Che cos’è l’Open Access

[l’articolo è parziale, incompleto, incongruente, scritto male. Ma mi importava scriverlo e l’ho fatto. Feedback e critiche nei commenti, poi aggiorno. Aggiornato il 6 gennaio 2014.]

L’open access è un movimento che vuole dare accesso aperto alla conoscenza, e nello specifico alla letteratura scientifica. Sono tanti i nomi che si danno a questi “movimenti dell’open” (open knowledge, open science, open data), e in generale tutti vogliono più apertura e trasparenza, declinate in ambiti specifici (ad esempio pubbliche amministrazioni, università, dati scientifici).

L’open access si focalizza su un sistema molto particolare, che è appunto il mondo della letteratura scientifica e accademica: un mondo fatto prevalentemente di ricercatori, che studiano, ricercano e pubblicano i propri risultati in articoli scientifici, in riviste del proprio settore. Le varie riviste hanno reputazioni molto diverse: ci sono quelle autorevoli e quelle meno (pubblicare su Nature è diverso che pubblicare su Focus, ecco). Questo perchè ogni articolo, nel mondo scientifico e accademico, deve passare attraverso il filtro della peer review, la revisione dei propri pari: (teoricamente) gli scienziati si valutano a vicenda, controllano i risultati, fanno le pulci alle metodologie. Ciò che passa rimane, si aggiunge al corpus scientifico, crea il trampolino da cui poi partono gli altri. Insomma, si costruiscono i giganti su cui ci arrampichiamo noi nani.

Qual è il punto? Perchè l’open access? Cosa non va?

Bhè, il punto è noioso. Il punto è che il nostro modo attuale di pubblicare la ricerca ha molti problemi, soprattuto economici. Le riviste sono in mano a pochissimi editori, che tengono i prezzi alti con altissimi margini di profitto. A poter accedere agli articoli sono dunque gli studenti/dottorandi/ricercatori delle università (più o meno ricche), perchè sono le università, tramite le loro biblioteche, a comprare gli abbonamenti a quelle riviste. Se sei fuori dall’università, per un singolo articolo (un PDF di 20 pagine che potrebbe anche rivelarsi non utile alla tua ricerca) puoi pagare anche 30 euro (a PDF)(rileggi, 30 euro)(a PDF).

Sono decenni che le biblioteche che vedono tagliare i propri budget, sono decenni che le riviste che vedono i loro prezzi moltiplicarsi. La questione è serissima, perchè alcune biblioteche (parliamo anche di Harvard, non dell’Università di Camerino) dicono che non riusciranno per molto a garantire questi abbonamenti (che costano di centinaia di migliaia di euro), quindi i loro studenti non avranno accesso alla ricerca scientifica prodotta nel mondo, quindi non riusciranno a lavorare e fare ricerca loro stessi. Il nano senza gigante non sa dove arrampicarsi e non vede nulla. Questa situazione va avanti da anni e tutti sono concordi nell’affermare che il problema esiste davvero.

Allora cosa propone l’open access?

L’open access vuole essere la soluzione a questo problema, e propone una rivoluzione sostanziale con due strategie principali:

  • pubblicare i propri articoli e risultati in appositi archivi aperti: questa viene chiamata via verde
  • creare apposite riviste peer reviewed ad accesso aperto: questa viene chiamata via d’oro

Gli archivi dove pubblicare i propri articoli e risultati possono essere istituzionali (cioè facenti capo ad un’istituzione, come un’università) o tematici (afferenti ad un determinato settore, come per esempio arXiv lo è per la fisica). Le riviste open access invece seguono il sistema tradizionale di pubblicazione e revisione fra pari, solo che poi rilasciano i loro articoli gratuitamente, per tutti. Cioè invece che pubblicare e far leggere i propri articoli soltanto a studenti di un’università che ha pagato l’abbonamento, sono semplici siti web che permettono a chiunque di leggere e scaricare il PDF. Fare una rivista costa, ma ci sono modelli di business diversi che si stanno affermando, e quindi non è necessario far pagare al lettore (che è quello che succede con il modello tradizionale: in Italia, gli abbonamenti vengono pagati dalle biblioteche, cioè dalle Università, cioè con le tasse).

