Come generare il numero di controllo nell’ISBN

Capita che magari sei un editore, o uno che per qualche motivo si è comprato dei numeri ISBN. Capita anche che li vuoi comprare una volta e poi più, chè costano, la crisi, ecc. Quello che forse non sai è che quando ne hai comprato uno, puoi averne altri, l’algoritmo è pubblico, e a questo punto gli ISBN puoi generarteli da solo.

I numeri ISBN (quelli a 13 cifre) sono composti da 5 parti, e le prime 3, quando li compri, diventano fisse. La quarta è progressiva (libro 0, libro 1, ecc.), e poi c’è il codice di controllo, l’ultimo, che va da 0 a 10.

Quindi, quando hai finito la tua lista di ISBN ma vorresti continuare, inserisci le prime 3 sezioni (le copi dagli altri ISBN che hai), vai con il numero progressivo (all’ultimo ISBN che avevi), e per trovare la cifra di controllo corrispondente vai qui.

Poi puoi andare su ISBN.it, entrare nella tua area registrata e collegare il nuovo titolo al tuo ISBN nuovo di pacca.

Fact checking e bibliografia

Ieri sono stato intervistato da Radio 3 Scienza (un onore, davvero) su Aaron Swartz e l’Open Access. Dura una quindicina di minuti, si ascolta qui.

Faccio un po’ di fact checking e fornisco un paio di link alle cose che ho detto ieri:

  • David Weinberger, fellow al Berkman Center for Internet and Society dell’Harvard Law School,  ha detto “Aaron was not a hacker. He was a builder” (source)
  • la citazione iniziale è di Derek Bok, ex rettore (in inglese “president“) di Harvard. L’originale è “If you think education is expensive, try ignorance” (source).
  • Il libro di Jean-Claude Guédon che ho citato è Open Access. Contro gli oligopoli del sapere, tradotto da Francesca di DonatoSi scarica gratuitamente qui. Leggetelo perchè è bello.
  • Aaron Swartz ha scaricato 4 milioni di documenti da JSTOR, una biblioteca digitale no profit,  ma non del MIT. Le notizie che si trovano in giro non sono sempre coerenti, il processo è ancora in corso, ma la descrizione più chiara e semplice di quello che è successo (con tante note e fonti) è quella di Wikipedia.
  • ho provato a spiegare (male) come funziona il mondo della letteratura accademica qualche giorno fa, qui.

Spero di non aver dimenticato niente (se invece si, sotto, nei commenti, grazie).

Piccola guida pratica all’Open Access

[ho scritto questo per l’università di Bologna (se siete dell’università, condividete), ma è facilmente adattabile. C’è anche questo post di Jonathan Eisen, che dice varie cose importanti. Magari leggi prima quello.]

Ieri ho scritto una spiegazione breve e semplicistica di cosa sia l’open access, cioè l’accesso aperto alla letteratura scientifica. Dato che è una cosa un po’ di nicchia, e si confonde con un generico postare link a robe su internet, provo a riassumere in 4 punti cosa devi fare se vuoi supportare l’open access nel tuo ruolo, in università.

La prima cosa da fare, chiunque tu sia (ricercatore, professore, studente), è informarsi presso la tua università sui servizi di deposito e pubblicazione digitale. Puoi chiedere ai professori o ai bibliotecari. I servizi solitamente riguardano gli archivi digitali (materiali didattici, tesi, dissertazioni, articoli) e le riviste open access.

Se sei un dottorando, quando depositi la tua tesi, scegli sempre l’accesso più libero. Se vuoi per forza mettere un periodo di chiusura (il cosiddetto embargo), sceglilo di 6 mesi o un anno, per darti il tempo di pubblicare un articolo. Ma poi rendila  disponibile a tutti.

