La, Mi, Si-.

Io mi sono completamente perso i Mazzy Star: nel ’94 avevo nove anni, troppo presto, troppi pochi amici con gusti musicali decenti per poterli intercettare. Li ho ignorati per vent’anni.

Finchè una manciata di anni fa l’algoritmo di Spotify mi ha guardato negli occhi e senza dire nulla mi ha allungato un paio di canzoni – questa, Into dust – che da sole, in un secondo, con tre accordi, non sono state meno che una teofania: la definizione esatta di una generazione, di un’identità, il ritratto del ragazzino che sono stato e sarò sempre (di quel ragazzino che siamo tutti), il ricordo di quelle mani ancora bambine che allungavano le maniche e si mettevano i capelli dietro l’orecchio; la memoria precisa della scoperta di non esserlo più, bambino – e cosa si era non si sapeva; la fotografia di quei tramonti e il cielo di un blu inenarrabile quando la primavera stava iniziando e ti raccontava di un mondo nuovo, tremendamente eccitante e spaventoso: quel blu che l’universo ti stava dicendo qualcosa, proprio a te. L’esatto colore della nostalgia. Ognuno di quei tramonti – e poi, aurore -, ha, per me, il nome di un amore, quegli amori tremendi che solo l’adolescenza ti può infliggere. Se chiudo gli occhi e ci penso, ancora smetto di respirare.

Cerco ancora quel blu, non l’ho più trovato. Però lo rivedo tutte le volte che li ascolto. Ciao David, grazie per gli accordi giusti, fanno ancora male.

Scrittura collettiva a Barbiana

Lettera ad una professoressa fu scritto collettivamente, dall’intera Scuola di Barbiana di Don Milani – e, infatti, è proprio la Scuola intera l’autore che firma il libretto.

Noi dunque si fa così: per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola. Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi. Ora si prova a dare un nome ad ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce, qualcuno diventa due. Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini. Si prende il primo, si stendono sul tavolo i foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene. Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta. Comincia la gara a chi scopre parole da legare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.

Wikipedia “before it was cool”, nel 1967.

Le quattro dimensioni della digitalizzazione e il futuro delle biblioteche pubbliche

Articolone importante di Giulio sul futuro digitale delle biblioteche. C’è quasi tutto, lo consiglio a chi vuole davvero capire problemi e opportunità del digitale in biblioteca.

MLOL Blog

Oodi

Per stimolare il passaggio a una visione più generale del problema, ho scritto su Medium un post sulla digitalizzazione delle biblioteche a partire dal quale (tempo permettendo) tirerò fuori un libro basato anche sulle suggestioni, sulle critiche e in generale sulle reazioni che questo testo susciterà.

L’articolo è diviso in tre parti:

  • una premessa in cui sintetizzo passo a passo la posizione di Stefano Monti espressa su Artribune (il casus belli di questo pezzo), citando il suo testo e sintetizzando i passi del suo ragionamento
  • una pars destruens in cui sottoporrò a critica le affermazioni di Monti
  • una pars construens – la più estesa, naturalmente – in cui, lasciando da parte la critica, proporrò un modello per aiutare letteralmente a “vedere” tutte le dimensioni della digitalizzazione in biblioteca.

Sono tre quarti d’ora di lettura su cui vi chiedo un parere che aiuterà a raggiungere lo scopo indicato: lo trovate…

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Esposizione Orizzontale 2019 — Nascita

Ho degli amici che fanno un lavoro meraviglioso: i legatori e restauratori di libri antichi. Essendo artigiani ed artisti, amano allestire periodicamente una mostra di opere di artisti amici che ruotano tutte attorno allo stesso tema. Questo dicembre il tema era la “nascita”, che hanno chiesto di esplorare anche a me.

Ora, l’unico mio modo di essere artista è quello di essere un lettore: la mia forma d’arte prediletta, la cosa che so fare meglio, è leggere. Per cui quello che ho fatto è stata una selezione di brani da libri diversissimi, che ho trascritto e pubblicato in queste ultime settimane. Come noterete, ho preso il tema molto alla lontana, ma c’è un’interpretazione precisa, per tutti.

Li trovate qui sotto, in ordine inverso di pubblicazione, con anche due parole di introduzione. Spero vi facciano venire voglia di leggere i libri da cui sono tratti, perché sono uno più bello dell’altro.

