Serendipity, links e Obama

Il numero di Bacon di quest'uomo è 0.

Io non so se questo profilo LinkedIn di Barack Obama sia autentico: se lo è, è spiritoso e divertente, se non lo è pure. Due cose poi mi stupiscono: la prima è che sono a sole 3 connessioni da lui, la seconda che le persone che hanno visionato il profilo hanno guardato anche quello di Kevin Bacon. Ah, Baràbasi!

Experience

Government Administration industry

January 2009 – Present (1 year 9 months)

I am serving as the 44th President of the United States of America.

Blogografia ragionata sul conflitto/1

L’avevo promesso a Malvino, ma lo faccio anche per me, in ogni modo qualcuno ci guadagna. Questa qui sotto è una lista di blog e fonti (parziali e non) sul conflitto: non sono i più famosi, ma quelli che leggo io, anche se accetto volentieri commenti, consigli e aggiunte.

Intanto, questi.

Felafel cafè: blog curatissimo di un giovane giornalista albanese, Leonard Berberi. Da leggere assolutamente, perla trovata per caso.

Amira Hass: quasi mi vergogno a dirlo, tanto è famosa (ma tant’è): Amira hass è l’unica giornalista israeliana a vivere nei territori palestinesi, scrive per Haaretz ed Internazionale, e noi qui le vogliamo molto bene.

Invisible arabs: blog di Paola Caridi, giornalista italiana. Fra i più belli che leggo.

Tuwani (R)Esiste: blog di Operazione Colomba a Tuwani, ne ho parlato qui. A questo tengo particolarmente.

Guerrilla radio: blog di Vittorio Arrigoni, giornalista e attivista. Nonostante le posizioni piuttosto estreme (ma mi dicono che di persona è più critico), è una delle poche voci che racconti la vita a Gaza.

Magnes Zionist: altro splendido blog di un professore ebreo-ortodosso che si divide fra US e Gerusalemme. In inglese.

AIC news: sito dell’Alternative Information Center, associazione no profit di israeliani e palestinesi per l’informazione alternativa. Il sito è in sè una miniera di notizie, io segnalo il blog del fondatore Warschawski, altri li trovate qui. Vi è inoltre una sezione dedicata a pubblicazioni e inchieste svolte direttamente dall’AIC, ma quella ve la posto un’altra volta.

Infine, la newsletter HumanRights, tenuta dall’attivista (e biologo) Mazin Qumsiyeh, fra i leader della resistenza popolare e nonviolenta palestinese. Questa la consiglio vivamente: Mazin è una persona splendida, lucidissima e d’una mitezza disarmante, e la sua newsletter offre uno scorcio fondamentale sulla resistenza quotidiana e nonviolenta di gran parte del popolo palestinese.

Per ora, mi sembra abbastanza (e se volete dei consigli, Human Rights, Amira Hass, Felafel cafè, Invisible Arabs).

Corrispondenze

Caro Luigi,
non ho la presunzione di convincerti. Se non ci riesce qubrick, figurati cosa posso fare io.
Mi basterebbe incrinare una sicurezza che percepisco (forse a torto), nel tuo stare sempre e comunque dalla parte di Israele.
Mi piacere farti capire che parole come “difesa”, “sicurezza”, “conflitto”, “barriera di separazione” sono (anche e soprattutto) facciate per termini quali “attacco”, “emarginazione”, “occupazione”, “muro di segregazione”.
Proverò, nel mio piccolo, per punti, e mi incasinerò e sarò illogico e contradittorio, e tu avrai pazienza.

Partendo dal tuo assunto “Israele ha il diritto di esistere“, le cose vanno di conseguenza. Ma secondo me dipende da quello che intendi per Israele. Io credo che gli israeliani abbiano diritto di esistere, esattamente come i palestinesi. E la differenza e’ fondamentale:  l’Israele attuale e’ uno stato che si pretende etnico, fondato sulla disuguaglianza e l’occupazione e la sottomissione di un altro popolo. Ha diritto di esistere in quanto tale? O questo diritto non e’ invece delle persone che abitano questo stato?

Mi verrebbe poi da dirti che, ammesso e non concesso il tuo assunto, tu sottintendi un “senza se e senza ma” che io non concedo. Fino a che prezzo Israele, e qualunque altro paese/popolo di questo mondo, ha il diritto di esistere? Sulla pelle di chi e quanti e per quanto? Con quale prezzo in sofferenza?

Il discorso di X e Y. Non si e’ del tutto sicuri che avessero proprio proprio ragione gli X (“una terra senza popolo per un popolo senza terra” e’ stata una menzogna che ancora ha le mani sporche di sangue). E anche se le avessero avuto, io credo che la proporzione delle forze in gioco sia importante. Quando hai vittime da una parte che sono dieci volte quelle dall’altra, fai fatica anche solo a parlare di conflitto, perche’ qui c’e’ uno che le prende e uno che le da’ (per questo Piombo fuso, a Gaza, e’ stato un attacco da 1400 vittime, non una guerra).