Se sei un ricercatore o un professore, puoi distribuire i tuoi materiali didattici ad accesso libero, anche con una licenza Creative Commons. Spesso sono slides che possono interessare anche altre persone (anche fuori dall’università): non ci sono molte ragioni per impedirglielo. Quindi non farlo.
Puoi depositare online tutti i tuoi manoscritti ed articoli su l’archivio istituzionale della tua università (se c’è), o anche su un archivio tematico. Puoi cercarli qui, ce ne sono migliaia.
Puoi anche leggere e pubblicare su una rivista peer reviewed ad accesso libero. Puoi cercarli qui, ce ne sono migliaia.

Se invece sei un semplice studente, passa ai tuoi professori e colleghi i consigli qui sopra, chiedigli come funziona la pubblicazione scientifica, chiedigli dell’open access, e informati. Quando arriverà il momento in cui anche tu potrai contribuire alla comunità scientifica, saprai come e perchè devi farlo in Open Access.

How to exploit academics

I have an ingenious idea for a company. My company will be in the business of selling computer games. But, unlike other computer game companies, mine will never have to hire a single programmer, game designer, or graphic artist. Instead I’ll simply find people who know how to make games, and ask them to donate their games to me. Naturally, anyone generous enough to donate a game will immediately relinquish all further rights to it. From then on, I alone will be the copyright-holder, distributor, and collector of royalties. This is not to say, however, that I’ll provide no “value-added.” My company will be the one that packages the games in 25-cent cardboard boxes, then resells the boxes for up to $300 apiece. But why would developers donate their games to me? Because they’ll need my seal of approval. I’ll convince developers that, if a game isn’t distributed by my company, then the game doesn’t “count”—indeed, barely even exists—and all their labor on it has been in vain.
Admittedly, for the scheme to work, my seal of approval will have to mean something. So before putting it on a game, I’ll first send the game out to a team of experts who will test it, debug it, and recommend changes. But will I pay the experts for that service? Not at all: as the final cherry atop my chutzpah sundae, I’ll tell the experts that it’s their professional duty to evaluate, test, and debug my games for free!
On reflection, perhaps no game developer would be gullible enough to fall for my scheme. I need a community that has a higher tolerance for the ridiculous—a community that, even after my operation is unmasked, will study it and hold meetings, but not “rush to judgment” by dissociating itself from me. But who on Earth could possibly be so paralyzed by indecision, so averse to change, so immune to common sense?
I’ve got it: academics!

(from Scott Aaronson, Review of “The Access Principle” by John Willinsky, MIT Press, 2005).

Che cos’è l’Open Access

[l’articolo è parziale, incompleto, incongruente, scritto male. Ma mi importava scriverlo e l’ho fatto. Feedback e critiche nei commenti, poi aggiorno. Aggiornato il 6 gennaio 2014.]

L’open access è un movimento che vuole dare accesso aperto alla conoscenza, e nello specifico alla letteratura scientifica. Sono tanti i nomi che si danno a questi “movimenti dell’open” (open knowledge, open science, open data), e in generale tutti vogliono più apertura e trasparenza, declinate in ambiti specifici (ad esempio pubbliche amministrazioni, università, dati scientifici).

L’open access si focalizza su un sistema molto particolare, che è appunto il mondo della letteratura scientifica e accademica: un mondo fatto prevalentemente di ricercatori, che studiano, ricercano e pubblicano i propri risultati in articoli scientifici, in riviste del proprio settore. Le varie riviste hanno reputazioni molto diverse: ci sono quelle autorevoli e quelle meno (pubblicare su Nature è diverso che pubblicare su Focus, ecco). Questo perchè ogni articolo, nel mondo scientifico e accademico, deve passare attraverso il filtro della peer review, la revisione dei propri pari: (teoricamente) gli scienziati si valutano a vicenda, controllano i risultati, fanno le pulci alle metodologie. Ciò che passa rimane, si aggiunge al corpus scientifico, crea il trampolino da cui poi partono gli altri. Insomma, si costruiscono i giganti su cui ci arrampichiamo noi nani.