Oggi è il giorno della mostra, quindi il giorno giusto per l’unico pezzo che parla di nascita in senso proprio, autentico, visceralmente umano. Gabriele Capra Malavasi è il cantante dei Gazebo Penguins, vive e lavora in appennino ed il papà di tre bimbi bellissimi.

Questo è il racconto della nascita di Ester, la sua primogenita, nata in casa in una notte innevata. Prendetevi cinque minuti buoni, perché cose così si scrivono solo una volta nella vita, vanno letti con il rispetto che meritano.

Il brano di oggi è l’ultimo prima, dell’Esposizione Orizzontale 2018 / Nascita di sabato, ma è stato il primo ad essere scelto.

Perché c’è tutto: la vita, la morte, la fratellanza, la montagna, l’avventura, la rinascita. Ha il sapore della fiabe antiche, ma fu scritto da un giovane di soli 35 anni, morto di tubercolosi l’anno dopo.

L’ho trascritto a mano tanti anni fa, quando lo trovai in un libro che non mi ha più abbandonato: il libro si chiama Il monte analogo, l’autore si chiamava René Daumal.

Ve lo regalo con un augurio: diffidate della superficie delle cose.

Le storie di Gianni Rodari hanno fatto il giro del mondo: sono finite dentro dentro le canzoni di Sergio Endrigo, sono diventate cartoni animati in Russia, sono libri tradotti in tutto il mondo. Quando nel 1973 uscì il suo “Grammatica della fantasia” fu una piccola rivoluzione: suo unico testo teorico, era un libretto densissimo di amore e studio, dedicato al mestiere di inventare storie, all’artigianato della favola. Le storie nascono dal più piccolo seme: come il meraviglioso errore di trascrizione che trasforma la scarpina di pelliccia di Cenerentola (“vaire”) in una straordinaria scarpina di vetro (“verre”). In questo brano Rodari torna al punto zero, al foglio completamente bianco, alla storia che si genera da una singola parola, come le onde attorno al sasso gettato in uno stagno.
~

Gustav Janouch era un adolescente quando il padre scoprì le sue poesie in un cassetto. Il padre non era un esperto, così decise di far leggere le poesie ad un collega della compagnia di assicurazioni dove lavorava: quel collega era Franz Kafka. Nasce così un’amicizia fra il giovane Gustav e il poco più vecchio Franz, fatta di chiacchiere, libri, consigli. Gustav riprenderà i suoi diari dopo la guerra, a ritracciare un incontro straordinario, in cui Kafka veste i panni del mentore e dell’amico. Nascita di un poeta, di un’amicizia, di una leggenda.

Wassily Kandinsky è stato uno dei grandi artisti del Novecento, il pioniere dell’arte astratta. Meno conosciuto è il suo sforzo teorico, condensato in due testi rivoluzionari come Lo spirituale nell’arte e Punto Linea Superficie.

Quest’ultimo è un testo unico: il tentativo ambiziosissimo di definire una matematica dell’arte, un trattato sulla natura e le proprietà degli elementi grafici fondamentali: il punto, la linea, la superficie.

Il brano di oggi è il primo capitolo, dedicato al più umile e al più potente dei tratti: il punto, “il legame fra silenzio e parola”. La nascita della forma.

Ettore Sottsass è stato uno dei più grandi architetti e designer italiani. Con lui le iperboli si sprecano: i suoi lavori sono stati esposti nei migliori musei del mondo, ha vinto innumerevoli premi, ha lasciato decine di migliaia di disegni, schizzi, progetti, fotografie, materiali di lavoro. Centinaia sono le storie che si nascondono e intrecciano fra questi, a volte racchiuse in un solo disegno.
Konrad Lorenz è stato il fondatore dell’etologia fondatore, lo studio scientifico degli animali.

In particolare, a lui si deve il concetto di “imprinting”, quella particolare forma di apprendimento che accade nelle primissime ore dopo la nascita, e per il quale, nel 1973, ricevette il Nobel per la medicina.

Per questo, insieme alle sue straordinarie doti di divulgatore, Lorenz è diventato famoso anche presso il grande pubblico: il suo bestseller L’anello di Re Salomone rimane uno dei libri sugli animali più belli di sempre, definendo un modo imitatissiamo, ma quasi inarrivabile, di raccontare la scienza, a metà fra autobiografia, favola, trattato.

