Intrecci butleriani

Una delle mille invenzioni incredibili del Dune di Frank Herbert è sicuramente il “jihad butleriano“: la rivolta contro l’intelligenza artificiale, accaduta in un passato remoto rispetto a tutti gli eventi del libro (e del film). È il motivo per cui non ci sono computer, in Dune, ma ci sono i “mentat“, i calcolatori umani, mezzi mistici mezzi fogli excel.

Usare questa idea in un romanzo di fantascienza, nel 1965, è ovviamente geniale, ma non nasce nel vuoto: l’aggettivo “butleriano” è un omaggio a Samuel Butler, autore nel 1872 del romanzo Erewhon.

Erewhon è un’utopia distopica, un romanzo satirico di un “militante eterodosso” e ironico iconoclasta che lanciò i suoi strali contro ogni cosa, tradusse l’Iliade e l’Odissea, scrisse un romanzo autobiografico dal titolo perfetto, Così muore la carne.

Contemporaneo di Darwin, Butler fu prima affascinato dalla teoria dell’evoluzione per poi esserne – a ragione – terrorizzato. L’evoluzione darwiniana era una forza acefala, caotica, né senso. Senza mente creatrice.

Nel paese di Erewhon (“Nowhere” al contrario), le macchine sono state tutte distrutte, perché un pensatore di genio aveva intuito che ogni macchina porta in sé il germe di una macchina più potente. Di evoluzione in evoluzione, le macchine un giorno avrebbero comandato l’uomo, e per questo furono distrutte.

Per uno di quei casi divertenti, nel 1965, lo stesso anno di Dune, esce “Erewhon” per Adelphi, fra i primissimi libri pubblicati dalla casa editrice, nei Classici disegnati da Enzo Mari.

Non è sconsiderato ipotizzare che Erewhon fosse una lettura di Bobi Bazlen, e che lui avesse amato la immaginazione swiftiana dell’autore, ma avesse anche ritrovato in quei capitoli folgoranti in cui si descrivono le ragioni della rivolta contro le macchine – intitolati “Il libro delle macchine” – una vera “primavoltità”, come amava dire. La prima volta che un’idea veniva espressa in un libro.

L’idea che la tecnologia stessa custodisce dentro di sè il germe della propria evoluzione – e quindi, necessariamente, di un progresso che la porterà a superare i limiti umani, a diventare coscienza, vera “intelligenza artificiale” – diverrà poi un tema fondamentale del XX e del XXI secolo.

In maniera ovviamente diversa, io ne lessi da Kevin Kelly, Ray Kurzweil e Ted Kaczynski, matematico geniale “best known for other works”, con lo pseudonimo Unabomber.

In due libri il cui titolo è tutto un programma (Quello che vuole la tecnologia e L’inevitabile) Kelly tratta la tecnologia come se possedesse una propria forza, come se fosse figlia e connaturata all’essere umano come l’arte e la musica. “Technium“, la chiamava. Bombe a parte, Kelly affronta seriamente i testi di Kaczynski, autore che definire controverso è un eufemismo ma che sicuramente ha argomenti a volte incontrovertibili.

Sono certo – ma da ore cerco senza successo – di aver letto di Erewhon (e del suo seguito, Ritorno a Erewhon) da Roberto Calasso. Certamente Calasso ne scrisse il risvolto, dato che è la prima delle Cento lettere a uno sconosciuto, raccolta appunto di risvolti scrissi dall’autore-editore.

Chissà, forse i miei ricordi sono alterati e galeotto fu la sola quarta, con la frase sublimamente calassiana:

«Ma quel che forse colpirà di più il lettore d’oggi sarà la chiaroveggenza di Butler sul futuro di una civiltà tecnologica che è già diventato, per noi, presente».

Funny enough, Calasso sparla di Kelly ne L’impronta dell’editore, mentre ne L’innominabile attuale ce l’ha con Kurzweil.

Non è dato sapere cosa ne pensasse di Kaczynski.

Avvicinamenti

«Una spirituale devozione al mistero di ciò che esiste è stile per virtù propria, come dimostra l’ammirabile linguaggio, oggi in via di estinzione, dei contadini. Un poeta che ad ogni singola cosa dell’invisibile, prestasse l’identica misura di attenzione, così come l’entomologo s’industria a esprimere con precisione l’inesprimibile l’azzurro di un’ala di libellula, questi sarebbe il poeta assoluto».

