La questione alimentare, o del mangiare animali

Questo post è molto lungo.
Ha senso leggerlo perchè riporta pensieri importanti che non ho pensato io, ma se volete un riassunto, questo post vorrebbe spiegare questo:
bisognerebbe smettere di mangiare carne di animali allevati in allevamenti intensivi, per un sacco di buoni motivi.
Ridurre, se non eliminare, il consumo di carne è possibile e importante. Non è necessario essere talebani.

Se volete, potete però continuare a leggere.

Io non sono vegetariano. Almeno, non ancora.

Diventare vegetariano è una strada lunga e impervia. E’ una conversione (letteralmente)(sul serio, letteralmente: conversione da un regime alimentare ad un altro, conversione da un sistema di pensiero ad un altro).
Mi piacerebbe, però.

E’ una scelta che ho preso (sto prendendo) per due motivi principali: mi sono innamorato di una ragazza vegetariana e ho letto un libro (che mi ha prestato lei).

Il libro si chiama Se niente importa (originale Eating animals) di Jonathan Safran Foer (quello di Ogni cosa è illuminata).
La ragazza si chiama Alessandra.
(io ho questa cosa che bisogna che legga dei libri per capire le cose, ma penso sia diverso per molte persone. Con me funziona così, credo, perchè a forza di sentire nella tua testa le parole di qualcun altro, dimentichi che siano di un altro e non tue. Appena inizi a confonderle, è fatta. La cosa è più complicata perchè ciò che credi è ciò che ti dici continuamente, per lungo tempo (giorni, mesi, anni). Funziona con chi mente a sè stesso abbastanza a lungo, con lo studio, con l’educazione fatta bene e con i libri. Il tempo è chiave (per questo i libri lunghi funzionano meglio)(questa cosa che delle parole in testa moltiplicate per unità di tempo definiscono una identità secondo me non l’hanno capita in moltissimi. O forse solo quelli sbagliati.))

Se niente importa lo trovate in tutte le librerie (Guanda, 2010), ve lo consiglio perchè tutto quello che dico è scritto meglio lì. Ve lo provo a spiegare a parole mie.

La cosa che mi è piaciuta del libro di Safran Foer è che inclusivo.
E’ scritto da un vegetariano, che però cambia (in parte) idea dopo le ricerche (che sono durate tre anni, nel caso)(SPOILER: Rimane vegetariano, ma si interessa di allevamento intensivo e macellazione. Una posizione apparentemente paradossale ma profondamente coerente (fra le altre cose, capisco ora anche Temple Grandin)).

L’atteggiamento che ti include nella discussione (soprattutto se mangi carne) è il motivo per cui lo consiglio a tutti.
Il libro non è privo di difetti (come tutti)(tranne Borges)(dai, scherzo), ma è davvero un ragionamento che tutti dovrebbero affrontare.
Perchè tutti mangiamo.
(sull’importanza di un atteggiamento inclusivo, coonsiglio anche questa TED talk sulla violenza (degli uomini) sulle donne, narrata da un uomo: la violenza sulle donne è un problema dei maschi in quanto vittime, non in quanto appartenenti ad un genere bastardo).

Un’altra cosa bella del libro è che spende qualche parola sulla possibile trasformazione.
(una festa del Ringraziamento senza tacchino è immaginabile, come sarebbe da noi un Natale senza tortellini (sul serio). Perchè l’importante sta da un’altra parte. Può costare qualche sacrificio, ma la cultura è fatta per evolvere).

Ma andiamo con ordine.

Il problema

Il problema lo chiamiamo, per semplicità, questione alimentare.
Il problema è che il problema (la questione alimentare) non si situa nel campo della razionalità: la carne è cultura, storia personale, storia comunitaria, identità (che è anche, ricordiamolo, parole per unità di tempo).
Lo dico in astratto e lo dico per me (da emiliano, da nipote e figlio di ottime cuoche (nonne meglio della mamma, come esigono gli déi), da italiano e occidentale normale).
A me, per esempio, piace la grigliata, prediligendo le costine e le salsicce senza aromi (soprattutto semi di finocchio) ben cotte; mi piacciono gli arrosticini (anche di pecora), adoro l’agnello di pasqua da mangiare con le mani, le lasagne, le tagliatelle al forno, i maloreddus con la salsiccia della nonna, il filetto all’aceto balsamico cotto nel lardo di colonnata (l’ho mangiato solo una volta ad un matrimonio)).
Credo nel valore culturale e storico della fiorentina, il ragù e le cotolette di mia nonna (quell’altra) che sfrigolano affogate in un mare di burro. Andare da Ermes per me è un evento, che riesco a concedermi solo poche volte l’anno. Amo poche cose come mangiare i tortellini crudi appena fatti da mia nonna Giovanna (quella delle cotolette).
(ricordo ancora l’ultimo giorno in Romania alcuni anni fa: la bunica che ci ospitava era tornata a casa, portando sacchetti pesantissimi, che andai prontamente a intercettare, ed i sacchetti erano veramente pesanti ed stranamente caldi. Erano quattro le famiglie ospitanti volontari italiani, e avevano ammazzato il maiale per noi.)
((ricordo anche la cena che i miei fecero per i medici, avevo dodici anni, ero stato due settimane in ospedale per non si sa bene cosa. Ricordo che mio padre fece una filastrocca per i medici divertentissima (la sirudéla), e io imparai a giocare a shangai con gli spiedini. Mia nonna Paola (quella dei maloreddus) aveva fatto ciò che fa meglio, cioè il pesce. (ha imparato in Sardegna (da lì i maloreddus), si è trasferita là quando era adolescente. La nonna crebbe lì, in Sardegna ha ancora tutti gli amici della sua gioventù, stanno tutti invecchiando, ma la chiamano ancora, passa l’estate ad andare a trovarli. Il polpo di patate con lo speck di mia nonna è una delle cose più buone del mondo.))

