Del leggere.

(ho iniziato questa cosa perchè Laura (update: e poi Virginia) ha scritto questa bella recensione dell’ultimo libro di Casati, Contro il colonialismo digitale (che non ho ancora letto, però). Poi la cosa mi è sfuggita di mano, è diventata troppo lunga ed è la roba qui sotto. E’ una risposta laterale, diciamo così.)

Cosa

Il problema è cosa intendiamo con lettura, di qualsiasi testo (e già rimanere sui testi è parziale, incompleto e fallace), e soprattutto cosa vogliamo che questa lettura produca. Che effetto o risultato deve avere.

Premessa (che è poi anche la conclusione) : io credo, umilissimamente, che la lettura, al suo meglio, sia una costruzione dell’identità.
Lo scrissi qui quattro anni fa: possiamo vedere il leggere come inserire input in un sistema, se non che leggere cambia ciberneticamente anche il sistema stesso. Per cui assumeremo input diversamente, e così via, in quel misterioso equilibrio dinamico, che, alla fine, siamo noi.

O, detta più elegantemente, “Books are how people install new software in their brains” (allego documentazione).

Leggere (leggere cose scritte; quindi c’è uno scrivere precedente, di cui non ci occupiamo) è dunque un meccanismo incredibile che l’umanità ha elaborato per rendere l’oralità qualcosa che abbattesse (qualche) limite di tempo e spazio.
Ciò che leggiamo (unito a ciò che ascoltiamo e facciamo) contribuisce banalmente a ciò che diventiamo: costruisce ragionamenti e concetti, cambia modelli di pensiero e comportamento, crea memorie ed esperienze. Un lettore (cioè uno che legge spesso, che ha bisogno di leggere) legge per vivere, perché ha imparato a filtrare il mondo (anche) attraverso i libri. Ogni lettore associa un libro ad un periodo della sua vita, e se è abbastanza ossessionato e/o preciso anche il contrario. Ogni biografia di un lettore è un serpente di libri, che noi possiamo sfogliare come una biblioteca, un insieme ordinato di parole unico e irripetibile)(Una biografia dovrebbe essere prima di tutto una storia delle sue letture (*)).

Le parole definiscono ciò che siamo e pensiamo, perchè noi, implacabilmente, pensiamo parole. Pensiamo parole che articoliamo in frasi che formano concetti che si incastrano in sistemi di pensiero, che è poi quello che vagamente i libri cercano di imitare, infilando linearmente una serie di paragrafi che uno dietro l’altro espongono un pensiero (se il libro vuole esporre un pensiero) o raccontano una storia (se vogliono raccontare una storia)(ovviamente, non è tutto così dualista, ecc.).

La neuroscienza suggerisce che ciò che leggiamo riaccada nella nostra testa: i nostri neuroni riproducono e ri-rappresentano ciò che è scritto, e noi lo riviviamo: potenza e meraviglia del rivivere le storie, origine (direi) di tutto ciò che chiamiamo cultura e religione, ma anche divertimento, comunicazione, pubblicità, tutto. La lettura è un atto di empatia, e allo stesso tempo telepatia per interposta sequenza di caratteri. Siamo macchine, funzioniamo a codice (e il codice che è in questo caso il linguaggio naturale, nei suoi miliardi di sottogeneri).

Perchè

Ora, sul perchè si legge, e sul perchè bisognerebbe far leggere, invitare ed educare alla lettura, confesso che sono a giorni alterni triste ed euforico. Una bipolarità corollario della mia oramai cronica e schizofrenica (s)fiducia nel mondo (o anche solo che il mondo è grosso e guardarlo tutto insieme non ci si riesce, e uno finisce per guardarne parti, ma la parte la devi scegliere, perchè non c’è da nessuna parte una parte abbastanza piccola da guardarla tutta insieme che sia immagine perfetta del mondo, corrispondenza limitata ma biunivoca, perfettamente comprensibile ma comunque simbolo di quello che c’è là fuori (enorme, magmatico, irriducibile)(ci mancano metafore del mondo, ci mancano davvero metafore del complessità, che siano non dico perfette ma buone abbastanza, che permettano di adeguare le weltanschauung altrui ad un modello leggermente più accurato. (è un problema serio davvero, secondo me))).

Un’altra puntualizzazione da fare è che io sto parlando di libri (o comunque ho in mente prevalentemente i libri), sia per abitudine sia per scelta. Perché, abbiamo detto, se costruisco un’identità con parole per unità di tempo, i libri sono contenitori di ragionamenti (e storie) di un certo tipo, e permettono una certa lunghezza, e richiedono una certa pazienza, e occupano quindi (nella mia testa, con le loro parole) un certo periodo di tempo. Sono diversi da un post o un articolo o un reportage, perché presuppongono altre fatiche e altri tempi (punto).

