Ibrahim va in vacanza

Due anni e mezzo fa raccontavo del mio incontro con Ibrahim, e da allora non ho più detto nulla. Credo di non averlo fatto perché aspettavo un lieto fine, qualcosa che valesse la pena raccontare, una sorta di viaggio dell’eroe. Era una posizione ingenua: quasi mai, nella vita, c’è una fine, e men che meno lieta. In un certo senso, le belle storie di migranti (o le belle storie in generale) sono sempre false, perché una parola fine non si dice mai.

Quello che voglio dire l’ha detto bene una volta un tipo che ha fatto un documentario sui rifiuti e l’inquinamento, e in particolare sui sacchetti di plastica. Non ricordo neanche titolo, ma ricordo che il tipo seguiva la vita di un sacchetto da quando lo utilizziamo per fare la spesa a quando viene buttato via. E il vero viaggio iniziava proprio in quel momento: e il tipo continuava a dire che il problema è proprio questo, è il “via”, perchè il “via” non esiste. Noi diciamo “buttare via” con la stessa intenzione con cui vogliamo “mandare via” i profughi: nella nostra testa esiste un luogo misterioso in cui spariscono per sempre i sacchetti di plastica, e pure i migranti. Credo sia stato lo stesso principio della politica di Minniti, e dell’intero Parlamento dall’altro ieri: la Libia è “via”, è lì e non qui, è un problema che non ci riguarda, che non esiste. Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli lontano, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Il nostro problema infatti è che adesso i profughi li vediamo: non li abbiamo visti per un sacco di tempo, perché a noi interessa avere lo smartphone e il laptop, con le loro percentuali di litio e cobalto, ma non ci interessano le miniere in Congo. Ci interessa avere la benzina nella macchina, ma non ci interessa le guerre nel delta del Niger. Questo adesso, in passato era pure peggio: in passato facevano traversare l’Atlantico a ragazzi e ragazze incatenate a centinaia nelle stive di una nave, per settimane. Quanti ne arrivavano vivi non era molto importante, evidentemente erano i più forti: gli schiavisti avevano un’intuizione innata per la selezione naturale. A pensare che ogni nero d’America ha bisnonni schiavi vengono le vertigini, il vomito.

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Ibrahim ha lavorato, nel frattempo. I miei genitori, la comunità di cui fanno parte l’hanno aiutato molto: gli hanno pagato una stanza all’ostello per settimane, finché non gli hanno trovato un lavoretto, che alla fine è durato mesi perchè Ibrahim lavora come un mulo, e infatti lo vogliono tutti: come puoi rifiutare uno che lavora dalle 7 alle 7, anche il sabato, e pagarlo come uno stagista?

Le persone da cui avevamo trovato un posto all’inizio non si sono comportate bene, e per fortuna — grazie all’aiuto della Caritas diocesana, che se l’è preso poi completamente in carico, hanno fatto tutto loro — Ibrahim ha trovato prima una sistemazione per l’estate in parrocchia, poi una appartamento per qualche mese, infine un paio di altri lavori. Sono passati due anni è mezzo, e lui ha imparato meglio l’italiano (non abbastanza), e Ibrahim continua a stare a Modena, ha una stanza che si paga da solo, lavora nel comparto delle carni a Castelvetro (ci vorrebbe uno scrittore mille volte quello che sono io per raccontare queste storie, e l’incrocio fatale e necessario fra i poveri di ogni specie, e di come l’intera industria della carne, dei prosciutti DOP di Modena e Parma, l’industria dei quarti di bue tagliati con la sega circolare e del sangue che scorre a fiumi, delle mucche e dei maiali che urlano e si dibattono, l’industria della merda e del sangue e del Made in Italy eccellenza d’Italia sia tutta, tutta in mano a manovalanza straniera. Parlerei della Arendt, della banalità del male e deresponsabilizzazione sistemica, ma non ne sono capace. Ricordo solo i capitoli strazianti di Se niente importa di Safran Foer, che raccontava i destini indissolubilmente intrecciati delle povere bestie ammazzate a milioni e dei poveri aguzzini che le ammazzavano, e vi rimando a quelli).

