Energia solare significa meno guerre per il petrolio

Uno degli aspetti meno dibattuti – incredibilmente – dell’energia solare è quanto sarebbe importante e rivoluzionaria per l’economia e geopolitica mondiale. Negli ultimi 80 anni abbiamo visto affermarsi un’economia completamente basata sui combustibili fossili, con il dominio incontrastato del Medioriente arabo per il petrolio e la Russia per il gas. L’America ha estratto il proprio petrolio e si è andata pure a prendere quello che gli serviva qua e là, senza disdegnare guerre ventennali a cui tutti oramai siamo abituati. Il numero di morti dell’attuale economia petrolifera è dunque incalcolabile: non solo perché è impossible determinare precisamente quanti morti fa l’inquinamento, o quanti ne farà il riscaldamento globale, ma perché se contiamo anche le guerre (e dovremmo) il numero si alza vertiginosamente.

Il petrolio è una risorsa scarsa, per cui se non ce l’hai lo devi prendere da qualcun altro. Guardando alla definizione presente su Wikipedia, credo si possa ritenere il petrolio a tutti gli effetti come un bene privato, perché il costo della sua estrazione e trasformazione lo rendono sia rivale che escludibile:

  • Rivalità nel consumo – il consumo di un bene da parte di un individuo implica l’impossibilità per un altro individuo di consumarlo allo stesso tempo.
  • Escludibilità nel consumo – una volta che il bene è prodotto, è possibile impedirne la fruizione ai soggetti che non hanno pagato per averlo.
EsclusiviNon esclusivi
RivaliBeni privati
cibo, vestiti, automobili
Beni comuni
pesce, legno, carbone
Non-rivaliBeni di “club”
cinema, parcheggi privati, televisione via satellite
Beni pubblici
televisione pubblica, illuminazione pubblica, aria, difesa nazionale

La tabella di Wikipedia ci aiuta invece a capire che l’energia solare è a tutti gli effetti un bene pubblico¹: se ho i mezzi per raccoglierla non è nè rivale nè escludibile. Non trattandosi di una cosa – fatta di atomi pesanti – nessuno potrà impedirmi di godere della luce e usare i miei panelli per avere elettricità. Non c’è nessun Mr. Burns capace di oscurare il sole e privare Springfield della sua luce. L’energia solare è dunque l’unica che permette, a costi affrontabili e sempre più bassi, di avere una generazione di energia decentrata e distribuita, a livello di singola famiglia.

Senza contare che la quantità di energia solare che finisce sulla terra è qualcosa di incredibile:

Global_energy_potential_perez_2009_en.svg

Per citare Elon Musk, dallo straordinario articolo di WaitButWhy di qualche anno fa:

“[noi abbiamo] questo comodo reattore a fusione nucleare nel cielo, e non devi fare niente — funziona, si presenta ogni giorno sopra di te, e produce assurda quantità di energia”.

L’idea di essere meno dipendenti dagli Emirati Arabi o dalla Russia è un ottimo incentivo politico per una spinta “da destra” (o sovranista) alla transizione energetica, anche se mi pare che non sia amata da nessun grosso partito conservatore, né in USA né in Europa.

La transizione energetica, quella in cui elettrifichiamo tutto – trasporti, riscaldamento, macchine industriali – e iniziamo a pulire la rete elettrica con la generazione fotovoltaica è dunque la necessaria via per affrontare seriamente il risaldamento globale.

Basterebbe per salvarci? Non so, magari no, ma ci si avvicina pericolosamente. Detta in altro modo, è una soluzione necessaria, ma non (forse) sufficiente. Ma se una soluzione al climate change esiste, non può che passare di qui.

Note

  1. Spesso in Italia, quando qualcosa è pubblico (l’aria, l’acqua, le foreste, le biblioteche) amiamo dire che è un bene comune. In questo momento preferisco usare le suddivisione offerta da Wikipedia (credo sia una nomenclatura economica classica) perché i concetti di rivalità ed escludibilità chiariscono meglio.

La, Mi, Si-.

Io mi sono completamente perso i Mazzy Star: nel ’94 avevo nove anni, troppo presto, troppi pochi amici con gusti musicali decenti per poterli intercettare. Li ho ignorati per vent’anni.