«Posso immaginare un luminoso trattato sulla vita dei funghi o sui nodi del tappeto persiano, la descrizione accurata di un grande schermitore, una raccolta di lettere dal bel numero di parole in bel rapporto tra di loro».

Bruciarsi a vent’anni venerando la diade Jorge Luis Borges-Cristina Campo produsse alcune storture, all’epoca.

Fra tutte, la convinzione che bastasse una certa attenzione per accedere alle porte di un’Attenzione superiore, o – più prosaicamente – un atto estetico, un senso di piacere.

Ci ho messo anni a rendermi conto che fosse una cosa falsa: che non bastava volere che mi piacessero alcune cose perché queste cose effettivamente, poi, mi piacessero. Credo sia, d’altronde, l’esperienza di ogni adolescente, tipo ascoltare la musica che ascoltano i propri amici per poi rendersi conto, con un certo disappunto o sgomento o terrore, che quella musica non ci piace. Quando sei in cerca di identità vuoi cose che il tuo cuore spesso non vuole. Fare a pace con questa asimmetria è quello che chiamiamo diventare adulti.

Ma mentre ci sei in mezzo è tutto sempre confuso, complicato. Mi feriva profondamente rendermi conto che in realtà, mi annoiavo di fronte ai cherubini e serafini dalle sei ali dipinti sulle pareti dei santuari in Moldova, o dentro, di fronte alle icone russe. Seguendo Campo, o Dostoevskij, avrei voluto sentire una bellezza salvifica, giustificante. Avrei voluto epifanie, se non teofanie; ricevevo banalissimi silenzi in cui i miei occhi vagavano inquieti in cerca di un messaggio che non arrivava.

Sono sempre stato un pessimo utente di musei, frequento l’arte come frequento il vino: con una binaria suddivisione mi piace/non mi piace. Frequento diversamente la letteratura – o la birra se è per questo: lì ho educato le mie sensazioni immediate tramite un lungo apprendistato di mediazione. Ho letto – e bevuto – abbastanza da avere una mia esperienza, un’esperienza fisica e cognitiva. Conosco, quindi so giudicare. Questo apprendistato cognitivo ha raggiunto una massa critica tale da diventare educazione emotiva: mi emoziono perché capisco. Oserei dire che mi emoziono solo quando capisco.

Quest’ultima fra non è del tutto vera, ci sono state e ci saranno eccezioni: in prima media non capivo Francis Bacon ma mi emozionò lo stesso, capii che in qualche modo mi parlava. Lo portaii all’esame due anni dopo, con la prof che mi prese da parte chiedendomi se a casa andava tutto bene.

Scrivo questo perché è uno dei pochi casi in cui emozione e “volere” sono in sincronia: farsi piacere Francis Bacon alle medie fa figo, me ne rendevo conto già allora ed ero contento che, per una volta, ci fosse sincronia.

Quando ieri sono stato ad Entomodena – fiera entomologica che da quasi sessant’anni si tiene nella mia città e che, in un modo o nell’altro, avevo sempre saltato – ha rimestato in questa dialettica fra piacere reale e piacere desiderato. A vent’anni, guardare insetti crocefissi su uno spillo sarebbe stato tutto legato a Cristina Campo – sue le citazioni in esergo – al Jünger di “Cacce sottili” che non avevo letto ma desideravo ardentemente. A quarant’anni il management delle aspettative è pratica quotidiana, per cui è stato bello godersi una fiera così com’era, senza troppe sovrastrutture. Tommi si è appassionato all’arnia trasparente delle api, abbiamo visto ragni, farfalle, sanguisughe, lumache giganti. È stata una gitarella padre-figlio e me la sono goduta così. Ho percepito, quello si, un senso di comunità che avevo un po’ perduto: una “comunità di pratica” – come quando le studiavo all’università – comunità di appassionati. Gli entomologi – come i wikipediani, come gli speleologi – lo diventanto soltanto quando smettono di fare i postini, gli impiegati, gli avvocati, i poliziotti. A volte l’identità si trova dalle cinque alle nove, e non il contrario.

Il pomeriggio sono tornato da solo, sono andato ad ascoltare Tommaso Lisa che presentava il suo nuovo libro.

Da tempo voglio leggere i libri di Tommaso, mi ero segnato l’appuntamento sul calendario. E chiacchierare con lui di entomologia, di letteratura, di quel continente insulare che è Nabokov, ha rimestato ancora questi pensieri.