Il pezzo di oggi viene da proprio da questo libro: è la nascita dell’ochetta Martina, il primo “cucciolo” di Konrad Lorenz.

La mitipoiesi è la tendenza innata dell’essere umano a creare miti.

Tolkien usò questa parola negli anni ’30, per indicare il “suo” genere letterario, che incorporava elementi mitologici e archetipici in una favola moderna, in una costruzione di mondi che avrebbe fatto scuola e definito il “fantastico” per decenni.

La mitopoiesi è un gioco da nerd, che notoriamente amano prendere molto seriamente cose che ad altri sembrano frivole: tutti i giochi, d’altronde, sono insieme ironici e serissimi.

Questo pezzo è di qualche anno fa, ma è uno dei miei articoli preferiti in assoluto su internet (quella che leggerete è la mia traduzione). È un racconto mitopoietico sulla rete, uno dei pochi che mi sia capitato di leggere.

Illustra bene la potenza dell’intelligenza collettiva che la rete permette — e anche della stupidità.

È un ciclo di Nascita, Morte e Resurrezione, parla di giovani nerd americani che fanno i coglioni, di scemi geniali che si mettono insieme a fare qualcosa di bello, di Arte che nasce e muore nel giro di poche ore.

Parla di Internet, insomma, che è un Gioco serissimo, e che va giocato insieme.

I libri che ho letto negli ultimi 10 anni (2008–2017)

Dieci anni sono tanti.

Nel gennaio 2008 avevo appena compiuto 23 anni, mi ero laureato in matematica da sei mesi, e avevo appena deciso di cambiare completamente campo di studi, entrando nel mondo delle biblioteche digitali. Stavo per partire per un master fra Oslo, Tallinn e Parma, e avrei iniziato a lavorare, qualche anno dopo. In questi dieci anni sono andato a vivere da solo, e ho traslocato non so quante volte: ho chiuso una relazione, ne ho iniziata un’altra, ho comprato casa. Ho perso la fede, sono diventato vegetariano (le due cose non sono correlate)(forse). Fra le altre cose, ho letto un sacco di libri, e li ho segnati tutti su aNobii.

So che suono un po’ come un disco rotto (perlomeno, per quei pochi che hanno letto qualche mio post), ma la mia vita personale e professionale ruota attorno ai libri, e non riesco a pensare a me stesso senza automaticamente pensare ai libri che ho letto. Ne faccio un discorso di identità, semplicemente. Come diceva Marino Sinibaldi, i libri sono “una forma di appropriazione della realtà”, una letterale e letteraria costruzione di un sè, attraverso le parole altrui.

Facendola breve, quindi, a me diverte molto l’idea di tracciare questo mio discreto (in senso matematico) costruirmi. Mi diverte e ho una pazienza e competenza superiore alla media dei lettori nel pulire dataset corposi e fare grafici con grosse palle colorate con RAW. Dieci anni fa mi iscrivevo ad Anobii, e da allora ho sempre segnato tutti i libri che ho preso in mano.

~

Funziona così: i grafici seguenti sono degli ultimi dieci anni, trattano cioè i libri che ho letto dal gennaio 2008 al dicembre 2017. Per questi libri, ho la data di fine lettura (se li ho finiti) o un qualche dato cronologico.

Ho deciso di mettere sia i libri finiti e anche quelli non: quelli che ho abbandonato io, quelli che ho perso in treno, quelli da consultazione, quelli che “si, ti finirò un giorno”, quelli che vorrei-ma-non-toccherò-più. La divisione binaria finito/nonfinito semplifica le cose, esattamente come fiction/nonfiction (quest’ultima presupporrebbe un lungo discorso a parte, che vi risparmio): fiction è narrativa e romanzi, nonfiction tutto il resto. Poesia non ce n’è.

Quando parlo di libri letti, dunque, intendo tutti quelli che ho preso in mano e in un qualche modo letto; quando specifico finiti intendo davvero finiti. Non c’è distinzione con i libri riletti, perchè sono pochissimi, non rileggo mai: ricordo giusto il Monte Analogo, Fato antico Fato moderno, Belinda e il mostro, Flatlandia (e pezzi sparsi di Borges e Cristina Campo, per cui non li segno).