Finchè una manciata di anni fa l’algoritmo di Spotify mi ha guardato negli occhi e senza dire nulla mi ha allungato un paio di canzoni – questa, Into dust – che da sole, in un secondo, con tre accordi, non sono state meno che una teofania: la definizione esatta di una generazione, di un’identità, il ritratto del ragazzino che sono stato e sarò sempre (di quel ragazzino che siamo tutti), il ricordo di quelle mani ancora bambine che allungavano le maniche e si mettevano i capelli dietro l’orecchio; la memoria precisa della scoperta di non esserlo più, bambino – e cosa si era non si sapeva; la fotografia di quei tramonti e il cielo di un blu inenarrabile quando la primavera stava iniziando e ti raccontava di un mondo nuovo, tremendamente eccitante e spaventoso: quel blu che l’universo ti stava dicendo qualcosa, proprio a te. L’esatto colore della nostalgia. Ognuno di quei tramonti – e poi, aurore -, ha, per me, il nome di un amore, quegli amori tremendi che solo l’adolescenza ti può infliggere. Se chiudo gli occhi e ci penso, ancora smetto di respirare.

Cerco ancora quel blu, non l’ho più trovato. Però lo rivedo tutte le volte che li ascolto. Ciao David, grazie per gli accordi giusti, fanno ancora male.

Scrittura collettiva a Barbiana

Lettera ad una professoressa fu scritto collettivamente, dall’intera Scuola di Barbiana di Don Milani – e, infatti, è proprio la Scuola intera l’autore che firma il libretto.

Noi dunque si fa così: per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola. Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi. Ora si prova a dare un nome ad ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce, qualcuno diventa due. Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini. Si prende il primo, si stendono sul tavolo i foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene. Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta. Comincia la gara a chi scopre parole da legare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.

Wikipedia “before it was cool”, nel 1967.

Le quattro dimensioni della digitalizzazione e il futuro delle biblioteche pubbliche

Articolone importante di Giulio sul futuro digitale delle biblioteche. C’è quasi tutto, lo consiglio a chi vuole davvero capire problemi e opportunità del digitale in biblioteca.

MLOL Blog

Oodi

Per stimolare il passaggio a una visione più generale del problema, ho scritto su Medium un post sulla digitalizzazione delle biblioteche a partire dal quale (tempo permettendo) tirerò fuori un libro basato anche sulle suggestioni, sulle critiche e in generale sulle reazioni che questo testo susciterà.

L’articolo è diviso in tre parti:

  • una premessa in cui sintetizzo passo a passo la posizione di Stefano Monti espressa su Artribune (il casus belli di questo pezzo), citando il suo testo e sintetizzando i passi del suo ragionamento
  • una pars destruens in cui sottoporrò a critica le affermazioni di Monti
  • una pars construens – la più estesa, naturalmente – in cui, lasciando da parte la critica, proporrò un modello per aiutare letteralmente a “vedere” tutte le dimensioni della digitalizzazione in biblioteca.

Sono tre quarti d’ora di lettura su cui vi chiedo un parere che aiuterà a raggiungere lo scopo indicato: lo trovate…

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Esposizione Orizzontale 2019 — Nascita

Ho degli amici che fanno un lavoro meraviglioso: i legatori e restauratori di libri antichi. Essendo artigiani ed artisti, amano allestire periodicamente una mostra di opere di artisti amici che ruotano tutte attorno allo stesso tema. Questo dicembre il tema era la “nascita”, che hanno chiesto di esplorare anche a me.

Ora, l’unico mio modo di essere artista è quello di essere un lettore: la mia forma d’arte prediletta, la cosa che so fare meglio, è leggere. Per cui quello che ho fatto è stata una selezione di brani da libri diversissimi, che ho trascritto e pubblicato in queste ultime settimane. Come noterete, ho preso il tema molto alla lontana, ma c’è un’interpretazione precisa, per tutti.

Li trovate qui sotto, in ordine inverso di pubblicazione, con anche due parole di introduzione. Spero vi facciano venire voglia di leggere i libri da cui sono tratti, perché sono uno più bello dell’altro.

Oggi è il giorno della mostra, quindi il giorno giusto per l’unico pezzo che parla di nascita in senso proprio, autentico, visceralmente umano. Gabriele Capra Malavasi è il cantante dei Gazebo Penguins, vive e lavora in appennino ed il papà di tre bimbi bellissimi.

Questo è il racconto della nascita di Ester, la sua primogenita, nata in casa in una notte innevata. Prendetevi cinque minuti buoni, perché cose così si scrivono solo una volta nella vita, vanno letti con il rispetto che meritano.

Il brano di oggi è l’ultimo prima, dell’Esposizione Orizzontale 2018 / Nascita di sabato, ma è stato il primo ad essere scelto.

Perché c’è tutto: la vita, la morte, la fratellanza, la montagna, l’avventura, la rinascita. Ha il sapore della fiabe antiche, ma fu scritto da un giovane di soli 35 anni, morto di tubercolosi l’anno dopo.