Qual è il punto? Perchè l’open access? Cosa non va?

Bhè, il punto è noioso. Il punto è che il nostro modo attuale di pubblicare la ricerca ha molti problemi, soprattuto economici. Le riviste sono in mano a pochissimi editori, che tengono i prezzi alti con altissimi margini di profitto. A poter accedere agli articoli sono dunque gli studenti/dottorandi/ricercatori delle università (più o meno ricche), perchè sono le università, tramite le loro biblioteche, a comprare gli abbonamenti a quelle riviste. Se sei fuori dall’università, per un singolo articolo (un PDF di 20 pagine che potrebbe anche rivelarsi non utile alla tua ricerca) puoi pagare anche 30 euro (a PDF)(rileggi, 30 euro)(a PDF).

Sono decenni che le biblioteche che vedono tagliare i propri budget, sono decenni che le riviste che vedono i loro prezzi moltiplicarsi. La questione è serissima, perchè alcune biblioteche (parliamo anche di Harvard, non dell’Università di Camerino) dicono che non riusciranno per molto a garantire questi abbonamenti (che costano di centinaia di migliaia di euro), quindi i loro studenti non avranno accesso alla ricerca scientifica prodotta nel mondo, quindi non riusciranno a lavorare e fare ricerca loro stessi. Il nano senza gigante non sa dove arrampicarsi e non vede nulla. Questa situazione va avanti da anni e tutti sono concordi nell’affermare che il problema esiste davvero.

Allora cosa propone l’open access?

L’open access vuole essere la soluzione a questo problema, e propone una rivoluzione sostanziale con due strategie principali:

  • pubblicare i propri articoli e risultati in appositi archivi aperti: questa viene chiamata via verde
  • creare apposite riviste peer reviewed ad accesso aperto: questa viene chiamata via d’oro

Gli archivi dove pubblicare i propri articoli e risultati possono essere istituzionali (cioè facenti capo ad un’istituzione, come un’università) o tematici (afferenti ad un determinato settore, come per esempio arXiv lo è per la fisica). Le riviste open access invece seguono il sistema tradizionale di pubblicazione e revisione fra pari, solo che poi rilasciano i loro articoli gratuitamente, per tutti. Cioè invece che pubblicare e far leggere i propri articoli soltanto a studenti di un’università che ha pagato l’abbonamento, sono semplici siti web che permettono a chiunque di leggere e scaricare il PDF. Fare una rivista costa, ma ci sono modelli di business diversi che si stanno affermando, e quindi non è necessario far pagare al lettore (che è quello che succede con il modello tradizionale: in Italia, gli abbonamenti vengono pagati dalle biblioteche, cioè dalle Università, cioè con le tasse).

Queste strategie puntano a ribaltare il sistema corrente, assumendo implicitamente un postulato fondamentale: la letteratura scientifica (cioè la ricerca, cioè la scienza, cioè la conoscenza) è un commons, un bene comune. Non puoi mettere dei paletti alla conoscenza, l’informazione (soprattutto quella accademica e scientifica, filtrata e valutata, pagata coi soldi pubblici) deve essere libera, perchè se è libera è meglio, per tutti.

Ed essendo la conoscenza libera è giusto che venga trattata in maniera diversa, perchè questa è un'”economia dell’abbondanza”, non della scarsità: è importante quindi che i modelli economici siano diversi, perchè nessuno si sognerebbe di trattare allo stesso modo risorse diverse come l’educazione e il petrolio. Che è invece quello che stiamo facendo.

Il sistema è malato in vari punti e a vari livelli (economico, etico, sociale), la questione è complessa, davvero c’è una letteratura sterminata, là fuori, su questo. Ci sono ottime ragioni per tentare di cambiare il sistema corrente. E ce la possiamo fare.

Davvero? Perchè?