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Per la prima volta da anni, Ibrahim proverà a tornare a casa, per salutare sua madre, che non vede da non so quanti anni. In realtà non potrebbe: lui si tiene stretto il suo status di rifugiato umanitario, perché è il pezzo di carta migliore, che gli dà più diritti. Se sei rifugiato umanitario non puoi tornare nel tuo paese, e lui non ci andrà, andrà in quello a fianco e incontrerà sua madre, perché Ibrahim ha vent’anni, è partito che ne aveva quindici e non vede sua madre da allora, da quando ha attraversato il deserto, da quando è stato in Libia (dove l’hanno picchiato, messo in prigione, dove ha lavorato per giorni poi sentirsi dire con una pistola puntata contro che non l’avrebbero pagato e che doveva ringraziare che non lo amazzavano lì sul posto). Il punto vero è: che differenza c’è se scappi dalla guerra o dalla fame, dalla carestia, da un futuro senza certezze, da un governo troppo corrotto, da una terra che ogni anno diventa più calda e inospitale? Gli addetti ai lavori lo sanno, e ho sentito più di un esperto dire che lo status di rifugiato non ha senso, perché un migrante economico ha lo stesso diritto di viaggiare e tentare di trovare una vita migliore, come hanno fatto milioni di italiani per secoli. E ancora: perché un italiano a Londra è un “cervello in fuga”, o (delizioso eufemismo) expat e lui un migrante, o (termine peggiorativo) un immigrato? Perché la gente può tornare a Natale al paesello da Berlino, Barcellona, New York e lui non può vedere la sua famiglia dopo anni di chiamate su Skype? Le stesse forze tecno-economiche che ci fanno godere del mondo globalizzato, permettendo a noi di viaggiare ovunque a prezzi sempre più ridotti permettono anche alle persone di migrare. Non si può avere l’uno senza l’altro. In inglese si dice: a rising tide lifts all boats.

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Ibrahim non ha scelto di nascere dove è nato. Ci è nato e basta, come io a Sassuolo. È una cosa stupida e senza senso, e una che per quanto stupida i razzisti di tutto il mondo non capiscono mai. Lui ha avuto coraggio e fame, ed è riuscito a conquistarsi l’opportunità di avere un lavoro, di pagare le tasse, pagarsi una stanza, farsi la spesa da solo, comprarsi quello che gli pare. Ricordo la prima volta che siamo andati alla Coop insieme: aveva comprato un sacchetto di cipolle e un chilo di riso, ci avrebbe mangiato una settimana — all’epoca mangiava un piatto di riso a cena e basta, anche quando lavorava tutto il giorno. Non so voi, ma io non ho mai visto nessuno comprarsi da mangiare per una settimana con meno di quattro euro. I soldi sono numeri, e a volte non mentono. Quello, più di altri momenti, mi ha segnalato la nostra distanza, siderale, il moltiplicatore economico (20x? 50x?) fra me e lui, lo stesso che c’è fra me e un milionario. Quanti soldi spendo per mangiare, a settimana? Quanti per altre cose? All’epoca, lui non aveva nulla, e i venti euro che gli diedi gli bastarono per due settimane, per tutto.

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La nostra società ipercomplessa e ipergentrificata offre sconti sempre a chi ha di più, non chi ha di meno: è sempre più facile avere di più se hai già molto, ma guai a cadere fuori dalle maglie del sistema — per un licenziamento, una malattia, un lutto, un divorzio, un errore — la complessità della nostra società è tale che risalire la china non è facile per nessuno, tantomeno chi sembra diverso, al primo sguardo.

Io aspetto con terrore il momento in cui Ibrahim mi telefonerà con un problema grosso, ma per adesso non arriva, e ogni giorno normale è giorno di grazia. Dovrebbe partire a metà agosto, gli ho detto di fare il bravo che è un brutto periodo, che ha un viaggio importante e ha qualcosa da perdere.

E quando gli dico queste cose, sento fortissimo il razzista che è dentro di me: perché non chiederei a nessuno di sopportare le cose che a lui chiedo di sopportare, perché a tutti attribuisco naturalmente, d’istinto, il diritto a più cose, mentre le poche cose che lui ha non sono mai diritti, ma favori che in un qualche modo si deve guadagnare. Il razzismo (o il sessismo, o l’omofobia) credo stia semplicemente tutto qui: tu non sei uguale a me, non sei lo stesso concetto di persona. Per cui Ibrahim, testa più bassa, lavora di più, stai più zitto degli altri, che qui non ti si dà niente gratis.