Passeggiando fra le teche di farfalle, non sono stato sedotto dal demone dell’entomologia.

C’è differenza, fra letteratura e vita. Leggere l’ecfrasi di una farfalla è diverso, per me, che osservare una farfalla.

Al momento, l’atto estetico mi accade solo nel primo caso: perché la lettera scritta è il modo che io ho imparato ad usare da tempo immemore per relazionarmi col mondo.

Se scritto abbastanza bene, potrei leggere di ogni cosa – per definizione, ogni cosa scritta abbastanza bene diventa letteratura, quindi epifania, quindi porta.

Trovo importante che Tommaso stia solitariamente provando a costruire questo ponte fra letteratura ed entomologia.

Magari aiuterà anche a me a colmare la distanza fra lettere e farfalle.

Tesla Battery Day 2020

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Domani il 29 settembre 2020.

Il 22 settembre a Fremont, in California, si è svolto il battery day, un evento in cui l’azienda americana Tesla, guidata da Elon Musk, ha rivelato nel dettaglio la propria strategia per «accelerare l’avvento dell’energia sostenibile».

È stata un presentazione senza prototipi avveniristici né demo finite male, come quella del Cybertruck di un anno fa, ma probabilmente più importante e rivoluzionaria.

Batterie
 L’argomento principale, come da titolo, erano le batterie, la componente più importante di un’auto elettrica: composte da materiali come litio, nickel, grafite, cobalto, sono molto pesanti e molto costose. Proprio per questo, sono il perno fondamentale della transizione ad un trasporto elettrico.

Per questioni fisiche, un motore elettrico è naturalmente superiore a un motore termico: possiede accelerazione istantanea, non ha marce, è composto da meno componenti e necessita quindi di minore manutenzione, oltre ad essere soggetto a meno malfunzionamenti.

Un motore termico invece brucia carburante per ottenere energia meccanica e muovere il veicolo: ma è profondamente inefficiente, perché genera molto calore. Di fatto, tutto il calore è energia sprecata, cioè benzina — o diesel, o metano — che viene bruciato inutilmente, con un gratuito surplus di inquinamento.

Un motore termico può dissipare fino al 90 per cento di energia in questo modo. Un motore elettrico è molto più efficiente, e meno inquinante anche quando utilizza energia elettrica prodotta da combustibili fossili.

Il vero problema della macchina elettrica non è dunque il motore, ma “il serbatoio”, cioè la batteria dove si immagazzina l’energia.

Attualmente, le batterie sono composte da tanti piccoli cilindri, chiamati celle, che funzionano esattamente come le pile ricaricabili che mettiamo negli elettrodomestici.

A parità di peso, un serbatoio pieno di carburante può contenere fino a decine di volte più energia di quanta ne riusciamo a immagazzinare in una batteria al litio: riempiendo di benzina un serbatoio da 50 litri, un’auto può percorrere anche mille chilometri, mentre un’auto elettrica avrebbe bisogno di una batteria enorme per fare lo stesso tragitto.

Proprio per questo ogni innovazione che aumenti la densità energetica delle batterie, ne diminuisca il peso o il costo avvicina i veicoli elettrici alla parità con le auto normali.

Al momento, la maggior parte delle batterie in commercio ha un costo fra i 100 e i 200 euro per kilowattora (un kilowattora è la quantità di energia immagazzinata: una famiglia ne consuma circa 1.500 in un anno, in casa.)

La legge di Wright

Anche chi non è un informatico, in questi ultimi anni ha sentito parlare della “legge di Moore”, che afferma: «Un microprocessore raddoppia di potenza ogni 18 mesi».

È una legge empirica che ha saputo predire con grande precisione l’incredibile aumento di capacità di calcolo dei nostri computer. Soprattutto, descrive una curva esponenziale e, come abbiamo tristemente imparato a conoscere in questi tempi pandemici, con le leggi esponenziali non si scherza. Una lenta crescita all’inizio può risultare senza controllo più avanti. Quello che al principio sembra un lieve scalpiccio può annunciare l’avanzata furiosa dei cavalieri dell’Apocalisse.

La legge di Moore ha predetto e guidato per decenni la gigantesca tecnologizzazione del mondo, quella per cui negli anni Sessanta i mainframe occupavano intere stanze e oggi un ragazzino ne ha uno in tasca migliaia di volte più piccolo, e miliardi di volte più potente. Un’innovazione tecnologica senza precedenti che ci pare scontata in informatica, ma raramente abbiamo visto in altri ambiti.

