Gli gnocchi boemi

Il 20 maggio del 1915, l’Imperial Regio di Riva del Garda notificò alla popolazione della valle di Ledro lo sfollamento della valle.
Era ovviamente una popolo di contadini, che vivevano in un qualche gruppo di case attorno al lago di Ledro, poco distante dal lago di Garda, e incuneandosi più su, verso Storo, e a lato verso la val di Concei. La solita dieta di polenta e di patate, qualche allevamento, il lavoro nei boschi, e soprattutto una nascente industria legata alle “broche”, i chiodi che si mettevano sotto le scarpe.
Con gli uomini abili al fronte, vecchi, donne e bambini vengono messi sui treni e spediti in Boemia – la Boemia magica di Praga, del Golem, di Kafka – che era il cuore dell’Impero. Di quel 23 maggio non rimane nulla di scritto, nessuna fotografia.
All’arrivo la popolazione boema fu accogliente, regalò un po’ di cibo e fieno per dormire la notte: via via, nonostante le ovvie difficoltà di comunicazione, iniziò una vera collaborazione nei campi, nelle case, nelle industrie.
C’era soprattutto, per l’esercito, domanda di “broche”, per gli stivali dei soldati. A Don Gerolamo Viviani il comando austriaco chiese di reperire i chiodaioli, e che se fossero stati al fronte li avrebbero richiamati: lui scrisse quanti più nomi possibile, salvando così dalla guerra anche maestri, ragionieri, gente che di broche non sapeva nulla. Ma chi sapeva lavorava di più, chi non sapeva imparava, e alla fine nessuno tornò in guerra.
Dopo quattro anni, così come erano stati sfollati, furono obbligati a tornare a casa. Gli anziani erano felici, meno i bambini e i giovani che erano cresciuti lì, imparando la lingua e trovando amici e affetti: alla fine anche la Boemia era casa.
In molti partirono per trovare la morte a pochi chilometri dalla valle, perché nel frattempo era arrivata l’influenza spagnola, che decimò soprattutto i più anziani.
Nonostante la felicità di ritrovare le proprie valli, nulla era rimasto di quanto c’era prima, la guerra tutto aveva rubato, divelto, distrutto. Ci vollero anni prima di ricominciare.

Ancora oggi, in Val di Ledro si mangiano – come primo! – gli “gnocchi boemi”: gnocchi grossi di patate, cotti in acqua, inondati di burro fuso, zucchero e cannella. Al centro, meravigliosa, una prugna intera.

 

 

 

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