La questione alimentare, o del mangiare animali

Questo post è molto lungo.
Ha senso leggerlo perchè riporta pensieri importanti che non ho pensato io, ma se volete un riassunto, questo post vorrebbe spiegare questo:
bisognerebbe smettere di mangiare carne di animali allevati in allevamenti intensivi, per un sacco di buoni motivi.
Ridurre, se non eliminare, il consumo di carne è possibile e importante. Non è necessario essere talebani.

Se volete, potete però continuare a leggere.

Io non sono vegetariano. Almeno, non ancora.

Diventare vegetariano è una strada lunga e impervia. E’ una conversione (letteralmente)(sul serio, letteralmente: conversione da un regime alimentare ad un altro, conversione da un sistema di pensiero ad un altro).
Mi piacerebbe, però.

E’ una scelta che ho preso (sto prendendo) per due motivi principali: mi sono innamorato di una ragazza vegetariana e ho letto un libro (che mi ha prestato lei).

Il libro si chiama Se niente importa (originale Eating animals) di Jonathan Safran Foer (quello di Ogni cosa è illuminata).
La ragazza si chiama Alessandra.
(io ho questa cosa che bisogna che legga dei libri per capire le cose, ma penso sia diverso per molte persone. Con me funziona così, credo, perchè a forza di sentire nella tua testa le parole di qualcun altro, dimentichi che siano di un altro e non tue. Appena inizi a confonderle, è fatta. La cosa è più complicata perchè ciò che credi è ciò che ti dici continuamente, per lungo tempo (giorni, mesi, anni). Funziona con chi mente a sè stesso abbastanza a lungo, con lo studio, con l’educazione fatta bene e con i libri. Il tempo è chiave (per questo i libri lunghi funzionano meglio)(questa cosa che delle parole in testa moltiplicate per unità di tempo definiscono una identità secondo me non l’hanno capita in moltissimi. O forse solo quelli sbagliati.))

Se niente importa lo trovate in tutte le librerie (Guanda, 2010), ve lo consiglio perchè tutto quello che dico è scritto meglio lì. Ve lo provo a spiegare a parole mie.

La cosa che mi è piaciuta del libro di Safran Foer è che inclusivo.
E’ scritto da un vegetariano, che però cambia (in parte) idea dopo le ricerche (che sono durate tre anni, nel caso)(SPOILER: Rimane vegetariano, ma si interessa di allevamento intensivo e macellazione. Una posizione apparentemente paradossale ma profondamente coerente (fra le altre cose, capisco ora anche Temple Grandin)).

L’atteggiamento che ti include nella discussione (soprattutto se mangi carne) è il motivo per cui lo consiglio a tutti.
Il libro non è privo di difetti (come tutti)(tranne Borges)(dai, scherzo), ma è davvero un ragionamento che tutti dovrebbero affrontare.
Perchè tutti mangiamo.
(sull’importanza di un atteggiamento inclusivo, coonsiglio anche questa TED talk sulla violenza (degli uomini) sulle donne, narrata da un uomo: la violenza sulle donne è un problema dei maschi in quanto vittime, non in quanto appartenenti ad un genere bastardo).

Un’altra cosa bella del libro è che spende qualche parola sulla possibile trasformazione.
(una festa del Ringraziamento senza tacchino è immaginabile, come sarebbe da noi un Natale senza tortellini (sul serio). Perchè l’importante sta da un’altra parte. Può costare qualche sacrificio, ma la cultura è fatta per evolvere).

Ma andiamo con ordine.