Ho quindi, come tutti, centinaia di ricordi che riguardano il cibo.
Il cibo è convivialità e necessità insieme, ne abbiamo bisogno quotidianamente e ci permette di riunirci attorno ad un tavolo e parlare. E’ quanto di più fondamentale e pervasivo io riesca a pensare (natura e cultura insieme; definizione di benessere, salute e qualità della vita; atto sociale e individuale; atto politico; atto economico; atto ecologico).
Noi italiani, in particolare, siamo ossessionati (quando parlo con i miei amici stranieri, dico sempre che un italiano lo distingui dagli altri perchè al ristorante parla sempre di come ha mangiato ad un altro ristorante).
Il cibo ci rende quello che siamo, in tutti i sensi possibili.

La normalità

(non trovo parole migliore per dirlo (non mi prendo il tempo per cercarle, ci saranno, da qualche parte), ma la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni (che è uno dei meccanismi profondi del mondo che sono veramente senza speranza). non credo che esista una parola per descrivere questo: il male che viene generato dall’ignara e inconsapevole volontà, per quanto buona possa essere.
non è stupidità (che comunque c’entra). non è spreco (che indica una ricchezza che viene perduta). non è ignoranza (che descrive solo il non sapere le cose). non è ignavia, non è ingenuità. è qualcosa che è sia stupido che ignaro che spreco che ingenuo.
non si può descrivere il carnaio di morti che questa cosa ha fatto, nei secoli: l’ignorare (colpevolmente o meno, consapevolmente o meno) la soluzione al problema e scegliere una via che mantiene o aggrava il problema. c’entra qualcosa l’omissione, sì, c’entra lo spreco di un’opportunità, un potenziale che non si realizza.
non so neanche se sia davvero questo: direi che è lo scegliere la via sbagliata per sbaglio, voler fare il bene ma non saperlo fare, non rendendosene conto.
il male del mondo non sono i perfidi (che sono pochi), e non sono neanche gli indifferenti (che sono legione): sono i cattivi loro malgrado, quelli che non sanno di esserlo. siamo tutti quanti, credo.).

La questione alimentare è uno dei più straordinari esempi al mondo di questa cosa qua sopra (oltre che un esempio da manuale di dissociazione mentale-dissonanza cognitiva)(per scala, frequenza e dimensioni, è paragonabile alla questione religiosa).

Noi riteniamo normale mangiare carne, perchè mangiare carne è la norma nel mondo.
(è dunque normale anche credere in una qualche divinità creatrice e ordinatrice, ritenere consciamente o meno che le donne siano inferiori, ritenere gli altri più stupidi o comunque meno giustificati di noi, sfociare l’aggressività in violenza verbale e/o fisica, guardare la televisione e divertirsi a sparlare del prossimo).
In sè, la norma non ci dice nulla su cioè che è giusto o sbagliato (non ricordiamo qui che alcune norme del passato oggi ci repellono, come la nobiltà, lo ius primae noctis, il pharmakos, la schiavitù).

Definizione di coscienza

(quache mese fa, leggevo i (pen)ultimo libro di Hosftadter, Anelli nell’io.
Hofstadter, per i quattro lettori del mio blog che non lo sanno, è uno scienziato cognitivo, e si occupa da una vita di definire cos’è l’intelligenza e la coscienza.
In un paio di pagine, Hofstadter affronta sorprendentemente il tema del (suo) vegetarianesimo.
La suo opinione è che ciò che chiamiamo coscienza e/o intelligenza non è discreta, ma uno spettro continuo. Non è che gli insetti non ce l’hanno e gli umani si: è che gli insetti ce l’hanno ad un livello molto, molto minore di quello degli umani. Questa gradualità della coscienza può dunque consentire di creare una gerarchia, dipendente dalle variabili (intelligenza logica, intelligenza motoria, intelligenza emozionale, ditene una) che vogliamo prendere in considerazione.
Una rete neurale che autoapprende in base ai feedback del suo ambiente ha dunque una coscienza non nulla, forse non totalmente differente dal sistema cognitivo di una zanzara. (Il delfino sta più in alto. Il maiale è pari al cane. Camillo Langone sotto (no, scherzo, Langone come sistema cognitivo è un umano come tutti gli altri, forse sopra la media. E’ il suo sistema etico-morale che è quello di una tenia)).
Dunque, l’attribuzione di una coscienza e delle sue implicazioni è qualcosa che attribuiamo noi come specie dominante, come Adamo nel giardino. (fra l’altro, siamo terribilmente ingiusti nel farlo.)
((la mia amica Beatrice va più a fondo di Hofstadter, premendo il concetto di coscienza sulla capacità di soffrire e provare angoscia. Nel caso specifico, è esattamente quello che ci interessa.)))

