Lo sguardo breve degli italiani

I primi giorni qui a Tallinn abbiamo fatto un gioco, di quelli organizzati per gli studenti Erasmus, interculturalità, globalizzazione, siamo tutti fratelli, cose così.

Ci si chiedeva di elencare alcuni stereotipi culturali dei nostri compagni, di comunicare solo a gesti come disegnare tre semplici oggetti, finchè si è giunti ad alcune domande.

Fra le varie, mi ha colpito quando ci hanno chiesto se la nostra cultura è di quelle long-term, che pensa sempre al futuro, che vede in un duro studio oggi la carriera di domani, che prepara nel presente la stabilità del futuro.

Una mia compagna thailandese ha tranquillamente risposto di si, che i voti a scuola sono importanti, che la società inizia a selezionare da subito, e l’impegno è necessario da subito, che si costruisce giorno per giorno.
Io ho sorriso scorgendo nella sua candida sicurezza il nostro contrario. Mi sono accorto di quanto noi siamo attaccati al presente, di quanto viviamo alla giornata, di come sempre cerchiamo di gustare il subito: l’amore per il cibo, per i vini, per la tavola tutti insieme, per gli aperitivi, i caffè con gli amici, tutta la proverbiale e spesso patetica figura dell’itagliano pizza, pasta, mandolino (mamma e mafia) viene, anche, da questo voler stare nell’adesso, nel non preoccuparsi del domani.

Tutto bello e buono, spesso, finchè però non assaggi il lato amaro. Non preoccuparsi troppo del domani è corretto, non preoccuparsene affatto significa non prevedere, non prevenire, non costruire. Siamo sempre in balia del presente, funzionando con la pancia: ci voltiamo come un solo uomo all’emergenza (cani, stupri, rumeni, immigrati, terremoto che sia), ce ne dimentichiamo alla prossima. Senza memoria, senza raziocinio. Tutti eroi per poche settimane (per carità, alcuni eroi davvero), però senza imparare.

Se la terra si apre e ti mangia una città, e lo fa da sempre, da quando è nato il mondo, puoi solo guardarla e avere paura di lei, ricordarti della paura, cercare di far sì che la prossima volta che aprirà le fauci non ti trovi impreparato. Perchè la tragedia serve solo se si impara, altrimenti si è punto e a capo.

Siamo un popolo più generoso e solidale di altri, ed è buono e giusto, ma dovremmo imparare un po’ della freddezza e del raziocinio che non ci appartengono. Calcolare, prevedere, prevenire, sbagliare, ricalcolare, ricostruire. Altrimenti non serve a niente, e finiamo soltanto per creare gli eroi quando la tragedia, inevitabilmente, arriva.

‘Sta solfa degli eroi al solo-al-momento-giusto dovremmo convertirla in azioni eroiche quotidiane, tipo costruire case con le migliori norme antisismiche (al meglio che possiamo), protezione civile allertata prima (cosa più fattibile ma più costosa per tutti i falsi allarmi), popolazione aducata alle emergenze, fondi alla ricerca. Ma non lo faremo mai, figurati, non siamo mica giapponesi.

Inconcepibili

…quella vita piagata d’infinito in ogni cellula del suo corpo,…
Cristina Campo, Sensi soprannaturali

Mi sono sempre chiesto perchè vi sia una diversità così sorprendente nella comunicazione delle informazioni.
Non riesco a scorgere la differenza sostanziale, di fondo, fra due concetti, magari diversissimi, appartenenti a sfere differenti del sapere, ma che sempre concetti rimangono.
Idee, informazioni, abitanti della noosfera.

Eppure per raggiungere alcune informazioni bisogna studiare anni, mentre per altre basta un’occhiata, una parola.
Per comprendere determinate teorie bisogna avere tempo, volontà: dedicare esperienze e vita al costruirsi basi per poter salire ancora più in alto, innalzare magazzini per conservare i mattoni di domani.
Per altre sensazioni, non meno complesse, servono sguardi, carezze, parole, profumi. Immediate ti raggiungono e permangono.