Ma ritornando alla domanda fondamentale: perchè dobbiamo educare alla lettura?
C’è forse da dire anche che la soluzione finale sarebbe educare alla felicità (educando cioè al fine e non al mezzo) ma è per vari motivi che non sto a spiegarvi è complicato. Allora forse dovremmo educare all’amore, che della felicità è causa necessaria e forse sufficiente (amore di sè, per il prossimo, per quello dopo di lui, per il mondo, per l’umanità generale e l’umanità singola, amore per la realtà). Anche educare all’amore è complicato (alcuni ci hanno provato (tipo le religioni di mezzo mondo), ma spesso non sono efficaci(, e uno dei motivi (secondo me) è che ci credono troppo)). Nel senso: educare all’amore dovrebbe come essere educare alla lettura, alla matematica o alla cultura: una scelta razionale e ragionevole, basata sull’esperienza di alcuni miliardi di persone. Non una verità detta da qualcuno che non esiste (sono differenze piccole ma sostanziali).

Ma non vorrei deviare troppo (anche se credo che il significato profondo dell’educazione alla lettura sia da ricercarsi proprio lì, nell’oscuro senso che ognuno dà alla vita). Quindi ammettiamo assiomaticamente che leggere è bene perchè conoscere è bene.

O, detta più elegantemente, “If you think education is expensive, try ignorance“.

E chi mi legge lo sa che se io cito Derek Bok è per introdurre Aaron Swartz, che con Roberto Calasso è uno dei due modelli di lettore ideale che mi sono scelto. Aaron Swartz leggeva un centinaio di libri l’anno, perlopiù non fiction, e li leggeva perchè gli piaceva questa cosa che i libri ti aiutano a capire la realtà, come lunghe pertiche per sondare il fondo in un fiume d’acqua torbida. Tasti il fondo, cerchi di capire, e intanto ti muovi.
L’idea di saziare la fame di conoscenza un libro alla volta è di per sè risibile e bellissima, ma la cosa che nel suo caso mi riempie di rispetto è l’idea che la realtà va capita prima di cambiarla, perchè cambiare il mondo in meglio è un diritto e un dovere e allora i libri sono un mezzo efficace per farlo. E se c’è un motivo nobile che sopravvive ai miei scoramenti a giorni alterni è che questo conoscere per migliorare (te stesso, e fuori da te) ha senso, dà senso, è cosa buona e giusta.

Come

Non ci rimane che scoprire come educare alla lettura, allora. Il fatto è che non lo so (è una sezione breve, l’ho messa solo perchè ci stava bene).

La regola del pollice vorrebbe che uno legge ciò che gli serve (ad ogni libro il suo lettore, ad ogni lettore il suo libro), in quel determinato contesto, in quel determinato momento (fosse semplice, determinare contesto e momento (da cui l’impossibile arte di suggerire ad una persona il suo libro/articolo/manuale/film-serie tv (con sottotitoli)(è leggere, no?)(va bhè, rimaniamo sui libri))).

Perchè (lo insegna Qohelet) c’è un tempo per leggere ed un tempo per non leggere, c’è un tempo per Moccia e c’è un tempo per Borges.
Ha senso far leggere Moccia, secondo me, nell’ottica in cui ha senso insegnare alle persone che leggere può essere bello, può emozionarti o dirti cose che per te sono importanti.
Ha anche senso, secondo me, affermare che leggere Moccia tutta la vita è un po’ una perdita di tempo, che non insegna molto, soprattutto se hai voglia di andare oltre i 15 anni (mentali).
La lettura ovviamente non basta a farci persone migliori, ci sono perfetti stronzi che leggono moltissimo, persone felici e semplici che leggono il mondo senza parole scritte. Ma, secondo me, sempre di leggere si tratta.

Dunque l’unica cosa che mi viene da difendere è che ognuno trovi i suoi strumenti per leggere il mondo, attraverso i libri o meno. (ma che un modo lo trovi)(è un diritto e un dovere, e secondo me possiamo osare affermarlo, che se hai gli strumenti e il tempo e la possibilità, se sei uno stronzo tale da non aver una tua lettura del mondo, una tua voce (si diceva spirito critico, una volta) è colpa tua, e fai un danno anche a me.)

Poi c’è una cosa, che dimentico sempre e non vorrei.

Leggere è sempre un dialogo con qualcun altro, più o meno mediato, e anche più o meno efficace. In altri termini, leggere è entrare nella testa di qualcun altro. (Imparare a) capire le altre persone. Una lezione di empatia.

E, se mi permettete, l’unico modo in cui riesco a finire questo poema è così.

