Alan Moore, Sangue dalla spalla di Pallade Atena

l testo seguente è tratto dal Giornale della Società Ornitologica Americana, autunno 1983.


SANGUE DALLA SPALLA DI PALLADE ATENA

di Daniel Draiberg

Mi chiedo se studiando un uccello attentamente, osservando e catalogando le sue caratteristiche in ogni minimo dettaglio, si possa finire per farlo diventare invisibile. E’ possibile che mentre si misura meticolosamente la sua apertura alare o la lunghezza del suo tarso si perda di vista la sua poesia? O che nelle nostre prosaiche descrizioni di un piumaggio marmorizzato o vermicolato si finisca per ignorare tele viventi, cascate di marroni e ori dalle mille sfumature che farebbero sfigurare Kandinskij, esplosioni di colori nebulosi che farebbero concorrenza a Monet? Credo che sia possibile. A mio parere, se ci avviciniamo al nostro oggetto con la sensibilità di uno statistico o di un anatomista, ci allontaneremo sempre di più dal pianeta meraviglioso e incantevole dell’immaginazione, da quella forza di gravità che inizialmente ci aveva attratto verso il nostro campo di studi.
Questo non significa che si dovrebbe cessare di stabilire fatti e verificare le informazioni in nostro possesso. Vorrei solo suggerire che se quei fatti non riescono ad impregnare di lampi di intuizione poetica, allora resteranno per sempre delle gemme grezze, delle pietre rozze che forse non vale neppure la pena raccogliere.
Quando fissiamo l’occhio nero e catatonico di un parrocchetto, dobbiamo imparare a cogliere la pazzia fredda e aliena percepita da Max Ernst quando decise di rivestire le sue spose nude di piume scarlatte, trapiantando sulle loro spalle teste mostruose di uccelli esotici. Quando un nibbio o una rondine di mare vengono catturati nell’occhio azzurro e acuto delle nostre lenti Zeiss, dobbiamo imparare a vedere i fotogrammi del volo di gabbiani color seppia nelle prime fotografie cinetiche di Muybridge, in cui ali bianche in volo tracciano la linea lenta di oscilloscopio attraverso e lo spazio.
Osservando un falco, vediamo le minuscole differenze tra le linee rachidee del piumaggio ventrale, laddove gli antici egizi vedevano l’incarnazione di Horus e l’occhio bruciante della sua sacra vendetta. Finché non trasformeremo i nostri semplici avvistamenti in autentiche visioni, finché il nostro orecchio non sarà abbastanza maturo da cogliere una sinfonia nell’assordante pandemonio della voliera, il nostro sarà solo un passatempo, mai una passione.
Da bambino, la mia passione erano i gufi. Durante le lunghe estati dei primi anni Cinquanta, mentre il resto del paese scrutava il cielo in cerca di dischi volanti o di missili sovietici, correvo a perdifiato nei campi del New England nel cuore della notte, con le scarpe da tennis che trituravano l’erba secca e le felci, verso il mio appostamento dove restavo seduto con il naso all’insù nella speranza di osservare uno spettacolo del tutto diverso, con le orecchie tese per cogliere uno strillo arcano, quello di un vecchio uccello che era uscito a caccia nel buio in cerca di cibo, il grido stridulo di un eremita pazzo, evidentemente diverso dal sibilo di un gufo più giovane, più simile ad un gufo che russa. C’è stato un momento nel corso degli anni, nello spazio di tempo che va da quelli confortevoli seguiti a una guerra appena vinta a quelli attuali, rannicchiati nell’ombra incombente di una guerra che non si può vincere, c’è stato un determinato momento in quella linea temporale in cui la mia passione andò perduta, trasformando involontariamente l’oro splendente in un banale e grigio archivio di dati. Questa graduale opacizzazione passò inosservata, incontrollata e infine si calcificò in abitudine riflessa. Solo di recente sono riuscito a cogliere un lampo fugace del filone aureo attraverso la polvere accumulata con lo studio metodico da erudito.: in visita ad un conoscente malato in un ospedale del Maine per conto di un amico comune, stavo tornando al parcheggio quando d’un tratto e inaspettatamente udii il grido di un gufo in caccia.
Era un uccello avanzato negli anni, il suo grido era quello di un vecchio squilibrato, che roteava come un forsennato nel cielo scuro e gelido contro le nubi notturne sfilacciate. Quel suono mi immobilizzò. E’ errato supporre che i gufi gridino per spaventare la preda e impedirle di nascondersi, come alcuni hanno ipotizzato: il grido del gufo in caccia è una voce uscita dall’inferno che trasforma in statue i vivaci topi campagnoli e inchioda al suolo le donnole. Nel mio momento di paralisi sull’asfalto luccicante , fra le automobili addormentate, compresi cosa si celava dietro quel grido con una chiarezza pungente, così come l’avevo capito da bambino , a pancia in giù sulla calda terra estiva. In quel lunghissimo istante fuori dal tempo, condividevo una paura animale pura e semplice con tutte le altre creature più piccole e vulnerabili che avevano sentito come me quel grido e come me ne erano rimaste pietrificate. Il gufo non voleva spaventare la sua preda, rivelando la sua presenza. Nella sua sconcertante immobilità, posato sul suo ramo per ore, il gufo aveva assorbito il buio con le pupille dilatate e assetate, aveva già avvistato la sua cena. Il grido serviva solo a paralizzare il boccone prescelto, infilzandolo al suolo con un chiodo aguzzo di terrore cieco e impotente. Non sapendo chi di noi sarebbe stato prescelto, restai impietrito assieme ai roditori del campo, con il cuore che batteva forte come se aspettasse la stretta repentina degli artigli di acciaio affilato, prima e sola indicazione che la vittima predestinata sarei stato proprio io. Le piume del gufo sono morbide e soffici. Non fanno alcun rumore quando discendono attraverso i bui strati del cielo. Il silenzio prima che il gufo scenda in picchiata è come quello che precede un bombardamento e non senti mai la bomba che sta per colpirti.
