Ibrahim va in vacanza

Due anni e mezzo fa raccontavo del mio incontro con Ibrahim, e da allora non ho più detto nulla. Credo di non averlo fatto perché aspettavo un lieto fine, qualcosa che valesse la pena raccontare, una sorta di viaggio dell’eroe. Era una posizione ingenua: quasi mai, nella vita, c’è una fine, e men che meno lieta. In un certo senso, le belle storie di migranti (o le belle storie in generale) sono sempre false, perché una parola fine non si dice mai.

Quello che voglio dire l’ha detto bene una volta un tipo che ha fatto un documentario sui rifiuti e l’inquinamento, e in particolare sui sacchetti di plastica. Non ricordo neanche titolo, ma ricordo che il tipo seguiva la vita di un sacchetto da quando lo utilizziamo per fare la spesa a quando viene buttato via. E il vero viaggio iniziava proprio in quel momento: e il tipo continuava a dire che il problema è proprio questo, è il “via”, perchè il “via” non esiste. Noi diciamo “buttare via” con la stessa intenzione con cui vogliamo “mandare via” i profughi: nella nostra testa esiste un luogo misterioso in cui spariscono per sempre i sacchetti di plastica, e pure i migranti. Credo sia stato lo stesso principio della politica di Minniti, e dell’intero Parlamento dall’altro ieri: la Libia è “via”, è lì e non qui, è un problema che non ci riguarda, che non esiste. Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli lontano, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Il nostro problema infatti è che adesso i profughi li vediamo: non li abbiamo visti per un sacco di tempo, perché a noi interessa avere lo smartphone e il laptop, con le loro percentuali di litio e cobalto, ma non ci interessano le miniere in Congo. Ci interessa avere la benzina nella macchina, ma non ci interessa le guerre nel delta del Niger. Questo adesso, in passato era pure peggio: in passato facevano traversare l’Atlantico a ragazzi e ragazze incatenate a centinaia nelle stive di una nave, per settimane. Quanti ne arrivavano vivi non era molto importante, evidentemente erano i più forti: gli schiavisti avevano un’intuizione innata per la selezione naturale. A pensare che ogni nero d’America ha bisnonni schiavi vengono le vertigini, il vomito.

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Ibrahim ha lavorato, nel frattempo. I miei genitori, la comunità di cui fanno parte l’hanno aiutato molto: gli hanno pagato una stanza all’ostello per settimane, finché non gli hanno trovato un lavoretto, che alla fine è durato mesi perchè Ibrahim lavora come un mulo, e infatti lo vogliono tutti: come puoi rifiutare uno che lavora dalle 7 alle 7, anche il sabato, e pagarlo come uno stagista?

Le persone da cui avevamo trovato un posto all’inizio non si sono comportate bene, e per fortuna — grazie all’aiuto della Caritas diocesana, che se l’è preso poi completamente in carico, hanno fatto tutto loro — Ibrahim ha trovato prima una sistemazione per l’estate in parrocchia, poi una appartamento per qualche mese, infine un paio di altri lavori. Sono passati due anni è mezzo, e lui ha imparato meglio l’italiano (non abbastanza), e Ibrahim continua a stare a Modena, ha una stanza che si paga da solo, lavora nel comparto delle carni a Castelvetro (ci vorrebbe uno scrittore mille volte quello che sono io per raccontare queste storie, e l’incrocio fatale e necessario fra i poveri di ogni specie, e di come l’intera industria della carne, dei prosciutti DOP di Modena e Parma, l’industria dei quarti di bue tagliati con la sega circolare e del sangue che scorre a fiumi, delle mucche e dei maiali che urlano e si dibattono, l’industria della merda e del sangue e del Made in Italy eccellenza d’Italia sia tutta, tutta in mano a manovalanza straniera. Parlerei della Arendt, della banalità del male e deresponsabilizzazione sistemica, ma non ne sono capace. Ricordo solo i capitoli strazianti di Se niente importa di Safran Foer, che raccontava i destini indissolubilmente intrecciati delle povere bestie ammazzate a milioni e dei poveri aguzzini che le ammazzavano, e vi rimando a quelli).

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Per la prima volta da anni, Ibrahim proverà a tornare a casa, per salutare sua madre, che non vede da non so quanti anni. In realtà non potrebbe: lui si tiene stretto il suo status di rifugiato umanitario, perché è il pezzo di carta migliore, che gli dà più diritti. Se sei rifugiato umanitario non puoi tornare nel tuo paese, e lui non ci andrà, andrà in quello a fianco e incontrerà sua madre, perché Ibrahim ha vent’anni, è partito che ne aveva quindici e non vede sua madre da allora, da quando ha attraversato il deserto, da quando è stato in Libia (dove l’hanno picchiato, messo in prigione, dove ha lavorato per giorni poi sentirsi dire con una pistola puntata contro che non l’avrebbero pagato e che doveva ringraziare che non lo amazzavano lì sul posto). Il punto vero è: che differenza c’è se scappi dalla guerra o dalla fame, dalla carestia, da un futuro senza certezze, da un governo troppo corrotto, da una terra che ogni anno diventa più calda e inospitale? Gli addetti ai lavori lo sanno, e ho sentito più di un esperto dire che lo status di rifugiato non ha senso, perché un migrante economico ha lo stesso diritto di viaggiare e tentare di trovare una vita migliore, come hanno fatto milioni di italiani per secoli. E ancora: perché un italiano a Londra è un “cervello in fuga”, o (delizioso eufemismo) expat e lui un migrante, o (termine peggiorativo) un immigrato? Perché la gente può tornare a Natale al paesello da Berlino, Barcellona, New York e lui non può vedere la sua famiglia dopo anni di chiamate su Skype? Le stesse forze tecno-economiche che ci fanno godere del mondo globalizzato, permettendo a noi di viaggiare ovunque a prezzi sempre più ridotti permettono anche alle persone di migrare. Non si può avere l’uno senza l’altro. In inglese si dice: a rising tide lifts all boats.

