[Borges sapeva bene quanto ingiusto fosse raccontare le vite, le persone e gli storie, monetizzandole in aneddoti, e nonostante tutto lo riteneva un destino inesorabile. Seguirò il suo esempio, rendendo letteratura qualcosa che non lo è, cioè falsificandola. Ma c’è caldo e non ho nulla da fare, quindi leggete e perdonate, altrimenti non leggete affatto. ]
Sono un paio di settimane che siamo in Terra Santa/Israele/Palestina, in questo momento spersi in un villaggetto non troppo distante da Gerusalemme. Non in termini kilometrici, molti di più le ore, fra sherut, taxi di tipi simpatici che non sanno l’inglese e check point.
Sono giorni un po’ di silenzio, ma neanche troppo, i canti dei muezzin non ci fanno scordare che è ramadan, le luci colorate fi fanno sorridere pensando a Natale ad agosto, l’assurda realtà di questa terra mi fa tanta rabbia che cerco di pensare ad altro. Io sto in un monastero, monaci italiani che però pregano in arabo, è strano computare i salmi seguendo una cantilena incomprensibile, mi riprendo solo al Gloria oramai imparato.
Mi riempio, illudendomi di comprenderli, di testi di mistici (d’altronde gli unici un po’ interessanti, la biblioteca è piuttosto settoriale e non mi va di leggere esegesi, mistica ebraica, libri sul sionismo o l’Islam), riprendendo una mezza passione oramai passata, iniziata (e praticamente morta) sulle prefazioni di Cristina Campo ai Racconti del pellegrino russo, vari misticheggianti anni fa.
Mi leggo il mio Florenskij, capendo una parola su mille de La colonna e il fondamento della verità, ma quelle capite sono parole belle, e io sono un lettore paziente. Non ho la forza di leggere libri sulla questione palestinese (l’altro giorno abbiamo fatto un giro, visto le colonie, i campi divelti, guardato video di aggressioni, parlato con persone che hanno perso casa e libertà da 40 anni ), la rabbia mi fa passare la voglia, per riprendermi tornavo a Qohèlet, tradotto di Ceronetti, di cui leggevo le prefazioni a tutte le edizioni (dal ’70 al 2001) e poi quasi solo il capitolo 1 e 2, sempre meravigliosi, sempre dannatamente veri. Incredibile come un libro come Qohèlet, con la sola sua esistenza, mi riconcili con la Bibbia, un po’ con il mondo.
Ho provato a leggere i pochi Adelphi di casa, ma niente, non mi ispirano neppure loro (I detti di Rabi’a, Sentenze e colloquio mistico, Storia della fisolofia islamica, e poi le leggende ebraiche di Buber e le Vite di Paolo, Ilarione e Malco di Girolamo, ma quello ce l’ho anche a casa).
E di giorno lavoro un po’ con Anastasio, ilare monaco settantenne, che è qui da trent’anni e dovreste sentire e come parla alla sua tartarughina e che bella risata ha, bruciamo le sterpaglie (già, perchè non c’è abbastanza caldo ad agosto in Palestina), ce la ridiamo un po’, ancora, torniamo a pranzo colazione e cena a mangiare le stesse cose (verdura bollita e hummus (io non mi stanco mai di hummus, possibile?) e litri di yoghurt, ci metto dentro dei biscottoni al sesamo). Abbiamo preparato gli arnesi di giocoleria (comprato diablo e palline, fatto un devil stick decente), domenica per l’Assunta facciamo uno spettacolino ai bimbi.
E niente, sono vacanze strane, alterno una preghiera che non sento dentro ma che mi fa bene a un po’ di lettura e un po’ di lavoro, quando posso controllo la mail ma cerco di stare lontano da questo aggeggio, parlo con Isa quando ci vediamo alla preghiera e quando il pomeriggio vado dalle sorelle, dove sta lei, a rompere un po’ di mandorle insieme.
E niente davvero, è tutto qui. Niente illuminazioni mistiche, niente estasi da starets, niente alti e niente bassi: ma incredibilmente, faccio una cosa che a scriverla e pensarla sembra assurda, sembra il contrario di ogni vacanza sensata, ma si sta bene, non male nè meravigliosamente, ma bene, sereni, addirittura un po’ allegri.
Quando torno vi faccio vedere un paio di foto, perchè i primi giorni, all’alba a Gerusalemme, alzarsi e vedere il cupolone di Al Aqsa, eh, son cose.
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