Queste strategie puntano a ribaltare il sistema corrente, assumendo implicitamente un postulato fondamentale: la letteratura scientifica (cioè la ricerca, cioè la scienza, cioè la conoscenza) è un commons, un bene comune. Non puoi mettere dei paletti alla conoscenza, l’informazione (soprattutto quella accademica e scientifica, filtrata e valutata, pagata coi soldi pubblici) deve essere libera, perchè se è libera è meglio, per tutti.

Ed essendo la conoscenza libera è giusto che venga trattata in maniera diversa, perchè questa è un'”economia dell’abbondanza”, non della scarsità: è importante quindi che i modelli economici siano diversi, perchè nessuno si sognerebbe di trattare allo stesso modo risorse diverse come l’educazione e il petrolio. Che è invece quello che stiamo facendo.

Il sistema è malato in vari punti e a vari livelli (economico, etico, sociale), la questione è complessa, davvero c’è una letteratura sterminata, là fuori, su questo. Ci sono ottime ragioni per tentare di cambiare il sistema corrente. E ce la possiamo fare.

Davvero? Perchè?

Perchè quello della letteratura scientifica è un settore particolare. Perchè, riconoscendo che la scienza/conoscenza è di tutti, siamo d’accordo sui valori: e allora è, solo, un discorso di modelli economici. Non è moltissimo, ma è più di quanto sembri.

E c’è un punto fondamentale:

  • i soldi, in questo sistema, vengono usati solo per pagare la ricerca, gli stipendi e per comprare gli abbonamenti delle riviste. I ricercatori non vengono pagati per pubblicare (cioè, si, ma figura nello stipendio), nè per fare la revisione dei colleghi. Sono cose che fanno gratuitamente, perchè fa parte del loro lavoro, di come migliorano la propria reputazione accademica.
  • gli “attori economici” della “filiera produttiva” della ricerca sono sempre gli stessi, e ciò i ricercatori.
    • sono i ricercatori che scrivono gli articoli, che fanno ricerca. E’ la loro funzione e sono pagati dall’università (cioè dalle tasse, cioè da noi)
    • sono  i ricercatori che si fanno peer review a vicenda, cioè valutano e filtrano la ricerca scientifica degli altri, e lo fanno gratis
    • sono i ricercatori l’utente finale della ricerca: sono loro a leggerla e studiarla, quindi loro a comprarla (con i soldi delle biblioteche, cioè dell’università, cioè delle tasse, cioè da noi).

I ricercatori, dunque, sono i produttori, i revisori e gli utenti finali della ricerca scientifica.

In sostanza, la ricerca viene pagata due volte: a monte (pagando gli stipendi ai ricercatori), e a valle (pagando le riviste su cui i ricercatori pubblicano).
Ah, i ricercatori spesso devono pagare per dover pubblicare (anche migliaia di euro ad articolo).
E danno via tutti i loro diritti (alle case editrici). E non ci guadagnano un centesimo.

E le case editrici? Le case editrici sono un intermediario (più o meno importante): loro fondano le riviste, le organizzano e coordinano la peer review, impaginano, distribuiscono, vendono. Ma non producono nè revisionano. Non ne ho parlato qui sopra perchè nel processo produttivo non ci sono: il loro lavoro di coordinamento è importantissimo, ma non giustifica i loro enormi profitti (che arrivano al 40% di margini di guadagno). Senza i ricercatori sono meno che niente.

Ma scusa, ma perchè i ricercatori stanno al gioco?

Intanto perchè è lo status quo, ci sono abituati, è così da tempo. Poi perchè i ricercatori sanno poco e nulla di quanto paga la loro biblioteca per avere accesso alle riviste: questo è anche un problema dei bibliotecari, e di comunicazione. Poi c’è quella cosa del publish or perish: devono pubblicare o morire, ne va della loro carriera accademica, le cose funzionano così. Il ricercatore deve fare ricerca e pubblicare il più possibile, nelle riviste più prestigiose, che ovviamente sono tutte ad accesso chiuso, araldi del sistema tradizionale. Il cane si morde la coda.