I dati sono abbastanza puliti, ma non escludo che ci siano errori qua e là (Anobii è cambiato non so quante volte nel frattempo, per cui i file di esportazione erano tutti confusi), e in dieci anni non sono sempre stato perfetto nel segnare tutto. Per cui ho fatto come ho potuto, certamente ho dovuto correggere e arrotondare qui e là.

Eccoli tutti.

1. Blu finiti, gialli non. La dimensione delle palle è data dal numero di pagine.

2. Rossi quelli finiti, blu quelli iniziati (questo secondo numero è incompleto).

Ho letto 467 libri: ne ho finiti 332, e nonfiniti 135, cioè un 28%. La media dei finiti è 33,2 libri l’anno, cioè quasi tre libri al mese (ma ovviamente la distribuzione di lettura è molto diversa, come si può intuire anche dal grafico 3.1).

3.1 I rossi sono fiction, i blu nonfiction.

3.2. Verdi carta, viola ebook. Ingrandimento. L’asse verticale sono le pagine del libro, l’asse orizzontale la data di fine lettura. Non è facile trovare dei pattern visivamente, perchè mi pare che nel 3.1 la divisione fiction/nonfiction sia un po’ la stessa: il dato sui dieci anni è 61% nonfiction, 29% è fiction. Forse andrebbe guardato anno per anno.

Ebook

Il grafico 3.2 invece riguarda il supporto: ebook VS carta. Stravince, come mi aspettavo, la carta: 87%. D’altronde compro solo libri usati, e uso gli ebook tendenzialmente per l’inglese e la saggistica.

4. Blu ebook,rosso carta.

Dei 64 libri letti in ebook (vedi grafico 4 a lato, colore blu), quattro su cinque quindi sono infatti nonfiction.

Di questi quattro quinti, metà sono in italiano metà sono in inglese. Non leggo inglese su carta, a parte qualche rara eccezione.

La distribuzione temporale del grafico 3.2 conferma un comportamento di cui già mi ero accorto: se leggo in ebook, continuo a leggere in ebook. Se smetto, posso abbandonarlo per mesi (fra l’altro, ci sono buchi lunghi anche perchè ho rotto un paio di ereader). Ma il mio comportamento con l’ebook lo conosco abbastanza: grandi scorpacciate durante l’estate, mesi di inutilizzo, poi si ricomincia. Il 2012 è stato un anno di grande innamoramento, per esempio, il 2013 molto meno.

Date di edizione

Fra i pochi numeri che possiedo, ci sono le date di edizione dei libri. Badate bene che questo dato tende a essere non preciso: cioè è il dato presente sul libro, sull’edizione precisa che ho in mano. Se si sta leggendo una ristampa recente (o, peggio, un ebook) di un libro dell’Ottocento, la data pubblicata sarà quella recente, e non quella di “concezione” dell’opera. Purtroppo questo è un problema sempiterno della biblioteconomia, e non è facile ottenere le date “originali”.

Contando tutto questo, mi pare abbastanza evidente che ci sia una certa attenzione a libri e autori del passato: in un anno di lettura (le colonne) sono presenti libri pubblicati in decenni diversi, con una prevalenza legata ai libri pubblicati dopo il 2000 o il 2010 (le prime due righe).

5. I rossi sono fiction, i blu nonfiction.

Questo aspetto si può si capire ancora meglio guardando gli autori. Li ho riconciliati con Wikidata: il grafico 5 è la gantt degli autori, con date di nascita ed eventuale morte (o niente se non ho i dati). Si nota una distribuzione identica di autori morti e viventi (52% e 48%, per la precisione), ma servirebbero dati più completi, e gli autori non sono tutti presenti in Wikidata. Leggendo libri usati ci sta che il mio orizzonte sia più spostato verso il passato (quello che in editoria si può chiamare il catalogo) piuttosto che verso le novità.

6. Le donne in blu, in rosso gli uomini. I puntini sono gli autori ancora viventi, quella è la data di nascita. Le righe vuote sono quelli di cui non ho trovato i dati. Qui c’è lo stesso grafico ingrandito.

7. Asse x sono le date in cui li ho finiti, asse y è l’anno di edizione del libro.

Esplorando meglio questo aspetto (catalogo/novità), proprio a guardare l’ultimo decennio (cioè i libri usciti dopo il 2008) vedo che non mi capita spesso di leggere un libro nello stesso anno in cui è uscito: succede 3–4 volte l’anno, poco più di 1 su 10, quindi. Razionalmente, la risposta che mi viene è che tendo ad aspettare che un libro esca dallo scaffale delle novità per finire nelle bancarelle e librerie dell’usato, e al giorno oggi bastano un paio di anni, forse pure meno. Non è tanto che non legga novità, quindi, quanto che le legga dopo.