Eppure le informazioni, le unità fondamentali, partono dallo stesso punto, con lo stesso medium, e raggiungono nello stesso modo il destinatario.
Si tratta sempre di pensieri tradotti in parole, di linguaggio. Sono fatti degli stessi atomi.

Sento fortemente la mancanza di una letteratura euristica, di una narrazione che possa fornire informazione, spiegare, insegnare.
Esattamente come un testo universitario.
Analogamente, non conosco, se non rarissimi casi, saggi, trattati, articoli scientifici che possano garantire lo stesso calore di un romanzo d’avventura, la profondità di una poesia.
Non riesco a cogliere la ragione profonda del perchè ciò sia impossibile.

Credo che questi libri facciano parte degli Inconcepibili,
quei libri che non esistono neppure nella biblioteca di Babele.
Quei libri che stanno al di fuori del reale, e ai quali possiamo soltanto anelare.

Esistono libri immaginari, esistono credo anche libri che sarebbero potuti esssere stati scritti, ma il destino o la morte non ha voluto vederli nascere su questa terra.
Penso al saggio sui coltelli della Moore tradotto dalla Campo, all’ultima lezione americana di Calvino, al romanzo definitivo di Dostojevskij.
Tutti questi, in un modo o nell’altro, saranno infrattati in qualche angolo oscuro della Biblioteca, ma ci saranno. Un po’ come i numeri irrazionali: non li potrai mai comprendere, possedere con uno sguardo, ma ne puoi vedere una parte, concepire un’esistenza.
Gli inconcepibili sono forse numeri strani, fanno parte di un altro sistema, più ampio. Come i numeri complessi, forse.
Un altro universo, a cui si può arrivare con la ragione, con il desiderio: essi, i libri che non ci sono, ma che abitano fra noi come alieni, provenienti da altri spazi.
Possiamo soltanto percepirli come assenza.

Scritto il 27 novembre 2007. L’originale si trova qui.

I bibliotecari (digitali) di Babele

La questione linguistica in casa JAMS (Juan, Andrea, Sara, Mehrnoosh) è molto divertente. Da quando poi loro studiano l’italiano, ancora di più.
La babele di quattro nerd nella stessa stanza con cuffie e microfoni a comunicare in quattro lingue differenti è una scena surreale, condita dal fatto che la sera, quando siamo stanchi, l’inglese dei 3 non nativi decade esponenzialmente, con conseguenza esilaranti.

Quindi io ogni tanto sbrocco e inizio a parlare italiano, e solo Juan e Sara capiscono qualcosa; fra di loro poi comunicano in spagnolo (Sara è traduttrice), e io comprendo qualcosa solo se parlano piano. Fatto sta che Mehrnoosh è sempre quella tagliata fuori, e allora io e lei, per non essere da meno, ci inventiamo un dialogo fittizio in italiano e fārsi. Come se non bastasse, quando io e Juan non sappiamo un termine in inglese, ce lo diciamo in spagnolo ed in italiano, e paradossalmente ci comprendiamo meglio: 9 volte su 10 la radice latina è la stessa e le parole decisamente simili.
By the way, è inoltre interessante iniziare a vedere la propria lingua da fuori: le difficoltà che loro incontrano (soprattutto Merhnoosh, la cui lingua è completamente altra) sono molteplici e sottilissime, come per esempio come discriminare l’uso delle proposizioni in “vado a scuola”, “vado in bagno”, “vado in centro”, “vado all’ospedale”. Proposizioni come “di” e “da” sono differenti nel senso ma simili nella grafia, e la complessità tutta italiana con casi, tempi, modi è uno gnommero varamente arduo per un non nativo.

Siamo una cazzutissima lingua burocratica, non c’è nulla da fare.