La barriera fra le specie

Quello che intendiamo come carne e quello che intendiamo come animale con dignità è un fatto anch’esso culturale. Questa ingiustizia (miopia, doppiopesismo, dissociazione mentale), si chiama barriera fra le specie.
Noi non mangiamo cani, ma altri popoli lo fanno. Mangiamo conigli e cavalli, ma in Inghilterra non lo farebbero mai.
Mangiamo le mucche, e in India le ritengono sacre. La religione più popolosa del mondo proibisce di mangiare il maiale.
Mangiare umani è illegale in gran parte del mondo. Ci dispiace, da bravi occidentali che firmano strenuamente petizioni online, se qualcuno mangia o caccia balene, orsi, squali e delfini, perchè la tv e i libri ce li hanno fatti piacere. Ci sono un sacco di animali che ci fa schifo mangiare (rettili, anfibi (ma non le rane), insetti), ma altri lo fanno. Non si contano le sagre delle lumache in Italia. A Hong Kong ho sentito la medusa (fa schifo). Alla RAI, è appena tornato Bigazzi (allontanato perchè aveva parlato dei gatti in salmì)(fateci caso: tutti quelli che conoscete che hanno un aspirapolvere robot gli hanno dato un nome, dando dignità ad un oggetto che ha meno coscienza di una mosca).

Le reazioni

Una delle cose interessanti della questione alimentare è il riflesso incondizionato di attacco/difesa.
Quando dici alla gente che sei vegetariano, la gente si mette sulla difensiva.
La cosa non accade a me, ma ad Alessandra che mi siede di fianco (io sono la spalla carnivora su cui l’interlocutore rimbalza per la consueta occhiata di rassegnazione e complicità (sono anche quello che di fronte ad un vegetariano diceva pochi anni fa “io non mangio cose che prima non abbiano avuto una mamma”)).
E’ incredibile lo spettro delle reazioni: dall’ironico all’aggressivo, nessun onnivoro rimane neutro (non lo rimanevo neanche io, da cui la frase idiota qui sopra).
C’è che si ingegna a trovare inconsistenze nell’atteggiamento del vegetariano “le tue scarpe di pelle allora?” (corretto, ma vigliacco: al vegetariano si chiede immediatamente di avere una coerenza totale, cosa che non si fa con altre persone) e chi invoca plateali stronzate mascherate da ragionamenti finissimi (“credi che le piante non provino dolore? che ne sai tu?”) (è più frequente di quello che pensate) (i pranzi a casa della nonna dell’Ale sono impervi) (Emilia, sei una strana regione).
L’onnivoro di fronte alla (parziale) coerenza di chi non mangia carne si sente inconsciamente all’angolo, e attacca. E’ una cosa quasi divertente (update: è capitato essere bersaglio dell’attacco: non è divertente per niente).

Natura

Le obiezioni maggiori al vegetarianesimo riguardano tutte il fatto che sia naturale.
E dire che mangiare carne è naturale è vero e allo stesso tempo pienamente irrilevante.
La storia dell’uomo non è altro che emanciparsi dalla natura, e tutto ciò che definiamo “umano” è perfettamente non naturale (la misericordia, il perdono, la compassione). Sono atteggiamenti che esistono anche in natura (direi meno), ma sono soprattutto atteggiamente di cui la natura si frega la maggior parte del tempo.
Poi credo (ma è un problema che esula questo post, per fortuna) che dovremmo un minimo accordarci sulla nostra definizione di naturale.
La mia definizione preferita rimane quella di Herzog sulla giungla di Fitzcarraldo:

Nature here is vile and base. I wouldn’t see anything erotical here. I would see fornication and asphyxiation and choking and fighting for survival and… growing and… just rotting away. Of course, there’s a lot of misery. But it is the same misery that is all around us. The trees here are in misery, and the birds are in misery. I don’t think they – they sing. They just screech in pain.

(a latere: parafrasando Wiener (et al.), l’idea di scavarsi con le unghie un’insenatura di ordine e umanità nella infinita e casuale natura indifferente mi pare l’unico possible e decente e sostenibile destino dell’uomo)

La violenza

Non credo abbia molto senso stare qui a mettere cifre e storie sulla violenza delle persone contro gli animali (violenza gratuita degli operai e violenza sistemica dell’intera industria), ma vi assicuro che, anche se non ve ne frega niente, leggendo il libro tutti cambiereste idea.
Che non vuol dire diventar vegetariani, ma capire le dimensioni del problema (molto, molto peggio di quello che pensiamo).
La situazione degli animali è semplicemente un inferno (inferno medievale, scuoiamenti a vivo, occhi cavati e pali roventi), ma anche gli umani non scherzano.
La situazione sociale e psicologica di mattatoi e allevamenti è un caso da manuale di alienazione sul lavoro.
In un ambiente del genere lavorano principalmente uomini e donne di bassa estrazione sociale (tendenzialmente immigrati e clandestini, almeno nell’America di Safran Foer), e la situazione di violenza e assurdità è talmente sistematica che da generare ogni paradosso.
Ogni frustrazione viene sfogata verso l’essere più debole che ti sta di fianco, che finisce dunque per essere l’animale da macello. Si parla di percentuali altissime di animali “lavorati” senza prima essere stati addormentati (con una scarica elettrica). Vi lascio immaginare cosa significa la lavorazione di un maiale, e cosa voglia dire vivere quei pochi minuti da sveglio (le bestie ci mettono un po’ a morire).
Siamo tutti d’accordo che una mucca scuoiata viva soffra, no?