Il problema

Il problema lo chiamiamo, per semplicità, questione alimentare.
Il problema è che il problema (la questione alimentare) non si situa nel campo della razionalità: la carne è cultura, storia personale, storia comunitaria, identità (che è anche, ricordiamolo, parole per unità di tempo).
Lo dico in astratto e lo dico per me (da emiliano, da nipote e figlio di ottime cuoche (nonne meglio della mamma, come esigono gli déi), da italiano e occidentale normale).
A me, per esempio, piace la grigliata, prediligendo le costine e le salsicce senza aromi (soprattutto semi di finocchio) ben cotte; mi piacciono gli arrosticini (anche di pecora), adoro l’agnello di pasqua da mangiare con le mani, le lasagne, le tagliatelle al forno, i maloreddus con la salsiccia della nonna, il filetto all’aceto balsamico cotto nel lardo di colonnata (l’ho mangiato solo una volta ad un matrimonio)).
Credo nel valore culturale e storico della fiorentina, il ragù e le cotolette di mia nonna (quell’altra) che sfrigolano affogate in un mare di burro. Andare da Ermes per me è un evento, che riesco a concedermi solo poche volte l’anno. Amo poche cose come mangiare i tortellini crudi appena fatti da mia nonna Giovanna (quella delle cotolette).
(ricordo ancora l’ultimo giorno in Romania alcuni anni fa: la bunica che ci ospitava era tornata a casa, portando sacchetti pesantissimi, che andai prontamente a intercettare, ed i sacchetti erano veramente pesanti ed stranamente caldi. Erano quattro le famiglie ospitanti volontari italiani, e avevano ammazzato il maiale per noi.)
((ricordo anche la cena che i miei fecero per i medici, avevo dodici anni, ero stato due settimane in ospedale per non si sa bene cosa. Ricordo che mio padre fece una filastrocca per i medici divertentissima (la sirudéla), e io imparai a giocare a shangai con gli spiedini. Mia nonna Paola (quella dei maloreddus) aveva fatto ciò che fa meglio, cioè il pesce. (ha imparato in Sardegna (da lì i maloreddus), si è trasferita là quando era adolescente. La nonna crebbe lì, in Sardegna ha ancora tutti gli amici della sua gioventù, stanno tutti invecchiando, ma la chiamano ancora, passa l’estate ad andare a trovarli. Il polpo di patate con lo speck di mia nonna è una delle cose più buone del mondo.))

Ho quindi, come tutti, centinaia di ricordi che riguardano il cibo.
Il cibo è convivialità e necessità insieme, ne abbiamo bisogno quotidianamente e ci permette di riunirci attorno ad un tavolo e parlare. E’ quanto di più fondamentale e pervasivo io riesca a pensare (natura e cultura insieme; definizione di benessere, salute e qualità della vita; atto sociale e individuale; atto politico; atto economico; atto ecologico).
Noi italiani, in particolare, siamo ossessionati (quando parlo con i miei amici stranieri, dico sempre che un italiano lo distingui dagli altri perchè al ristorante parla sempre di come ha mangiato ad un altro ristorante).
Il cibo ci rende quello che siamo, in tutti i sensi possibili.

La normalità

(non trovo parole migliore per dirlo (non mi prendo il tempo per cercarle, ci saranno, da qualche parte), ma la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni (che è uno dei meccanismi profondi del mondo che sono veramente senza speranza). non credo che esista una parola per descrivere questo: il male che viene generato dall’ignara e inconsapevole volontà, per quanto buona possa essere.
non è stupidità (che comunque c’entra). non è spreco (che indica una ricchezza che viene perduta). non è ignoranza (che descrive solo il non sapere le cose). non è ignavia, non è ingenuità. è qualcosa che è sia stupido che ignaro che spreco che ingenuo.
non si può descrivere il carnaio di morti che questa cosa ha fatto, nei secoli: l’ignorare (colpevolmente o meno, consapevolmente o meno) la soluzione al problema e scegliere una via che mantiene o aggrava il problema. c’entra qualcosa l’omissione, sì, c’entra lo spreco di un’opportunità, un potenziale che non si realizza.
non so neanche se sia davvero questo: direi che è lo scegliere la via sbagliata per sbaglio, voler fare il bene ma non saperlo fare, non rendendosene conto.
il male del mondo non sono i perfidi (che sono pochi), e non sono neanche gli indifferenti (che sono legione): sono i cattivi loro malgrado, quelli che non sanno di esserlo. siamo tutti quanti, credo.).

La questione alimentare è uno dei più straordinari esempi al mondo di questa cosa qua sopra (oltre che un esempio da manuale di dissociazione mentale-dissonanza cognitiva)(per scala, frequenza e dimensioni, è paragonabile alla questione religiosa).

Noi riteniamo normale mangiare carne, perchè mangiare carne è la norma nel mondo.
(è dunque normale anche credere in una qualche divinità creatrice e ordinatrice, ritenere consciamente o meno che le donne siano inferiori, ritenere gli altri più stupidi o comunque meno giustificati di noi, sfociare l’aggressività in violenza verbale e/o fisica, guardare la televisione e divertirsi a sparlare del prossimo).
In sè, la norma non ci dice nulla su cioè che è giusto o sbagliato (non ricordiamo qui che alcune norme del passato oggi ci repellono, come la nobiltà, lo ius primae noctis, il pharmakos, la schiavitù).