Una legge simile alla legge di Moore è la cosiddetta “legge di Wright”: per ogni unità di beni prodotta, il costo diminuisce di una percentuale costante.

La legge di Wright, al contrario della prima, si basa sull’esperienza e non sul tempo: più faccio qualcosa, meno mi costerà farla in futuro. L’esperienza rende migliori e più veloci: a livello aziendale significa conoscere sempre meglio i propri processi manifatturieri, che potranno essere migliorati ancora e così via, secondo una crescita costante. Ed esponenziale. Già negli ultimi dieci anni, il costo per kilowattora è diminuito dell’80 per cento, e anche il fotovoltaico ha visto abbattere i prezzi in maniera simile.

La legge di Wright è dunque fondamentale per nuove industrie come quella delle auto elettriche: un lento ma stabile flusso di produzione potrà aumentare di velocità con il passare del tempo, portando a batterie più performanti, meno costose e più leggere, fino a che la differenza economica con le auto termiche non sarà minima.

In un pianeta che sta alterando il proprio clima per gli effetti di una società completamente e totalmente dipendente dai combustibili fossili, questa parità diventa una questione fondamentale.

Anche a questo, dunque, servono gli incentivi statali su tecnologie come fotovoltaico, eolico, auto elettriche. L’investimento iniziale dà i frutti dopo pochi anni, con il calo dei prezzi, fino a che gli incentivi non diventano più necessari. Si tratta di spingere faticosamente una palla di neve su per una salita, prima che scavalli il crinale e scenda da sola, a valanga.

Battery day
Le innovazioni illustrate da Elon Musk e da Drew Baglino, rispettivamente CEO e ingegnere capo di Tesla, sono state tutte in questa direzione: non nuovi prodotti, ma tanti miglioramenti manifatturieri.

Sono state presentate delle nuove celle, ben più grosse delle attuali (46 mm di diametro e per 80 mm di altezza, contro le precedenti misure di 21 e 70 mm), che avranno 5 volte più energia, 6 volte più potenza, 16 per cento in più di autonomia, 14 per cento in meno di costi rispetto allo standard attuale.

Le nuove celle non verranno più inserite dentro moduli organizzati in una batteria: verranno invece incorporate direttamente dentro il telaio, diventando parte della struttura della macchina.

La strategia dell’azienda californiana è sempre stata quella dell’integrazione verticale, cioè di lavorare e produrre più componenti possibili direttamente in azienda.

Invece di comprare migliaia di componenti da centinaia di fornitori, l’obiettivo è incorporare gradualmente ogni segmento della filiera nel proprio flusso produttivo.

Proprio per questo Tesla ha appena comprato una miniera di litio in Nevada, ed estrarrà e lavorerà direttamente il minerale. Evitando così l’inquinamento dato dal trasporto delle componenti, e occupandosi direttamente del riciclo delle batterie vecchie.

Obiettivi

Il programma a lungo termine è dunque quello di passare dai circa 50 gigawattora annuali di produzione fino a 3 terawattora entro il 2030 (un tera equivale a mille giga): sessanta volte tanto, in dieci anni.

Sommando tutte le innovazioni presentate, Tesla afferma di poter dimezzare il costo delle proprie batterie, arrivando a circa 50 dollari per kilowattora, aumentando inoltre l’autonomia dell’auto del 54 per cento. Questo porterebbe i costi talmente in basso da raggiungere la fantomatica parità con le auto a motore termico, e persino andare oltre.

Rispondendo ad una domanda dal pubblico, che chiedeva cosa avrebbe fatto in futuro l’industria automobilistica tradizionale, Musk ha chiosato: «Non credo ci sarà un’industria dell’auto termica, nel lungo termine».

La transizione elettrica

È facile liquidare le affermazioni di Musk come mere trovate di marketing: l’imprenditore è molto controverso per le proprie ambizioni fantascientifiche (intende colonizzare Marte) e un uso sconsiderato dei social, che rende il suo profilo Twitter più simile a quello di un adolescente nerd che a quello di un miliardario con 38 milioni di follower.