Editori

Gli editori più presenti sono, in ordine: Adelphi, Einaudi, Mondadori, Codice, Franco Maria Ricci.

8. Editori.

I primi 7 editori equivalgono, in numero di libri, agli altri 140: una definizione quasi perfetta di legge di potenza. Di fatto, Adelphi la fa da padrone con 112 libri, seguita in serie più omogenea da Einaudi (37), Mondadori (33), Codice (14), Franco Maria Ricci (13).

Adelphi non mi stupisce troppo (anche se è tre volte più grande del secondo editore), e neanche Einaudi e Mondadori, dato che sono editori enormi e con un catalogo infinito. Codice è una casa editrice che amo molto, a livello di saggistica. Franco Maria Ricci fa ridere, nel senso che sono tutti Biblioteca di Babele, la collana diretta da Borges, che è straordinaria e praticamente l’unica collezione bibliofila che faccio.

9. Gli editori sono in tutto 147.

Non so però come leggere il dato in termini di numero totale e soprattutto di distribuzione. È nella norma leggere così tanto pochi editori? Da una parte c’è una straordinaria preponderanza di pochissimi editori (appunto, Adelphi su tutti, che è di fatto un quarto dei libri che ho letto). Dall’altro, 139 editori più piccoli sono davvero tanti. Il punto vero (e ricorrente in questa esplorazione) è che un’analisi del genere andrebbe confrontata con quelle di altri lettori, per conoscere le abitudini di lettori simili e non. Non avere una lettore medio come benchmark non aiuta a capire se questo tipo di lettura così caratterizzato è “normale” o meno.

Adelphi

Adelphi merita un breve approfondimento. Sono 112 libri, per un totale di 26091 pagine. È nettamente la casa editrice che conosco meglio, e che mi piace esplorare di più, di cui conosco gli autori, i temi e i riferimenti interni. Adelphi è il mio feticcio, e li compro appena posso (ne ho almeno il doppio di quelli che ho letto). Non dubito un giorno di poter fare delle bibliostatistiche solo sul loro catalogo (fondamentalmente mi mancano i dati).

10. Collane Adelphi. Barchart.

Di Adelphi ho tracciato anche le collane. Le più presenti nella mia libreria (di libri letti) sono Biblioteca e la Piccola Biblioteca, rispettivamente con 39 e 36 libri. Più sotto, Fabula (cioè romanzi veri e propri), Gli Adelphi (la collana economica, fatta quasi esclusivamente di ristampe), sino ad andare a cose più specifiche come i Saggi, la Narrativa Contemporanea (collana delle degli anni ‘60, poi evolutasi in Fabula) fino ad arrivare alle bellissime Adelphiana e La collana dei casi, fra le mie preferite in assoluto.

11. Collane Adelphi. Treechart.

Vedo adesso che non c’è neanche una Biblioteca Scientifica, ed è vero: i libri che possiedo li ho letti tutti pre-2008, quando ancora studiavo matematica. L’unico libro letto post-2008 che nasce in quella collana (ma che io ho letto edizione economica Gli Adelphi, e così figura nel grafico sopra) è Godel, Escher, Bach di Hofstadter, che è sicuramente uno dei libri che più mi ha cambiato la vita. Comunque sì, devo assolutamente recuperare.

Autori

Ho letto 363 autori, su 467 libri complessivi. A “spacchettare” gli autori multipli (antologie, raccolte) si arriva a 569.

L’autore che ho letto di più in questi ultimi dieci anni è Roberto Calasso, con sette libri. A seguire i sei di David Foster Wallace poi, a quota cinque, Guido Ceronetti (con le sue traduzioni bibliche), Oliver Sacks, Roberto Bolaño e George R. R. Martin.

12. Autori. Mi sono fermato a 2 libri per autore per mantenerlo leggibile, ma il grafico continua, con una coda lunga molto lunga.