Il fatto che sia difficile per me dirti qualcosa che non sai o non immagini. Perdonami, ma per quanto ti attribuisca intelligenza e sensibilita’ oltre ogni ragionevole misura dubito che tu possa immaginare quello che succede qui, se non lo vedi. Per dire, una realta’ come Tuwani e’ inimmaginabile, io ne ho sentito parlare una sacco di volte, l’ho vista e conosciuta e ancora non ci credo. Poi, in ordine sparso, l’asfissia lenta e dolorosa dei palestinesi, il fanatismo e la violenza assurda dei coloni, l’espropriazione di acqua e terre, l’umiliazione sistematica di uomini, vecchi, donne, bambini ai check point, lo strangolamento logistico economico sociale sanitario che vivono i palestinesi, la detenzione aleatoria di uomini e ragazzi non sono cose che si possono immaginare. Sono cose che le pensi, magari le sai, ti fai una sega mentale e le giustifichi a priori o posteriori, ma col cazzo che le conosci e le capisci. Io le vedo e mi scivolano via.

La chiudo, senza arrivare ad un punto fermo. Quello che sta accadendo qui e’ piuttosto lontano da quello che credi. Non c’e’ informazione piu’ polarizzata di quella sul conflitto e ci sono una marea di bufale e vere e proprie menzogne che girano (l’ultima quella uscita sui giornali italiani, sulla rimozione del muro a Gilo).

Oso suggerirti che venire a vedere (provare a vedere, provare a capire, nei limiti del proprio sguardo e sensibilita’, con la fatica dello scardinare i propri pregiudizi) quello che succede e’ un buon modo per iniziare. Poi spesso non serve, ma se uno e’ sincero con se’ stesso certe cose non si possono non vedere.

Boh, fine del pippone. Saluti

Vivere e resistere a Tuwani

Siamo andati anche a Tuwani, villaggio sulle colline a sud di Hebron.
Tuwani si situa in una zona particolarmente povera ed arida della West Bank, e soffre enormemente della vicinanza dell’insediamento israeliano di Ma’on, e soprattutto di un avamposto dello stesso insediamento, in un boschetto proprio a ridosso delle prime case del villaggio.
Ad oggi sono state innumerevoli i soprusi e le violenze dei coloni, che mascherati si armano di fionde e
pietre e coraggiosamente attaccano i pastori con le loro greggi e i bambini che devono compiere chilometri sotto il sole per andare a scuola. La presenza fissa di internazionali ha spesso aiutato nel documentare un incessante stato d’assedio di una piccola comunità palestinese, di circa 300 persone, dedite soprattutto alla pastorizia.

Questi sono un po’ i dati crudi, ma è veramente difficile descrivere quello che si è provato nel conoscere una realtà estrema come Tuwani.

Una realtà in cui un’intera comunità di persone decide esplicitamente una strategia di non-violenza, di resistenza giornaliera e quotidiana fatta di azioni semplici e complicate come il semplice stare in un posto quando tutto consiglierebbe di andarsene. Ogni membro della comunità ha il suo ruolo: per esempio, per impedire la demolizione di una casa, gli uomini si erano messi intorno a pregare, mentre le donne facevano cordone impedendo ai soldati di arrestarli.Allo stesso modo, anziani e bambini sono coinvolti e parte attiva della resistenza.

Ad aiutare la comunità, un gruppo di volontari italiani, dell’ Operazione Colomba, assieme ad altri volontari del Christian Peacemakers Team. Gli internazionali aiutano soprattutto accompagnando i pastori e monitorando il viaggio dei bambini a scuola. Negli anni scorsi i volontari accompagnavano direttamente i bambini, ma la loro azione e pressione sul governo israeliano ha costretto quest’ultimo a costituire una scorta armata per i bimbi, con il risultato paradossale (e per certi aspetti inquietante) di soldati dell’esercito israeliano che difendono bambini palestinesi dall’attacco di coloni israeliani illegali.

I ragazzi di operazione Colomba, con una presenza fissa durante l’anno, monitorano il lavoro dell’esercito, che spesso negligentemente non interviene durante l’attacco dei coloni o agisce pigramente per non disturbarli troppo.

Curiosamente, gli attacchi avvengono prevalentemente di Shabbat, in qualità di giorno dedicato al Signore. I coloni dell’avamposto Havat Ma’on vivono nel bosco, in tende, bus dismessi e grotte, cibandosi di capre e Torah solamente. La riconquista della Terra Promessa è missione data da Dio, ed è dunque lecito contravvenire alla legge del Sabato per compiere la Sua volontà. Le modalità di attacco non hanno molta fantasia, in quanto strategia della paura e del terrore ben sperimentata in questi anni: mascherati e vestiti tutti uguali, scendono in gruppo dalle colline lanciando pietre con le fionde. Vi sono stati casi di avvelenamento delle pecore, e la recentissima distruzione di una recinzione metallica che il villaggio aveva costruito per proteggersi. I coloni, pur essendo illegali, hanno il supporto più o meno esplicito dell’esercito e della polizia israeliana, che cerca in vari modi di convingere gli abitanti del villaggio ad andarsene o cedere le loro terre.

