I libri che ho letto negli ultimi 10 anni (2008–2017)

Dieci anni sono tanti.

Nel gennaio 2008 avevo appena compiuto 23 anni, mi ero laureato in matematica da sei mesi, e avevo appena deciso di cambiare completamente campo di studi, entrando nel mondo delle biblioteche digitali. Stavo per partire per un master fra Oslo, Tallinn e Parma, e avrei iniziato a lavorare, qualche anno dopo. In questi dieci anni sono andato a vivere da solo, e ho traslocato non so quante volte: ho chiuso una relazione, ne ho iniziata un’altra, ho comprato casa. Ho perso la fede, sono diventato vegetariano (le due cose non sono correlate)(forse). Fra le altre cose, ho letto un sacco di libri, e li ho segnati tutti su aNobii.

So che suono un po’ come un disco rotto (perlomeno, per quei pochi che hanno letto qualche mio post), ma la mia vita personale e professionale ruota attorno ai libri, e non riesco a pensare a me stesso senza automaticamente pensare ai libri che ho letto. Ne faccio un discorso di identità, semplicemente. Come diceva Marino Sinibaldi, i libri sono “una forma di appropriazione della realtà”, una letterale e letteraria costruzione di un sè, attraverso le parole altrui.

Facendola breve, quindi, a me diverte molto l’idea di tracciare questo mio discreto (in senso matematico) costruirmi. Mi diverte e ho una pazienza e competenza superiore alla media dei lettori nel pulire dataset corposi e fare grafici con grosse palle colorate con RAW. Dieci anni fa mi iscrivevo ad Anobii, e da allora ho sempre segnato tutti i libri che ho preso in mano.

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Funziona così: i grafici seguenti sono degli ultimi dieci anni, trattano cioè i libri che ho letto dal gennaio 2008 al dicembre 2017. Per questi libri, ho la data di fine lettura (se li ho finiti) o un qualche dato cronologico.

Ho deciso di mettere sia i libri finiti e anche quelli non: quelli che ho abbandonato io, quelli che ho perso in treno, quelli da consultazione, quelli che “si, ti finirò un giorno”, quelli che vorrei-ma-non-toccherò-più. La divisione binaria finito/nonfinito semplifica le cose, esattamente come fiction/nonfiction (quest’ultima presupporrebbe un lungo discorso a parte, che vi risparmio): fiction è narrativa e romanzi, nonfiction tutto il resto. Poesia non ce n’è.

Quando parlo di libri letti, dunque, intendo tutti quelli che ho preso in mano e in un qualche modo letto; quando specifico finiti intendo davvero finiti. Non c’è distinzione con i libri riletti, perchè sono pochissimi, non rileggo mai: ricordo giusto il Monte Analogo, Fato antico Fato moderno, Belinda e il mostro, Flatlandia (e pezzi sparsi di Borges e Cristina Campo, per cui non li segno).

I dati sono abbastanza puliti, ma non escludo che ci siano errori qua e là (Anobii è cambiato non so quante volte nel frattempo, per cui i file di esportazione erano tutti confusi), e in dieci anni non sono sempre stato perfetto nel segnare tutto. Per cui ho fatto come ho potuto, certamente ho dovuto correggere e arrotondare qui e là.

Eccoli tutti.

1. Blu finiti, gialli non. La dimensione delle palle è data dal numero di pagine.

2. Rossi quelli finiti, blu quelli iniziati (questo secondo numero è incompleto).

Ho letto 467 libri: ne ho finiti 332, e nonfiniti 135, cioè un 28%. La media dei finiti è 33,2 libri l’anno, cioè quasi tre libri al mese (ma ovviamente la distribuzione di lettura è molto diversa, come si può intuire anche dal grafico 3.1).

3.1 I rossi sono fiction, i blu nonfiction.

3.2. Verdi carta, viola ebook. Ingrandimento. L’asse verticale sono le pagine del libro, l’asse orizzontale la data di fine lettura. Non è facile trovare dei pattern visivamente, perchè mi pare che nel 3.1 la divisione fiction/nonfiction sia un po’ la stessa: il dato sui dieci anni è 61% nonfiction, 29% è fiction. Forse andrebbe guardato anno per anno.

Ebook

Il grafico 3.2 invece riguarda il supporto: ebook VS carta. Stravince, come mi aspettavo, la carta: 87%. D’altronde compro solo libri usati, e uso gli ebook tendenzialmente per l’inglese e la saggistica.

4. Blu ebook,rosso carta.

Dei 64 libri letti in ebook (vedi grafico 4 a lato, colore blu), quattro su cinque quindi sono infatti nonfiction.

Di questi quattro quinti, metà sono in italiano metà sono in inglese. Non leggo inglese su carta, a parte qualche rara eccezione.

La distribuzione temporale del grafico 3.2 conferma un comportamento di cui già mi ero accorto: se leggo in ebook, continuo a leggere in ebook. Se smetto, posso abbandonarlo per mesi (fra l’altro, ci sono buchi lunghi anche perchè ho rotto un paio di ereader). Ma il mio comportamento con l’ebook lo conosco abbastanza: grandi scorpacciate durante l’estate, mesi di inutilizzo, poi si ricomincia. Il 2012 è stato un anno di grande innamoramento, per esempio, il 2013 molto meno.

Date di edizione

Fra i pochi numeri che possiedo, ci sono le date di edizione dei libri. Badate bene che questo dato tende a essere non preciso: cioè è il dato presente sul libro, sull’edizione precisa che ho in mano. Se si sta leggendo una ristampa recente (o, peggio, un ebook) di un libro dell’Ottocento, la data pubblicata sarà quella recente, e non quella di “concezione” dell’opera. Purtroppo questo è un problema sempiterno della biblioteconomia, e non è facile ottenere le date “originali”.

Contando tutto questo, mi pare abbastanza evidente che ci sia una certa attenzione a libri e autori del passato: in un anno di lettura (le colonne) sono presenti libri pubblicati in decenni diversi, con una prevalenza legata ai libri pubblicati dopo il 2000 o il 2010 (le prime due righe).