Definizione di coscienza

(quache mese fa, leggevo i (pen)ultimo libro di Hosftadter, Anelli nell’io.
Hofstadter, per i quattro lettori del mio blog che non lo sanno, è uno scienziato cognitivo, e si occupa da una vita di definire cos’è l’intelligenza e la coscienza.
In un paio di pagine, Hofstadter affronta sorprendentemente il tema del (suo) vegetarianesimo.
La suo opinione è che ciò che chiamiamo coscienza e/o intelligenza non è discreta, ma uno spettro continuo. Non è che gli insetti non ce l’hanno e gli umani si: è che gli insetti ce l’hanno ad un livello molto, molto minore di quello degli umani. Questa gradualità della coscienza può dunque consentire di creare una gerarchia, dipendente dalle variabili (intelligenza logica, intelligenza motoria, intelligenza emozionale, ditene una) che vogliamo prendere in considerazione.
Una rete neurale che autoapprende in base ai feedback del suo ambiente ha dunque una coscienza non nulla, forse non totalmente differente dal sistema cognitivo di una zanzara. (Il delfino sta più in alto. Il maiale è pari al cane. Camillo Langone sotto (no, scherzo, Langone come sistema cognitivo è un umano come tutti gli altri, forse sopra la media. E’ il suo sistema etico-morale che è quello di una tenia)).
Dunque, l’attribuzione di una coscienza e delle sue implicazioni è qualcosa che attribuiamo noi come specie dominante, come Adamo nel giardino. (fra l’altro, siamo terribilmente ingiusti nel farlo.)
((la mia amica Beatrice va più a fondo di Hofstadter, premendo il concetto di coscienza sulla capacità di soffrire e provare angoscia. Nel caso specifico, è esattamente quello che ci interessa.)))

La barriera fra le specie

Quello che intendiamo come carne e quello che intendiamo come animale con dignità è un fatto anch’esso culturale. Questa ingiustizia (miopia, doppiopesismo, dissociazione mentale), si chiama barriera fra le specie.
Noi non mangiamo cani, ma altri popoli lo fanno. Mangiamo conigli e cavalli, ma in Inghilterra non lo farebbero mai.
Mangiamo le mucche, e in India le ritengono sacre. La religione più popolosa del mondo proibisce di mangiare il maiale.
Mangiare umani è illegale in gran parte del mondo. Ci dispiace, da bravi occidentali che firmano strenuamente petizioni online, se qualcuno mangia o caccia balene, orsi, squali e delfini, perchè la tv e i libri ce li hanno fatti piacere. Ci sono un sacco di animali che ci fa schifo mangiare (rettili, anfibi (ma non le rane), insetti), ma altri lo fanno. Non si contano le sagre delle lumache in Italia. A Hong Kong ho sentito la medusa (fa schifo). Alla RAI, è appena tornato Bigazzi (allontanato perchè aveva parlato dei gatti in salmì)(fateci caso: tutti quelli che conoscete che hanno un aspirapolvere robot gli hanno dato un nome, dando dignità ad un oggetto che ha meno coscienza di una mosca).

Le reazioni

Una delle cose interessanti della questione alimentare è il riflesso incondizionato di attacco/difesa.
Quando dici alla gente che sei vegetariano, la gente si mette sulla difensiva.
La cosa non accade a me, ma ad Alessandra che mi siede di fianco (io sono la spalla carnivora su cui l’interlocutore rimbalza per la consueta occhiata di rassegnazione e complicità (sono anche quello che di fronte ad un vegetariano diceva pochi anni fa “io non mangio cose che prima non abbiano avuto una mamma”)).
E’ incredibile lo spettro delle reazioni: dall’ironico all’aggressivo, nessun onnivoro rimane neutro (non lo rimanevo neanche io, da cui la frase idiota qui sopra).
C’è che si ingegna a trovare inconsistenze nell’atteggiamento del vegetariano “le tue scarpe di pelle allora?” (corretto, ma vigliacco: al vegetariano si chiede immediatamente di avere una coerenza totale, cosa che non si fa con altre persone) e chi invoca plateali stronzate mascherate da ragionamenti finissimi (“credi che le piante non provino dolore? che ne sai tu?”) (è più frequente di quello che pensate) (i pranzi a casa della nonna dell’Ale sono impervi) (Emilia, sei una strana regione).
L’onnivoro di fronte alla (parziale) coerenza di chi non mangia carne si sente inconsciamente all’angolo, e attacca. E’ una cosa quasi divertente (update: è capitato essere bersaglio dell’attacco: non è divertente per niente).