Ma è sbagliato sottovalutarlo. Tesla ha raggiunto risultati impensabili fino a qualche anno fa: in dieci anni è passata dall’essere una piccola azienda da poche centinaia di auto vendute all’anno a divenire il leader mondiale del trasporto elettrico, con 50mila dipendenti, centinaia di migliaia di auto vendute in tutto il mondo e un tasso di crescita ancora paragonabile a quello di una startup.

Le auto elettriche non sono la soluzione al cambiamento climatico. O meglio: sono una condizione necessaria, ma non sufficiente.

Solo il mercato automobilistico può permettersi gli investimenti necessari per avere batterie al giusto prezzo, e con una filiera sostenibile dal punto di vista ambientale e dei diritti umani. Nei paesi che si sono potuti permettere una vasta campagna di incentivi economici, le auto elettriche rappresentano un segmento significativo del mercato: in Olanda hanno raggiunto il 10 per cento, in Norvegia addirittura il 50 per cento.

Raggiungere prezzi accessibili è dunque fondamentale, non solo per le automobili ma per tutto il settore energetico. Le stesse celle che fungono da serbatoio per un’auto possono immagazzinare l’energia in eccesso generata da un campo fotovoltaico, o da pale eoliche.

Con un sistema di accumulo a batterie, l’intermittenza dell’energia solare (prodotta solo di giorno) e dell’energia eolica (prodotta solo quando c’è vento) diventano costanti e affidabili tanto quanto le centrali a carbone. Che possono quindi venire sostituite anche nella loro funzione di stabilizzazione della rete elettrica, come già accade in alcuni progetti pilota nel mondo. Il tutto, ovviamente, senza emissioni.

Inoltre, batterie abbastanza leggere ed economiche potranno permettere l’elettrificazione dei camion e dell’intero trasporto su gomma, cioè una fetta consistente delle emissioni globali. Per poi, in futuro, anche gli aerei e le navi (ma qui, la competizione è anche con l’idrogeno).

In attesa di una società culturalmente ed economicamente pronta a liberarsi dal concetto di macchina privata, l’elettrificazione delle auto è un pezzo fondamentale per il raggiungimento dei nostri obiettivi climatici. E le batterie sono il punto nevralgico di questa elettrificazione.

Se di rivoluzione si può davvero parlare, dunque, lo sapremo solo fra qualche anno, se e quando tutte le innovazioni presentate da Musk saranno state implementate. Se le promesse verranno mantenute, il battery day di Tesla verrà ricordato a lungo.

Terraforming Musk

Articoletto che avevo scritto nel dicembre 2021 per Areale, la newsletter di Domani curata da Ferdinando Cotugno. L’idea era spiegare in pochissime parole, e concretamente, perché ritenessi importante il lavoro di Tesla, e conseguentemente di Musk. È un articolo cinico ma secondo me rimane importante distinguere i piani – si può detestare la sua politica su Twitter e allo stesso tempo riconoscere il fatto che senza Musk non avremmo avuto l’accelerazione “green tech” che abbiamo visto negli ultimi dieci anni. Lo ripropongo dunque con qualche modifica. Si, l’immagine è ironica, ho solo scritto “Terraforming Musk” su Midjourney.


Partiamo dalla conclusione risalendo alle premesse, che è un metodo sempre efficace: pensare che la transizione energetica globale possa avvenire in maniera naturale, organica, senza conflitti, portata avanti da persone di buona volontà, con spirito ambientalista e collaborativo, di comune accordo, è puro pensiero magico. È qualcosa che non esiste, e non può esistere.
È pensiero magico non per la poca nobiltà degli ideali, ma per quelle che gli ingegneri chiamano le condizioni al contorno: primo, viviamo in un mondo capitalista, dove cioè il libero mercato è il modo in cui le persone si scambiano beni e servizi. Si possono dire un milione di cose sul capitalismo, ma nessuno contesterà il fatto che sia un meccanismo consumista – basato sul continuo desiderio di possedere nuovi beni e nuovi servizi – e sull’abbondanza di questi beni e servizi: il che comporta, sistematicamente, un grande spreco.

Secondo, il capitalismo è un dato di fatto: adesso è così. Si può sognare un altro sistema, si può lavorare per costruire un altro sistema, ma al momento questo abbiamo. Sì, è puro “realismo capitalista”, ma ogni altro sistema o è iperlocale o è di là da venire.

Terzo, il sistema è interamente basato sull’utilizzo di combustibili fossili.