5. I rossi sono fiction, i blu nonfiction.

Questo aspetto si può si capire ancora meglio guardando gli autori. Li ho riconciliati con Wikidata: il grafico 5 è la gantt degli autori, con date di nascita ed eventuale morte (o niente se non ho i dati). Si nota una distribuzione identica di autori morti e viventi (52% e 48%, per la precisione), ma servirebbero dati più completi, e gli autori non sono tutti presenti in Wikidata. Leggendo libri usati ci sta che il mio orizzonte sia più spostato verso il passato (quello che in editoria si può chiamare il catalogo) piuttosto che verso le novità.

6. Le donne in blu, in rosso gli uomini. I puntini sono gli autori ancora viventi, quella è la data di nascita. Le righe vuote sono quelli di cui non ho trovato i dati. Qui c’è lo stesso grafico ingrandito.

7. Asse x sono le date in cui li ho finiti, asse y è l’anno di edizione del libro.

Esplorando meglio questo aspetto (catalogo/novità), proprio a guardare l’ultimo decennio (cioè i libri usciti dopo il 2008) vedo che non mi capita spesso di leggere un libro nello stesso anno in cui è uscito: succede 3–4 volte l’anno, poco più di 1 su 10, quindi. Razionalmente, la risposta che mi viene è che tendo ad aspettare che un libro esca dallo scaffale delle novità per finire nelle bancarelle e librerie dell’usato, e al giorno oggi bastano un paio di anni, forse pure meno. Non è tanto che non legga novità, quindi, quanto che le legga dopo.

Editori

Gli editori più presenti sono, in ordine: Adelphi, Einaudi, Mondadori, Codice, Franco Maria Ricci.

8. Editori.

I primi 7 editori equivalgono, in numero di libri, agli altri 140: una definizione quasi perfetta di legge di potenza. Di fatto, Adelphi la fa da padrone con 112 libri, seguita in serie più omogenea da Einaudi (37), Mondadori (33), Codice (14), Franco Maria Ricci (13).

Adelphi non mi stupisce troppo (anche se è tre volte più grande del secondo editore), e neanche Einaudi e Mondadori, dato che sono editori enormi e con un catalogo infinito. Codice è una casa editrice che amo molto, a livello di saggistica. Franco Maria Ricci fa ridere, nel senso che sono tutti Biblioteca di Babele, la collana diretta da Borges, che è straordinaria e praticamente l’unica collezione bibliofila che faccio.

9. Gli editori sono in tutto 147.

Non so però come leggere il dato in termini di numero totale e soprattutto di distribuzione. È nella norma leggere così tanto pochi editori? Da una parte c’è una straordinaria preponderanza di pochissimi editori (appunto, Adelphi su tutti, che è di fatto un quarto dei libri che ho letto). Dall’altro, 139 editori più piccoli sono davvero tanti. Il punto vero (e ricorrente in questa esplorazione) è che un’analisi del genere andrebbe confrontata con quelle di altri lettori, per conoscere le abitudini di lettori simili e non. Non avere una lettore medio come benchmark non aiuta a capire se questo tipo di lettura così caratterizzato è “normale” o meno.

Adelphi

Adelphi merita un breve approfondimento. Sono 112 libri, per un totale di 26091 pagine. È nettamente la casa editrice che conosco meglio, e che mi piace esplorare di più, di cui conosco gli autori, i temi e i riferimenti interni. Adelphi è il mio feticcio, e li compro appena posso (ne ho almeno il doppio di quelli che ho letto). Non dubito un giorno di poter fare delle bibliostatistiche solo sul loro catalogo (fondamentalmente mi mancano i dati).

10. Collane Adelphi. Barchart.

Di Adelphi ho tracciato anche le collane. Le più presenti nella mia libreria (di libri letti) sono Biblioteca e la Piccola Biblioteca, rispettivamente con 39 e 36 libri. Più sotto, Fabula (cioè romanzi veri e propri), Gli Adelphi (la collana economica, fatta quasi esclusivamente di ristampe), sino ad andare a cose più specifiche come i Saggi, la Narrativa Contemporanea (collana delle degli anni ‘60, poi evolutasi in Fabula) fino ad arrivare alle bellissime Adelphiana e La collana dei casi, fra le mie preferite in assoluto.

11. Collane Adelphi. Treechart.

Vedo adesso che non c’è neanche una Biblioteca Scientifica, ed è vero: i libri che possiedo li ho letti tutti pre-2008, quando ancora studiavo matematica. L’unico libro letto post-2008 che nasce in quella collana (ma che io ho letto edizione economica Gli Adelphi, e così figura nel grafico sopra) è Godel, Escher, Bach di Hofstadter, che è sicuramente uno dei libri che più mi ha cambiato la vita. Comunque sì, devo assolutamente recuperare.

Autori

Ho letto 363 autori, su 467 libri complessivi. A “spacchettare” gli autori multipli (antologie, raccolte) si arriva a 569.

L’autore che ho letto di più in questi ultimi dieci anni è Roberto Calasso, con sette libri. A seguire i sei di David Foster Wallace poi, a quota cinque, Guido Ceronetti (con le sue traduzioni bibliche), Oliver Sacks, Roberto Bolaño e George R. R. Martin.

12. Autori. Mi sono fermato a 2 libri per autore per mantenerlo leggibile, ma il grafico continua, con una coda lunga molto lunga.

In termini di numero di pagine vince sua maestà George R. R. Martin, naturalmente, con le sempiteterne Cronache del ghiaccio e del fuoco, lette tutte insieme nel 2012: la cosa che più adoravo in quella primavera-estate, era andare per pranzo dal Gelatauro a Bologna. Il “pranzo” consisteva in un focaccina siciliana strapiena di gelato (i gusti, rigorosamente, erano cioccolato all’arancia, cannolo siciliano, e alternativamente pistacchio o Regno delle due Sicilie (crema di pistacchio e mandorla insieme)), e leggere per quaranta meravigliosi minuti gocciolando sul Kindle. Ogni tanto penso che l’Andrea che fu bambino sarebbe stato molto orgoglioso dell’adulto nerd che sarebbe diventato.