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Di fatto, in un certo senso, inconsciamente, crediamo in due sistemi diversi, quello dentro e quello fuori. Se sei italiano, bianco, non povero, sei dentro: se sei ricco, puoi pure non permetterti di essere italiano. Gli altri sono fuori, ed essere fuori da questo concetto di polis vuol dire non avere diritti, ma solo mercato: cose che ti puoi guadagnare col sudore della fronte. Noi applichiamo questi sistemi automaticamente, con uno sguardo. La nostra famiglia è automaticamente dentro un concetto di comunità, non di mercato; le famiglie degli altri dipende; dentro i nostri amici, fuori quelli degli altri.

Questo problema — una sorta di incoerenza nel nostro sistema di empatia, generosità e comprensione — è vecchio come il mondo: è qualcosa di insito nella nostra biologia, una logica tribale che inquinerà il cuore dell’uomo ancora per molto. È una cosa che si può risolvere parzialmente: studiando, viaggiando, conoscendo persone, innamorandosi di qualcuno che magari non viene proprio dal nostro stesso paesello. Sono soluzioni imperfette, ma le uniche che abbiamo.

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Ibrahim parte a metà agosto, io spero che non succeda nulla, che riesca a partire e anche a tornare, perché lui vuole stare qui, perché vuole lavorare qui — se sapeste quanto lavorano i vostri “negri”, cari sovranisti del cazzo, se poteste lavorare voi un paio di giorni quanto loro, stareste ben più zitti — perché qui ha un futuro, un contratto, una stanza.

Tornerà da sua madre per un mese, e sinceramente non ci penso a tutte le cose che avrà nel cuore. So che mi vuole offrire una pizza prima di partire: anche perché io il suo riso con le cipolle sinceramente non ho ancora il coraggio di assaggiarlo.

 

Le biblioteche e la filiera dell’open

È un sacco di tempo che volevo parlare di quella che chiamo “filiera dell’open”, cioé di quella serie di pratiche, strumenti e protocolli che permettono ad un contenuto di venir condiviso su piattaforme quali Internet Archive, Wikipedia, Wikisource, Wikidata.

Ogni contenuto potenziale (foto, dipinto, scansione, testo) ha la sua filiera potenziale, più o meno lunga a seconda dei casi, più o meno attenta ai dettagli, più o meno granulare. È praticamente impossible fare un discorso pratico generale: è forse possibile fare un discorso teorico generale, ed è quello che, raccogliendo innumerevoli discussioni e ragionamenti occorsi in questi anni di attivismo wiki, ho fatto sull’ultimo numero di JLIS. Spero possa offrire una cornice teorica utile a wikimediani e bibliotecari per incontrarsi nel mezzo, e capire un po’ ciascuno l’uno dell’altro.

L’articolo è in italiano,  qui.

Serendipity databasistica

Prologo

Quando ero ragazzino, spesso andavo in videoteca a prendere una videocassetta da guardare il sabato sera, solitamente con i miei genitori e fratelli.
Essendo da sempre un fifone, e da sempre avendo una famiglia piuttosto numerosa, mi dirigevo sempre verso la corsia dei film per famiglie, privilegiando le commedie e gli action, o meglio ancora l’intersezione fra i due. Essendo un bambino mi affidavo al mio istinto, guardando le copertine, ma senza accorgermene avevo imparato a cogliere alcuni segnali precisi: la dicitura “film per tutti”, o qualche indicazione che il film potesse non contenere scene di sesso (mai divertente da guardare con i tuoi genitori) o scene troppo violente. Il marchio della Disney, all’epoca, bastava, anche sui film. Anche la presenza di Robin Williams era un segnale estremamente affidabile.
Scelto il film, perdevo poi la maggior parte del mio tempo a guardare film che non avrei preso: action più violenti e non adatti, che avrei voluto guardare da solo. Oppure horror, di cui mi spaventavo solo a vedere la copertina, ma di cui leggevo sempre la trama sul retro, rabbrividendo lì, da solo e in piedi, come uno scemo. Anche il sabato, a pranzo dalla nonna, leggevo sempre TV Sorrisi & Canzoni, leggendo le trame dei film paurosi, che non avrei mai guardato nè voluto guardare, e confrontavo mentalmente il rating che veniva dato per categoria (Azione, Commedia, Horror, Erotismo) per ogni film. La mia passione per i metadati viene da lontano.