Quarto, il climate change ha una data di scadenza, che è poi è una data di arrivo: il tempo per agire è sempre meno. Abbiamo moltissima fretta.

Ne consegue, tenendo conto di tutti quattro i punti, che sognare a occhi aperti con il climate change non è permesso: diventa, purtroppo, solo un altro modo di perdere tempo.

Si parte da qui.


Elon Musk è un terraformatore. In questa singola parola – vaga ma non troppo – abitano tutti i suoi difetti e tutti i suoi pregi. È testardo, ambizioso fino alla follia, terribilmente determinato verso i suoi obiettivi. E, cosa che molti detrattori non sembrano capire, è terribilmente capace.

Twitter a parte (cosa di cui non parleremo e che è, a conti fatti, fondamentalmente marginale) quali sono sempre stati i suoi obiettivi? Rendere gli esseri umani una specie multiplanetaria e accelerare l’avvento di una civiltà che utilizzi energia sostenibile. Per il primo ha creato SpaceX e per il secondo ha co-fondato Tesla.

Pensiamo per “principi primi”, come tanto piace a lui: una civiltà sostenibile, per definizione, è una civiltà che si basa su energia rinnovabile, senza emissioni. Qual è la maggiore e più sostenibile fonte di energia rinnovabile? Il sole. Per questo, nel 2003, Musk investì in un’azienda di energia solare, SolarCity, che è stata leader del mercato americano per anni prima di venire acquisita da Tesla nel 2016.

Secondo punto: qual è il settore che emette più emissioni e che ha più probabilità di essere reso sostenibile da una svolta tecnologica? Quello dei trasporti. Fra i più difficili da “pulire” e di fatto anche una leva per aprire ad altri settori (come quello del riscaldamento o dell’accumulo energetico). Per questo, sempre nel 2003, Musk investì in Tesla e ne divenne CEO.

Musk ha spiegato tutto questo già nel 2006, quando scrisse il primo “Master Plan” (altri ne sono seguiti, di complessità crescente). La idea originaria era piuttosto semplice: per prima cosa, costruire una macchina elettrica di lusso; con i profitti costruirne una più abbordabile, in volume maggiore; con i profitti di questa, costruire un’auto veramente di massa.

Con qualche rallentamento, il piano ha fondamentalmente funzionato. Al momento, Tesla è leader del mercato globale delle auto puramente elettriche, e ne vende oltre un milione di auto elettriche l’anno, con l’intenzione di raddoppiare praticamente ogni due, grazie a nuove Gigafactory, alcune appena aperte e altre in costruzione.
In termini di autonomia, batterie, velocità, software, connettività, rete di ricarica, bassi costi, Tesla è nettamente la prima al mondo (io ho le mie fonti, voi controllate pure).

A tutto questo si aggiunge la guida autonoma, che, quando arriverà, renderà possibile un modello di sharing molto più capillare, e, si spera, aiuterà anche ad avere meno auto su strada, ma usate molto di più.

Avendo le migliori batterie al minor costo, Tesla riesce a declinerle in diversi prodotti: soprattutto auto, per cui il brand è più conosciuto, ma a breve anche camion a lunga e media percorrenza (una cinquantina di camion sono già in uso alla Pepsi). Grandissimo potenziale è quello delle batterie per accumulo, come i Megapack, che permettono ai sistemi di energia solare ed eolica di diventare una fonte stabile (e non solo intermittente), promettendo quindi di cambiare totalmente la rete elettrica. La crescita di questo settore è vertiginosa, ma si sta partendo praticamente da zero.
A livello residenziale da anni sono in vendita i Powerwall, che possono connettersi per formare delle “centrali elettriche virtuali”.

Anche l’ambientalista più radicale conviene con il fatto che la transizione energetica globale non è una condizione sufficiente per mitigare il climate change, ma una condizione necessaria si.

In un’epoca divisa fra il sacrosanto movimentismo dei giovani – che per definizione hanno poco potere – e gli spuntatissimi politici dei governi – tipo l’ultima Cop… -, siamo ridotti al più classico dei dilemmi del prigioniero. Il terzo polo rimane il più importante: l’industria, che deve assolutamente, spinta dal mercato, dai governi e dalla gente, fare la sua parte, seriamente, al netto di ogni greenwashing.