Riguardo i primi posti, qualche considerazione.

  • Vedere Calasso al primo posto mi fa strano: amo molte delle sue opere minori, ma non sono mai arrivato alla fine de L’impuro folle, o della Folie Baudelaire. Però lui pubblica spesso, i suoi libri ce li ho praticamente tutti, per cui ci sta pure.
  • David Foster Wallace è, forse in maniera un po’ stereotipata, uno dei miei autori preferiti: ogni anno, da un po’, leggo qualcosa di o su di lui (ho praticamente finito tutti i suoi saggi e reportage, che sono poi le sole cose che mi interessano, più la biografia di D.T. Max, e il libro di Lipsky). Gli voglio proprio bene, e mi manca molto. L’ho iniziato a leggere davvero solo dopo la morte di Aaron Swartz (di cui era, ça va sans dire, l’autore preferito) e io ho deciso di non vergognarmi del clichè e mettermi in coda.
  • Sacks: piano piano, senza fretta, si legge tutto, chè è uno di quegli autori per la vita, che possono essere letti e riletti, da qui agli ottant’anni.
  • Bolaño uguale (non si parla mai di Bolaño, Bolaño si legge, Bolaño si piange).
  • Ceronetti va letto con più calma ancora, chè da vecchio voglio diventare anche io un misantropo incazzato che inveisce contro la modernità e traduce Qohelet per divertimento.

Mi fa stranissimo anche non vedere qui, nell’empireo ciel della classifica, autori come Borges o Cristina Campo: ma dieci anni fa avevo già letto tutto, e fanno parte di una fase precedente della mia vita. Sono più vecchio di quello che credevo prima di iniziare questo dannato post.

Donne

Dato dolentissimo: 21 donne su 363 autori totali, poco più del 5%. Si arriva ad un perfetto 10% se includo anche le donne all’interno degli autori multipli, ma la sproporzione è evidente. L’unica scusante è che 4 di queste autrici sono anche fra quelle che ho più letto (Simone Weil, Hannah Arendt, Cristina Campo, Licia Troisi), ma il resto è una pletora di uomini, e tutti europei o quasi.

Sono io che inconsciamente prediligo uomini a donne? La produzione libraria è sproporzionatamente maschile? I temi che mi interessano sono dominio incontrastato di maschi? Quasi sicuramente, un insieme di tutto questo. Peccato, anche qui, non avere un benchmark sull’industria editoriale (anche solo anno per anno), giusto per vedere di cosa stiamo parlando. So che è un dato basso, ma non so quanto, se sopra o sotto la media. L’offerta culturale è certamente parte del problema. Fra l’altro, sono dati che AIE potrebbe ottenere credo senza grande sforzo, anche solo facendo una stima.

Nazionalità

Anche sul discorso della nazionalità sono monotematico: stravince l’occidente con Italia e Stati Uniti. Poco più sotto un po’ d’Europa, e il resto è rumore statistico.

13. A questo subset mancano 110 autori, che non sono riuscito a riconciliare.

Non ho dati per l’orientamento sessuale, nè per il colore della pelle, ma anche qui so quasi nominarvi, uno per uno, gli autori di cui conosco entrambi. Gli autori di colore, a quando sappia, sono uno paio: Ta-nehisi Coates, Malcom Gladwell.

Pagine

Con i numeri di pagine si può fare un’analisi un po’ più statistica e quantitativa: su 467 libri letti, la media di pagine è 271.38, mentre la mediana (cioè il valore che divide la distribuzione a metà) è 221. Deviazione standard 187.25. Di fatto quasi una classica curva a campana, ma molto più spostata verso destra: una piccola ma non insignificante porzione di mattoni sopra le 500, fino ad arrivare ai leviatani ancora più in là.

14. Vince Infinite Jest, secondo It, terzo A storm of swords.

Per fare una comparazione, possiamo vedere una distribuzione presa dai dati delle biblioteche: per esempio tutti i libri prestati in un mese dalle biblioteche romane. La distribuzione mi sembra simile:

15. Libri, per numero di pagine, dati in prestito dalle biblioteche romane a giugno 2017. Il picco di libri molto corti (20–30 pagine) sono libri per bambini.

Anche la distribuzione temporale ci dice che, di fatto, quasi ogni anno ci sono libri sopra le 600 pagine, e sicuramente sopra le 500. Era una cosa che mi aspettavo: ho sempre voglia di un librone, magari da leggere d’estate, con calma. Ma, come c’era d’aspettarsi, il grosso dei libri sta tra le 100 e 250 pagine, una dimensione molto più canonica. A occhio, gli anni sono piuttosto uguali tra loro, senza grosse differenze.

16. Distribuzione per data di fine lettura e numero di pagine.

Conclusioni

Questa è un’analisi fatta per hobby, senza valore scientifico, e forse è un’esplorazione più autoterapeutica che altro. I dati che ho sono incompleti, e ho dovuto compiere un sacco di scelte e approssimazioni. Avevo iniziato questo lavoro con la lista di tutti i libri che ho mai letto, ma i dati erano ancora più sporchi e incompleti, per cui ho ripiegato su una selezione più coerente. Prendere dati esterni (per esempio da Wikidata) è utile ma aggiunge complessità e la necessità di altre scelte, i dati non ci sono mai tutti.

In base a questo, la conclusione facile è questa: se prendessi un libro a caso della mia libreria, avrei una possibilità su due mi avere in mano un libro di un autore maschio, sicuramente bianco, o americano o italiano, nato fra il 1900 e il 1980. Di questo insieme, due su tre sono nonfiction.

Ha senso perdere tutto questo tempo per arrivare ad una conclusione così banale? Non lo so ancora, ma intanto l’ho fatta.

Rimango convinto che sarebbe molto bello che analisi del genere fossero fatte dagli editori, dai librai, dalle biblioteche: quando parliamo di statistiche di lettura, facciamo sempre riferimento all’ISTAT che ci dicono di una popolazione che legge sempre meno… senza per altro sapere cosa legge, quando, come, perchè.

Ogni lettore è una biblioteca, nel senso che ogni lettore è unico nel suo insieme di libri letti, nell’ordine in cui li legge. In questo senso, ogni lettore possiede letteralmente un suo DNA librario, una sua impronta digitale bibliostatistica che lo rende unico. Se avessimo queste impronte (magari divise nel tempo) sarebbe molto facile confrontarle l’une con le altre. E forse capire meglio qualcosa di come le persone leggono, delle ragioni per cui lo fanno, di cosa manca nella nostra offerta culturale.

Tracciare questi dati ci permette di capire alcune abitudini, ma anche di fotografare una realtà in dettaglio: questa fotografia, in futuro, potrà essere un riferimento sul successo o meno per le campagne di promozione della lettura, per esempio, o delle biblioteche scolastiche, o dell’impatto dello smartphone sul consumo culturale delle persone. Se non abbiamo dati dettagliati, non sappiamo dove siamo adesso, e non sapremo dove saremo in futuro.

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Come già detto, ho sempre usato Anobii per tenere traccia dei libri:

  • ho poi esportato la lista in CSV e mi sono messo a integrare i dati mancanti (fiction/nonfiction, ad es., l’ho messo a mano)
  • ho usato OpenRefine per pulire i dati, e per riconciliarli con Wikidata, ottenendo così da un semplice autore anche la sua data di nascita, morte, sesso, nazionalità. Cioè, per capirci: tramite il nome dell’autore si può cercare automaticamente su Wikidata, che suggerirà una o più risposte. Quando tutti i suggerimenti sono stati confermati, è possibile chiedere a Wikidata di importare nel nostro csv di partenza alcuni dati (come appunto date di nascita, sesso, nazionalità). Più Wikidata crescerà, meglio riusciremo a fare questi giochetti
  • ho usato Google Docs per fare i grafici più semplici, e RAW per quelli più complicati.
  • questi sono i dati delle biblioteche romane, usati per fare il benchmark del numero di pagine (grafico 15).

Chiunque voglia giocare con i miei stessi dati può guardare qui.

Ibrahim va in vacanza

Due anni e mezzo fa raccontavo del mio incontro con Ibrahim, e da allora non ho più detto nulla. Credo di non averlo fatto perché aspettavo un lieto fine, qualcosa che valesse la pena raccontare, una sorta di viaggio dell’eroe. Era una posizione ingenua: quasi mai, nella vita, c’è una fine, e men che meno lieta. In un certo senso, le belle storie di migranti (o le belle storie in generale) sono sempre false, perché una parola fine non si dice mai.

Quello che voglio dire l’ha detto bene una volta un tipo che ha fatto un documentario sui rifiuti e l’inquinamento, e in particolare sui sacchetti di plastica. Non ricordo neanche titolo, ma ricordo che il tipo seguiva la vita di un sacchetto da quando lo utilizziamo per fare la spesa a quando viene buttato via. E il vero viaggio iniziava proprio in quel momento: e il tipo continuava a dire che il problema è proprio questo, è il “via”, perchè il “via” non esiste. Noi diciamo “buttare via” con la stessa intenzione con cui vogliamo “mandare via” i profughi: nella nostra testa esiste un luogo misterioso in cui spariscono per sempre i sacchetti di plastica, e pure i migranti. Credo sia stato lo stesso principio della politica di Minniti, e dell’intero Parlamento dall’altro ieri: la Libia è “via”, è lì e non qui, è un problema che non ci riguarda, che non esiste. Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli lontano, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Il nostro problema infatti è che adesso i profughi li vediamo: non li abbiamo visti per un sacco di tempo, perché a noi interessa avere lo smartphone e il laptop, con le loro percentuali di litio e cobalto, ma non ci interessano le miniere in Congo. Ci interessa avere la benzina nella macchina, ma non ci interessa le guerre nel delta del Niger. Questo adesso, in passato era pure peggio: in passato facevano traversare l’Atlantico a ragazzi e ragazze incatenate a centinaia nelle stive di una nave, per settimane. Quanti ne arrivavano vivi non era molto importante, evidentemente erano i più forti: gli schiavisti avevano un’intuizione innata per la selezione naturale. A pensare che ogni nero d’America ha bisnonni schiavi vengono le vertigini, il vomito.

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Ibrahim ha lavorato, nel frattempo. I miei genitori, la comunità di cui fanno parte l’hanno aiutato molto: gli hanno pagato una stanza all’ostello per settimane, finché non gli hanno trovato un lavoretto, che alla fine è durato mesi perchè Ibrahim lavora come un mulo, e infatti lo vogliono tutti: come puoi rifiutare uno che lavora dalle 7 alle 7, anche il sabato, e pagarlo come uno stagista?

Le persone da cui avevamo trovato un posto all’inizio non si sono comportate bene, e per fortuna — grazie all’aiuto della Caritas diocesana, che se l’è preso poi completamente in carico, hanno fatto tutto loro — Ibrahim ha trovato prima una sistemazione per l’estate in parrocchia, poi una appartamento per qualche mese, infine un paio di altri lavori. Sono passati due anni è mezzo, e lui ha imparato meglio l’italiano (non abbastanza), e Ibrahim continua a stare a Modena, ha una stanza che si paga da solo, lavora nel comparto delle carni a Castelvetro (ci vorrebbe uno scrittore mille volte quello che sono io per raccontare queste storie, e l’incrocio fatale e necessario fra i poveri di ogni specie, e di come l’intera industria della carne, dei prosciutti DOP di Modena e Parma, l’industria dei quarti di bue tagliati con la sega circolare e del sangue che scorre a fiumi, delle mucche e dei maiali che urlano e si dibattono, l’industria della merda e del sangue e del Made in Italy eccellenza d’Italia sia tutta, tutta in mano a manovalanza straniera. Parlerei della Arendt, della banalità del male e deresponsabilizzazione sistemica, ma non ne sono capace. Ricordo solo i capitoli strazianti di Se niente importa di Safran Foer, che raccontava i destini indissolubilmente intrecciati delle povere bestie ammazzate a milioni e dei poveri aguzzini che le ammazzavano, e vi rimando a quelli).

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Per la prima volta da anni, Ibrahim proverà a tornare a casa, per salutare sua madre, che non vede da non so quanti anni. In realtà non potrebbe: lui si tiene stretto il suo status di rifugiato umanitario, perché è il pezzo di carta migliore, che gli dà più diritti. Se sei rifugiato umanitario non puoi tornare nel tuo paese, e lui non ci andrà, andrà in quello a fianco e incontrerà sua madre, perché Ibrahim ha vent’anni, è partito che ne aveva quindici e non vede sua madre da allora, da quando ha attraversato il deserto, da quando è stato in Libia (dove l’hanno picchiato, messo in prigione, dove ha lavorato per giorni poi sentirsi dire con una pistola puntata contro che non l’avrebbero pagato e che doveva ringraziare che non lo amazzavano lì sul posto). Il punto vero è: che differenza c’è se scappi dalla guerra o dalla fame, dalla carestia, da un futuro senza certezze, da un governo troppo corrotto, da una terra che ogni anno diventa più calda e inospitale? Gli addetti ai lavori lo sanno, e ho sentito più di un esperto dire che lo status di rifugiato non ha senso, perché un migrante economico ha lo stesso diritto di viaggiare e tentare di trovare una vita migliore, come hanno fatto milioni di italiani per secoli. E ancora: perché un italiano a Londra è un “cervello in fuga”, o (delizioso eufemismo) expat e lui un migrante, o (termine peggiorativo) un immigrato? Perché la gente può tornare a Natale al paesello da Berlino, Barcellona, New York e lui non può vedere la sua famiglia dopo anni di chiamate su Skype? Le stesse forze tecno-economiche che ci fanno godere del mondo globalizzato, permettendo a noi di viaggiare ovunque a prezzi sempre più ridotti permettono anche alle persone di migrare. Non si può avere l’uno senza l’altro. In inglese si dice: a rising tide lifts all boats.

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Ibrahim non ha scelto di nascere dove è nato. Ci è nato e basta, come io a Sassuolo. È una cosa stupida e senza senso, e una che per quanto stupida i razzisti di tutto il mondo non capiscono mai. Lui ha avuto coraggio e fame, ed è riuscito a conquistarsi l’opportunità di avere un lavoro, di pagare le tasse, pagarsi una stanza, farsi la spesa da solo, comprarsi quello che gli pare. Ricordo la prima volta che siamo andati alla Coop insieme: aveva comprato un sacchetto di cipolle e un chilo di riso, ci avrebbe mangiato una settimana — all’epoca mangiava un piatto di riso a cena e basta, anche quando lavorava tutto il giorno. Non so voi, ma io non ho mai visto nessuno comprarsi da mangiare per una settimana con meno di quattro euro. I soldi sono numeri, e a volte non mentono. Quello, più di altri momenti, mi ha segnalato la nostra distanza, siderale, il moltiplicatore economico (20x? 50x?) fra me e lui, lo stesso che c’è fra me e un milionario. Quanti soldi spendo per mangiare, a settimana? Quanti per altre cose? All’epoca, lui non aveva nulla, e i venti euro che gli diedi gli bastarono per due settimane, per tutto.

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La nostra società ipercomplessa e ipergentrificata offre sconti sempre a chi ha di più, non chi ha di meno: è sempre più facile avere di più se hai già molto, ma guai a cadere fuori dalle maglie del sistema — per un licenziamento, una malattia, un lutto, un divorzio, un errore — la complessità della nostra società è tale che risalire la china non è facile per nessuno, tantomeno chi sembra diverso, al primo sguardo.

Io aspetto con terrore il momento in cui Ibrahim mi telefonerà con un problema grosso, ma per adesso non arriva, e ogni giorno normale è giorno di grazia. Dovrebbe partire a metà agosto, gli ho detto di fare il bravo che è un brutto periodo, che ha un viaggio importante e ha qualcosa da perdere.

E quando gli dico queste cose, sento fortissimo il razzista che è dentro di me: perché non chiederei a nessuno di sopportare le cose che a lui chiedo di sopportare, perché a tutti attribuisco naturalmente, d’istinto, il diritto a più cose, mentre le poche cose che lui ha non sono mai diritti, ma favori che in un qualche modo si deve guadagnare. Il razzismo (o il sessismo, o l’omofobia) credo stia semplicemente tutto qui: tu non sei uguale a me, non sei lo stesso concetto di persona. Per cui Ibrahim, testa più bassa, lavora di più, stai più zitto degli altri, che qui non ti si dà niente gratis.

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Di fatto, in un certo senso, inconsciamente, crediamo in due sistemi diversi, quello dentro e quello fuori. Se sei italiano, bianco, non povero, sei dentro: se sei ricco, puoi pure non permetterti di essere italiano. Gli altri sono fuori, ed essere fuori da questo concetto di polis vuol dire non avere diritti, ma solo mercato: cose che ti puoi guadagnare col sudore della fronte. Noi applichiamo questi sistemi automaticamente, con uno sguardo. La nostra famiglia è automaticamente dentro un concetto di comunità, non di mercato; le famiglie degli altri dipende; dentro i nostri amici, fuori quelli degli altri.

Questo problema — una sorta di incoerenza nel nostro sistema di empatia, generosità e comprensione — è vecchio come il mondo: è qualcosa di insito nella nostra biologia, una logica tribale che inquinerà il cuore dell’uomo ancora per molto. È una cosa che si può risolvere parzialmente: studiando, viaggiando, conoscendo persone, innamorandosi di qualcuno che magari non viene proprio dal nostro stesso paesello. Sono soluzioni imperfette, ma le uniche che abbiamo.