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All’epoca abitavamo ancora a Sassuolo, e una nostra zia, una delle sorelle della nonna, viveva un paio di piani sopra il nostro appartamento.
La zia aveva una collezione infinita di libri, tutti del marito, morto prima che io nascessi. Ho sempre pensato che io e lo zio saremmo andati molto d’accordo: c’erano libri enormi e bellissimi, edizioni antiche e preziose. La casa era piena, con librerie colme in doppia fila.
Ma la cosa che allora mi piaceva di più non era guardare i libri, ma la collezione di videocassette della zia.
I figli, che non la andavano mai a trovare, avevano Telepiù, per cui le registravano una caterva di film, che poi lei riguardava mille volte, nei lunghi pomeriggi da sola. A me andare su dalla zia piaceva moltissimo: fra libri e film potevi scoprire un sacco di cose, entrare in mondi meravigliosi, ubriacarti di titoli e idee e cosa da leggere o vedere. Non ci avevo mai pensato prima d’ora, ma credo che in quelle lunghe mezzore dalla zia Gegi abbiano seminato qualcosa dentro di me. È morta da poco, sola come è sempre stata.

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Oggi, nel 2018, fa abbastanza ridere ripensare a quello che poteva essere l’esperienza di un consumatore culturale di vent’anni fa.
Sono diventati obsolete le videocassette, e anche la tecnologia successiva, i DVD. È diventata obsoleto il modo in cui le videocassette si prendevano: il noleggio nella videoteca di quartiere e la sua evoluzione Blockbuster. Sono diventati obsoleti (a parte nicchie esigenti) i negozi di dischi. A loro modo, pur nella loro particolarità di servizio pubblico fuori dal mercato, credo siano diventate obsolete anche le biblioteche. Almeno in parte.

In questa trasformazione dall’analogico e fisico al digitale, quello che si è perso (a torto o a ragione) è soprattutto un’esperienza di navigazione, esplorazione e scoperta.
Non possiamo più camminare in luoghi fisici che contengono diverse opere culturali, siano esse, appunto, musica o film o libri.
Questo tipo di esplorazione è stata una conquista nelle biblioteche, che per secoli erano più simili ad archivi, e per cui cercare un titolo voleva dire chiederlo direttamente al bibliotecario incaricato. Lo scaffale aperto (così si chiama) è una innovazione piuttosto recente, ed ha permesso quella che è la l’esplorazione libera, la scoperta casuale, o, come piace dire ai bibliotecari (e anche a me), la serendipity, cioè il trovare qualcosa che non si stava cercando. Nei luoghi fisici è possibile fare un giro, in quelli virtuali molto di più da una parte (c’è più roba), molto meno dall’altra.

Esplorare i cataloghi digitali

Servizi come Netflix per i film e le serie e Spotify per la musica offrono un catalogo (più o meno ricco, aggiornato, recente) e una modalità flat per l’accesso. Per i libri c’è Amazon (che promette quasi qualsiasi libro a casa tua in pochi giorni), o anche servizi di prestito digitale bibliotecario come MLOL. Con il digitale, cioè, si può navigare un luogo virtuale pieno di contenuti, e accedere direttamente a questi contenuti. Modalità e costi variano, ma il modello è pressochè lo stesso. Esiste un catalogo e, insieme, l’accesso alle opere del catalogo. Ma esistono anche cataloghi e basta, con componenti più social: il quasi-fu Last.fm (musica), aNobii e Goodreads e LibraryThing (libri), Letterboxd (film).

Quello che personalmente ho iniziato a guardare con più attenzione è proprio la modalità, la facilità con cui io (l’utente) posso navigare e praticare quello che amo di più, cioè fare un giro, lasciarmi ispirare da quello che vedo e proseguire per strade che non ho premeditato.
In questo senso preciso, tutti i siti menzionati sono diversi. Alcuni vogliono che navighiate, altri preferiscono piazzarvi in faccia i contenuti più nuovi o popolari, e farvi accedere a quelli. Abbastanza banalmente, Netflix e Amazon preferiscono che voi guardiate qualcosa subito, mentre social come Goodreads o Letterboxd  puntano a farvi passare del tempo lì dentro, facendo un po’ quello che volete. Se voi trovate appagante o interessante stare dentro un sito ad esplorare, è probabile che tornerete, scriverete recensioni e aggiungerete dei vostri contributi (cioè, aggiungete voi valore al sito. Personalmente, questo do ut des lo trovo sempre onesto).