Natura

Le obiezioni maggiori al vegetarianesimo riguardano tutte il fatto che sia naturale.
E dire che mangiare carne è naturale è vero e allo stesso tempo pienamente irrilevante.
La storia dell’uomo non è altro che emanciparsi dalla natura, e tutto ciò che definiamo “umano” è perfettamente non naturale (la misericordia, il perdono, la compassione). Sono atteggiamenti che esistono anche in natura (direi meno), ma sono soprattutto atteggiamente di cui la natura si frega la maggior parte del tempo.
Poi credo (ma è un problema che esula questo post, per fortuna) che dovremmo un minimo accordarci sulla nostra definizione di naturale.
La mia definizione preferita rimane quella di Herzog sulla giungla di Fitzcarraldo:

Nature here is vile and base. I wouldn’t see anything erotical here. I would see fornication and asphyxiation and choking and fighting for survival and… growing and… just rotting away. Of course, there’s a lot of misery. But it is the same misery that is all around us. The trees here are in misery, and the birds are in misery. I don’t think they – they sing. They just screech in pain.

(a latere: parafrasando Wiener (et al.), l’idea di scavarsi con le unghie un’insenatura di ordine e umanità nella infinita e casuale natura indifferente mi pare l’unico possible e decente e sostenibile destino dell’uomo)

La violenza

Non credo abbia molto senso stare qui a mettere cifre e storie sulla violenza delle persone contro gli animali (violenza gratuita degli operai e violenza sistemica dell’intera industria), ma vi assicuro che, anche se non ve ne frega niente, leggendo il libro tutti cambiereste idea.
Che non vuol dire diventar vegetariani, ma capire le dimensioni del problema (molto, molto peggio di quello che pensiamo).
La situazione degli animali è semplicemente un inferno (inferno medievale, scuoiamenti a vivo, occhi cavati e pali roventi), ma anche gli umani non scherzano.
La situazione sociale e psicologica di mattatoi e allevamenti è un caso da manuale di alienazione sul lavoro.
In un ambiente del genere lavorano principalmente uomini e donne di bassa estrazione sociale (tendenzialmente immigrati e clandestini, almeno nell’America di Safran Foer), e la situazione di violenza e assurdità è talmente sistematica che da generare ogni paradosso.
Ogni frustrazione viene sfogata verso l’essere più debole che ti sta di fianco, che finisce dunque per essere l’animale da macello. Si parla di percentuali altissime di animali “lavorati” senza prima essere stati addormentati (con una scarica elettrica). Vi lascio immaginare cosa significa la lavorazione di un maiale, e cosa voglia dire vivere quei pochi minuti da sveglio (le bestie ci mettono un po’ a morire).
Siamo tutti d’accordo che una mucca scuoiata viva soffra, no?

I motivi

Li ho messi qui in fondo, forse aveva senso metterli più su, ma mi piaceva inquadrare il problema. I motivi sono tanti, quasi troppi. Potete sceglierne tre a caso e già varrebbe la pena.  Li divido in sezioni.

Ecologia

Ridurre/eliminare il consumo di carne è, banalmente, una delle migliori cose che puoi fare per il pianeta.
Fondamentalmente, non è sostenibile, sotto nessun punto di vista.
L’industria della carne (e aggiungerei, dei prodotti ovo-latto-caseari) contribuisce da sola per un quinto al riscaldamento globale (sul serio, un quinto), ed è la maggior fonte di gas serra là fuori (gli animali producono vari gas serra, alcuni centinaia di volte più “efficenti” dell’anidride carbonica).

Vorrei che rileggeste la frase qui sopra, perchè dice che il riscaldamento globale è causato, prevalentemente, dalle costine di maiale. L’industria della carne da sola rappresenta quasi il doppio dell’intero sistema dei trasporti, in termini di impatto (questa ve la lascio qui, fatene quello che volete).

Allevare proteine animali è poi altamente inefficente (tu coltivi campi per produrre cereali da far mangiare agli animali, invece di coltivare prodotti per l’uomo)(thermodynamics is a bitch).

L’allevamento intensivo contribuisce all’ammazzare la biodiversità, senza contare il problema della merda (la merda di migliaia di maiali nutriti con antibiotici è un rifiuto tossico e ammazza l’ambiente circostante (anche le persone (letteralmente (nel libro c’è una storia incredibile a riguardo)))).