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Ibrahim parte a metà agosto, io spero che non succeda nulla, che riesca a partire e anche a tornare, perché lui vuole stare qui, perché vuole lavorare qui — se sapeste quanto lavorano i vostri “negri”, cari sovranisti del cazzo, se poteste lavorare voi un paio di giorni quanto loro, stareste ben più zitti — perché qui ha un futuro, un contratto, una stanza.

Tornerà da sua madre per un mese, e sinceramente non ci penso a tutte le cose che avrà nel cuore. So che mi vuole offrire una pizza prima di partire: anche perché io il suo riso con le cipolle sinceramente non ho ancora il coraggio di assaggiarlo.

 

Le biblioteche e la filiera dell’open

È un sacco di tempo che volevo parlare di quella che chiamo “filiera dell’open”, cioé di quella serie di pratiche, strumenti e protocolli che permettono ad un contenuto di venir condiviso su piattaforme quali Internet Archive, Wikipedia, Wikisource, Wikidata.

Ogni contenuto potenziale (foto, dipinto, scansione, testo) ha la sua filiera potenziale, più o meno lunga a seconda dei casi, più o meno attenta ai dettagli, più o meno granulare. È praticamente impossible fare un discorso pratico generale: è forse possibile fare un discorso teorico generale, ed è quello che, raccogliendo innumerevoli discussioni e ragionamenti occorsi in questi anni di attivismo wiki, ho fatto sull’ultimo numero di JLIS. Spero possa offrire una cornice teorica utile a wikimediani e bibliotecari per incontrarsi nel mezzo, e capire un po’ ciascuno l’uno dell’altro.

L’articolo è in italiano,  qui.

Serendipity databasistica

Prologo

Quando ero ragazzino, spesso andavo in videoteca a prendere una videocassetta da guardare il sabato sera, solitamente con i miei genitori e fratelli.
Essendo da sempre un fifone, e da sempre avendo una famiglia piuttosto numerosa, mi dirigevo sempre verso la corsia dei film per famiglie, privilegiando le commedie e gli action, o meglio ancora l’intersezione fra i due. Essendo un bambino mi affidavo al mio istinto, guardando le copertine, ma senza accorgermene avevo imparato a cogliere alcuni segnali precisi: la dicitura “film per tutti”, o qualche indicazione che il film potesse non contenere scene di sesso (mai divertente da guardare con i tuoi genitori) o scene troppo violente. Il marchio della Disney, all’epoca, bastava, anche sui film. Anche la presenza di Robin Williams era un segnale estremamente affidabile.
Scelto il film, perdevo poi la maggior parte del mio tempo a guardare film che non avrei preso: action più violenti e non adatti, che avrei voluto guardare da solo. Oppure horror, di cui mi spaventavo solo a vedere la copertina, ma di cui leggevo sempre la trama sul retro, rabbrividendo lì, da solo e in piedi, come uno scemo. Anche il sabato, a pranzo dalla nonna, leggevo sempre TV Sorrisi & Canzoni, leggendo le trame dei film paurosi, che non avrei mai guardato nè voluto guardare, e confrontavo mentalmente il rating che veniva dato per categoria (Azione, Commedia, Horror, Erotismo) per ogni film. La mia passione per i metadati viene da lontano.

* * *

All’epoca abitavamo ancora a Sassuolo, e una nostra zia, una delle sorelle della nonna, viveva un paio di piani sopra il nostro appartamento.
La zia aveva una collezione infinita di libri, tutti del marito, morto prima che io nascessi. Ho sempre pensato che io e lo zio saremmo andati molto d’accordo: c’erano libri enormi e bellissimi, edizioni antiche e preziose. La casa era piena, con librerie colme in doppia fila.
Ma la cosa che allora mi piaceva di più non era guardare i libri, ma la collezione di videocassette della zia.
I figli, che non la andavano mai a trovare, avevano Telepiù, per cui le registravano una caterva di film, che poi lei riguardava mille volte, nei lunghi pomeriggi da sola. A me andare su dalla zia piaceva moltissimo: fra libri e film potevi scoprire un sacco di cose, entrare in mondi meravigliosi, ubriacarti di titoli e idee e cosa da leggere o vedere. Non ci avevo mai pensato prima d’ora, ma credo che in quelle lunghe mezzore dalla zia Gegi abbiano seminato qualcosa dentro di me. È morta da poco, sola come è sempre stata.

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Oggi, nel 2018, fa abbastanza ridere ripensare a quello che poteva essere l’esperienza di un consumatore culturale di vent’anni fa.
Sono diventati obsolete le videocassette, e anche la tecnologia successiva, i DVD. È diventata obsoleto il modo in cui le videocassette si prendevano: il noleggio nella videoteca di quartiere e la sua evoluzione Blockbuster. Sono diventati obsoleti (a parte nicchie esigenti) i negozi di dischi. A loro modo, pur nella loro particolarità di servizio pubblico fuori dal mercato, credo siano diventate obsolete anche le biblioteche. Almeno in parte.

In questa trasformazione dall’analogico e fisico al digitale, quello che si è perso (a torto o a ragione) è soprattutto un’esperienza di navigazione, esplorazione e scoperta.
Non possiamo più camminare in luoghi fisici che contengono diverse opere culturali, siano esse, appunto, musica o film o libri.
Questo tipo di esplorazione è stata una conquista nelle biblioteche, che per secoli erano più simili ad archivi, e per cui cercare un titolo voleva dire chiederlo direttamente al bibliotecario incaricato. Lo scaffale aperto (così si chiama) è una innovazione piuttosto recente, ed ha permesso quella che è la l’esplorazione libera, la scoperta casuale, o, come piace dire ai bibliotecari (e anche a me), la serendipity, cioè il trovare qualcosa che non si stava cercando. Nei luoghi fisici è possibile fare un giro, in quelli virtuali molto di più da una parte (c’è più roba), molto meno dall’altra.