Perchè quello della letteratura scientifica è un settore particolare. Perchè, riconoscendo che la scienza/conoscenza è di tutti, siamo d’accordo sui valori: e allora è, solo, un discorso di modelli economici. Non è moltissimo, ma è più di quanto sembri.

E c’è un punto fondamentale:

  • i soldi, in questo sistema, vengono usati solo per pagare la ricerca, gli stipendi e per comprare gli abbonamenti delle riviste. I ricercatori non vengono pagati per pubblicare (cioè, si, ma figura nello stipendio), nè per fare la revisione dei colleghi. Sono cose che fanno gratuitamente, perchè fa parte del loro lavoro, di come migliorano la propria reputazione accademica.
  • gli “attori economici” della “filiera produttiva” della ricerca sono sempre gli stessi, e ciò i ricercatori.
    • sono i ricercatori che scrivono gli articoli, che fanno ricerca. E’ la loro funzione e sono pagati dall’università (cioè dalle tasse, cioè da noi)
    • sono  i ricercatori che si fanno peer review a vicenda, cioè valutano e filtrano la ricerca scientifica degli altri, e lo fanno gratis
    • sono i ricercatori l’utente finale della ricerca: sono loro a leggerla e studiarla, quindi loro a comprarla (con i soldi delle biblioteche, cioè dell’università, cioè delle tasse, cioè da noi).

I ricercatori, dunque, sono i produttori, i revisori e gli utenti finali della ricerca scientifica.

In sostanza, la ricerca viene pagata due volte: a monte (pagando gli stipendi ai ricercatori), e a valle (pagando le riviste su cui i ricercatori pubblicano).
Ah, i ricercatori spesso devono pagare per dover pubblicare (anche migliaia di euro ad articolo).
E danno via tutti i loro diritti (alle case editrici). E non ci guadagnano un centesimo.

E le case editrici? Le case editrici sono un intermediario (più o meno importante): loro fondano le riviste, le organizzano e coordinano la peer review, impaginano, distribuiscono, vendono. Ma non producono nè revisionano. Non ne ho parlato qui sopra perchè nel processo produttivo non ci sono: il loro lavoro di coordinamento è importantissimo, ma non giustifica i loro enormi profitti (che arrivano al 40% di margini di guadagno). Senza i ricercatori sono meno che niente.

Ma scusa, ma perchè i ricercatori stanno al gioco?

Intanto perchè è lo status quo, ci sono abituati, è così da tempo. Poi perchè i ricercatori sanno poco e nulla di quanto paga la loro biblioteca per avere accesso alle riviste: questo è anche un problema dei bibliotecari, e di comunicazione. Poi c’è quella cosa del publish or perish: devono pubblicare o morire, ne va della loro carriera accademica, le cose funzionano così. Il ricercatore deve fare ricerca e pubblicare il più possibile, nelle riviste più prestigiose, che ovviamente sono tutte ad accesso chiuso, araldi del sistema tradizionale. Il cane si morde la coda.

Perchè a loro, davvero, non interessa farci i soldi. A loro interessa far “carriera”, che significa avere borse di ricerca, pagare le bollette, avere finanziamenti per un altro anno di ricerca, magari diventare professori. E’ questa la reputazione accademica, la vera valuta all’interno del mondo accademico.

Ricapitolando; per far carriera accademica bisogna far vedere che si vale, cioè bisogna pubblicare tanto e bene, su riviste importanti. Le riviste importanti sono tutte delle case editrici di cui abbiamo parlato. E’ il publish or perish, pubblicare o morire. Il sistema attuale riesce così a far leva sui giovani ricercatori, quelli che hanno più bisogno di reputazione: anche chi vorrebbe pubblicare in open access a volte è costretto a scegliere.

Non ci credo

Lo so, non ci si crede. E non credete a me: fatevi un giro qui, andate su Wikipedia (quella inglese, o quella in italiano), informatevi. Ecco una bella lista di libri sull’argomento: