ItWikiCon, un racconto possibile

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Questo è un personalissimo resoconto dei tre giorni che ho passato alla ItWikiCon, il raduno dei volontari che contribuiscono ai progetti Wikimedia in lingua italiana, che si è tenuto a Trento dal 17 al 19 novembre 2017.

Tanti wikipediani tutti insieme non li avevo mai visti. Wikipediani, ma non solo. Perché non di sola Wikipedia è fatto il mondo della conoscenza libera e wiki, ma anche di vari progetti, di comunità più piccole di volontari accomunati dal metodo collaborativo e dalla possibilità di libero riuso dei contenuti che producono. Userò quindi l’aggettivo wikipediano non nel senso restrittivo di contributor dell’enciclopedia libera, ma più in generale di attivista per la conoscenza libera sui progetti Wikimedia.

A sottolineare quanto sia forte il legame fra le biblioteche e i progetti Wikimedia, nel loro comune obiettivo di lavorare per la diffusione della conoscenza, e nel loro essere progetti interconnessi (basti pensare ai libri e…

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Cristina Campo

L’articolo che oggi esce per il Tascabile parla di una scrittrice non molto conosciuta, Cristina Campo, la cui opera, in varie forme, occupa un paio di scaffali della mia libreria. L’ho scoperta nei miei primi vent’anni, e leggevo tutto ciò che di suo mi capitava sotto tiro. Mi era molto vicina per tematiche e visione, non mi pareva ci fosse nessuno scrittore come lei (e, infatti, non c’era).

Cristina, oltre a scrivere come scrive, era anche bellissima e si può dire che io mi fossi letteralmente innamorato di lei (come scrittrice, come persona), cosa che non mi capita mai ed è anche piuttosto patetica. Ricordo mesi in cui una sua foto sgranata era il mio sfondo del pc (non avrebbe sicuramente approvato).

Poi io sono cresciuto, la cotta mi è passata, ma soprattutto quel sostrato culturale che me la rendeva magica e inarrivabile mi è piano piano morto dentro. Invecchiando riesco a guardarmi indietro e vedere dei “me” che non sono più io, che erano diversissimi da chi sono adesso, o almeno credo.
Per cui scrivere su Cristina Campo, oltre dieci anni dopo, è per me un passo d’addio, un saluto dovuto, perché in quel particolarissimo momento della mia vita che faccio ancora fatica a decifrare, lei era una presenza.

All’inizio, volevo scrivere nell’articolo il perché leggere ancora Cristina Campo, e non l’ho scritto perché di motivi davvero non ce ne sono più.
Se non che, nonostante non creda a più una singola parola di quello che dice, si è presa un sacco di tempo fa una parte del mio cuore, e ce l’ha ancora.

Come ho imparato che cos’è il parelio

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Qualche tempo fa la biblioteca pubblicò un post sulla propria pagina Facebook per segnalare la digitalizzazione di un’opera molto rara, che descrive un “prodigio” avvenuto nel 1536: la comparsa di tre soli nel cielo.
Indubbio è il fascino dei libri antichi; ma questo documento, proprio per il tema trattato, mi aveva particolarmente incuriosita, e così sono andata a leggere il racconto di questo straordinario evento, premonitore, secondo l’autore del testo, delle più spaventose sciagure:

questi accidentali soli che circondano il nostro sol natural evidentissAnonimo - El gran prodigio di tre soli, Zanelli, Roma, 1536imamente dimostrano la eversione de cita e lochi, il revolgimento de stati e Signorie, le grandi e sanguinose battaglie, la noiosa e grave destruzione de reami, gli ivvisitati e perigliosi terremoti, la plurazion di pestilenzia crudele: lo importabile carico de la Carestia de tutte le cose: le subitanee e improvise morte e finalmente le regedi e aspri castigamenti, le molte angoscie e tribulazione che generalmente patirà…

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Open data e open source per una biblioteca digitale aperta

Un paio di mesi fa, ho scritto quest’articolo per Biblioteche Oggi, sull’esperienza che stiamo facendo con OpenMLOL e le biblioteche digitali aperte.

MLOL Blog

Il tema del convegno delle Stelline di quest’anno era “La biblioteca aperta”, e ci è sembrato particolarmente indicato per raccontare a tutti la nostra versione di biblioteca aperta. O meglio: come stiamo costruendo la sezione di Risorse Open nei progetti MLOL, una biblioteca digitale che sia aperta, libera, partecipativa.
Al momento MLOL (nelle sue varie istanze: i portali bibliotecari e anche i portali MLOL Scuola) possiede infatti due principali collezioni:

  • una collezione composta di risorse commerciali (es. Edicola e ebook trade)
  • una collezione di Risorse Open, gratuite e con licenze aperte Creative Commons. Questa collezione è anche accessibile in un portale autonomo, chiamato openMLOL.

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Il web come arma di reazione di massa

Una domanda a cui probabilmente non risponderemo mai è: la tecnologia è neutra?

A volte ci piace pensare che lo sia: che gli strumenti siano solo strumenti, che siano invece la mano e gli occhi dietro a guidarli.
Il punto è che le tecnologie servono ad uno scopo: il loro design è orientato a un obiettivo, e se è fatto bene la loro stessa forma, dimensione, ergonomia ci suggeriranno inconsciamente dove mettere la mano, come muovere e dove guardare.
Una maniglia invita ad essere stretta, un coltello a tagliare e infilzare, un sito fatto bene a essere osservato e cliccato nei punti giusti.

Lo “strumento” web è stato fatto da una persona particolare in un contesto particolare, per risolvere un particolare problema: la comunicazione scientifica, lo scambio fra colleghi scienziati. Il web incorpora il meglio di una cultura aperta, di quei valori che il sociologo Robert Merton chiamava “il comunitarismo della scienza”, cioè il suo voler essere aperta, condivisa, collaborativa. Non è un caso se nel web, di default, è “tutto aperto”, se le persone possono aggiungere link e creare pagine, solo seguendo un semplice linguaggio.

E non è un caso se il web (nel suo insieme di protocolli, formati e standard) dia il meglio di sè in alcuni progetti di “collaborazione” massiva e radicale: Wikipedia, fra tutti. Ma il web non è solo questo, e ce ne ci rendiamo conto ogni giorno di più.
Il web è un moltiplicatore, e moltiplica tutto ciò che ci mettiamo dentro.

In questo senso, il web è diventato qualcosa per cui non era stato inizialmente pensato. Certamente Tim Berners-Lee non aveva pensato a giganti come Facebook, che sono di fatto l’unico “internet” che milioni di persone frequentano, e che gestisce e controlla quello che diciamo, con chi parliamo, cosa vediamo e come ci informiamo. Gestisce, soprattutto, cosa sentiamo, quali emozioni proviamo. Le persone (tutte quante) tendono a reagire institivamente, a non pensare, a cliccare like o a scrivere un commento al vetriolo.

Facebook decide coi propri algoritmi quali emozioni suscitarci, e soprattutto vuole averne la prova, per imparare meglio. I nuovi pulsanti, manco a dirlo, gli insegnano qual’è l’emozione che un certo post o video o immagine ci suscita. Facebook ha accellerato questo processo, riducendo ai decimi di secondo la distanza fra la nostra retina che vede un’immagine e un titolo e il nostro mouse che clicca Like.

Se il web doveva essere un’arma di istruzione di massa (un sogno nerd di biblioteca digitale infinita, luogo di accesso all’ informazione, di libertà, ragionamento, condivisione) la situazione attuale è, nei casi peggiori, un’arma di reazione di massa, usata al meglio da chi vuole e può profittare da persone che reagiscono immediatamente. C’è chi con le fake news fa i soldi, chi invece infiamma i cuori per vincere le elezioni. La propaganda è sempre esistita, ci mancherebbe: ma il peggio deve ancora arrivare, e in mano a queste persone il web è davvero pericoloso.

L’unica soluzione che vedo (mi ripeto nuovamente), è forse un’educazione alla complessità, che però può essere meglio descritta come un’alfabetizzazione al ragionamento, alla discussione, all’ammettere di essersi sbagliati, al capire le posizioni altrui. Ancora: al mettere in equilibrio ragione ed emozioni, cercando di pensare con la corteccia e non con l’amigdala. Perché il punto è che se il web è diventato una forza emotiva, non potremmo certo combatterla a colpi di dati o di fact checking. Si combatte imparando a ragionare insieme, cioè a capire le posizioni dell’altro, quello che vuole dire, l’identità che vuole difendere. Perché a volte (non sempre) le persone sono più impaurite che veramente cattive. O diventano cattive perché impaurite. A volte sono stronze davvero, a volte semplicemente non ci siamo parlati abbastanza.

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