In termini di numero di pagine vince sua maestà George R. R. Martin, naturalmente, con le sempiteterne Cronache del ghiaccio e del fuoco, lette tutte insieme nel 2012: la cosa che più adoravo in quella primavera-estate, era andare per pranzo dal Gelatauro a Bologna. Il “pranzo” consisteva in un focaccina siciliana strapiena di gelato (i gusti, rigorosamente, erano cioccolato all’arancia, cannolo siciliano, e alternativamente pistacchio o Regno delle due Sicilie (crema di pistacchio e mandorla insieme)), e leggere per quaranta meravigliosi minuti gocciolando sul Kindle. Ogni tanto penso che l’Andrea che fu bambino sarebbe stato molto orgoglioso dell’adulto nerd che sarebbe diventato.

Riguardo i primi posti, qualche considerazione.

  • Vedere Calasso al primo posto mi fa strano: amo molte delle sue opere minori, ma non sono mai arrivato alla fine de L’impuro folle, o della Folie Baudelaire. Però lui pubblica spesso, i suoi libri ce li ho praticamente tutti, per cui ci sta pure.
  • David Foster Wallace è, forse in maniera un po’ stereotipata, uno dei miei autori preferiti: ogni anno, da un po’, leggo qualcosa di o su di lui (ho praticamente finito tutti i suoi saggi e reportage, che sono poi le sole cose che mi interessano, più la biografia di D.T. Max, e il libro di Lipsky). Gli voglio proprio bene, e mi manca molto. L’ho iniziato a leggere davvero solo dopo la morte di Aaron Swartz (di cui era, ça va sans dire, l’autore preferito) e io ho deciso di non vergognarmi del clichè e mettermi in coda.
  • Sacks: piano piano, senza fretta, si legge tutto, chè è uno di quegli autori per la vita, che possono essere letti e riletti, da qui agli ottant’anni.
  • Bolaño uguale (non si parla mai di Bolaño, Bolaño si legge, Bolaño si piange).
  • Ceronetti va letto con più calma ancora, chè da vecchio voglio diventare anche io un misantropo incazzato che inveisce contro la modernità e traduce Qohelet per divertimento.

Mi fa stranissimo anche non vedere qui, nell’empireo ciel della classifica, autori come Borges o Cristina Campo: ma dieci anni fa avevo già letto tutto, e fanno parte di una fase precedente della mia vita. Sono più vecchio di quello che credevo prima di iniziare questo dannato post.

Donne

Dato dolentissimo: 21 donne su 363 autori totali, poco più del 5%. Si arriva ad un perfetto 10% se includo anche le donne all’interno degli autori multipli, ma la sproporzione è evidente. L’unica scusante è che 4 di queste autrici sono anche fra quelle che ho più letto (Simone Weil, Hannah Arendt, Cristina Campo, Licia Troisi), ma il resto è una pletora di uomini, e tutti europei o quasi.

Sono io che inconsciamente prediligo uomini a donne? La produzione libraria è sproporzionatamente maschile? I temi che mi interessano sono dominio incontrastato di maschi? Quasi sicuramente, un insieme di tutto questo. Peccato, anche qui, non avere un benchmark sull’industria editoriale (anche solo anno per anno), giusto per vedere di cosa stiamo parlando. So che è un dato basso, ma non so quanto, se sopra o sotto la media. L’offerta culturale è certamente parte del problema. Fra l’altro, sono dati che AIE potrebbe ottenere credo senza grande sforzo, anche solo facendo una stima.

Nazionalità

Anche sul discorso della nazionalità sono monotematico: stravince l’occidente con Italia e Stati Uniti. Poco più sotto un po’ d’Europa, e il resto è rumore statistico.

13. A questo subset mancano 110 autori, che non sono riuscito a riconciliare.

Non ho dati per l’orientamento sessuale, nè per il colore della pelle, ma anche qui so quasi nominarvi, uno per uno, gli autori di cui conosco entrambi. Gli autori di colore, a quando sappia, sono uno paio: Ta-nehisi Coates, Malcom Gladwell.

Pagine

Con i numeri di pagine si può fare un’analisi un po’ più statistica e quantitativa: su 467 libri letti, la media di pagine è 271.38, mentre la mediana (cioè il valore che divide la distribuzione a metà) è 221. Deviazione standard 187.25. Di fatto quasi una classica curva a campana, ma molto più spostata verso destra: una piccola ma non insignificante porzione di mattoni sopra le 500, fino ad arrivare ai leviatani ancora più in là.