Questo è il video di un attacco avvenuto due mesi fa, il 12 giugno:

Operazione Colomba è un progetto dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Legati alla presenza di Tuwani, ha un sito, un blog e un canale su Youtube.

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]

Vacanze alternative

[Borges sapeva bene quanto ingiusto fosse raccontare le vite, le persone e gli storie, monetizzandole in aneddoti, e nonostante tutto lo riteneva un destino inesorabile. Seguirò il suo esempio, rendendo letteratura qualcosa che non lo è, cioè falsificandola. Ma c’è caldo e non ho nulla da fare, quindi leggete e perdonate, altrimenti non leggete affatto. ]

Sono un paio di settimane che siamo in Terra Santa/Israele/Palestina, in questo momento spersi in un villaggetto non troppo distante da Gerusalemme. Non in termini kilometrici, molti di più le ore, fra sherut, taxi di tipi simpatici che non sanno l’inglese e check point.

Sono giorni un po’ di silenzio, ma neanche troppo, i canti dei muezzin non ci fanno scordare che è ramadan, le luci colorate fi fanno sorridere pensando a Natale ad agosto, l’assurda realtà di questa terra mi fa tanta rabbia che cerco di pensare ad altro. Io sto in un monastero, monaci italiani che però pregano in arabo, è strano computare i salmi seguendo una cantilena incomprensibile, mi riprendo solo al Gloria oramai imparato.

Mi riempio, illudendomi di comprenderli, di testi di mistici (d’altronde gli unici un po’ interessanti, la biblioteca è piuttosto settoriale e non mi va di leggere esegesi, mistica ebraica, libri sul sionismo o l’Islam), riprendendo una mezza passione oramai passata, iniziata (e praticamente morta) sulle prefazioni di Cristina Campo ai Racconti del pellegrino russo, vari misticheggianti anni fa.

Mi leggo il mio Florenskij, capendo una parola su mille de La colonna e il fondamento della verità, ma quelle capite sono parole belle, e io sono un lettore paziente. Non ho la forza di leggere libri sulla questione palestinese (l’altro giorno abbiamo fatto un giro, visto le colonie, i campi divelti, guardato video di aggressioni, parlato con persone che hanno perso casa e libertà da 40 anni ), la rabbia mi fa passare la voglia, per riprendermi tornavo a Qohèlet, tradotto di Ceronetti, di cui leggevo le prefazioni a tutte le edizioni (dal ’70 al 2001) e poi quasi solo il capitolo 1 e 2, sempre meravigliosi, sempre dannatamente veri. Incredibile come un libro come Qohèlet, con la sola sua esistenza, mi riconcili con la Bibbia, un po’ con il mondo.

Ho provato  a leggere i pochi Adelphi di casa, ma niente, non mi ispirano neppure loro (I detti di Rabi’a, Sentenze e colloquio mistico, Storia della fisolofia islamica, e poi le leggende ebraiche di Buber e le Vite di Paolo, Ilarione e Malco di Girolamo, ma quello ce l’ho anche a casa).

E di giorno lavoro un po’ con Anastasio, ilare monaco settantenne, che è qui da trent’anni e dovreste sentire e come parla alla sua tartarughina e che bella risata ha, bruciamo le sterpaglie (già, perchè non c’è abbastanza caldo ad agosto in Palestina), ce la ridiamo un po’, ancora, torniamo a pranzo colazione e cena a mangiare le stesse cose (verdura bollita e hummus (io non mi stanco mai di hummus, possibile?) e litri di yoghurt, ci metto dentro dei biscottoni al sesamo). Abbiamo preparato gli arnesi di giocoleria (comprato diablo e palline, fatto un devil stick decente), domenica per l’Assunta facciamo uno spettacolino ai bimbi.

E niente, sono vacanze strane, alterno una preghiera che non sento dentro ma che mi fa bene a un po’ di lettura e un po’ di lavoro, quando posso controllo la mail ma cerco di stare lontano da questo aggeggio, parlo con Isa quando ci vediamo alla preghiera e quando il pomeriggio vado dalle sorelle, dove sta lei, a rompere un po’ di mandorle insieme.

E niente davvero, è tutto qui. Niente illuminazioni mistiche, niente estasi da starets, niente alti e niente bassi: ma incredibilmente, faccio una cosa che a scriverla e pensarla sembra assurda, sembra il contrario di ogni vacanza sensata, ma si sta bene, non male nè meravigliosamente, ma bene, sereni, addirittura un po’ allegri.

Quando torno vi faccio vedere un paio di foto, perchè i primi giorni, all’alba a Gerusalemme, alzarsi e vedere il cupolone di Al Aqsa, eh, son cose.

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