Questo tipo di esplorazione e di scoperta sono, per me, associati ad uno schermo del pc, ad una tastiera e preferibilmente ad un mouse (lo so, sono un nostalgico), e lo trovo meno interessante su mobile o altri dispositivi. Ma magari sono io.
Queste azioni le associo anche a copertine molto grandi, un font ampio e leggibile, metadati molto ricchi, e moltissimi link.
Seguendo l’esempio di Wikipedia (forse la regina della ricerca serendipituosa), avere moltissimi link, tutti all’interno di uno stesso progetto, ben strutturato e organizzato, è ottima ricetta per permettere all’utente di lasciarsi andare nel labirinto dei riferimenti e link, senza avere paura di perdersi, perchè è di fatto impossibile.

Il punto è che la serendipity-come-azione (che oramai nel digitale è diventata una cosa che mi piace chiamare esplorazione databasistica) è un’azione proattiva, di ricerca, lean forward. Qualcosa che ha a che fare con l’imparare, e l’eccitazione che ne consegue.

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Facciamo un esempio.

L’anno scorso (e anche l’altra sera) ho guardato un film che mi è piaciuto molto: Sicario, di Denis Villeneuve.

Come faccio sempre, sono andato nel mio sito di cinema preferito (che, guarda caso, racconta di film horror che non guarderò mai), a rileggere una recensione perfetta. Preso dalla curiosità su Roger Deakins (direttore della fotografia che non ho mai sentito nominare, ma che è raccontato nella recensione e di cui soprattutto ho notato il lavoro dentro il film) ho seguito il link a questa intervista del cast. Poi, tramite Letterboxd sono andato a vedere tutti i film diretti (fotograficamente) da Roger Deakins; in questo modo  posso rendermi conto che Deakins ha collaborato all’intera filmografia dei fratelli Coen, oltre all’ultimo Blade Runner e altri film che ho amato in passato. Nel frattempo mi sono reso conto anche che non conoscevo nulla di cosa fosse un “direttore della fotografia” (in inglese il termine è molto più pregnante: cinematography), e di cosa consistesse il suo lavoro.

Costruire la serendipity

La curiosità è partita da tutt’altra parte, ma, nel mio caso, è Letterboxd a consentire l’esplorazione databasistica, e di qui la scintilla della serendipity¹. Con essa, arrivo a scoprire, in un certo senso, qualcosa di me, del mio gusto estetico, di cosa-mi-piace-in-un-film che prima non conoscevo. Conoscere Deakins e il suo lavoro sta cambiando il modo in cui guardo un film, cosa mi piace e perchè.

Letterboxd fa due cose:

  • permette di esplorare una biblioteca di film sterminata, abilitando la serendipity, e rendendola più probabile, più frequente.
  • permette di costruire su questa esplorazione, elaborando un numero infinito di liste e viste (in senso databasistico) di film (le wishlist, i film che sono la collaborazione di Deakins e Villeneuve, i film a cui ho dato più 4 stelle, ecc.) che possono aiutarmi nel mettere ordine al mio consumo culturale, alla mia biblioteca di Babele di film

Le modalità, a livello di interfaccia utente, con cui Letterboxd riesce a fare questo (e, per esempio, IMDB, da cui i dati sono presi, non ci riesce) sono più sottili e non saprei neanche analizzarle seriamente. So che c’entra, come detto, la copertina molto grande, l’accesso al trailer su Youtube, centinaia di link per pagina, rating e recensioni. Questa attenzione all’esperienza dell’utente è fondamentale, quando come progetto ti basi sulla creazione di valore da parte di una comunitàche infatti in questo caso risponde con un’attività frenetica ed entusiasta (sperando che duri: appena diventerà troppo famoso diventerà inutile come RottenTomatoes?).

Per come la vedo io, è una delle cose migliori che mi possano capitare, nell ristretto ambito del “consumo culturale”: so qualcosa di quello che mi piace che prima non sapevo, elaboro mentalmente (e concretamente) una wishlist dei film che vorrò guardare in futuro.