Esplorare i cataloghi digitali

Servizi come Netflix per i film e le serie e Spotify per la musica offrono un catalogo (più o meno ricco, aggiornato, recente) e una modalità flat per l’accesso. Per i libri c’è Amazon (che promette quasi qualsiasi libro a casa tua in pochi giorni), o anche servizi di prestito digitale bibliotecario come MLOL. Con il digitale, cioè, si può navigare un luogo virtuale pieno di contenuti, e accedere direttamente a questi contenuti. Modalità e costi variano, ma il modello è pressochè lo stesso. Esiste un catalogo e, insieme, l’accesso alle opere del catalogo. Ma esistono anche cataloghi e basta, con componenti più social: il quasi-fu Last.fm (musica), aNobii e Goodreads e LibraryThing (libri), Letterboxd (film).

Quello che personalmente ho iniziato a guardare con più attenzione è proprio la modalità, la facilità con cui io (l’utente) posso navigare e praticare quello che amo di più, cioè fare un giro, lasciarmi ispirare da quello che vedo e proseguire per strade che non ho premeditato.
In questo senso preciso, tutti i siti menzionati sono diversi. Alcuni vogliono che navighiate, altri preferiscono piazzarvi in faccia i contenuti più nuovi o popolari, e farvi accedere a quelli. Abbastanza banalmente, Netflix e Amazon preferiscono che voi guardiate qualcosa subito, mentre social come Goodreads o Letterboxd  puntano a farvi passare del tempo lì dentro, facendo un po’ quello che volete. Se voi trovate appagante o interessante stare dentro un sito ad esplorare, è probabile che tornerete, scriverete recensioni e aggiungerete dei vostri contributi (cioè, aggiungete voi valore al sito. Personalmente, questo do ut des lo trovo sempre onesto).

Questo tipo di esplorazione e di scoperta sono, per me, associati ad uno schermo del pc, ad una tastiera e preferibilmente ad un mouse (lo so, sono un nostalgico), e lo trovo meno interessante su mobile o altri dispositivi. Ma magari sono io.
Queste azioni le associo anche a copertine molto grandi, un font ampio e leggibile, metadati molto ricchi, e moltissimi link.
Seguendo l’esempio di Wikipedia (forse la regina della ricerca serendipituosa), avere moltissimi link, tutti all’interno di uno stesso progetto, ben strutturato e organizzato, è ottima ricetta per permettere all’utente di lasciarsi andare nel labirinto dei riferimenti e link, senza avere paura di perdersi, perchè è di fatto impossibile.

Il punto è che la serendipity-come-azione (che oramai nel digitale è diventata una cosa che mi piace chiamare esplorazione databasistica) è un’azione proattiva, di ricerca, lean forward. Qualcosa che ha a che fare con l’imparare, e l’eccitazione che ne consegue.

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Facciamo un esempio.

L’anno scorso (e anche l’altra sera) ho guardato un film che mi è piaciuto molto: Sicario, di Denis Villeneuve.

Come faccio sempre, sono andato nel mio sito di cinema preferito (che, guarda caso, racconta di film horror che non guarderò mai), a rileggere una recensione perfetta. Preso dalla curiosità su Roger Deakins (direttore della fotografia che non ho mai sentito nominare, ma che è raccontato nella recensione e di cui soprattutto ho notato il lavoro dentro il film) ho seguito il link a questa intervista del cast. Poi, tramite Letterboxd sono andato a vedere tutti i film diretti (fotograficamente) da Roger Deakins; in questo modo  posso rendermi conto che Deakins ha collaborato all’intera filmografia dei fratelli Coen, oltre all’ultimo Blade Runner e altri film che ho amato in passato. Nel frattempo mi sono reso conto anche che non conoscevo nulla di cosa fosse un “direttore della fotografia” (in inglese il termine è molto più pregnante: cinematography), e di cosa consistesse il suo lavoro.

Costruire la serendipity

La curiosità è partita da tutt’altra parte, ma, nel mio caso, è Letterboxd a consentire l’esplorazione databasistica, e di qui la scintilla della serendipity¹. Con essa, arrivo a scoprire, in un certo senso, qualcosa di me, del mio gusto estetico, di cosa-mi-piace-in-un-film che prima non conoscevo. Conoscere Deakins e il suo lavoro sta cambiando il modo in cui guardo un film, cosa mi piace e perchè.

Letterboxd fa due cose:

  • permette di esplorare una biblioteca di film sterminata, abilitando la serendipity, e rendendola più probabile, più frequente.
  • permette di costruire su questa esplorazione, elaborando un numero infinito di liste e viste (in senso databasistico) di film (le wishlist, i film che sono la collaborazione di Deakins e Villeneuve, i film a cui ho dato più 4 stelle, ecc.) che possono aiutarmi nel mettere ordine al mio consumo culturale, alla mia biblioteca di Babele di film

Le modalità, a livello di interfaccia utente, con cui Letterboxd riesce a fare questo (e, per esempio, IMDB, da cui i dati sono presi, non ci riesce) sono più sottili e non saprei neanche analizzarle seriamente. So che c’entra, come detto, la copertina molto grande, l’accesso al trailer su Youtube, centinaia di link per pagina, rating e recensioni. Questa attenzione all’esperienza dell’utente è fondamentale, quando come progetto ti basi sulla creazione di valore da parte di una comunitàche infatti in questo caso risponde con un’attività frenetica ed entusiasta (sperando che duri: appena diventerà troppo famoso diventerà inutile come RottenTomatoes?).

Per come la vedo io, è una delle cose migliori che mi possano capitare, nell ristretto ambito del “consumo culturale”: so qualcosa di quello che mi piace che prima non sapevo, elaboro mentalmente (e concretamente) una wishlist dei film che vorrò guardare in futuro.

Conclusioni

Le biblioteche possono imparare qualcosa? Sicuramente. È più facile che imparino siti simili come Goodreads o aNobii (che hanno a che fare con cataloghi enormi, e possono permettersi lo stesso meccanismo social e user-centered). Non ho ancora le idee chiare a riguardo: non capisco quali siano i fattori fondamentali, anche se il mio intuito è sulla triade:

  • catalogo totale² (tutti i libri/film/dischi mai pubblicati)
  • funzioni social e di personalizzazione
  • interfaccia totalmente costruita sull’esperienza utente e su quello che deve fare (deve comprare? deve esplorare? deve costruire cataloghi personali? sono cose diverse)

Con MLOL (per parlare di un caso che conosco bene)  abbiamo ancora tanto lavoro da fare, anche se secondo me la nuova interfaccia più focalizzata sulle immagini è un grande passo in avanti. Da tempo abbiamo anche istituito le liste, ma sono ancora ahimè lontane dal loro potenziale. L’user centered design è una roba davvero difficile.

 

Bonus

¹ Poi, certamente, la serendipity può prendere altre strade: posso scoprire, in questa esplorazione, una nuova forma d’arte come i video essay di Youtube, spesso dedicati proprio all’arte alla tecnica del fare cinema. Come per esempio questa classifica dei migliori cinematographists di sempre, o questa serie sul regista David Fincher:

² Spesso, per parlare della catalogo/biblioteca totale si fa riferimento alla Biblioteca di Babele, mirabile invenzione letteraria dell’omonimo racconto di Borges. Questo è un malinteso, e vorrei usare questa nota per metterlo in chiaro una volta per tutte (consiglio anche questo bell’articolo di Antonio Sgobba).

La biblioteca di Babele consiste nella totalità di tutti i libri che possono essere scritti tramite la permutazione delle lettere in una pagina. Comprende, certamente tutti i libri che sono stati scritti, e che mai lo saranno, ma è molto, molto di più. La biblioteca di Babele è, fondamentalmente, puro rumore tipografico, in cui parole di senso compiuto sono annegate in oceani di nb cbdsucgwuyefuo vnjvgyasrtweuhw lo jihdhi… Per controllare, basta guardare una qualsiasi pagina a caso presente nella biblioteca (fate attenzione: guardatela bene, perchè non la ritroverete mai più, persa per sempre come una della pagine del libro di sabbia).

La biblioteca di Babele è una pessima metafora per quello che spesso vogliamo dire, cioè “la somma di tutti i libri esistenti”: in questo senso, il concetto di docuverso di Ted Nelson può essere molto più utile e corretto.  O aggettivi come “totale”, “definitiva”.

Il possibile futuro elettrico

La bella notizia di oggi, fra le tante brutte,  per me è questa.

Il riassunto è questo: Tesla ha stretto un accordo con il governo sud-australiano, per installare pannelli solari e Powerwalls in 50000 case. I numeri totali sono impressionanti: il sistema arriverebbe a 250MW (in entrata) e 650MWh (in accumulo), praticamente tali da mantenere una città di media grandezza. L’idea, geniale, è quella di avere una rete di produzione, scambio e accumulo di energia, praticamente una centrale elettrica virtuale e decentrata.

Ne avevo scritto anche in precedenza, con molti più dettagli: questo è esattamente il tipo di progetti che Tesla aveva in mente quando ha comprato Solarcity.

La notizia è positiva per un paio di motivi:

  • Tesla sta mostrando che sistemi di produzione + accumulo energia funzionano, e anche molto bene: un paio di settimane fa il sistema creato (sempre nel Sud Australia) ha guadagnato un milione di dollari in pochi giorni, semplicemente assorbendo e accumulando l’energia elettrica in eccesso nella rete.
  • La politica, se vede i numeri giusti, può agire e in fretta: il governo Sud Australiano in pochi mesi ha messo insieme i due progetti più grossi mai visti in questo settore.

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Ora, facciamo un gioco: immaginate un mondo in cui l’energia elettrica provenga tutta da fonti rinnovabili, come vento e solare. L’energia viene immagazzinate in batterie, e redistribuita alla rete secondo domanda. Ci sono talmente tanti sistemi solari (e tante batterie) che la produzione di energia è aumentata n volte. Cosa succederebbe alla nostra società? Cosa cambierebbe?

Sicuramente, elettrificheremmo tutto.
Non solo le auto, ma anche i camion, le navi (come già in Norvegia), gli aerei. Avremmo case scaldate con caldaie elettriche, tutti fornelli elettrici o a induzione. In questo modo avremmo automaticamente eliminato il 60-70% della produzione di gas serra.
L’importanza geopolitca di Russia e Medio Oriente (cioè, gas e petrolio) sarebbe completamente ridimensionata: con questo, si spera, pure le occasioni e la volontà di fare delle guerre per le risorse che possiedono.
L’Africa (che di sole ne ha finchè vuole) potrebbe, forse, iniziare a diventare quello che vuole diventare.
Le criptovalute come Ethereum o Bitcoin potrebbero finalmente funzionare senza il disastroso impatto ambientale che hanno adesso: e potrebbero finalmente tentare la rivoluzione che promettono (e se no, pazienza).

A me, sinceramente, pare un po’ assurdo che non ci sia, a sinistra, in Italia e all’estero, nessuno che raccolga la possibilità e la narrazione di un futuro del genere. Non di solo pane vive l’uomo, e stiamo purtroppo vedendo come si comportano le persone quando pensano di essere al muro, e di vivere tutti contro tutti: le spese le fanno quelli che sono appena più sotto in termini di potere. Per quanto ingenuo e non prossimo, questo è un futuro possibile, e non fra secoli: dieci anni di politiche e investimenti seri potrebbero fare davvero miracoli, molto più di quello che si pensi. Basta guardare al Sud Australia, alla Norvegia, al Costa Rica. La visione è chiara, le tecnologie in parte ci sono: manca la volontà.