14. Vince Infinite Jest, secondo It, terzo A storm of swords.

Per fare una comparazione, possiamo vedere una distribuzione presa dai dati delle biblioteche: per esempio tutti i libri prestati in un mese dalle biblioteche romane. La distribuzione mi sembra simile:

15. Libri, per numero di pagine, dati in prestito dalle biblioteche romane a giugno 2017. Il picco di libri molto corti (20–30 pagine) sono libri per bambini.

Anche la distribuzione temporale ci dice che, di fatto, quasi ogni anno ci sono libri sopra le 600 pagine, e sicuramente sopra le 500. Era una cosa che mi aspettavo: ho sempre voglia di un librone, magari da leggere d’estate, con calma. Ma, come c’era d’aspettarsi, il grosso dei libri sta tra le 100 e 250 pagine, una dimensione molto più canonica. A occhio, gli anni sono piuttosto uguali tra loro, senza grosse differenze.

16. Distribuzione per data di fine lettura e numero di pagine.

Conclusioni

Questa è un’analisi fatta per hobby, senza valore scientifico, e forse è un’esplorazione più autoterapeutica che altro. I dati che ho sono incompleti, e ho dovuto compiere un sacco di scelte e approssimazioni. Avevo iniziato questo lavoro con la lista di tutti i libri che ho mai letto, ma i dati erano ancora più sporchi e incompleti, per cui ho ripiegato su una selezione più coerente. Prendere dati esterni (per esempio da Wikidata) è utile ma aggiunge complessità e la necessità di altre scelte, i dati non ci sono mai tutti.

In base a questo, la conclusione facile è questa: se prendessi un libro a caso della mia libreria, avrei una possibilità su due mi avere in mano un libro di un autore maschio, sicuramente bianco, o americano o italiano, nato fra il 1900 e il 1980. Di questo insieme, due su tre sono nonfiction.

Ha senso perdere tutto questo tempo per arrivare ad una conclusione così banale? Non lo so ancora, ma intanto l’ho fatta.

Rimango convinto che sarebbe molto bello che analisi del genere fossero fatte dagli editori, dai librai, dalle biblioteche: quando parliamo di statistiche di lettura, facciamo sempre riferimento all’ISTAT che ci dicono di una popolazione che legge sempre meno… senza per altro sapere cosa legge, quando, come, perchè.

Ogni lettore è una biblioteca, nel senso che ogni lettore è unico nel suo insieme di libri letti, nell’ordine in cui li legge. In questo senso, ogni lettore possiede letteralmente un suo DNA librario, una sua impronta digitale bibliostatistica che lo rende unico. Se avessimo queste impronte (magari divise nel tempo) sarebbe molto facile confrontarle l’une con le altre. E forse capire meglio qualcosa di come le persone leggono, delle ragioni per cui lo fanno, di cosa manca nella nostra offerta culturale.

Tracciare questi dati ci permette di capire alcune abitudini, ma anche di fotografare una realtà in dettaglio: questa fotografia, in futuro, potrà essere un riferimento sul successo o meno per le campagne di promozione della lettura, per esempio, o delle biblioteche scolastiche, o dell’impatto dello smartphone sul consumo culturale delle persone. Se non abbiamo dati dettagliati, non sappiamo dove siamo adesso, e non sapremo dove saremo in futuro.

~

Come già detto, ho sempre usato Anobii per tenere traccia dei libri:

  • ho poi esportato la lista in CSV e mi sono messo a integrare i dati mancanti (fiction/nonfiction, ad es., l’ho messo a mano)
  • ho usato OpenRefine per pulire i dati, e per riconciliarli con Wikidata, ottenendo così da un semplice autore anche la sua data di nascita, morte, sesso, nazionalità. Cioè, per capirci: tramite il nome dell’autore si può cercare automaticamente su Wikidata, che suggerirà una o più risposte. Quando tutti i suggerimenti sono stati confermati, è possibile chiedere a Wikidata di importare nel nostro csv di partenza alcuni dati (come appunto date di nascita, sesso, nazionalità). Più Wikidata crescerà, meglio riusciremo a fare questi giochetti
  • ho usato Google Docs per fare i grafici più semplici, e RAW per quelli più complicati.
  • questi sono i dati delle biblioteche romane, usati per fare il benchmark del numero di pagine (grafico 15).

Chiunque voglia giocare con i miei stessi dati può guardare qui.