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Ibrahim non ha scelto di nascere dove è nato. Ci è nato e basta, come io a Sassuolo. È una cosa stupida e senza senso, e una che per quanto stupida i razzisti di tutto il mondo non capiscono mai. Lui ha avuto coraggio e fame, ed è riuscito a conquistarsi l’opportunità di avere un lavoro, di pagare le tasse, pagarsi una stanza, farsi la spesa da solo, comprarsi quello che gli pare. Ricordo la prima volta che siamo andati alla Coop insieme: aveva comprato un sacchetto di cipolle e un chilo di riso, ci avrebbe mangiato una settimana — all’epoca mangiava un piatto di riso a cena e basta, anche quando lavorava tutto il giorno. Non so voi, ma io non ho mai visto nessuno comprarsi da mangiare per una settimana con meno di quattro euro. I soldi sono numeri, e a volte non mentono. Quello, più di altri momenti, mi ha segnalato la nostra distanza, siderale, il moltiplicatore economico (20x? 50x?) fra me e lui, lo stesso che c’è fra me e un milionario. Quanti soldi spendo per mangiare, a settimana? Quanti per altre cose? All’epoca, lui non aveva nulla, e i venti euro che gli diedi gli bastarono per due settimane, per tutto.

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La nostra società ipercomplessa e ipergentrificata offre sconti sempre a chi ha di più, non chi ha di meno: è sempre più facile avere di più se hai già molto, ma guai a cadere fuori dalle maglie del sistema — per un licenziamento, una malattia, un lutto, un divorzio, un errore — la complessità della nostra società è tale che risalire la china non è facile per nessuno, tantomeno chi sembra diverso, al primo sguardo.

Io aspetto con terrore il momento in cui Ibrahim mi telefonerà con un problema grosso, ma per adesso non arriva, e ogni giorno normale è giorno di grazia. Dovrebbe partire a metà agosto, gli ho detto di fare il bravo che è un brutto periodo, che ha un viaggio importante e ha qualcosa da perdere.

E quando gli dico queste cose, sento fortissimo il razzista che è dentro di me: perché non chiederei a nessuno di sopportare le cose che a lui chiedo di sopportare, perché a tutti attribuisco naturalmente, d’istinto, il diritto a più cose, mentre le poche cose che lui ha non sono mai diritti, ma favori che in un qualche modo si deve guadagnare. Il razzismo (o il sessismo, o l’omofobia) credo stia semplicemente tutto qui: tu non sei uguale a me, non sei lo stesso concetto di persona. Per cui Ibrahim, testa più bassa, lavora di più, stai più zitto degli altri, che qui non ti si dà niente gratis.

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Di fatto, in un certo senso, inconsciamente, crediamo in due sistemi diversi, quello dentro e quello fuori. Se sei italiano, bianco, non povero, sei dentro: se sei ricco, puoi pure non permetterti di essere italiano. Gli altri sono fuori, ed essere fuori da questo concetto di polis vuol dire non avere diritti, ma solo mercato: cose che ti puoi guadagnare col sudore della fronte. Noi applichiamo questi sistemi automaticamente, con uno sguardo. La nostra famiglia è automaticamente dentro un concetto di comunità, non di mercato; le famiglie degli altri dipende; dentro i nostri amici, fuori quelli degli altri.

Questo problema — una sorta di incoerenza nel nostro sistema di empatia, generosità e comprensione — è vecchio come il mondo: è qualcosa di insito nella nostra biologia, una logica tribale che inquinerà il cuore dell’uomo ancora per molto. È una cosa che si può risolvere parzialmente: studiando, viaggiando, conoscendo persone, innamorandosi di qualcuno che magari non viene proprio dal nostro stesso paesello. Sono soluzioni imperfette, ma le uniche che abbiamo.

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Ibrahim parte a metà agosto, io spero che non succeda nulla, che riesca a partire e anche a tornare, perché lui vuole stare qui, perché vuole lavorare qui — se sapeste quanto lavorano i vostri “negri”, cari sovranisti del cazzo, se poteste lavorare voi un paio di giorni quanto loro, stareste ben più zitti — perché qui ha un futuro, un contratto, una stanza.

Tornerà da sua madre per un mese, e sinceramente non ci penso a tutte le cose che avrà nel cuore. So che mi vuole offrire una pizza prima di partire: anche perché io il suo riso con le cipolle sinceramente non ho ancora il coraggio di assaggiarlo.

 

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