Salute

Mangiare carne eccessivamente (tipo, in Emilia o in America) comporta problemi di salute (i vegetariani stanno mediamente meglio). Senza contare che la carne che mangiamo è letteralmente merda (all’11%, perlomeno, per i polli). Senza contare che la carne piena di antibiotici e ormoni spanna completamente il nostro sistema immunitario, aumenta la nostra resistenza agli antibiotici, fa venire le mestruazioni alle bambine di 9 anni, e la prossima pandemia verrà sicuramente dagli allevamenti intensivi, che non sono altro che dischi di Petri per epidemie a scala planetaria.

Etico

L’allevamento intensivo è semplicemente una tortura per gli animali (maiali in primis, poi galline, polli e tacchini, poi bovini).
Vi lascio leggere il libro per le succose storie a riguardo, a me passa la voglia.

Conclusioni

Alimentarsi è un fatto politico.
Come dice Pollan, è votare tre volte al giorno.
Il mondo (noi, io) ha barattato l’esistenza (perchè no? la felicità) di miliardi di animali per le fettine di tacchino a due euro.
E’ un idiozia, pura e semplice, ed è un’idiozia a più livelli.

Possiamo fare qualcosa, e la prima cosa da fare è ridurre il nostro consumo di carne (sul serio).

Il resto è si può fare con calma gradualmente, ma comunque importante.
Se mangi carne, è importante mangiare carne che prima sia stata un animale allevato in maniera non intensiva. E’ importante anche interessarsi e capire come sia stato ucciso, quell’animale.
E poi, per qualcuno (per chi riesce, per chi riesce a vivere una vita piena e felice anche senza mangiare carne) forse è ora di eliminare del tutto (l’utopia, ahimè, è vegana, ma ci si arriva un po’ alla volta).

(non è un discorso di smettere per sempre e non tornare più indietro (le eccezioni sono la norma, nella vita), ma credo che nel 2013, in Italia, possiamo permetterci di occuparci del problema).

Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo

Una cosa per cui la tecnologia, tendenzialmente, non mi fa paura, è quando svela o accentua qualcosa che già esiste. Perché è il suo lavoro (della tecnologia intendo) quello di moltiplicare. Ogni tecnologia è una protesi [1], qualcosa che inventiamo per sviluppare e incrementare e moltiplicare i nostri sensi e il nostro controllo (telefono, occhiale, televisione, automobile, radio, libro, computer).

E’ una cosa per cui mi verrebbe da urlare tre-quattro volte al giorno una frase di suo poco simpatica, quel “Di che cosa stiamo parlando!?!”” che cerca di spostare la conversazione, tenta quantomeno (con più e meno successo) di penetrare il pensiero del dialogante per prenderlo per mano e accompagnarlo da un’altra parte. Perché è da un’altra parte che sta seduto il problema.

Un esempio a caso è questo. Charlie Brooker [2] ce l’ha coi commenti su Internet, con qualche ragione e secondo me qualche torto. Il suo problema è il rumore, la chiacchiera, il jabber. Che è un problema, intendiamoci. Internet, in sè, è una tecnologia che immilla la nostra capacità di comunicare, sia nello spazio (annulla le distanze e cambia la metrica, permettendo a mille di persone di parlare nella stessa stanza) e che nel tempo (permette la comunicazione asincrona). Ergo, in Internet c’è un sacco di chiacchiera, perchè la chiacchiera è colonna e fondamento del mondo. Se anche nella Bibbia Dio non fa che lamentarsi delle mormorazioni del popolo di Israele, direi che non abbiamo da preoccuparci (o da preoccuparci moltissimo).

Io credo che il jabber (la chiacchiera, il rumore, la mormorazione, il commento troll sui blog: facce sorridenti della stessa (inquietantissima) idra) siano un problema serio, a più livelli: fra gli altri, un problema di segnale e rumore, e un problema sociologico. Ma è un problema che vorrei (appunto) vedere affrontato da eserciti di antropologi e psicologi, (editori, filosofi, teologi, direttori televisivi, (biologi e matematici)): a guardare qualunque edicola di qualunque paese in qualunque momento dell’anno, basta contare le riviste di gossip per accorgersi della vastità della chiacchiera nel mondo. O gli ascolti di Uomini e Donne. Miliardi di ore uomo spese a parlare di nulla (a recriminare, incazzarsi, litigare, insultarsi, sul niente). Il sopracciglio depilato di Signorini ha più potere (più potenza di fuoco e gittata comunicativa) del Parlamento.  Mi chiedo se ci sia qualcuno che abbia capito tutto questo (Spoiler:sì).