Hugo von Hofmannsthal, Le parole non sono di questo mondo

Göding, 18 giugno 1895

Mio caro Edgar,
quello che mi hai scritto nella tua lettera da Brest – che saresti più contento se a Pola vi fossero giardini verdi e donne con cuffie bretoni anziché nient’altro che cielo, rocce e mare – lo capisco così bene. Qui ci sono campi verde chiaro dove, inginocchiate o in piedi, stanno giovani contadine slovacche con i piedi scalzi e fazzoletti in testa, e di tanto in tanto si va a cavallo attraverso piccoli villaggi con case dipinte di azzurro o di verde, e incontro al cielo, lontano e incolore, corrono deserti lunghi viali di alti pioppi che si levano enormi e tristi, ma in mezzo a questo talvolta ho una solitudine così indicibile e soffocante, come se tutto ciò non facesse parte della vita, della vera vita, ma appartenesse ad uno strano regno che io non comprendo e che mi angoscia, un regno nel quale, sa Dio il perché, mi sono smarrito. Sai, questa sensazione di poter afferrare sempre e soltanto un pezzo della vita e poi venire strappati via di nuovo, tu la provi in modo certo più acuto di me, ma dipende da cause che sono molto più profonde di quelle esteriori, e per questo afferra anche me. Sento come se un giorno dovessi riuscire a dirti qualcosa di più su queste cose, ma adesso ancora no. Nella tua lettera mi hai chiesto qualcosa a cui posso rispondere soltanto male e per sommi capi. Di quel che in genere viene chiamato la questione sociale si fa un gran parlare, cose superficiali, a volte anche di meglio, ma in ogni caso tutto è così morto e distante, come se da lontano si stesse ad osservare attraverso un cannocchiale un gregge di camosci al pascolo; non sembra proprio qualcosa di reale. Che cosa poi sia “reale” non lo sa nessuno, non lo sanno quelli che ci si trovano in mezzo, e tantomeno lo sanno le “classi superiori”. Io non conosco il “popolo”. Non c’è nessun popolo, almeno da noi, ma solo persone, e invero persone molto diverse, anche tra i poveri, con mondi interiori molto diversi tra loro. Di noi inoltre non devi scordare la grande varietà di nazionalità e con questo anche le differenze nel loro sviluppo. Uno studente ebreo povero in canna, un donnaiolo viennese da quattro soldi, corrotto e galante, un malinconico dragone boemo, un malridotto artigiano della Moravia tedesca e poi e poi e poi… si somma questo per cinquantamila volte e lo si chiama “proletariato”. Io posso avere a che fare soltanto con i singoli, forse posso aiutare singole persone, comprenderle, e penso che questo soltanto sia l’importante. Almeno da noi, così come è fatta questa strana Austria, così difficile da capire. In occidente le altre parole possono avere più senso, lì credo che davvero le masse siano più omogenee. Io però sono contento che da noi non sia così. Ti cercherò un libro sulla nostra Costituzione. Cerca soltanto di non volere penetrare troppo a fondo nei concetti, che per noi qui sono ancora più vuoti e inadeguati che altrove, poiché noi li abbiamo trovati già bell’e pronti e pesi da altre situazioni. Con un po’ d’esperienza e un po’ di ricordi si va più lontano di quanto non si pensi in principio. L’importante non è imparare cose nuove ma tener desta la propria interiorità e imparare a fare qualcosa a partire da ciò che già si possiede. Le molte migliaia di concetti astratti che trapassano l’un l’altro sono come i detriti che la grande corrente deposita sugli argini. Quando nuoti nel mezzo, in acque piene di vita, allora non hanno alcuna importanza e non te ne devi curare. Certo, ci si sente turbati nel vedere così tanti uomini che disputano attorno ai concetti come cani attorno a un vecchio osso, e non si ha il coraggio di considerare tutta questa attività come se non fosse nulla. Però dovremmo farlo. La gran parte degli uomini non vive nella vita, ma in una pura apparenza, in una sorta di algebra dove nulla è e tutto soltanto significa. Io vorrei sentire forte l’essere di tutte le cose, vorrei stare immerso nell’essere, nel vero e profondo significato di tutte le cose. L’intero universo infatti è colmo di significato, è senso divenuto forma. L’altezza delle montagne, la vastità del mare, l’oscurità della notte, il modo in cui guardano i cavalli, il modo in cui sono fatte le nostre