Conclusioni

Le biblioteche possono imparare qualcosa? Sicuramente. È più facile che imparino siti simili come Goodreads o aNobii (che hanno a che fare con cataloghi enormi, e possono permettersi lo stesso meccanismo social e user-centered). Non ho ancora le idee chiare a riguardo: non capisco quali siano i fattori fondamentali, anche se il mio intuito è sulla triade:

  • catalogo totale² (tutti i libri/film/dischi mai pubblicati)
  • funzioni social e di personalizzazione
  • interfaccia totalmente costruita sull’esperienza utente e su quello che deve fare (deve comprare? deve esplorare? deve costruire cataloghi personali? sono cose diverse)

Con MLOL (per parlare di un caso che conosco bene)  abbiamo ancora tanto lavoro da fare, anche se secondo me la nuova interfaccia più focalizzata sulle immagini è un grande passo in avanti. Da tempo abbiamo anche istituito le liste, ma sono ancora ahimè lontane dal loro potenziale. L’user centered design è una roba davvero difficile.

 

Bonus

¹ Poi, certamente, la serendipity può prendere altre strade: posso scoprire, in questa esplorazione, una nuova forma d’arte come i video essay di Youtube, spesso dedicati proprio all’arte alla tecnica del fare cinema. Come per esempio questa classifica dei migliori cinematographists di sempre, o questa serie sul regista David Fincher:

² Spesso, per parlare della catalogo/biblioteca totale si fa riferimento alla Biblioteca di Babele, mirabile invenzione letteraria dell’omonimo racconto di Borges. Questo è un malinteso, e vorrei usare questa nota per metterlo in chiaro una volta per tutte (consiglio anche questo bell’articolo di Antonio Sgobba).

La biblioteca di Babele consiste nella totalità di tutti i libri che possono essere scritti tramite la permutazione delle lettere in una pagina. Comprende, certamente tutti i libri che sono stati scritti, e che mai lo saranno, ma è molto, molto di più. La biblioteca di Babele è, fondamentalmente, puro rumore tipografico, in cui parole di senso compiuto sono annegate in oceani di nb cbdsucgwuyefuo vnjvgyasrtweuhw lo jihdhi… Per controllare, basta guardare una qualsiasi pagina a caso presente nella biblioteca (fate attenzione: guardatela bene, perchè non la ritroverete mai più, persa per sempre come una della pagine del libro di sabbia).

La biblioteca di Babele è una pessima metafora per quello che spesso vogliamo dire, cioè “la somma di tutti i libri esistenti”: in questo senso, il concetto di docuverso di Ted Nelson può essere molto più utile e corretto.  O aggettivi come “totale”, “definitiva”.

Il possibile futuro elettrico

La bella notizia di oggi, fra le tante brutte,  per me è questa.

Il riassunto è questo: Tesla ha stretto un accordo con il governo sud-australiano, per installare pannelli solari e Powerwalls in 50000 case. I numeri totali sono impressionanti: il sistema arriverebbe a 250MW (in entrata) e 650MWh (in accumulo), praticamente tali da mantenere una città di media grandezza. L’idea, geniale, è quella di avere una rete di produzione, scambio e accumulo di energia, praticamente una centrale elettrica virtuale e decentrata.

Ne avevo scritto anche in precedenza, con molti più dettagli: questo è esattamente il tipo di progetti che Tesla aveva in mente quando ha comprato Solarcity.

La notizia è positiva per un paio di motivi:

  • Tesla sta mostrando che sistemi di produzione + accumulo energia funzionano, e anche molto bene: un paio di settimane fa il sistema creato (sempre nel Sud Australia) ha guadagnato un milione di dollari in pochi giorni, semplicemente assorbendo e accumulando l’energia elettrica in eccesso nella rete.
  • La politica, se vede i numeri giusti, può agire e in fretta: il governo Sud Australiano in pochi mesi ha messo insieme i due progetti più grossi mai visti in questo settore.

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Ora, facciamo un gioco: immaginate un mondo in cui l’energia elettrica provenga tutta da fonti rinnovabili, come vento e solare. L’energia viene immagazzinate in batterie, e redistribuita alla rete secondo domanda. Ci sono talmente tanti sistemi solari (e tante batterie) che la produzione di energia è aumentata n volte. Cosa succederebbe alla nostra società? Cosa cambierebbe?