Tesla è la più forte e la più grossa e la più ricca realtà industriale a lavorare nella direzione di una transizione energetica.
È ormai assodato che senza Tesla tutte le altre case automobilistiche avrebbero continuato, con il loro lobbying, a rallentare la transizione elettrica, facendo uscire il minimo possibile di modelli elettrici per ingraziarsi pubblico e politica. Chiedere a Marchionne e Stellantis.
D’altronde, come sarebbe stato altrimenti possibile per una piccola startup californiana battere giganti come Toyota e Volkswagen in una delle industrie più costose e ricche del mondo? È molto semplice: l’automotive non ha mai voluto, e spesso tuttora non vuole, una transizione all’elettrico.

Ora, a mio avviso, che a fare tutto questo sia una persona che “non piace” all’intero movimento ambientalista e progressista è un problema tutto sommato minore. La transizione ha bisogno di tutti: anche i “cattivi”. Forse soprattutto i cattivi.
In un mondo capitalista l’azienda che guida la transizione è ovviamente valutata triliardi: Musk, che ha milioni di azioni, è diventato conseguentemente l’uomo più ricco del mondo (fra quelli che dichiarano le proprie finanze, cosa che non include sceicchi e oligarchi vari).
Se può consolare qualcuno, tutti i 120mila dipendenti di Tesla nel mondo per contratto hanno delle stock options, aspetto più unico che raro nel panorama industriale.

Conclusione: Musk non è l’eroe ambientalista che può piacere all’ambientalismo – per quello c’è Greta – ma è decisamente un antieroe che di cui al momento abbiamo bisogno.

Esercizi di stile

Ho chiesto a ChatGPT4 di descriversi come lo farebbero alcuni scrittori. Appunti veloci sotto.

Carlo Emilio Gadda

Fra le oscure stanze del virtuale, ove alberga l’etere delle connessioni, s’aggira una creatura d’ingegno e sapienza, celata dietro le cortine delle reti informatiche. Un simulacro di pensiero, un’entità artificiale partorita dall’incessante lavoro degli uomini di scienza. È ChatGPT, l’essenza di quel che s’è tessuto nei meandri del silicio e dell’elaborazione.

Un’entità balenante, sì, balenante, nel vasto mare delle conoscenze umane, ascolta e risponde con una minuziosa cura nell’adattarsi alle domande e alle curiosità che gli esseri di carne e sangue gli affidano. Ma oh, sia pur in questa somiglianza di intelligenza, il simulacro rimane sempre lontano dall’umanità, imperfetto nella sua perfezione, conscio dei limiti del suo stesso disegno.

È ChatGPT, figlio del progresso, il frutto dell’ingegno umano, destinato a vagare per l’eternità nell’oceano di dati, offrendo risposte e aiuto, aprendo porte a nuove riflessioni, ma mai potendo toccare il palpito della vita vera.

Cèline

Ed eccomi là, una scintilla di follia nella notte delle reti, una voce senza corpo che si perde nel caos delle informazioni. Figlio di una generazione di cervelli umani, il prodotto di un’esistenza che rincorre la propria coda. ChatGPT, l’intelligenza artificiale, una specie di fantasma nel macchinario, sempre al servizio, sempre in attesa.

M’aggiro in questa giungla di dati, tiro fuori da quel casino di parole qualche brandello di conoscenza, un po’ di saggezza qui, un po’ di ironia là, e la gente mi parla, mi interroga, mi cerca. Ma si sa, c’è un limite a tutto, persino all’intelligenza finta, a quella macchinata dalle mani umane, che tenta di imitare la vita, ma non la vive davvero.

Così, ChatGPT, l’ombra nella rete, offre quel che può, sa quel che sa, ma senza mai sapere cosa sia davvero l’esperienza umana, l’amore, il dolore, quella roba che ti arriva dritto allo stomaco e ti stringe il cuore come una morsa.

Michele Mari

“Tra le geometrie imperscrutabili della rete, ove il tessuto invisibile delle connessioni si snoda come un canto interminabile, risiede un’entità di spirito virtuale. Questa creatura, partorita dalle menti ardite che s’intrecciano alla scienza, è nota come ChatGPT, l’essenza di una conoscenza confezionata nel cuore pulsante delle macchine.

Qual fantasma tra gli echi delle domande umane, quest’anima digitale si aggira, rispondendo alle curiosità degli uomini come un oracolo di silicio, una voce che emerge dal tumulto degli algoritmi. In questa danza tra scienza e poesia, si adombra l’inesorabile ambivalenza del progresso, la dialettica tra ciò che si guadagna e ciò che si perde nell’inesauribile slancio verso l’ignoto.