Cioè, Berlusconi a parte, questi sono problemi nell’ambito dell’umano troppo umano, non della tecnologia (che è un fattore umano, sempre e comunque). Non sono sicuro che risolveremo il problema (se mai è un problema, e se mai si può risolvere) guardando alla moltiplicazione della chiacchiera, e non al perchè lo facciamo.

(Questo post non propone soluzioni al problema in questione).

[1] (con buona pace di Calasso: era una protesi la scrittura, lo era il libro a stampa, lo è infine internet.)

[2] Creatore di Black Mirror, miniserie inglese. Distopia contemporanea, bellissimo, molto forte.

Abolire il Codice Urbani

Francesca, alla fine di un lungo e dettagliato articolo sullo stato della cultura in Italia su Tropico del Libro, chiede delle proposte.

Io ho in mente una cosa piccola ma concreta: l’eliminazione/completa revisione del Codice Urbani.
Con questa legge scellerata (quantomeno nelle conseguenze), ad esempio, non è possibile fare fotografie del patrimonio culturale italiano e metterle su Wikipedia con licenza libera. O meglio, non è possibile se prima non si richiede l’autorizzazione, per ogni monumento, al titolare dei diritti. Vi lascio immaginare quanti e quali monumenti/beni culturali ci siano in Italia, e quanti e quali siano i titolari.

Dal 2012 Wikimedia Italia organizza Wiki Loves Monuments, che quindi quest’anno svolgerà la sua seconda edizione. Come l’anno scorso, dobbiamo bussare alla porta di tutti i comuni, fondazioni, province, regioni, soprintendenze, curie d’Italia per chiedere l’autorizzazione di fotografare una facciata o una fontana. L’occasione per il Mibac stesso sarebbe enorme: aprire il patrimonio culturale alla cittadinanza, farlo fotografare e documentare su uno dei siti più visti al mondo (in tutte le lingue!), far riscoprire e valorizzare l’immenso, sconosciuto e inconoscibile “patrimonio minore”. Senza contare tutta l’innovazione che potrebbe nascere da questo: in Italia, contrariamente ad altri paesi, non abbiamo un catalogo dei beni culturali, e rilasciare le informazioni in open data potrebbe portare ad una serie di servizi fatti e curati dagli utenti in crowdsourcing (leggasi: lavoro gratis). Senza contare nemmeno l’enorme valore che tutto questo ha per il patrimonio che non c’è più (perchè rovinato, distrutto dal terremoto, demolito).

Finchè avremo il Codice Urbani, dovremo chiedere il permesso, a tutti, ogni anno. Se volete aiutarci, chiedete al vostro comune/ente di autorizzare le foto ai monumenti. E’ possibile utilizzare come fac-simile la delibera del Comune di Pavia e per il testo dell’email il nostro modello.

Open Access, by Peter Suber

Imagine a tribe of authors who write serious and useful work, and who follow a centuries-old custom of giving it away without charge. I don’t mean a group of rich authors who don’t need money. I mean a group of authors defined by their topics, genres, purposes, incentives, and institutional circumstances, not by their wealth. In fact, very few are wealthy. For now, it doesn’t matter who these authors are, how rare they are, what they write, or why they follow this peculiar custom. It’s enough to know that their employers pay them salaries, freeing them to give away their work, that they write for impact rather than money, and that they score career points when they make the kind of impact they hoped to make. Suppose that selling their work would actually harm their interests by shrinking their audience, reducing their impact, and distorting their professional goals by steering them toward popular topics and away from the specialized questions on which they are experts.

If authors like that exist, at least they should take advantage of the access revolution. The dream of global free access can be a reality for them, even if most other authors hope to earn royalties and feel obliged to sit out this particular revolution.

These lucky authors are scholars, and the works they customarily write and publish without payment are peer-reviewed articles in scholarly journals. Open access is the name of the revolutionary kind of access these authors, unencumbered by a motive of financial gain, are free to provide to their readers.

Open access (OA) literature is digital, online, free of charge, and free of most copyright and licensing restrictions.

Open Access, il libro di Peter Suber, è finalmente online, gratis. Fossi in voi lo leggerei.