mani, il modo in cui profumano i garofani, il modo in cui il terreno si dispiega in colli e vallate, o in dune oppure in scogli severi, il modo in cui appare una regione vista da una montagna, e la sensazione che si prova quando in un giorno molto caldo si cammina sul selciato umido nel fresco androne di una casa, o quando si mangia un gelato: in tutte le innumerevoli cose della vita, in ogni singola cosa e in modo imparagonabile, è espresso qualcosa che non si lascia riprodurre per mezzo delle parole, ma che parla alle nostre anime. L’intero mondo è allora un discorso fatto ala nostra anima da ciò che è incomprensibile, oppure è un discorso della nostra anima a sé stessa. La tristezza è un concetto nella lingua vera e propria, ma nel linguaggio della vita ci sono migliaia di tristezze: la tristezza che si prova nel non vedere altro che rocce, mare, cielo; la tristezza di quando, magari sentendo l’odore di fragole fresche, si pensa a certi giorni d’infanzia; la tristezza negli occhi stanchi di certe scimmie, la tristezza affatto diversa di quando il sole tramonta in un certo modo; e ancora così tante altre tristezza, no? Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è, così come si può musicare tutto quello che c’è. Ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è. Per questo le poesie suscitano lo stesso sterile struggimento che producono le note. Molti però ignorano tutto questo e quasi soccombono nel tentativo di dire la vita. La vita però dice sé stessa. Parla attraverso i fenomeni. C’è però sempre un fenomeno, una combinazione di parole, una concatenazione di note che toccano la nostra anima cose se fossero la stessa cosa. Sono qualcosa di assolutamente analogo, la triplice espressione di una cosa ignota, una vibrazione divina. Dapprincipio questo ti meraviglierà, poiché in noi è radicata molto profondamente la convinzione – certo una fanciullesca convinzione – che se solo riuscissimo a trovare le parole giuste noi potremmo raccontare la vita, allo stesso modo in cui si mettono da parte, una sull’altra, delle monetine. Non è vero però, e i poeti fanno in tutto e per tutto come i compositori, esprimono cioè la loro anima per mezzo di qualcosa che si trova sparso per l’intera esistenza – poiché l’esistenza ha in sé la totalità di tutti i suoni possibili – ma tutto dipende da come li si combina. Così fa anche il pittore con i colori e le forme, che sono solo una parte dei fenomeni e per lui però sono tutto, e attraverso la loro combinazione gli riesce d’esprimere l’intera anima sua (oppure, ed è lo stesso, l’intero gioco del mondo). In fondo ci si può immaginare anche un meraviglioso giocoliere che lanciando sfere produce attraverso i mezzi espressivi della gravità e del movimento (piuttosto simile, in questo, ad un architetto), colmandoci di ogni struggimento di commozione e di molteplice eccitazione. Perciò, vedi, io penso questo: non vi è nulla di scritto a cui si possa credere. Tutti i grandi libri, i grandi poemi, la bibbia e gli altri sono mondi di sogno, affini al mondo reale e anche tra di essi solo in modo simbolico, e non sono mai da mettere in fila avvitandoli l’uno sull’altro come se fossero tubi. I discorsi che in genere fanno gli uomini (anche i tanti discorsi che si scrivono) sono però simili a quello che si ottiene quando della vera musica viene riprodotta in modo sbagliato e risuona assieme al rumore delle carrozze e a molto altro rumore di strada. Così al massimo potrà venirti in mente per caso qualcosa. Diventare maturi significa forse solo questo: imparare ad ascoltare dentro se stessi in modo tale da dimenticare tutto questo frastuono e da non riuscire infine più nemmeno a sentirlo. Quando ci si innamora di se stessi e, fissando l’immagine rispecchiata, si cade in acqua e si annega, come accadde a Narciso, io credo si sia caduti nel miglior modo possibile, come piccoli fanciulli che sognano di cadere attraverso la maniche del cappotto del loro padre nel regno delle favole, tra la fontana di vetro e il principe ranocchio. “Ci si innamora di sè”, intendo della vita, oppure anche di Dio, come si vuole. Volevo scrivere una volta tutto questo, perché è il mio credo, e poi anche perché forse ti dice qualcosa. O no? Allora ribattimi presto.
Di cuore

