e il giorno dopo o due giorni dopo morì, io non lo sapevo ma il mio amico mi invitò al funerale e non sapevo che era lei e siamo andati e poi era lei e ci rimasi esterrefatto (che è una brutta parola che non uso mai ma abbastanza opportuna, in questo caso), e il mio paio di occhiali di allora ci vide una sorta di destino, in tutto quello.
e un po’ lo era.
l’anno dopo tornai e andai direttamente a fare il volontario al camin de batrani, come vi ho detto prima, e vedemmo morire Ioan e anche Carmen che era giovane ma malata di aids e soffriva le pene dell’inferno e aveva le ossa che urlavano e stava in una stanza con dodici signore vecchie e basta che non la sopportavano più.
mi ricordo che diedi da mangiare a lei e ai suoi denti marci e io le davo da mangiare e lei mi diceva una parola strana che sembrava ancora e io gliene davo ancora ma lei faceva smorfie e si incazzava.
tre giorni dopo ho capito che quella parola voleva dire basta e non ancora come avevo capito io. e anche questo è contraddizione, perchè non c’è niente di peggio delle volte in cui vuoi fare bene e inconsapevolmente fai male, e quindi qualcosa di storto c’è, a questo mondo.
ricordo pure un vecchiettino con un problema alla gamba che stava in una stanza di matti da legare, molti dei quali giravano con l’uccello di fuori e pisciavano in piedi sul letto (era una stanza in cui cercavamo di non fare entrare le ragazze, non si sa mai). e il vecchiettino appena capiva che aveva esseri senzienti davanti ti salutava e poi piangeva e ti raccontava di come suo figlio l’aveva preso e appoggiato lì e poi se ne era andato e non era più tornato. il vecchietto è morto l’anno dopo.
c’erano anche cose belle, da riderci su e in realtà anche da farti pensare più di 5 minuti, come Mongo, che era down e bellissimo, e Maria, e come quel signore (che dio mi maledica che ho dimenticato i loro nomi… Vasile anche lui?) sempre felice in carrozzina e il suo amico (autistico)? che ondeggiava in piedi avanti e indietro sempre di fianco alla sua carrozzina (tutti ondeggiavano avanti e indietro) e che quando Vasile doveva tornare in camera, che ovviamente era al seconDO PIANO E SENZA ASCENSORE MA CON UNA RIPIDISSIMA SCALA A CHIOCCIOLA PUTTANA TUA MADRE, quando Vasile doveva andare su ecco che faceva un gesto e il suo amico se lo attaccava malamente sulle spalle e malamente lo trascinava su, con vasile attaccato come Cristo sceso dalla croce, lo trascinava in su e le gambe di vasile strisciavano malamente sui gradini e io non credo di aver visto scene più belle e terribili di quella.
anche questo è contraddizione.
c’era anche Simona che si innamorava di un volontario diverso tutti gli anni ma io ero fra i suoi preferiti e mi rompeva sempre le palle e mi scriveva un sacco di lettere che poi erano elenchi di regali che io le dovevo fare (dovrei averle ancora, da qualche parte). c’era la spilungona altissima che mi colorò a penna le palline da giocoleria, mannaggiallei. c’erano poi i ragazzi giovani ma pseudosani, quelle che erano solo prostitute ma a stare lì si erano fritte il cervello, c’era anche un ragazzo omosessuale. c’erano gli zigani, che sono gli zingari e anche lì all’inferno venivano trattati peggio degli altri, e i più crudeli erano ovviamente gli ospiti (contraddizione).
e ce n’erano tanti altri, e forse ci saranno stati anche Vasile e Zacharia. non lo so, e comunque non è importante.
al tempo, avevo scritto anche questo, che non ho mai pubblicato (per pudore, credo, o vergogna. non so neanche questo). avevo un diverso paio di occhiali (forse oggi direi che me li sono tolti, chissà), e non direi più e stesse cose, e non le direi così, ma mi piacerebbe comunque andare a parlare di nuovo con quel ragazzo che ero, imparerei qualcosa, credo.
in tutta questa storia non c’è morale.
PS: a Sighet, i campi li fanno ancora. chi ci volesse andare, per vedere coi propri occhi, può farlo. E’ importante credo, anche se non lo so definire bello, ma per alcuni è anche bello. Lo è stato anche per me. Credo non lo sarebbe più, adesso, ma insomma, sono io, ecco, per voi magari è diverso, non so.
Cose belle
Rudy Rucker (matematico, scrittore di fantascienza, pronipote di Hegel)(di cui adesso correte a leggere La quarta dimensione) racconta il suo Kurt Gödel.
Per i fan hardcore, ecco le scansioni degli appunti manoscritti del giovane Rudy, che da anni è imbattuto nella mia personale classifica corta dei tipi più fighi del globo.
(se interessa il tipo, e dovrebbe, c’era pure questo, inserito ai tempi nel Progetto Perle (start)(categoria)).