Serendipity databasistica

Prologo

Quando ero ragazzino, spesso andavo in videoteca a prendere una videocassetta da guardare il sabato sera, solitamente con i miei genitori e fratelli.
Essendo da sempre un fifone, e da sempre avendo una famiglia piuttosto numerosa, mi dirigevo sempre verso la corsia dei film per famiglie, privilegiando le commedie e gli action, o meglio ancora l’intersezione fra i due. Essendo un bambino mi affidavo al mio istinto, guardando le copertine, ma senza accorgermene avevo imparato a cogliere alcuni segnali precisi: la dicitura “film per tutti”, o qualche indicazione che il film potesse non contenere scene di sesso (mai divertente da guardare con i tuoi genitori) o scene troppo violente. Il marchio della Disney, all’epoca, bastava, anche sui film. Anche la presenza di Robin Williams era un segnale estremamente affidabile.
Scelto il film, perdevo poi la maggior parte del mio tempo a guardare film che non avrei preso: action più violenti e non adatti, che avrei voluto guardare da solo. Oppure horror, di cui mi spaventavo solo a vedere la copertina, ma di cui leggevo sempre la trama sul retro, rabbrividendo lì, da solo e in piedi, come uno scemo. Anche il sabato, a pranzo dalla nonna, leggevo sempre TV Sorrisi & Canzoni, leggendo le trame dei film paurosi, che non avrei mai guardato nè voluto guardare, e confrontavo mentalmente il rating che veniva dato per categoria (Azione, Commedia, Horror, Erotismo) per ogni film. La mia passione per i metadati viene da lontano.

* * *

All’epoca abitavamo ancora a Sassuolo, e una nostra zia, una delle sorelle della nonna, viveva un paio di piani sopra il nostro appartamento.
La zia aveva una collezione infinita di libri, tutti del marito, morto prima che io nascessi. Ho sempre pensato che io e lo zio saremmo andati molto d’accordo: c’erano libri enormi e bellissimi, edizioni antiche e preziose. La casa era piena, con librerie colme in doppia fila.
Ma la cosa che allora mi piaceva di più non era guardare i libri, ma la collezione di videocassette della zia.
I figli, che non la andavano mai a trovare, avevano Telepiù, per cui le registravano una caterva di film, che poi lei riguardava mille volte, nei lunghi pomeriggi da sola. A me andare su dalla zia piaceva moltissimo: fra libri e film potevi scoprire un sacco di cose, entrare in mondi meravigliosi, ubriacarti di titoli e idee e cosa da leggere o vedere. Non ci avevo mai pensato prima d’ora, ma credo che in quelle lunghe mezzore dalla zia Gegi abbiano seminato qualcosa dentro di me. È morta da poco, sola come è sempre stata.

* * *

Oggi, nel 2018, fa abbastanza ridere ripensare a quello che poteva essere l’esperienza di un consumatore culturale di vent’anni fa.
Sono diventati obsolete le videocassette, e anche la tecnologia successiva, i DVD. È diventata obsoleto il modo in cui le videocassette si prendevano: il noleggio nella videoteca di quartiere e la sua evoluzione Blockbuster. Sono diventati obsoleti (a parte nicchie esigenti) i negozi di dischi. A loro modo, pur nella loro particolarità di servizio pubblico fuori dal mercato, credo siano diventate obsolete anche le biblioteche. Almeno in parte.

In questa trasformazione dall’analogico e fisico al digitale, quello che si è perso (a torto o a ragione) è soprattutto un’esperienza di navigazione, esplorazione e scoperta.
Non possiamo più camminare in luoghi fisici che contengono diverse opere culturali, siano esse, appunto, musica o film o libri.
Questo tipo di esplorazione è stata una conquista nelle biblioteche, che per secoli erano più simili ad archivi, e per cui cercare un titolo voleva dire chiederlo direttamente al bibliotecario incaricato. Lo scaffale aperto (così si chiama) è una innovazione piuttosto recente, ed ha permesso quella che è la l’esplorazione libera, la scoperta casuale, o, come piace dire ai bibliotecari (e anche a me), la serendipity, cioè il trovare qualcosa che non si stava cercando. Nei luoghi fisici è possibile fare un giro, in quelli virtuali molto di più da una parte (c’è più roba), molto meno dall’altra.