I motivi

Li ho messi qui in fondo, forse aveva senso metterli più su, ma mi piaceva inquadrare il problema. I motivi sono tanti, quasi troppi. Potete sceglierne tre a caso e già varrebbe la pena.  Li divido in sezioni.

Ecologia

Ridurre/eliminare il consumo di carne è, banalmente, una delle migliori cose che puoi fare per il pianeta.
Fondamentalmente, non è sostenibile, sotto nessun punto di vista.
L’industria della carne (e aggiungerei, dei prodotti ovo-latto-caseari) contribuisce da sola per un quinto al riscaldamento globale (sul serio, un quinto), ed è la maggior fonte di gas serra là fuori (gli animali producono vari gas serra, alcuni centinaia di volte più “efficenti” dell’anidride carbonica).

Vorrei che rileggeste la frase qui sopra, perchè dice che il riscaldamento globale è causato, prevalentemente, dalle costine di maiale. L’industria della carne da sola rappresenta quasi il doppio dell’intero sistema dei trasporti, in termini di impatto (questa ve la lascio qui, fatene quello che volete).

Allevare proteine animali è poi altamente inefficente (tu coltivi campi per produrre cereali da far mangiare agli animali, invece di coltivare prodotti per l’uomo)(thermodynamics is a bitch).

L’allevamento intensivo contribuisce all’ammazzare la biodiversità, senza contare il problema della merda (la merda di migliaia di maiali nutriti con antibiotici è un rifiuto tossico e ammazza l’ambiente circostante (anche le persone (letteralmente (nel libro c’è una storia incredibile a riguardo)))).

Salute

Mangiare carne eccessivamente (tipo, in Emilia o in America) comporta problemi di salute (i vegetariani stanno mediamente meglio). Senza contare che la carne che mangiamo è letteralmente merda (all’11%, perlomeno, per i polli). Senza contare che la carne piena di antibiotici e ormoni spanna completamente il nostro sistema immunitario, aumenta la nostra resistenza agli antibiotici, fa venire le mestruazioni alle bambine di 9 anni, e la prossima pandemia verrà sicuramente dagli allevamenti intensivi, che non sono altro che dischi di Petri per epidemie a scala planetaria.

Etico

L’allevamento intensivo è semplicemente una tortura per gli animali (maiali in primis, poi galline, polli e tacchini, poi bovini).
Vi lascio leggere il libro per le succose storie a riguardo, a me passa la voglia.

Conclusioni

Alimentarsi è un fatto politico.
Come dice Pollan, è votare tre volte al giorno.
Il mondo (noi, io) ha barattato l’esistenza (perchè no? la felicità) di miliardi di animali per le fettine di tacchino a due euro.
E’ un idiozia, pura e semplice, ed è un’idiozia a più livelli.

Possiamo fare qualcosa, e la prima cosa da fare è ridurre il nostro consumo di carne (sul serio).

Il resto è si può fare con calma gradualmente, ma comunque importante.
Se mangi carne, è importante mangiare carne che prima sia stata un animale allevato in maniera non intensiva. E’ importante anche interessarsi e capire come sia stato ucciso, quell’animale.
E poi, per qualcuno (per chi riesce, per chi riesce a vivere una vita piena e felice anche senza mangiare carne) forse è ora di eliminare del tutto (l’utopia, ahimè, è vegana, ma ci si arriva un po’ alla volta).

(non è un discorso di smettere per sempre e non tornare più indietro (le eccezioni sono la norma, nella vita), ma credo che nel 2013, in Italia, possiamo permetterci di occuparci del problema).

38 pensieri su “La questione alimentare, o del mangiare animali

  1. Se non fosse che c’è gente che cerca di dimostrare la sensibilità delle piante dagli anni ’60 (https://en.wikipedia.org/wiki/Cleve_Backster ) e quindi è solo questione di tempo prima che le riconosciamo come esseri senzienti e che cominceremo a scrivere articoli (non memi) sui trattamenti indegni che subiscono per arrivare sulle nostre tavole, e sull’impatto che hanno sul pianeta (ops, quello già adesso, vedi colza e soci https://en.wikipedia.org/wiki/Food_vs_fuel). (Lo dico perché sono stata vegetariana anche io per tipo metà della mia vita, ho smesso tendenzialmente per scomodità anche se preferirei riprendere).

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    1. Per adesso, continuo a credere che non avendo un sistema nervoso le piante siano diverse e non provino dolore come un vitello o un maiale. Poi mangiare qualcosa dobbiamo, e il discorso Food vs Fuel è un discorso importante, ma ben sai che esula da questo. Poi io credo che uscendo gradualmente dalla propria comfort zone riusciamo ca cambiare il nostro senso di comodità, ma già sai anche questo.

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  2. Io sono stato vegetariano, in un periodo della mia vita dove le scelte assolute erano quelle che mi tornavano più congeniali, e dove un mondo dipinto in bianco e nero era quello che vedevo e desideravo. Lo sono stato praticamente solo per una scelta politica, vicina (anche se forse più deliberatamente alter-mondialista) di quella motivazione che tu battezzi “etica”. Poi, a un certo punto, dopo qualche anno di regime stretto, gradualmente, ho smesso. Perché la virtù sta nel mezzo, mi piace il salame, e il mondo tende al grigio con sfumature incredibili e bellissime. Un paio di anni fa, appena è uscito, ho comprato il libro di Foer. Abbiamo la stessa età, e figli di età simili, per cui mi sono sentito interpellato nuovamente sulla questione un po’ come lui: per capire che cosa davo da mangiare a mia figlia, e che cosa volevo insegnarle rispetto alla vita e la morte degli animali. Non ho ancora trovato una soluzione ottima, quello che è certo è che a casa nostra il pollo del supermercato non si mangia più, e la carne non si consuma certo tutti i giorni. Non sono certo che basti, ma è un passo in una direzione non dissimile dal cammino che hai intrapreso.

    (un saluto ad Alessandra (e occhio a non esagerare (con le parentesi) che sembri confuso (e non lo sei)))

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    1. (questa cosa delle parentesi pare essere un problema per molti, ma tendenzialmente mi diverte molto, mi fa sembrare di avere uno stile personale e soprattutto troppi anni di wiki (l’ho già detto altrove) mi hanno distrutto il senso della linearità. per cui)

      La scelta bianco e nera per adesso (nel mio rinnovato mondo di grigi) non mi interessa: credo che esista un equilibrio instabile fra ciò che ritieni giusto e ciò che ti fa stare bene, considerando inoltre che sono due fattori dipendenti (almeno in una direzione). mi piace abbastanza l’idea di gradualità, e di concedermi piccole eccezioni ogni tanto (credo che psicologicamente sia più efficace dell’ortodossia). Quando avrò un figlio, ci penserò un po’ di più :-)

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      1. Lo stile a parentesi è bello. Mi piace!
        Detto questo:

        “Vi lascio immaginare cosa significa la lavorazione di un maiale”

        Non ho bisogno di immaginarlo, purtroppo. Me lo hai ricordato tu e tempo fa me lo ha ricordato un romanzo. Quando posso, evito la carne di maiale, non sempre ci riesco ma spero a breve di trovare la forza per non tornare più indietro, almeno con quella (per ora sono anche riuscito a trovare un modo per nascondere la scelta agli altri: è troppo grassa!).
        Per il resto il post è ispirativo, e mi sono reso conto di essere arrivato alla zona grigia da un po’, visto che consumo carne molto poco, una o due volte a settimana (3 quando mi sento veramente carnivoro!).
        Ora penso che ci presterò più attenzione.

        Grazie mille, carissimo!

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  3. Ehi, bello! interessante! parentetico!
    Considerando che stai parlando ad una totale ignorante in materia e ad una che un pochetto di carne se la vorrebbe/dovrebbe pappare comunque, potresti essere più esplicito sulla parte ” mangiare carne che prima sia stata un animale allevato in maniera non intensiva. E’ importante anche interessarsi e capire come sia stato ucciso, quell’animale.”. Ovvero: come? quando? con chi? DAI, RACCONTA, SPIEGA.

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    1. Ciao Tinni. Il primo consiglio, spassionato perchè non ci guadagno niente e opportuno perchè credo sia davvero la cosa migliore, è leggere il libro. Secondariamente, essendo in Italia hai più possibilità che in America. Sicuramente puoi andare dal tuo macellaio e chiedergli info su allevatori e macelli, oppure cercare un Gas (gruppo acquisto solidale) nella tua città e loro avranno qualche contatto con allevatori locali. Il punto principale è che la fettina da 2 euro di tacchino è sicuramente allevamento intensivo, e la carne allevata bene costa di più (è anche più buona). poi è ovvio che magari c’è solo un mattatoio in regione e se uno alleva con tutti i crismi e fa ammazzare da gente che lo fa industrialmente c’è un passaggio in più che andrebbe controllato.

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  4. Ciao Andrea, grazie per la riflessione, che sará anche lunga ma non ci facciamo certo spaventare, visto l’argomento poi…
    Quando ho letto Safran Foer e Pollan mi sono posto interrogativi simili (Pollan chiarisce bene il problema non solo della carne, ma del mais, della Corn Valley e dell’agricoltura intensiva, argomenti che ignoravo del tutto), anche perché chi corre, come me, è alla ricerca continua dell’assimilazione dei famigerati aminoacidi ramificati (pollo, grana, manzo…). Tra gli sportivi è una questione molto dibattuta ma il problema rimane politico e antropologico, hai ragione.
    Visto che sei lanciato, ti consiglio se non l’hai già letto “Buono da mangiare” di Marvin Harris, dove l’antropologo introduce il concetto dello “stomaco sociale”. Ancora oggi, per gli appassionati dell’argomento (il materialismo culturale di Harris è fuori moda, ma non si può dire che non avesse centrato il problema) è uno dei saggi più illuminanti degli ultimi trent’anni.
    Buon appetito ;)

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  5. Mi complimento e ti ringrazio per questo post. Lo salvo per le future diatribe :)

    Io e mia moglie abbiamo iniziato il viaggio per diventare vegani da circa 2 anni.
    Da carnivori convinti (ma senza scontri con vegetariani e vegani :) abbiamo iniziato a riflettere sulle implicazioni del consumo di carne e derivati a livello di impatto ambientale.
    Anche nel nostro caso un libro, The China Study, ha innescato la reazione a catena e abbiamo iniziato a riflettere su alcuni aspetti della normalità o dell’abitudine.
    Quante volte mi son sentito dire “ma le mucche fanno sempre il latte!” o “ma cosa puoi mangiare se non mangi carne?”.
    Basta fermarsi 1 minuto e riflettere su quello che pensiamo di sapere per capire quante ca**ate sono diventate “vere” a furia di sentirle ripetere.

    Al momento siamo latto-vegetariani al 99%. L’1% sono gli sgarri che, purtroppo, capita di fare se si mangia fuori casa.
    (cari ristoratori essere vegetariani non vuole dire mangiare zucchine bollite e insalata: consultate almeno qualche ricettario online)

    Le reazioni degli onnivori sono quelle che mi lasciano sempre sgomento ma forse non è un problema di “mangiacadaveri” vs “ciucciacarote” ma proprio della società: si deve sempre trovare il difetto, l’incoerenza o il punto debole del prossimo così da poter giustificare se stessi.
    (senza contare che chiunque diventa istantaneamente un nutrizionista quando scopre un vegetariano)

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  6. “aumenta la resistenza dei virus agli antibiotici” mi ha fatto avere una visione di Piero Angela che declama “E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno” :-) . Spero che tu volessi scrivere batteri e non virus. Per il resto, il discorso fila abbastanza, anche se riempirei il post di {{citazione necessaria}} (a qualcosa che vada oltre il libro di riferimento).
    Nota di costume: porgi il destro a chi volesse sminuire il tuo ragionamento inserendo la frase “E’ una scelta che ho preso (sto prendendo) per due motivi principali: mi sono innamorato di una ragazza vegetariana e ho letto un libro (che mi ha prestato lei).”. In primis perché possono dirti che il motivo è uno e non sono due (la ragazza, da cui il libro che magari non avresti neanche considerato), e poi perché “ah, lo fai per lei” ;-)
    In bocca al lupo (ahem) con il percorso che hai intrapreso.

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    1. ho corretto, ho corretto! avevo scritto male. Sui {{citazione necessaria}}: non ho messo molti link ad alcune fonti che in parte avevo cercato. le fonti del libro sono piuttosto convenzionali e istituzionali (FAO, ecc.), e l’autore racconta abbastanza bene cosa e come ha cercato, assumendo un paio di fact checker. Poi ovviamente uno dovrebbe andare più a fondo. Al momento, mi sono fidato.

      Sull’unica ragione, il libro lo conoscevo anche da prima e volevo leggerlo, ma poi ho desistito: la mia ragazza mi ha semplicemente dato una ragione in più per leggerlo (comunque, in fondo, concordo :-)

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  7. gran bell’articolo Andre, l’ho letto anche se in questo momento dovrei preparare la valigia per Zaragoza quindi il mio commento non sarà molto lungo… comunque mi piacciono le tue parentesi! a presto, dani c.

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  8. arrivo per ultima, e sarò pure prolissa!

    questo è un grande post, non c’è bisogno di dirlo, che fra l’altro dimostra come forse (forse) l’etica abbia molto a che fare con le parentesi (non sto facendo dell’ironia, penso proprio a questo continuo articolarsi, e fare dei distinguo, e aggiungere, perché l’etica è un lavoro mai finito)

    la mia regola è mangiare carne non più di 2 volte a settimana, di solito cavallo (ora mi dirai che i cavalli vengono macellati nel peggior modo possibile, preferirei di no, mangio cavallo perché c’è molto ferro e perché ovunque leggo che le lenticchie (che adoro e che mangio a tonnellate) contengono ferro che però viene assimilato meno dall’organismo)
    compro anche una certa quantità di cibo biologico, le uova ad esempio perché mi fanno venire subito in mente delle galline che razzolano e scagazzano su un prato anziché dentro delle gabbie, spero di averla capita giusta che biologico = condizioni di allevamento migliori, spero di sì. La carne bio però è rarissima da trovare, quindi di fatto per tentare quella strada devi essere un fighetto con molto tempo a disposizione per andare nei mercatini a chilometri boh ecc. ecc., cosa eticamente forse consigliabile ma che poi a me fa venire questo dubbio: noi occidentali andiamo ai mercatini a chilometro boh e spendiamo una fortuna per una fettina di animale che ha vissuto felice e un sacco di gente al mondo crepa di fame e di diarrea e gli verrebbe l’acquolina in bocca a vedere un macdonald. E ovviamente non so rispondermi alla domanda cosa sarebbe meglio fare

    ma la questione è ancora più complicata secondo me e il problema lo puoi visualizzare provando a ricordare quell’orrendo disco volante di spinaci che infilarono nel mio panino quando abbiamo mangiato a Milano di corsa alcuni mesi fa. Era l’orrore fatto panino, fatto cibo, e non so come non potesse richiamare l’idea di qualcosa di sconveniente non solo esteticamente o perché il gusto faceva schifo. Non so dire perché, io non credo che lo spinacio soffra a finire nel mio panino, ma non credo che fargli fare quella fine sia un atto esente da violenza. Organismo A sottrae molecole a organismo B, questo significa mangiare, ed è il motivo per cui proprio noi italiani siamo così ridicoli quando a pranzo non facciamo altro che parlare di cibo come se fosse la Suprema Cultura, quando parlando alla Spock si tratta di abbattere un organismo a favore di un altro e questo grado di violenza è ineliminabile

    quello che manca nel tuo ragionamento forse è solo questo: che a volte, nelle scelte vegetariane (che poi io il sarcasmo contro chi a tavola mangia diverso l’ho visto in azione molte volte (anche contro di me) e lo condanno perché è un gesto di violenza non da poco) e nelle scelte vegane, e nelle scelte di fare la dieta disintossicante non si sa da che cosa, sta anche il tentativo disperato (senza possibilità di riuscita) di ridurre l’ineliminabile grado di violenza fatto allo spinacio alla gallina alla molecola che se ne stava lì tranquilla fino al mio arrivo. In un certo senso solo da cadaveri rendiamo tutto quello che abbiamo sottratto, e per fortuna che è così e a un certo punto diventiamo anche noi molecole da batteri nell’infinito tutto
    quindi è come dici tu: non c’è bisogno di essere talebani, si può pensare a quanto si fa, si possono articolare i ragionamenti in molte parentesi, ma alla fine sbattiamo contro un muro etico che non possiamo sorpassare o eludere e questo fa probabilmente parte dell’essere umani

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    1. io sono un fautore del “qualcosa”, perchè fare qualcosa si può. non si può fare tutto, il grado di violenza zero come dici tu è ineliminabile, ed è forse meglio essere un macellaio pacioccone felice e gentile con il prossimo che essere un vegano risentito, non è questo il punto. il punto è che fare qualcosa, in questa direzione, sicuramente si può, e per chi come noi non ha scusanti secondo me si deve. si deve nella misura in cui tu stai andando in una certa direzione e hai dati per capire che più o meno è la direzione giusta. poi, sulla violenza dei vegani stronzi, posso capire: ma io gli applico un po’ il “trattamento Nemo”, che è uguale anche al trattamento Stallman, cioè che anche se non mi piace ciò che dice, probabilmente ha ragione lui. è un po’ guardare alla proposta e non al proponente, e in queste cose credo si possa fare più a cuor leggero che, per dire, in politica. poi c’è il fatto che la violenza su un peperone è negli occhi di chi guarda (tu), mentre contro una mucca è anche negli occhi di chi riceve (lei), e questa è una differenza importante. sul discorso del cibo biologico, la regola direbbe di non fidarti mai delle etichette. anche “allevate a terra” in sè non vuol dire niente (almeno in America). dovrebbe esserci un bel mercatino del biologico tutti i sabati mattina lì dalla fortezza, dove c’è la cineteca, ma ti consiglio di trovare uno dei vari GAS di Bologna.

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  9. Per un vegetariano da sempre, come me, è difficile “comprendere” davvero il senso di questo post perché per me mangiare carne è come cannibalismo (non faccio differenza tra uomini e animali). E cosa dire del fatto che esistono vite (animali) che vengono al mondo come predestinate in maniera seriale al solo nostro sostentamento? La trovo una cosa che già solo pensarla è insostenibile perché è come dire che esistono vite che hanno come unico obiettivo la morte (allora meglio per gli animali che casualmente sono vittime di un cacciatore). Insomma: per me non esistono “argomenti” esposti da altri che possano “convincermi” dato che la sento come una cosa istintiva: che non vuol dire “personale”, soggettiva. Credo che solo il “non pensare” aiuti i non vegetariani a mangiare tranquillamente carne animale. Io sono molto talebano e sogno un percorso di rieducazione genere Arancia meccanica: con il carnivoro costretto a vedere documentari sui macellatoi mentre deve mangiare carne. Finalmente finirebbe il meccanismo del non vedere e si produrrebbe un più che naturale, immediato disgusto. Lo stesso disgusto che si produrrebbe se ci si fermasse a pensare, anche senza essere costretti a vedere i documentari sui macellatoi. Se poi questa idea talebana sembra sadismo puro allora è perché si sa già dall’inizio che un simile corso di rieducazione sarebbe relamente disgustoso, cioè produrebbe senza eccezioni il suo effetto. Il fatto che sappiamo in anticipo che sarebbe un supplizio dimostra che non esiste una vera indifferenza: è solo abitudine. In realtà sappiamo benissimo: quindi in definitiva, siamo già predisposti a essere vegetariani.

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      1. Il quale non si è limitato a guardare video ma un paio di volte in campagna ha dato una mano a macellare il maiale “live” aggiungendo alla propria esperienza un tocco realistico che ai video di Pierfranco manca: la puzza che è davvero notevole. Tuttavia i giorni seguenti quelle stesse costine se le è mangiate di gusto ugualmente. Bad therapy, sorry.

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      2. La cosa assurda è che a me, tuttora, piace l’idea di partecipare ad un atto culturale come la macellazione del maiale (tradizione contadina morente ecc.). Allo stesso tempo, non usando gli occhi della “cultura” o della pancia, ma un minimo di empatia e anche razionalità, non posso che vedere come in quest’atto ci sia una violenza che ritengo, al meno, evitabile. Questo è quello che intendevo con “dissociazione mentale” là sopra.