Il mondo si può guardare da infiniti punti diversi.
(tutto è uno. ci sono infinite prospettive per sporgersi e guardare il basso, infiniti punti di fuga nell’infinita matrice del mondo.
infinite leve per sollevare il mondo, infinite chiavi per aprirlo.
se il mondo è una rete (come è), ogni anello è il più importante. ogni sequenza lineare estratta dal groviglio è quella capitale. ogni filo dello gnommero è quello segreto.
ogni punto è il baricentro della sfera infinita.
l’abisso è sopra, sotto, a lato.
noi siamo Alice che cade nel buco, e il buco è una fottuta opera di Escher.
Ognuno ha il diritto e il dovere di di trovare il suo occhio, la sua mano e la sua voce. Ognuno il suo percorso, il suo piccolo angolo da cui vedere il mondo squadernarsi e acquistare senso.
Freud scese nell’inconscio, Nietzsche nel dio morto, Darwin l’evoluzione del regno dei viventi.
Newton, Parmenide e innumerevoli altri riunire il mondo attraverso la ragione; Borges scelse specchi, labirinti e biblioteche, Daumal la montagna, Melville il mare.
(Gadda la parola nella sua nevrosi, Perec l’esaustione di elenchi e collezioni, Carroll la logica dell’illogico)
((Kafka l’inesorabilità della colpa, Campo la perfezione, DFW il dolore della consapevolezza))
(((Bolaño l’unica notte e l’unica storia, Calasso l’ignoto e il suo volto multiforme, Wiener l’informazione ubiqua)))
((((Wilson le formiche e la loro socialità, Milani l’impotenza dei poveri, Girard il sacrificio))))
(((((…

Ognuno al suo demone, e il suo demone ad ognuno.

Disegnare è raccontare storie, dirigere film è raccontare storie, scrivere è raccontare storie, raccontare storie è dimenticarsi (e ricordarsi, insieme) di essere umani e mortali. Abbiamo inventato le storie, cioè le menzogne, per dimenticarci della morte, seppure per finta, e per poco. Abbiamo inventato la scienza, per la paura della morte, e per spostarla un po’ più in là.

L’unica domanda seria del mondo (dunque, forse) è capire se la tua bacchetta sia di faggio o sambuco, se la sua anima sia un tendine di drago o una piuma di fenice (se il tuo daimon sia tigre o civetta, se il tuo chakra sia di vento o di fuoco). “E voi, che cosa cercate?“ “Una analogia”.

Valar morghulis. Valar doheris.

11 pensieri su “Del leggere.

    1. L’avevo letto, ma non sono del tutto d’accordo. In parte ha sicuramente ragione, ma in parte credo sia corretto preoccuparsi se l’offerta (e la domanda) globale di “oggetti culturali” si abbassa notevolmente di qualità. Secondo me è bello che la gente legga sotto l’ombrellone, meno bella che smetta d’inverno. Il fatto è che non abbiamo dati su quello che è il “surrogato”, della lettura, Potrebbe essere una telenovela piattissima, o una serie dell’HBO (quindi all’altezza di moltissimi librii di qualità). Poi ho pensieri confusi, li ho scritti tutti qui sopra :-)