Esplorare i cataloghi digitali

Servizi come Netflix per i film e le serie e Spotify per la musica offrono un catalogo (più o meno ricco, aggiornato, recente) e una modalità flat per l’accesso. Per i libri c’è Amazon (che promette quasi qualsiasi libro a casa tua in pochi giorni), o anche servizi di prestito digitale bibliotecario come MLOL. Con il digitale, cioè, si può navigare un luogo virtuale pieno di contenuti, e accedere direttamente a questi contenuti. Modalità e costi variano, ma il modello è pressochè lo stesso. Esiste un catalogo e, insieme, l’accesso alle opere del catalogo. Ma esistono anche cataloghi e basta, con componenti più social: il quasi-fu Last.fm (musica), aNobii e Goodreads e LibraryThing (libri), Letterboxd (film).

Quello che personalmente ho iniziato a guardare con più attenzione è proprio la modalità, la facilità con cui io (l’utente) posso navigare e praticare quello che amo di più, cioè fare un giro, lasciarmi ispirare da quello che vedo e proseguire per strade che non ho premeditato.
In questo senso preciso, tutti i siti menzionati sono diversi. Alcuni vogliono che navighiate, altri preferiscono piazzarvi in faccia i contenuti più nuovi o popolari, e farvi accedere a quelli. Abbastanza banalmente, Netflix e Amazon preferiscono che voi guardiate qualcosa subito, mentre social come Goodreads o Letterboxd  puntano a farvi passare del tempo lì dentro, facendo un po’ quello che volete. Se voi trovate appagante o interessante stare dentro un sito ad esplorare, è probabile che tornerete, scriverete recensioni e aggiungerete dei vostri contributi (cioè, aggiungete voi valore al sito. Personalmente, questo do ut des lo trovo sempre onesto).

Questo tipo di esplorazione e di scoperta sono, per me, associati ad uno schermo del pc, ad una tastiera e preferibilmente ad un mouse (lo so, sono un nostalgico), e lo trovo meno interessante su mobile o altri dispositivi. Ma magari sono io.
Queste azioni le associo anche a copertine molto grandi, un font ampio e leggibile, metadati molto ricchi, e moltissimi link.
Seguendo l’esempio di Wikipedia (forse la regina della ricerca serendipituosa), avere moltissimi link, tutti all’interno di uno stesso progetto, ben strutturato e organizzato, è ottima ricetta per permettere all’utente di lasciarsi andare nel labirinto dei riferimenti e link, senza avere paura di perdersi, perchè è di fatto impossibile.

Il punto è che la serendipity-come-azione (che oramai nel digitale è diventata una cosa che mi piace chiamare esplorazione databasistica) è un’azione proattiva, di ricerca, lean forward. Qualcosa che ha a che fare con l’imparare, e l’eccitazione che ne consegue.

the_problem_with_wikipedia

* * *

Facciamo un esempio.

L’anno scorso (e anche l’altra sera) ho guardato un film che mi è piaciuto molto: Sicario, di Denis Villeneuve.

Come faccio sempre, sono andato nel mio sito di cinema preferito (che, guarda caso, racconta di film horror che non guarderò mai), a rileggere una recensione perfetta. Preso dalla curiosità su Roger Deakins (direttore della fotografia che non ho mai sentito nominare, ma che è raccontato nella recensione e di cui soprattutto ho notato il lavoro dentro il film) ho seguito il link a questa intervista del cast. Poi, tramite Letterboxd sono andato a vedere tutti i film diretti (fotograficamente) da Roger Deakins; in questo modo  posso rendermi conto che Deakins ha collaborato all’intera filmografia dei fratelli Coen, oltre all’ultimo Blade Runner e altri film che ho amato in passato. Nel frattempo mi sono reso conto anche che non conoscevo nulla di cosa fosse un “direttore della fotografia” (in inglese il termine è molto più pregnante: cinematography), e di cosa consistesse il suo lavoro.

Costruire la serendipity

La curiosità è partita da tutt’altra parte, ma, nel mio caso, è Letterboxd a consentire l’esplorazione databasistica, e di qui la scintilla della serendipity¹. Con essa, arrivo a scoprire, in un certo senso, qualcosa di me, del mio gusto estetico, di cosa-mi-piace-in-un-film che prima non conoscevo. Conoscere Deakins e il suo lavoro sta cambiando il modo in cui guardo un film, cosa mi piace e perchè.