L’ho trascritto a mano tanti anni fa, quando lo trovai in un libro che non mi ha più abbandonato: il libro si chiama Il monte analogo, l’autore si chiamava René Daumal.

Ve lo regalo con un augurio: diffidate della superficie delle cose.

Le storie di Gianni Rodari hanno fatto il giro del mondo: sono finite dentro dentro le canzoni di Sergio Endrigo, sono diventate cartoni animati in Russia, sono libri tradotti in tutto il mondo. Quando nel 1973 uscì il suo “Grammatica della fantasia” fu una piccola rivoluzione: suo unico testo teorico, era un libretto densissimo di amore e studio, dedicato al mestiere di inventare storie, all’artigianato della favola. Le storie nascono dal più piccolo seme: come il meraviglioso errore di trascrizione che trasforma la scarpina di pelliccia di Cenerentola (“vaire”) in una straordinaria scarpina di vetro (“verre”). In questo brano Rodari torna al punto zero, al foglio completamente bianco, alla storia che si genera da una singola parola, come le onde attorno al sasso gettato in uno stagno.
~

Gustav Janouch era un adolescente quando il padre scoprì le sue poesie in un cassetto. Il padre non era un esperto, così decise di far leggere le poesie ad un collega della compagnia di assicurazioni dove lavorava: quel collega era Franz Kafka. Nasce così un’amicizia fra il giovane Gustav e il poco più vecchio Franz, fatta di chiacchiere, libri, consigli. Gustav riprenderà i suoi diari dopo la guerra, a ritracciare un incontro straordinario, in cui Kafka veste i panni del mentore e dell’amico. Nascita di un poeta, di un’amicizia, di una leggenda.

Wassily Kandinsky è stato uno dei grandi artisti del Novecento, il pioniere dell’arte astratta. Meno conosciuto è il suo sforzo teorico, condensato in due testi rivoluzionari come Lo spirituale nell’arte e Punto Linea Superficie.

Quest’ultimo è un testo unico: il tentativo ambiziosissimo di definire una matematica dell’arte, un trattato sulla natura e le proprietà degli elementi grafici fondamentali: il punto, la linea, la superficie.

Il brano di oggi è il primo capitolo, dedicato al più umile e al più potente dei tratti: il punto, “il legame fra silenzio e parola”. La nascita della forma.

Ettore Sottsass è stato uno dei più grandi architetti e designer italiani. Con lui le iperboli si sprecano: i suoi lavori sono stati esposti nei migliori musei del mondo, ha vinto innumerevoli premi, ha lasciato decine di migliaia di disegni, schizzi, progetti, fotografie, materiali di lavoro. Centinaia sono le storie che si nascondono e intrecciano fra questi, a volte racchiuse in un solo disegno.
Konrad Lorenz è stato il fondatore dell’etologia fondatore, lo studio scientifico degli animali.

In particolare, a lui si deve il concetto di “imprinting”, quella particolare forma di apprendimento che accade nelle primissime ore dopo la nascita, e per il quale, nel 1973, ricevette il Nobel per la medicina.

Per questo, insieme alle sue straordinarie doti di divulgatore, Lorenz è diventato famoso anche presso il grande pubblico: il suo bestseller L’anello di Re Salomone rimane uno dei libri sugli animali più belli di sempre, definendo un modo imitatissiamo, ma quasi inarrivabile, di raccontare la scienza, a metà fra autobiografia, favola, trattato.

Il pezzo di oggi viene da proprio da questo libro: è la nascita dell’ochetta Martina, il primo “cucciolo” di Konrad Lorenz.

La mitipoiesi è la tendenza innata dell’essere umano a creare miti.

Tolkien usò questa parola negli anni ’30, per indicare il “suo” genere letterario, che incorporava elementi mitologici e archetipici in una favola moderna, in una costruzione di mondi che avrebbe fatto scuola e definito il “fantastico” per decenni.

La mitopoiesi è un gioco da nerd, che notoriamente amano prendere molto seriamente cose che ad altri sembrano frivole: tutti i giochi, d’altronde, sono insieme ironici e serissimi.

Questo pezzo è di qualche anno fa, ma è uno dei miei articoli preferiti in assoluto su internet (quella che leggerete è la mia traduzione). È un racconto mitopoietico sulla rete, uno dei pochi che mi sia capitato di leggere.

Illustra bene la potenza dell’intelligenza collettiva che la rete permette — e anche della stupidità.

È un ciclo di Nascita, Morte e Resurrezione, parla di giovani nerd americani che fanno i coglioni, di scemi geniali che si mettono insieme a fare qualcosa di bello, di Arte che nasce e muore nel giro di poche ore.

Parla di Internet, insomma, che è un Gioco serissimo, e che va giocato insieme.