Da qualche parte nel buio crepuscolare, al di là della luce gialla del terreno d’ospedale, mi parve udire qualcosa di piccolo emettere il suo ultimo squittio. Il momento era passato. Potevo muovermi di nuovo, insieme a tutti gli abitanti invisibili dell’erba alta, finalmente sollevati. Eravamo salvi. Non aveva gridato per noi, questa volta. Potevamo continuare i nostri affari notturni, la nostra esistenza, cercandoci del cibo o una compagna. Non ci stavamo contorcendo ormai privi di forze nella tenebra fetida e soffocante, a testa in giù nella gola di quell’orrore che era precipitato su di noi, con la coda penosamente penzolante da quel malvagio becco a scimitarra per ore, finché finalmente le nostre zampette posteriori e la cintura pelvica non fossero state rigettate, la nostra pelle vuota e appiattita stranamente rovesciata.
Pur avendo recuperato le mie capacità motorie dopo il grido stridulo del gufo, mi accorsi che facevo fatica a ritrovare il mio equilibrio. Qualche aspetto di quell’esperienza aveva fatto vibrare qualcosa dentro di me, creando un legame fra il mio io adulto, torpido e spossato, e il bambino che se ne stava seduto scompostamente sotto la fioca luce delle stelle, mentre i grandi predatori notturni mettevano in scena i loro drammi di fame e di morte nell’aria opaca e nera sopra di me. La spinta a sperimentare, più che limitarsi a registrare, si era risvegliata in me, mettendo in moto i processi mentali e la riconsiderazione della mia esperienza che mi hanno portato a scrivere il presente articolo.
Come ho già notato, non intendo suggerire che abbandonai su due piedi la carriera accademica e la ricerca teorica per fuggire via ed iniziare un’esistenza nuda e primordiale nei boschi. Anzi, al contrario, mi sono gettato nello studio con rinnovato fervore, in grado di vedere i fatti e le descrizioni aride sotto la stessa magica luce che li aveva trasformati e sostenuti quando ero più giovane. La comprensione scientifica del moto scientificamente sincronizzato e articolato delle singole piume di un gufo in volo non impedisce una valutazione poetica dello stesso fenomeno. Entrambe, anzi, si rafforzano a vicenda: un occhio più lirico presta ai freddi dati un’atmosfera incantata dalla quale essi si erano ormai da tempo distaccati. Immergendomi avidamente in testi di consultazione polverosi che non toccavo da tempo, mi sono imbattuto in brani dimenticati che mi hanno quasi mozzato il respiro, tomi dall’apparenza squallida che svelavano tesori preziosi di iridescente meraviglia. Ho riscoperto molte gemme da tempo perdute fra le ragnatele, antichi e funzionali brani di prosa descrittiva che trasmettevano ugualmente e senza sforzo alcuno l’essenza violenta e terribile del loro argomento.
Ho ritrovato per caso l’avvincente resoconto di T.A.Coward su un gufo reale: “In Norvegia ho visto un uccello che era stato preso quando era ancora nel nido, e che non solo aveva assunto il tipico atteggiamento terrificante, ma che si avventava frequentemente contro le sbarre della gabbia, colpendole con le zampe. Gonfiava le sue piume, si circondava il capo con le ali ed emetteva una raffica di alte grida dal becco minaccioso. Quello che mi colpiva maggiormente, tuttavia, era il lampo scintillante dei suoi grandi occhi arancioni”.
Poi, ovviamente, c’è il resoconto di Hudson sul gufo reale magellanico, da lui ferito in Patagonia: “Le iridi erano di un colore arancione vivo, ma ogni volta che provavo ad avvicinarmi prendevano ad avvampare come grandi globi di fiamme gialle tremolanti, con le pupille nere circondate da una luce cremisi scintillante che scagliava nell’aria minuscole scintille gialle”. In parole a lungo dimenticate come queste ritrovai parte di quell’emozione intensa, bruciante e apocalittica che avevo provato nell’umido parcheggio d’ospedale del Maine.
Oggi, se osservo un esemplare di Carine noctua, cerco di andare con lo sguardo al di là della fine peluria grigia delle sue zampe, di vedere al di là delle macchie bianche disposte in linee ordinate, come fuochi artificiali, sulla sua fronte. Cerco invece di vedere quell’uccello la cui immagine gli antichi greci impressero sulle loro monete, seduto pazientemente accanto all’orecchio di Pallade Atena, partecipe in silenzio dell’immortale sapienza divina.
Forse, invece di misurare i ciuffi di piume collocati sopra le sue orecchie, dovremmo interrogarci su ciò che quelle orecchie possono aver sentito. Forse, studiando il modo in cui stringe con le zampe il suo ramo, con due dita davanti e il dito esterno reversibile da dietro, dovremmo concederci un momento di pausa e riconoscere che un tempo quegli stessi artigli devono aver fatto sanguinare la spalla di Pallade Atena.

Da Watchmen, Capitolo VII.

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