Sicuramente, elettrificheremmo tutto.
Non solo le auto, ma anche i camion, le navi (come già in Norvegia), gli aerei. Avremmo case scaldate con caldaie elettriche, tutti fornelli elettrici o a induzione. In questo modo avremmo automaticamente eliminato il 60-70% della produzione di gas serra.
L’importanza geopolitca di Russia e Medio Oriente (cioè, gas e petrolio) sarebbe completamente ridimensionata: con questo, si spera, pure le occasioni e la volontà di fare delle guerre per le risorse che possiedono.
L’Africa (che di sole ne ha finchè vuole) potrebbe, forse, iniziare a diventare quello che vuole diventare.
Le criptovalute come Ethereum o Bitcoin potrebbero finalmente funzionare senza il disastroso impatto ambientale che hanno adesso: e potrebbero finalmente tentare la rivoluzione che promettono (e se no, pazienza).

A me, sinceramente, pare un po’ assurdo che non ci sia, a sinistra, in Italia e all’estero, nessuno che raccolga la possibilità e la narrazione di un futuro del genere. Non di solo pane vive l’uomo, e stiamo purtroppo vedendo come si comportano le persone quando pensano di essere al muro, e di vivere tutti contro tutti: le spese le fanno quelli che sono appena più sotto in termini di potere. Per quanto ingenuo e non prossimo, questo è un futuro possibile, e non fra secoli: dieci anni di politiche e investimenti seri potrebbero fare davvero miracoli, molto più di quello che si pensi. Basta guardare al Sud Australia, alla Norvegia, al Costa Rica. La visione è chiara, le tecnologie in parte ci sono: manca la volontà.

Auto elettriche, batterie solari e brevetti gratis: il piano di Elon Musk per cambiare il mondo

Questo articolo è stato pubblicato il 20 aprile 2016, su CheFuturo. Pochi mesi dopo, Tesla ha comprato Solarcity.

Dopo aver svelato il Model 3, l’ultima automobile elettrica di casa Tesla, metà del mondo ora conosce la rivoluzione delle macchine elettriche che Tesla e il suo fondatore, Elon Musk (miliardario, visionario, genio, prodigio) stanno cercando di attuare.

Per dare un’idea dell’impatto della presentazione, vi dico solo che qualche giorno fa, in un piccolo bar di umarell fuori dal centro di Modena, due signori leggevano il giornale e parlavano animatamente, in dialetto, della nuova macchina.

Personalmente, però, credo che l’importanza di questo evento sia un altro. Il Model 3, per quanto meraviglioso, è solo l’inizio della rivoluzione elettrica.

Quello che secondo me è fondamentale, ed eccitante per chi sia preoccupato dal cambiamento climatico, è la combinazione di Tesla e Solarcity, insieme.

Facciamo un passo indietro.

Come sa qualsiasi fanboy di Tesla, e chiunque abbia avuto il coraggio e la perseveranza di leggere questo incredibile (e lunghissimo) post su WaitButWhy, Musk è partito con un piano preciso si dall’inizio.

È partito da un’idea semplice quanto ambiziosa: preservare l’umanità dal cambiamento climatico (lo so, lo so, c’è gente matta così).

Di conseguenza, Musk ha creato Tesla, per fare macchine elettriche; SolarCity, per costruire pannelli solari; SpaceX, per mandare la gente su Marte, fra vent’anni.

Ma parliamo delle prime due.
Non tutti sanno che Tesla non produce solo macchine elettriche, ma anche batterie, come il Powerwall e i Powerpack.

Powerwall

Il Powerwall è una batteria per la casa: si ricarica quando i pannelli fotovoltaici, durante il giorno, producono un surplus di energia, come per esempio a mezzogiorno. Invece di reimmettere l’energia nella rete (con conseguenti inefficienze e ritorni ribassati), si carica una batteria, che restituirà l’energia la sera, quando serve e i pannelli non producono. Può essere usata per tutto: molte persone la useranno di notte per ricaricare la loro Tesla con l’energia immagazzinata durante il giorno.

Ancora più interessante è il Powerpack, cioè una versione industriale del Powerwall. Il Powerpack possiede una caratteristica che lo rende estremamente potente: è scalabile infinitamente, cioè ne puoi collegare quanti vuoi, per soddisfare tutte le esigenze, dalla piccola azienda al grande ospedale. Idealmente, ci puoi fare il backup energetico per un piccola città. Tipo Lego.

L’hanno detto loro stessi: Tesla non è solo un’azienda automobilistica, è un’azienda di innovazione energetica.

Solarcity, invece, lavora con l’energia solare: produce pannelli, li offre in leasing ai propri clienti, in modo che non debbano fare l’investimento di comprare un sistema fotovoltaico, ma semplicemente paghino la bolletta a SolarCity invece che al provider precedente. Questo approccio innovativo gli ha garantito un’enorme crescita e una posizione dominante nel mercato statunitense.

Date queste premesse, il conto è presto fatto: Solarcity crea energia, Tesla la conserva. Insieme, sono una vera rivoluzione.

Un ecosistema per creare, immagazzinare, trasformare, trasportare energia. Un nuovo ecosistema energetico, ecologico e potenzialmente illimitato.

Probabilmente il miglior tentativo di combattere il cambiamento climatico (oltretutto, da parte di aziende private, qualsiasi cosa questo possa voler dire).

Due elementi inoltre sono fondamentali per capire come Tesla e Solarcity stanno attuando il loro piano.

La riduzione dei prezzi, le gigafactory per le batterie e i brevetti gratis

Il primo è la riduzione dei prezzi, il vero ostacolo ad un’energia solare di massa.

Le rivoluzioni tecnologiche non avvengono quando si produce un meraviglioso prototipo un laboratorio di ricerca e sviluppo: la rivoluzione vera c’è quando quel prototipo è nelle mani delle persone.
Per far questo, i prezzi devono crollare. La rivoluzione digitale non avvenne con l’invenzione del transistor, ma con il costo del transistor talmente basso da permettere la creazione di chip, e poi computer, e poi computer che le persone normali potevano comprare. La ricerca di una tecnologia sempre più efficiente può essere un ostacolo all’innovazione quando nessuna tecnologia intermedia raggiunge il mercato.

Per questo, sia Tesla che Solarcity stanno costruendo due enormi fabbriche, una per costruire batterie e l’altra pannelli solari: una è la famosissima Gigafactory Tesla in Nevada (quando sarà completato, sarà uno degli edifici più grandi del mondo), l’altra è la SolarCity Gigafactory a Buffalo.
Tramite economie di scala, queste fabbriche punteranno a far abbassare i prezzi, rendendoli il più economici possibile per un utilizzo di massa.

Il secondo aspetto riguarda invece un punto fondamentale dell’innovazione tecnologica moderna (i brevetti) e un paradigma fondamentale per l’innovazione stessa (competizione VS collaborazione).

Per quanto velocemente possa crescere, Tesla non potrà produrre tutte le macchine elettriche e le batterie necessarie per modificare seriamente il trasporto e fermare da sola il cambiamento climatico. Anche vendesse mezzo milione di macchine da qui al 2020, come promesso, sarebbero soltanto lo 0,5% delle macchine in circolazione.
Per incentivare l’innovazione su queste tecnologie Tesla, come ha già fatto, aprirà tutti i suoi brevetti, così altre compagnie potranno usufruire dei loro risultati e produrre loro ottime macchine elettriche. Certo, Tesla punta sicuramente a fare miliardi di dollari di profitti: ma se l’obiettivo principale è combattere il cambiamento climatico, deve essere anche uno sforzo collaborativo. La rivoluzione elettrica non può essere compiuta da un solo attore.

L’innovazione nella visione di Elon Musk

Quindi, a conti fatti, il piano di Musk è piuttosto semplice.

Costruisci delle macchine elettriche meravigliose, una più economica dell’altra. Costruisci una superfabbrica per le batterie. Costruisci una superfabbrica per i pannelli solari. Abbassa  i prezzi abbastanza perché le persone possano scegliere il tuo prodotto. Apri i brevetti. Ripeti.

Avere un Powerwall potrà voler dire, per alcune persone, potersi staccare dalla rete elettrica e vivere dove vogliono.

Veicoli Tesla con pannelli solari potrebbe portare energia elettrica in qualsiasi luogo: il futuro potrebbe regalarci ambulanze energeticamente autonome in Africa, per esempio. Potremmo avere una rete elettrica decentralizzata e dinamica. Potremmo avere case, aziende, fabbriche e servizi diventare carbon neutral in pochi anni.

Alla fine, Musk non sta cercando di rivoluzionare il mondo delle macchine; ma l’intero settore energetico.

Con pochi prodotti, idee chiarissime, e un lavoro che deve essere al limite della perfezione. Poi si dice la visione.