Tuo Hugo

Alan Moore, Sangue dalla spalla di Pallade Atena

l testo seguente è tratto dal Giornale della Società Ornitologica Americana, autunno 1983.


SANGUE DALLA SPALLA DI PALLADE ATENA

di Daniel Draiberg

Mi chiedo se studiando un uccello attentamente, osservando e catalogando le sue caratteristiche in ogni minimo dettaglio, si possa finire per farlo diventare invisibile. E’ possibile che mentre si misura meticolosamente la sua apertura alare o la lunghezza del suo tarso si perda di vista la sua poesia? O che nelle nostre prosaiche descrizioni di un piumaggio marmorizzato o vermicolato si finisca per ignorare tele viventi, cascate di marroni e ori dalle mille sfumature che farebbero sfigurare Kandinskij, esplosioni di colori nebulosi che farebbero concorrenza a Monet? Credo che sia possibile. A mio parere, se ci avviciniamo al nostro oggetto con la sensibilità di uno statistico o di un anatomista, ci allontaneremo sempre di più dal pianeta meraviglioso e incantevole dell’immaginazione, da quella forza di gravità che inizialmente ci aveva attratto verso il nostro campo di studi.
Questo non significa che si dovrebbe cessare di stabilire fatti e verificare le informazioni in nostro possesso. Vorrei solo suggerire che se quei fatti non riescono ad impregnare di lampi di intuizione poetica, allora resteranno per sempre delle gemme grezze, delle pietre rozze che forse non vale neppure la pena raccogliere.
Quando fissiamo l’occhio nero e catatonico di un parrocchetto, dobbiamo imparare a cogliere la pazzia fredda e aliena percepita da Max Ernst quando decise di rivestire le sue spose nude di piume scarlatte, trapiantando sulle loro spalle teste mostruose di uccelli esotici. Quando un nibbio o una rondine di mare vengono catturati nell’occhio azzurro e acuto delle nostre lenti Zeiss, dobbiamo imparare a vedere i fotogrammi del volo di gabbiani color seppia nelle prime fotografie cinetiche di Muybridge, in cui ali bianche in volo tracciano la linea lenta di oscilloscopio attraverso e lo spazio.
Osservando un falco, vediamo le minuscole differenze tra le linee rachidee del piumaggio ventrale, laddove gli antici egizi vedevano l’incarnazione di Horus e l’occhio bruciante della sua sacra vendetta. Finché non trasformeremo i nostri semplici avvistamenti in autentiche visioni, finché il nostro orecchio non sarà abbastanza maturo da cogliere una sinfonia nell’assordante pandemonio della voliera, il nostro sarà solo un passatempo, mai una passione.
Da bambino, la mia passione erano i gufi. Durante le lunghe estati dei primi anni Cinquanta, mentre il resto del paese scrutava il cielo in cerca di dischi volanti o di missili sovietici, correvo a perdifiato nei campi del New England nel cuore della notte, con le scarpe da tennis che trituravano l’erba secca e le felci, verso il mio appostamento dove restavo seduto con il naso all’insù nella speranza di osservare uno spettacolo del tutto diverso, con le orecchie tese per cogliere uno strillo arcano, quello di un vecchio uccello che era uscito a caccia nel buio in cerca di cibo, il grido stridulo di un eremita pazzo, evidentemente diverso dal sibilo di un gufo più giovane, più simile ad un gufo che russa. C’è stato un momento nel corso degli anni, nello spazio di tempo che va da quelli confortevoli seguiti a una guerra appena vinta a quelli attuali, rannicchiati nell’ombra incombente di una guerra che non si può vincere, c’è stato un determinato momento in quella linea temporale in cui la mia passione andò perduta, trasformando involontariamente l’oro splendente in un banale e grigio archivio di dati. Questa graduale opacizzazione passò inosservata, incontrollata e infine si calcificò in abitudine riflessa. Solo di recente sono riuscito a cogliere un lampo fugace del filone aureo attraverso la polvere accumulata con lo studio metodico da erudito.: in visita ad un conoscente malato in un ospedale del Maine per conto di un amico comune, stavo tornando al parcheggio quando d’un tratto e inaspettatamente udii il grido di un gufo in caccia.