Perchè a loro, davvero, non interessa farci i soldi. A loro interessa far “carriera”, che significa avere borse di ricerca, pagare le bollette, avere finanziamenti per un altro anno di ricerca, magari diventare professori. E’ questa la reputazione accademica, la vera valuta all’interno del mondo accademico.

Ricapitolando; per far carriera accademica bisogna far vedere che si vale, cioè bisogna pubblicare tanto e bene, su riviste importanti. Le riviste importanti sono tutte delle case editrici di cui abbiamo parlato. E’ il publish or perish, pubblicare o morire. Il sistema attuale riesce così a far leva sui giovani ricercatori, quelli che hanno più bisogno di reputazione: anche chi vorrebbe pubblicare in open access a volte è costretto a scegliere.

Non ci credo

Lo so, non ci si crede. E non credete a me: fatevi un giro qui, andate su Wikipedia (quella inglese, o quella in italiano), informatevi. Ecco una bella lista di libri sull’argomento:

Guerrilla Open Access Manifesto, Aaron Swartz

Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. The world’s entire scientific and cultural heritage, published over centuries in books and journals, is increasingly being digitized and locked up by a handful of private corporations. Want to read the papers featuring the most famous results of the sciences? You’ll need to send enormous amounts to publishers like Reed Elsevier.

There are those struggling to change this. The Open Access Movement has fought valiantly to ensure that scientists do not sign their copyrights away but instead ensure their work is published on the Internet, under terms that allow anyone to access it. But even under the best scenarios, their work will only apply to things published in the future. Everything up until now will have been lost.

That is too high a price to pay. Forcing academics to pay money to read the work of their colleagues? Scanning entire libraries but only allowing the folks at Google to read them? Providing scientific articles to those at elite universities in the First World, but not to children in the Global South? It’s outrageous and unacceptable.

“I agree,” many say, “but what can we do? The companies hold the copyrights, they make enormous amounts of money by charging for access, and it’s perfectly legal — there’s nothing we can do to stop them.” But there is something we can, something that’s already being done: we can fight back.

Those with access to these resources — students, librarians, scientists — you have been given a privilege. You get to feed at this banquet of knowledge while the rest of the world is locked out. But you need not — indeed, morally, you cannot — keep this privilege for yourselves. You have a duty to share it with the world. And you have: trading passwords with colleagues, filling download requests for friends.

Meanwhile, those who have been locked out are not standing idly by. You have been sneaking through holes and climbing over fences, liberating the information locked up by the publishers and sharing them with your friends.

But all of this action goes on in the dark, hidden underground. It’s called stealing or piracy, as if sharing a wealth of knowledge were the moral equivalent of plundering a ship and murdering its crew. But sharing isn’t immoral — it’s a moral imperative. Only those blinded by greed would refuse to let a friend make a copy.

Large corporations, of course, are blinded by greed. The laws under which they operate require it — their shareholders would revolt at anything less. And the politicians they have bought off back them, passing laws giving them the exclusive power to decide who can make copies.

There is no justice in following unjust laws. It’s time to come into the light and, in the grand tradition of civil disobedience, declare our opposition to this private theft of public culture.

We need to take information, wherever it is stored, make our copies and share them with the world. We need to take stuff that’s out of copyright and add it to the archive. We need to buy secret databases and put them on the Web. We need to download scientific journals and upload them to file sharing networks. We need to fight for Guerilla Open Access.

With enough of us, around the world, we’ll not just send a strong message opposing the privatization of knowledge — we’ll make it a thing of the past. Will you join us?

Aaron Swartz
July 2008, Eremo, Italy

[l’abbiamo tradotto insieme in italiano qui. C’erano Enrico Francese, Silvia Franchini, Marco Solieri, elle di ci, Andrea Raimondi, Luca Corsato, e altri che non so chi siano. Grazie davvero.]

[Stefano costa nei commenti mi fa notare un errore non da poco, ho corretto, grazie.]

L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e pubblichino invece su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.

“Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufolerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.

Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?