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  1. Bel post sulla lettura perché finalmente porta argomenti in difesa della importanza di “valutare”: valutare il grado di importanza di certe letture, di certi libri. Fa differenza leggere Moccia o leggere Diderot. Eppure c’è una grossa parte di “pseudocultura” contemporanea che cerca continuamente di dire: basta con le valutazioni, sono espressione di snobismo, di arroganza. Sarebbero incompatibili con la “democraticità” di Internet (che così viene equivocato e trasformato in una sorta di strumento per raggiungere un orizzontalità perfettamente livellata di tipo maoista). Sono cose che per es. si leggono qui: http://www.ilpost.it/mariofillioley/2013/08/01/urania-era-molto-meglio-del-camioncino/ e qui: http://www.matthaig.com/30-things-to-tell-a-book-snob-revisited/ Non citano un solo saggio, una interpretazione sociologica a sostegno della loro proposta di azzeramento dei criteri del gusto, proposta che è inverosimile rispetto al funzionamento dell’ecosistema letterario. Ma esiste una bellissima risposta nel dialogo di Diderot “Le Neveu de Rameau” (1773): quando il nipote di Rameau dopo la sua tirata contro i geni ammette che quello che prova è frutto della sua invidia: lui avrebbe voluto scrivere la splendida musica scritta dallo zio Jean-Philippe Rameau. La verità è che prova rabbia per la propria mediocrità: «… je suis donc fâché d’être médiocre. Oui, oui, je suis médiocre et fâché. J’étais donc jaloux de mon once…». Ed è la stessa sensazione che si ha leggendo certe cose che si trovano in rete: la pretesa di azzeramento di qualsiasi metro di giudizio, l’irritazione palese per le valutazioni, o l’accusa di snobismo, che vorrebbe portare la discussione sul piano del politically correct, suonano tutte come espressioni di invidia. Vorrebbero una perfetta orizzontalità dove nulla deve eccellere, anzi non esiste più nemmeno il concetto di eccellenza, per tacitare quello che sembra un senso di rancore ispirato da una sensazione di personale inadeguatezza. Ne parlava già anche Nietzsche. Ma una delle più belle analisi dell’invidia sociale causata da un senso esistenziale di vuoto, mancanza, perdita, è quella di René Girard in “Menzogna romantica e verità romanzesca”. La risposta è che ognuno deve decidere da sé se vuole essere lettore della menzogna romantica, quella che non svela il meccanismo dell’invidia e quindi offre una lettura gratificante, o lettore della verità romanzesca. Due cose radicalmente antitetiche come lo sono Moccia e Diderot. Con buona pace di tutti quelli che lanceranno accuse di snobismo. Eppure i romanzieri (veri) la situazione che si sta creando la descrivono da tempo: come ha fatto anche Martin Amis con l’ultimo romanzo “Lionel Asbo”. Ne parlava Antonio Scurati su “La Stampa” del 15 settembre: «Martin Amis: i neobarbari al comando. Nell’ultimo romanzo Lionel Asbo, in arrivo in Italia, lo scrittore fotografa “lo stato dell’inghilterra” nell’era dell’egemonia sottoculturale globale».

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  2. Ti serve un correttore di bozze:
    * “ci mancano davvero metafore del complessità”, del -> della
    * “ma è per vari motivi che non sto a spiegarvi è complicato.” -> “ma che per vari motivi…”
    * la virgola *dopo* la parentesi “(, e uno dei motivi (secondo me) è che ci credono troppo)).” è la nuova frontiera, vedo… :P
    * “Darwin l’evoluzione del regno dei viventi.” l’evoluzione -> nell’evoluzione

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  3. Correzione di bozze a parte, “Abbiamo inventato la scienza, per la paura della morte, e per spostarla un po’ più in là.”, non credo proprio.
    Abbiamo inventato la scienza perché alcuni si sono trovati meglio a percorrere questa via per capire meglio il mondo: http://www.youtube.com/watch?v=cRmbwczTC6E
    Della morte non ci curiamo, è sostanzialmente un problema risolto: «Archimede sarà ricordato quando Eschilo sarà dimenticato, perché le lingue muoiono ma le idee matematiche no. Immortalità è forse una parola ingenua ma, qualunque cosa significhi, un matematico ha le migliori probabilità di conseguirla.»

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    1. Io invece sono abbastanza convinto. Ho una teoria personalissima e girardiana (e per niente originale), che più o meno fa funzionare tutto il meccanismo della cultura umana da quello che è la paura del dolore della morte e del dolore. La scienza è uno dei modi di conoscere il mondo, di capire qual’è la realtà spaventosa là fuori (o, almeno, così era migliaia e migliaia di anni fa). Immagino che la morte come problema risolto sia una battuta.

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  4. ed io che sono memetista direi che la separazione tra scienza e arte, tra tecnologia e creatività è un’ invenzione piuttosto recente … considerandole due dimensioni (o due punti di vista) su un processo evolutivo e la nostra capacità d’osservazione per cuanto colta e coerente sarà sempre incompleta. La cultura ci sopravvive ed usa noi semplicemente come veicoli per la sua trasmissione… se ci riesce, bene… se non ci riesce va a cercare altrove…

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    1. “la separazione tra scienza e arte […] è un’invenzione recente” – sembra interessante ma vorrei capirci di più: sai quantificarla e collocarla in un momento storico?

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      1. Se penso al periodo classico, penso a filosofi che erano anche matematici, ad artisti che conoscevano ed inventarono canoni per le proporzioni, per la costruzione di grandi monumenti… Se penso alla civilta maia o a culture orientali come quella cinese, vedo una commistione tra artigianato e scienza molto forte… Credo che questa “invenzione” ovvero la distinzione di cio’ che riguarda l’anima e cio’ che riguarda la ragione abbia varie radici, che nel tempo si sono miscelate ed hanno reso la specializzazione un obbligo se non un vanto… E che abbia una connotazione occidentale. Se penso a Leonardo, penso ancora ad un perfetto connubbio tra le due dimensioni… Se penso alla divoluzione industriale posso dire che da li parta il mito della specializzazione, della sepazione delle discipline in ‘compartimenti stagni’…

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