Era un uccello avanzato negli anni, il suo grido era quello di un vecchio squilibrato, che roteava come un forsennato nel cielo scuro e gelido contro le nubi notturne sfilacciate. Quel suono mi immobilizzò. E’ errato supporre che i gufi gridino per spaventare la preda e impedirle di nascondersi, come alcuni hanno ipotizzato: il grido del gufo in caccia è una voce uscita dall’inferno che trasforma in statue i vivaci topi campagnoli e inchioda al suolo le donnole. Nel mio momento di paralisi sull’asfalto luccicante , fra le automobili addormentate, compresi cosa si celava dietro quel grido con una chiarezza pungente, così come l’avevo capito da bambino , a pancia in giù sulla calda terra estiva. In quel lunghissimo istante fuori dal tempo, condividevo una paura animale pura e semplice con tutte le altre creature più piccole e vulnerabili che avevano sentito come me quel grido e come me ne erano rimaste pietrificate. Il gufo non voleva spaventare la sua preda, rivelando la sua presenza. Nella sua sconcertante immobilità, posato sul suo ramo per ore, il gufo aveva assorbito il buio con le pupille dilatate e assetate, aveva già avvistato la sua cena. Il grido serviva solo a paralizzare il boccone prescelto, infilzandolo al suolo con un chiodo aguzzo di terrore cieco e impotente. Non sapendo chi di noi sarebbe stato prescelto, restai impietrito assieme ai roditori del campo, con il cuore che batteva forte come se aspettasse la stretta repentina degli artigli di acciaio affilato, prima e sola indicazione che la vittima predestinata sarei stato proprio io. Le piume del gufo sono morbide e soffici. Non fanno alcun rumore quando discendono attraverso i bui strati del cielo. Il silenzio prima che il gufo scenda in picchiata è come quello che precede un bombardamento e non senti mai la bomba che sta per colpirti.
Da qualche parte nel buio crepuscolare, al di là della luce gialla del terreno d’ospedale, mi parve udire qualcosa di piccolo emettere il suo ultimo squittio. Il momento era passato. Potevo muovermi di nuovo, insieme a tutti gli abitanti invisibili dell’erba alta, finalmente sollevati. Eravamo salvi. Non aveva gridato per noi, questa volta. Potevamo continuare i nostri affari notturni, la nostra esistenza, cercandoci del cibo o una compagna. Non ci stavamo contorcendo ormai privi di forze nella tenebra fetida e soffocante, a testa in giù nella gola di quell’orrore che era precipitato su di noi, con la coda penosamente penzolante da quel malvagio becco a scimitarra per ore, finché finalmente le nostre zampette posteriori e la cintura pelvica non fossero state rigettate, la nostra pelle vuota e appiattita stranamente rovesciata.
Pur avendo recuperato le mie capacità motorie dopo il grido stridulo del gufo, mi accorsi che facevo fatica a ritrovare il mio equilibrio. Qualche aspetto di quell’esperienza aveva fatto vibrare qualcosa dentro di me, creando un legame fra il mio io adulto, torpido e spossato, e il bambino che se ne stava seduto scompostamente sotto la fioca luce delle stelle, mentre i grandi predatori notturni mettevano in scena i loro drammi di fame e di morte nell’aria opaca e nera sopra di me. La spinta a sperimentare, più che limitarsi a registrare, si era risvegliata in me, mettendo in moto i processi mentali e la riconsiderazione della mia esperienza che mi hanno portato a scrivere il presente articolo.
