(faccio una cosa che non ho fatto mai, cioè ripostare un post molto bello di Federico Leva ospitato nel blog di Virginia. Tutto nasce da una discussione sulla mailing list wikipediani/bibliotecari di Wikimedia Italia che abbiamo creato qualche di tempo fa (siete i benvenuti), per cui sono orgoglioso :-)

Come generare il numero di controllo nell’ISBN

Capita che magari sei un editore, o uno che per qualche motivo si è comprato dei numeri ISBN. Capita anche che li vuoi comprare una volta e poi più, chè costano, la crisi, ecc. Quello che forse non sai è che quando ne hai comprato uno, puoi averne altri, l’algoritmo è pubblico, e a questo punto gli ISBN puoi generarteli da solo.

I numeri ISBN (quelli a 13 cifre) sono composti da 5 parti, e le prime 3, quando li compri, diventano fisse. La quarta è progressiva (libro 0, libro 1, ecc.), e poi c’è il codice di controllo, l’ultimo, che va da 0 a 10.

Quindi, quando hai finito la tua lista di ISBN ma vorresti continuare, inserisci le prime 3 sezioni (le copi dagli altri ISBN che hai), vai con il numero progressivo (all’ultimo ISBN che avevi), e per trovare la cifra di controllo corrispondente vai qui.

Poi puoi andare su ISBN.it, entrare nella tua area registrata e collegare il nuovo titolo al tuo ISBN nuovo di pacca.

Fact checking e bibliografia

Ieri sono stato intervistato da Radio 3 Scienza (un onore, davvero) su Aaron Swartz e l’Open Access. Dura una quindicina di minuti, si ascolta qui.

Faccio un po’ di fact checking e fornisco un paio di link alle cose che ho detto ieri:

  • David Weinberger, fellow al Berkman Center for Internet and Society dell’Harvard Law School,  ha detto “Aaron was not a hacker. He was a builder” (source)
  • la citazione iniziale è di Derek Bok, ex rettore (in inglese “president“) di Harvard. L’originale è “If you think education is expensive, try ignorance” (source).
  • Il libro di Jean-Claude Guédon che ho citato è Open Access. Contro gli oligopoli del sapere, tradotto da Francesca di DonatoSi scarica gratuitamente qui. Leggetelo perchè è bello.
  • Aaron Swartz ha scaricato 4 milioni di documenti da JSTOR, una biblioteca digitale no profit,  ma non del MIT. Le notizie che si trovano in giro non sono sempre coerenti, il processo è ancora in corso, ma la descrizione più chiara e semplice di quello che è successo (con tante note e fonti) è quella di Wikipedia.
  • ho provato a spiegare (male) come funziona il mondo della letteratura accademica qualche giorno fa, qui.

Spero di non aver dimenticato niente (se invece si, sotto, nei commenti, grazie).

Piccola guida pratica all’Open Access

[ho scritto questo per l’università di Bologna (se siete dell’università, condividete), ma è facilmente adattabile. C’è anche questo post di Jonathan Eisen, che dice varie cose importanti. Magari leggi prima quello.]

Ieri ho scritto una spiegazione breve e semplicistica di cosa sia l’open access, cioè l’accesso aperto alla letteratura scientifica. Dato che è una cosa un po’ di nicchia, e si confonde con un generico postare link a robe su internet, provo a riassumere in 4 punti cosa devi fare se vuoi supportare l’open access nel tuo ruolo, in università.

La prima cosa da fare, chiunque tu sia (ricercatore, professore, studente), è informarsi presso la tua università sui servizi di deposito e pubblicazione digitale. Puoi chiedere ai professori o ai bibliotecari. I servizi solitamente riguardano gli archivi digitali (materiali didattici, tesi, dissertazioni, articoli) e le riviste open access.

Se sei un dottorando, quando depositi la tua tesi, scegli sempre l’accesso più libero. Se vuoi per forza mettere un periodo di chiusura (il cosiddetto embargo), sceglilo di 6 mesi o un anno, per darti il tempo di pubblicare un articolo. Ma poi rendila  disponibile a tutti.

Se sei un ricercatore o un professore, puoi distribuire i tuoi materiali didattici ad accesso libero, anche con una licenza Creative Commons. Spesso sono slides che possono interessare anche altre persone (anche fuori dall’università): non ci sono molte ragioni per impedirglielo. Quindi non farlo.
Puoi depositare online tutti i tuoi manoscritti ed articoli su l’archivio istituzionale della tua università (se c’è), o anche su un archivio tematico. Puoi cercarli qui, ce ne sono migliaia.
Puoi anche leggere e pubblicare su una rivista peer reviewed ad accesso libero. Puoi cercarli qui, ce ne sono migliaia.

Se invece sei un semplice studente, passa ai tuoi professori e colleghi i consigli qui sopra, chiedigli come funziona la pubblicazione scientifica, chiedigli dell’open access, e informati. Quando arriverà il momento in cui anche tu potrai contribuire alla comunità scientifica, saprai come e perchè devi farlo in Open Access.

How to exploit academics

I have an ingenious idea for a company. My company will be in the business of selling computer games. But, unlike other computer game companies, mine will never have to hire a single programmer, game designer, or graphic artist. Instead I’ll simply find people who know how to make games, and ask them to donate their games to me. Naturally, anyone generous enough to donate a game will immediately relinquish all further rights to it. From then on, I alone will be the copyright-holder, distributor, and collector of royalties. This is not to say, however, that I’ll provide no “value-added.” My company will be the one that packages the games in 25-cent cardboard boxes, then resells the boxes for up to $300 apiece. But why would developers donate their games to me? Because they’ll need my seal of approval. I’ll convince developers that, if a game isn’t distributed by my company, then the game doesn’t “count”—indeed, barely even exists—and all their labor on it has been in vain.
Admittedly, for the scheme to work, my seal of approval will have to mean something. So before putting it on a game, I’ll first send the game out to a team of experts who will test it, debug it, and recommend changes. But will I pay the experts for that service? Not at all: as the final cherry atop my chutzpah sundae, I’ll tell the experts that it’s their professional duty to evaluate, test, and debug my games for free!
On reflection, perhaps no game developer would be gullible enough to fall for my scheme. I need a community that has a higher tolerance for the ridiculous—a community that, even after my operation is unmasked, will study it and hold meetings, but not “rush to judgment” by dissociating itself from me. But who on Earth could possibly be so paralyzed by indecision, so averse to change, so immune to common sense?
I’ve got it: academics!

(from Scott Aaronson, Review of “The Access Principle” by John Willinsky, MIT Press, 2005).