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  10. Naturalmente da carnivoro convinto non condivido praticamente nulla. Mi limito ad osservare che è proprio perché mangiamo carne che vivono ed esistono milioni se non miliardi di animali domestici. Il libro si pone il problema, ad esempio, del fatto che se smettessimo di mangiarne il pollo passerebbe improvvisamente da uccello più diffuso del pianeta ad animale semiestinto? Forse i singoli polli soffrono in allevamento, vero, ma per la “specie pollo” l’esistenza del McChicken è un affarone: l’ha trasformata in specie vincente. Certo lo stesso si può dire dei gatti, che hanno ottenuto lo stesso risultato facendo il massimo sacrificio di dormire sul divano, ma non tutti sono astuti come i gatti….

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      1. ma che discorsi sono? anche lei è modificato geneticamente! tutte le specie lo sono, tanto più quelle selezionate artificialmente dall’uomo nel corso dei millenni. oggi sappiamo fare più rapidamente il lavoro che la natura compie nel lungo periodo. invece di leggere certi libracci new age perchè sivuole trombare una tipa, si rilegga darwin.

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      2. Caro peppe, non ho bisogno di leggermi un “libraccio new age per trombarmi una tipa”. E anche io so (all’incirca) come funziona l’evoluzione. Il punto è che ci sono modifiche buone e modifiche cattive, e i livelli sono vari. Il punto è che se io creo degli allevamenti di esseri senza più sistema immunitario (oltre che un problema etico di sofferenza dell’animale), io sto creando dei dischi di petri per la coltura della prossima pandemia. E di quello abbiamo parlato. Se il post lo leggi tutto lo capisci.

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    1. Questa fa il paio con “se non li mangiassimo, sarebbero troppo numerosi”. Essere allevati al solo scopo di venire macellati non è una grande vittoria non credi?
      Sarebbe come dire che il cotone era un affare per uno schiavo che altrimenti sarebbe stato disoccupato!

      Il gran numero di animali destinati alla nutrizione è opera dell’uomo non della natura che mantiene sempre le cose in equilibrio e al limite seleziona una razza.

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      1. L’uomo fa parte della natura, non casca dal pero, ed è uno dei tanti fattori attraverso cui questa opera. Il fatto che facciate questa distinzione è uno dei tanti segnali che rivela come una posizione apparentemente pro-natura sia in realtà profondamente antropocentrica.

        Comunque sia, resta il fatto che adottare globalmente il vegetarianesimo significherebbe la scomparsa dellla maggior parte degli animali di grande/media taglia attualmente presenti sul pianeta che sono appunto quelli allevati. Scomparsa definitiva, non dei singoli capi che poi vengono sostituiti come accade ora anche perché mica si rifarebbero le foreste, ma tanti bei campi di soia per farci il tofu e alimentare altri uomini. Curioso dedsiderio per chi ama animali e natura.

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      2. Cotton, quello che dici non è razionale. Qui si contesta l’allevamento massivo (e crudele) di bestie più o meno senzienti per mangiarle. Il lato etico (al momento) per me non è il lato fondamentale, ma riconosco che ci sia e per alcuni (tipo Pierfranco) sia molto importante. La situazione reale al momento è l’unica cosa che conta, e parlare di “vegetarianesimo totale” non ha senso: al momento, dunque, è un problema, come ho cercato di spiegare. Dimentichi inoltre che moltissimi campi *già adesso* sono utilizzati per sfamare miliardi di animali, per cui intanto si potrebbe iniziare da quelli. E, infine, è perfettamente ragionevole per un amante degli animali preferire un pianeta come milioni esemplari in meno di maiali/vacche/pecore, piuttosto che un pianeta in cui ce ne sono miliardi ma vivono nelle condizioni in cui vivono adesso.

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  11. Sarà che conosco solo gente strana, ma non riesco nemmeno a ricordare un caso in cui il vegetarianesimo di qualcuno abbia fatto scalpore. Non è ancora considerato una cosa normale (di quelle cui solo i leghisti si oppongono per il gusto di), al pari delle diete per celiaci o musulmani nelle scuole?

    Per quanto mi riguarda l’argomento piú convincente è quello ambientalista. In Italia poi abbiamo poche scuse, la varietà ed economicità di vegetali in generale e legumi in particolare (ma anche di formaggi) rende davvero facile fare a meno della carne senza rinunciare affatto al gusto. Se sono a casa da solo, mi dimentico facilmente di mangiarla per settimane di fila. Mi sconvolge un po’, invece, che in paesi come la Finlandia persino i fagioli borlotti o cannellini in scatola (un elemento di prima necessità, oserei dire) siano quasi introvabili al supermercato e non costino meno di 4 €/kg (spesso 6, talvolta 3), per non parlare poi dei formaggi comprese le piú volgari varietà di mozzarella, grana e pecorino romano. L’inesistenza delle salsicce come le intendiamo noi è, viceversa, un incidente sostanzialmente irrilevante nell’economia dei pasti.

    (Le parentesi sarebbero meno fastidiose se usassi un’interpunzione coerente.)

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    1. Da quanto abbiamo fatto *outing* ne ho lette e sentite personalmente di tutti i colori. Purtroppo non sembra considerato “normale”.

      Ho letto post (vabbè su face) di educatrici di nido e materna che alla domanda “avete avuto bambini vegani” hanno risposto “per fortuna no!”
      Perché questa scelta susciti una tale varietà di reazioni non me lo spiego…

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      1. In che regione?
        Le educatrici magari sono solo sfaticate. :) Anche gestire le allergie di mia sorella ha provocato parecchi grattacapi!

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