Come ho già notato, non intendo suggerire che abbandonai su due piedi la carriera accademica e la ricerca teorica per fuggire via ed iniziare un’esistenza nuda e primordiale nei boschi. Anzi, al contrario, mi sono gettato nello studio con rinnovato fervore, in grado di vedere i fatti e le descrizioni aride sotto la stessa magica luce che li aveva trasformati e sostenuti quando ero più giovane. La comprensione scientifica del moto scientificamente sincronizzato e articolato delle singole piume di un gufo in volo non impedisce una valutazione poetica dello stesso fenomeno. Entrambe, anzi, si rafforzano a vicenda: un occhio più lirico presta ai freddi dati un’atmosfera incantata dalla quale essi si erano ormai da tempo distaccati. Immergendomi avidamente in testi di consultazione polverosi che non toccavo da tempo, mi sono imbattuto in brani dimenticati che mi hanno quasi mozzato il respiro, tomi dall’apparenza squallida che svelavano tesori preziosi di iridescente meraviglia. Ho riscoperto molte gemme da tempo perdute fra le ragnatele, antichi e funzionali brani di prosa descrittiva che trasmettevano ugualmente e senza sforzo alcuno l’essenza violenta e terribile del loro argomento.
Ho ritrovato per caso l’avvincente resoconto di T.A.Coward su un gufo reale: “In Norvegia ho visto un uccello che era stato preso quando era ancora nel nido, e che non solo aveva assunto il tipico atteggiamento terrificante, ma che si avventava frequentemente contro le sbarre della gabbia, colpendole con le zampe. Gonfiava le sue piume, si circondava il capo con le ali ed emetteva una raffica di alte grida dal becco minaccioso. Quello che mi colpiva maggiormente, tuttavia, era il lampo scintillante dei suoi grandi occhi arancioni”.
Poi, ovviamente, c’è il resoconto di Hudson sul gufo reale magellanico, da lui ferito in Patagonia: “Le iridi erano di un colore arancione vivo, ma ogni volta che provavo ad avvicinarmi prendevano ad avvampare come grandi globi di fiamme gialle tremolanti, con le pupille nere circondate da una luce cremisi scintillante che scagliava nell’aria minuscole scintille gialle”. In parole a lungo dimenticate come queste ritrovai parte di quell’emozione intensa, bruciante e apocalittica che avevo provato nell’umido parcheggio d’ospedale del Maine.
Oggi, se osservo un esemplare di Carine noctua, cerco di andare con lo sguardo al di là della fine peluria grigia delle sue zampe, di vedere al di là delle macchie bianche disposte in linee ordinate, come fuochi artificiali, sulla sua fronte. Cerco invece di vedere quell’uccello la cui immagine gli antichi greci impressero sulle loro monete, seduto pazientemente accanto all’orecchio di Pallade Atena, partecipe in silenzio dell’immortale sapienza divina.
Forse, invece di misurare i ciuffi di piume collocati sopra le sue orecchie, dovremmo interrogarci su ciò che quelle orecchie possono aver sentito. Forse, studiando il modo in cui stringe con le zampe il suo ramo, con due dita davanti e il dito esterno reversibile da dietro, dovremmo concederci un momento di pausa e riconoscere che un tempo quegli stessi artigli devono aver fatto sanguinare la spalla di Pallade Atena.

Da Watchmen, Capitolo VII.