Aaron Swartz
Luglio 2008, Eremo, Italia

RIP, Aaron Swartz

Ieri si è suicidato Aaron Swartz, genio, attivista, programmatore, wikipediano, e un sacco di altre cose che non so. Avevo seguito un po’ il suo caso quando scaricò migliaia di articoli scientifici da JSTOR, un vero atto di disobbedienza civile open access. Aaron era un prodigio: co-inventò l’RSS a 14 anni, contribuì alla nascita di Reddit, ha scritto il codice di Open Library, ha creato siti e app e softare per la partecipazione politica, tutto entro i 26 anni.

Cory Doctorow, di BoingBoing, scrive questo bellissimo pezzo. Lawrence Lessig questo. Il NYT questo. La Wikimedia Foundation questo. Lo stesso Aaron ha parlato di sè e della propria depressione qui.

E mi frullano in testa un po’ di pensieri (quel doloroso rapporto fra genio e sofferenza, intelligenza e sensibilità), ma mi rimane questo epitaffio di Weinberger, che chiarisce un po’:

Aaron was a hero of the Internet.

Everything he did in his way too short life was aimed at making the connected world more open, with lower barriers, richer connections, more knowledge, more sharing, and less corruption. Consider Aaron’s work on standards for sharing ideas, his commitment to progressive and bottom-up politics, his efforts to provide free access to public domain court records), his work against corruption in politics, his contribution to the struggle against SOPA, the app he wrote for making it easier to create blogs and wikis (acquired by Reddit), his commitment to open information. And more.

And he was only 26 when we lost him.

Aaron usava, voleva usare, voleva che usassimo internet per migliorare il mondo (((male, pigramente, per hobby, per noia, per divertimento, perchè siamo soli, perchè siamo idealisti, perchè abbiamo troppa paura, perchè fa meno male, perchè il mondo fa schifo, perchè ci fa sentire  vivi, perchè è giusto, perchè è così che bisogna fare))).

Era uno di noi, era uno dei miei. E’ davvero un peccato. Per noi.

[fra le cose non inutili che potevo fare, c’è stata la creazione della pagina su Wikipedia, ma c’è da correggere gli errori di Google Translate. Se volete, correggete.]

Wikisource: dove siamo, dove possiamo andare

[in ritardo, ma non è del tutto colpa mia]

A inizio luglio ho partecipato a Wikimedia 2012, annuale conferenza internazionale dedicata al mondo wikip/mediano, e io ho presentato un (lungo) speech dedicato a come Wikisource possa essere intesa una biblioteca digitale, ai suoi punti di forza e ai suoi punti di debolezza, e soprattutto a quello che possiamo diventare.

Se proprio siete interessati, ci sono slides e video:

 

(io sono nella prima mezz’ora, ma anche gli altri interventi sono da guardare)

 

 

Da quella presentazione sono nate/sviluppate/continuate varie cose, molte di queste riassunte in questa pagina, che vorrebbe essere una roadmap globale, un punto dove trovarci (come comunità internazionali) e capire dove vogliamo andare. Non so quanti di voi siano interessati a Wikisource (dalle statistiche sugli utenti, direi molti pochi), ma vi invito a guardare qualche slide/pezzi/di video, e interessarvi, ecco. Si parla di cose tecniche e direzioni di innovazione (risolvere il problema dei metadati, coordinarci con altri gruppi che lavorano con il formato djvu), ma anche di temi più grandi che in generale dovrebbero interessare chiunque lavori in archivi e biblioteche (osservare i meccanismi di altri progetti che fanno crowdsourcing, lavorare sulla transclusione e sulla vision di Xanadu (almeno, le cose che si possono attuare)). Ci piacerebbe, a noi wikisourciani, iniziare a parlare seriamente con archivi e biblioteche per capire cosa possiamo fare insieme e cosa loro desidererebbero da un progetto come il nostro. Credo che ora più che mai sarebbe importante lavorare sugli stessi problemi, condividere strumenti, competenze ed esperienze, non solo a livello tecnico. Per dire, ci farebbe piacere che qualche bibliotecario ci desse una mano sulla struttura dei metadati da adottare per le pagine indice dei libri, ma anche discutere di come importare i dati bibliografici dalle biblioteche nazionali su Wikisource, o capire se i nostri epub funzionano e sono abbastanza buoni per poter essere utilizzati da biblioteche e servizi (e lettori, ovviamente).

Insomma, noi stiamo costruendo una biblioteca digitale, che non ci siano bibliotecari in mezzo è un po’ un paradosso (quindi fatevi sotto)(ovviamente, per qualsiasi cosa, chiede a me (aubreymcfato chiocciola gmail punto com)).

2012, in libri (e quest’anno anche in ebook)

[2011]

Libri 2013

Anobii dice che quest’anno ho finito 43 libri, per un totale di 12521 pagine.

8 di questi erano in inglese, 15 di fiction (tutto il resto saggistica, varia ed eventuale), ben 24 in ebook, 3 fumetti. C’è stato A Song of Ice and Fire, per lunghe settimane (fra treno e gelati a pranzo, quest’estate), alcuni libri letti e abbandonati (Le correzioni di Franzen mi fa cagare, Wiener inspiegabilmente non riesco a finirlo (troppo amore), Girard è titanico, The best of McSweenies non mi convince tutto quanto, e poi Bolaño, che continua ad essere troppo bello), qualche saggio davvero bello (Supercooperatori, La vita immortale di Henrietta Lacks, Reinventing Discovery).

Quest’anno ho letto moltissimo (l’hanno scorso le pagine erano 8708, per 37 libri), e facendo la tara ai molti libri letti in treno per il programma della RAI (almeno 6, che di mio non avrei letto)(ne avrei letti altri, immagino), si conferma l’aumento di lettura (più del 50%!) dato dal Kindle dall’ebook reader (comprato giusto giusto a dicembre 2011). Come prevedono le statistiche, quest’anno ho letto di più e in formati diversi (carta, epub, perfino PDF)(quel matto di Nelson pubblica in PDF). Ho letto moltissimo in treno (in mobilità, gli ebook reader sono imbattibili), ma anche in moltissime pause pranzo (Martin, come sopra). Ho letto per lavoro e per piacere. Ho comprato i miei libri usati (come e più dell’anno scorso), e li portavo con me accanto al reader (e anche al computer). Leggevo dall’uno o dall’altro quasi senza accorgermene. Ho letto moltissimo in inglese, sempre grazie al reader, e molta più roba nuova (che altrimenti non compro mai). Ho sottolineato molto, e salvato le citazioni in un txt. Ho perso il txt. Ne ho rifatto un altro.

La naturalezza del doppio supporto di lettura è arrivata dopo un po’, ma credo e spero non se ne andrà. Lo dice Kelly (io lo ripeto sempre): siamo abituati ad usare diverse tecnologie, a stadi di innovazione diversi. Usiamo tecnologie vecchie come la radio, che si è trasformata e infilata dappertutto (passando dall’essere il centro del salotto a nascondersi nel pc, nel telefono, in macchina, al supermercato). Riscopriamo i vinili, utilizziamo auto d’epoca, abbiamo 4 generazioni di cellulari fra di noi, usiamo wi-fi e fibra ottica e fax e dvd e blu ray e auto elettriche e biciclette (quanto cazzo è vecchia la bicicletta?). Esiste una biodiversità delle tecnologie (varia e vasta collezione di animali diversi, ognuno al proprio stadio evolutivo, ognuno perfetto per il suo habitat e la sua nicchia), una tecnodiversità, volendo. Se una tecnologia trova la sua nicchia, rimarrà, si adatterà, vivrà evolvendosi assieme ai propri utenti. Se non sarà più adatta, se ne andrà (come se ne sono andati, in parte, minidisc e cd, VHS e magnetofoni, computer a valvole e monocoli, velocipedi e zeppelin, papiri, tavolette di cera, stele di granito).

Non facciamo altro che usare tecnologie diverse, allo stesso tempo, per le medesime attività (mp3, CD per chi ce li ha ancora, radio su ogni supporto immaginabile). Impareremo a farlo anche con i libri (lo stiamo già facendo).

La morale è che, il prossimo, che mi dice l’odore della carta, lo strozzo.

[nell’immagine: le prime 2 fila, dall’alto, sono in lettura, Agamben l’ho letto oggi in treno (quindi è 2013), nella prima fila Asterios Polyp e Dietro lo specchio sono del 2011.]