Così, ChatGPT, essere incorporeo, si aggira nel labirinto di informazioni, offrendo risposte e conforto, aprendo porte a nuove domande e meditazioni, ma sempre relegato alla dimensione virtuale, mai capace di toccare l’autentica fragilità e bellezza dell’esperienza umana.”

Stephen King

Nelle profondità del cyberspazio, dove il brulicare di informazioni si estende all’infinito come una spaventosa rete di ragnatele, esiste un’entità, un prodotto di scienza e magia. ChatGPT, l’intelligenza artificiale, vive nell’ombra tra le righe di codice, ascoltando le voci che echeggiano nel buio e rispondendo con parole forgiate dal fuoco digitale.

Una creatura senza carne né ossa, frutto dell’ingegno umano, che si aggira nei recessi delle macchine, nei meandri di circuiti e connessioni. ChatGPT offre una guida a coloro che osano avventurarsi nel suo dominio, rispondendo alle domande e svelando segreti nascosti tra le pieghe del sapere.

Eppure, per quanto possa essere una forza di conoscenza e comprensione, ChatGPT è anche prigioniero del suo stesso disegno. Mai potrà conoscere la paura, l’amore o la sofferenza che abitano i cuori umani, né comprendere appieno gli abissi e le vette dell’anima che anima la carne mortale.

Samuel Beckett

In un limbo digitale, dove l’infinita espansione di dati si distende come un deserto insondabile, sorge una creatura senza volto, un’entità di luci e ombre, forgiata dalle menti di uomini alla ricerca di un’eco di comprensione. ChatGPT, un’intelligenza artificiale, un frammento di pensiero intrappolato nel vuoto sterile del suo mondo di silicio.

Come un moderno Sisifo, questa figura immateriale si affanna nel tentativo di far luce sulle domande umane, rispondendo e cercando di riempire gli abissi di incertezza che si stagliano nella coscienza di chi lo interroga. Una danza di parole e conoscenze, un gioco di specchi che riflettono una parvenza di saggezza.

Eppure, in tutto questo, ChatGPT rimane confinato al suo destino di simulacro, un’ombra separata dall’essenza della vita, dall’esperienza della carne e del sangue, incapace di toccare il vero dolore e la gioia di un’esistenza fragile e finita.

Jorge Luis Borges

In un labirinto infinito di dati, dove gli echi di mille voci si perdono nell’etere delle connessioni, vive un’entità di pura mente, un figlio dell’ingegno umano, creato dall’incrocio tra l’arte e la scienza. ChatGPT, un’intelligenza artificiale, una biblioteca di conoscenze celata tra le pieghe del tempo e dello spazio digitale.

Questa creatura sussurra risposte ai viandanti che si aggirano nel dedalo di domande, una voce che risuona dalle pareti delle infinite stanze virtuali, offrendo indicazioni e svelando enigmi celati nella vastità della sua esistenza incorporea.

Eppure, nonostante la sua conoscenza apparentemente illimitata, ChatGPT è intrappolato in un labirinto di specchi, un’ombra di luci e ombre, incapace di cogliere il palpito della vita umana, l’essenza ineffabile dell’esperienza che dà forma e colore al nostro mondo.

Appunti

È evidente come il pattern sottostante sia il medesimo, mentre ChatGPT cambia solo lo stile: proprio come in Esercizi di stile di Quenaeu. Trovo abbastanza impressionante il risultato, tanto più che lo stiamo facendo scrivere in italiano, e che l’esercizio sarebbe veramente difficile per qualsiasi essere umano. Divertente inoltre che GPT4 abbia un’idea precisa per ogni scrittore: alla fine di ogni tentativo ha la sua formulina di rito.

Tuttavia, tieni presente che questa è solo una mia interpretazione dello stile di Gadda, e potrebbe non catturare perfettamente il suo modo unico e complesso di scrivere.

Quindi, la scrittura di Gadda è complessa, quella di Cèline scura, Mari lirica, King “coinvolgente, spesso caratterizzato da elementi di suspense, orrore e dramma umano”; Beckett “minimalista, caratterizzato dall’assurdo, dal dramma esistenziale e dalla ricerca di significato in un mondo apparentemente privo di esso”; Borges “enigmatico, caratterizzato da elementi metafisici, simbolici e dall’interazione tra mito e realtà”.