Letterboxd fa due cose:

  • permette di esplorare una biblioteca di film sterminata, abilitando la serendipity, e rendendola più probabile, più frequente.
  • permette di costruire su questa esplorazione, elaborando un numero infinito di liste e viste (in senso databasistico) di film (le wishlist, i film che sono la collaborazione di Deakins e Villeneuve, i film a cui ho dato più 4 stelle, ecc.) che possono aiutarmi nel mettere ordine al mio consumo culturale, alla mia biblioteca di Babele di film

Le modalità, a livello di interfaccia utente, con cui Letterboxd riesce a fare questo (e, per esempio, IMDB, da cui i dati sono presi, non ci riesce) sono più sottili e non saprei neanche analizzarle seriamente. So che c’entra, come detto, la copertina molto grande, l’accesso al trailer su Youtube, centinaia di link per pagina, rating e recensioni. Questa attenzione all’esperienza dell’utente è fondamentale, quando come progetto ti basi sulla creazione di valore da parte di una comunitàche infatti in questo caso risponde con un’attività frenetica ed entusiasta (sperando che duri: appena diventerà troppo famoso diventerà inutile come RottenTomatoes?).

Per come la vedo io, è una delle cose migliori che mi possano capitare, nell ristretto ambito del “consumo culturale”: so qualcosa di quello che mi piace che prima non sapevo, elaboro mentalmente (e concretamente) una wishlist dei film che vorrò guardare in futuro.

Conclusioni

Le biblioteche possono imparare qualcosa? Sicuramente. È più facile che imparino siti simili come Goodreads o aNobii (che hanno a che fare con cataloghi enormi, e possono permettersi lo stesso meccanismo social e user-centered). Non ho ancora le idee chiare a riguardo: non capisco quali siano i fattori fondamentali, anche se il mio intuito è sulla triade:

  • catalogo totale² (tutti i libri/film/dischi mai pubblicati)
  • funzioni social e di personalizzazione
  • interfaccia totalmente costruita sull’esperienza utente e su quello che deve fare (deve comprare? deve esplorare? deve costruire cataloghi personali? sono cose diverse)

Con MLOL (per parlare di un caso che conosco bene)  abbiamo ancora tanto lavoro da fare, anche se secondo me la nuova interfaccia più focalizzata sulle immagini è un grande passo in avanti. Da tempo abbiamo anche istituito le liste, ma sono ancora ahimè lontane dal loro potenziale. L’user centered design è una roba davvero difficile.

 

Bonus

¹ Poi, certamente, la serendipity può prendere altre strade: posso scoprire, in questa esplorazione, una nuova forma d’arte come i video essay di Youtube, spesso dedicati proprio all’arte alla tecnica del fare cinema. Come per esempio questa classifica dei migliori cinematographists di sempre, o questa serie sul regista David Fincher:

² Spesso, per parlare della catalogo/biblioteca totale si fa riferimento alla Biblioteca di Babele, mirabile invenzione letteraria dell’omonimo racconto di Borges. Questo è un malinteso, e vorrei usare questa nota per metterlo in chiaro una volta per tutte (consiglio anche questo bell’articolo di Antonio Sgobba).

La biblioteca di Babele consiste nella totalità di tutti i libri che possono essere scritti tramite la permutazione delle lettere in una pagina. Comprende, certamente tutti i libri che sono stati scritti, e che mai lo saranno, ma è molto, molto di più. La biblioteca di Babele è, fondamentalmente, puro rumore tipografico, in cui parole di senso compiuto sono annegate in oceani di nb cbdsucgwuyefuo vnjvgyasrtweuhw lo jihdhi… Per controllare, basta guardare una qualsiasi pagina a caso presente nella biblioteca (fate attenzione: guardatela bene, perchè non la ritroverete mai più, persa per sempre come una della pagine del libro di sabbia).

La biblioteca di Babele è una pessima metafora per quello che spesso vogliamo dire, cioè “la somma di tutti i libri esistenti”: in questo senso, il concetto di docuverso di Ted Nelson può essere molto più utile e corretto.  O aggettivi come “totale”, “definitiva”.

Un pensiero su “Serendipity databasistica

  1. 👍
    due note:

    — ci sono ancora pubblicazioni cartacee che non trovano paragoni in qualità rispetto ai servizi online, ad esempio il catalogo Arcana Musica http://www.rivistastudio.com/standard/musica-arcana/

    — esiste un enorme “ecosistema” nascosto (e inaccessibile a molti) di comunità di sharing (ok, non rientrano troppo nella definizione di legale), dove pratiche di archiviazione e catalogazione “vernacolari” sono altamente più complete di altri cataloghi

    https://en.wikipedia.org/wiki/What.CD
    https://qz.com/840661/what-cd-is-gone-a-eulogy-for-the-greatest-music-collection-in-the-world/
    https://torrentfreak.com/what-cd-bittorrent-tracker-breaks-a-million-torrents-101222/

    http://nationalpost.com/entertainment/weekend-post/karagarga-and-the-vulnerability-of-obscure-films

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