Chiamatelo Ibrahim

Esco dalla pizzeria, sono a piedi, le pizze calde in mano. Mentre sto per attraversare la strada, si avvicina un ragazzo: nero, cappello e cappuccio, un trolley a fianco. Mi chiede, in inglese, con difficoltà, se passerà presto un autobus per Modena. Lo guardo, stupito, guardo il mio orologio, sono quasi le nove e mezza. Siamo a Sorbara, a venti minuti di macchina da Modena; attorno a noi c’è buio pesto, freddo, e una gran nebbia. Siamo nella bassa modenese, domani è san Geminiano. Quale miglior notte per un nebbione da lupi.

Non passa più niente, gli dico.

Il ragazzo si gira nervosamente, balbetta qualcosa, e poi, piano ma senza riuscire a fermarsi, inizia a piangere. È tutto buio, si vedono solo i suoi occhi bianchissimi, i riflessi sulle lacrime. Ho due pizze in mano che si freddano, provo, senza un enorme successo, a farmi spiegare perché è lì, cosa vuol fare. Mi racconta che era venuto qui perché un suo amico gli aveva promesso di tenergli la valigia, lui è appena arrivato dalla Svezia, sono pochi giorni che è a Modena, non conosce nessuno se non questo qui. Lui ha preso un autobus verso la bassa, si è fermato, ha cercato tutto il giorno il suo amico, che non c’era. Ha un cellulare, ma non ha la SIM italiana. Non ha nessun numero di telefono. Chissà se si è fermato nella città giusta, chissà se non doveva andare più giù, o scendere prima. Il Canaletto è tutto uguale per uno che non lo conosce.

Decido, rassegnato, di sabotare la mia serata con A., dico al ragazzo di stare fermo lì, che lo riporto io a Modena. Corro velocemente a casa, c’è talmente nebbia che non riconosco l’entrata (è la casa dei genitori di A., siamo venuti qui nel weekend a tenere gli animali, sono otto, 7 gatti e un cane). Do ad A. la sua pizza ormai fredda, mangio la mia a metà, in piedi, il resto lo porterò in macchina per lui. Ogni identità deve scegliere fra un equilibrio fra apertura e conservazione: le culture, le cellule, le persone. Io e A. abbiamo una sorta di patto segreto per cui cerchiamo di non portare troppa sofferenza del mondo in casa nostra, perché entrambi sappiamo che non possiamo esagerare, che se apriamo troppo veniamo risucchiati. Stasera sto rompendo quel patto. So che fare il buon samaritano vuol dire rovinare la serata anche a lei. Prendo le chiavi ed esco.

Il ragazzo è seduto, accosto la macchina, gli dico di salire. Fa casino con le portiere, non sa dove entrare, dove mettere la valigia, si vede che è confuso. Lo aiuto, si siede, gli dico di mangiare la mia mezza pizza rimasta, oramai gelida. Se lo fa dire due tre volte, ma poi mangia. Gli chiedo se è buona, se gli piace, mi volto per un secondo e lo vedo sorridere per un attimo. Il primo sorriso della serata, credo uno di due.

Mentre penetriamo nella nebbia, come Attila mille anni fa, cerco di farmi spiegare nuovamente. Ibrahim (suona così, ma è scritto diverso) viene dal Gambia, ha vent’anni, è stato a Modena (non so quando) e ha lavorato in un progetto. Conosco il nome della cooperativa, ora ci lavora anche mia sorella. Ma i progetti finiscono: appena ha ricevuto il suo permesso di soggiorno è andato in Svezia, ma anche lì il progetto è finito (non so quanto sia durato). In Svezia se dici che vuoi tornare indietro ti pagano il biglietto dell’aereo, lui decide di tornare a Modena. Mi accenna alla Libia, credo sia venuto da lì, ma non so se è una di quelle balle che si passano tra di loro, perché chi è rifugiato ha un trattamento diverso, migliore. Non indago.

Capisco ora che è tornato solo da due giorni, che è già stato al Centro stranieri, che gli hanno detto che il suo progetto è finito, che non possono farci niente. Lui ha ritrovato un suo amico di quando era a Modena, lui è ancora dentro al progetto perché non ha ancora i documenti; gli chiede se può stare con lui, dice che non si può, ma che gli tiene la valigia. Ibrahim non ha un posto dove stare, e si deve sempre trascinare il trolley dietro. La prima notte ha dormito in stazione.

Capisco che le cose si fanno subito incasinate: è già stato al Centro stranieri, l’hanno già rimbalzato, tutto il primo giorno. Lo porto a Porta Aperta, centro della Caritas, hanno un dormitorio e offrono pasti, ma sono disilluso.

Perché io queste cose un po’ le conosco: quattro, cinque anni fa facevo parte di una parrocchia che aveva aperto un dormitorio nelle sale dell’oratorio, un paio di letti. Cercavamo di prendere persone con cui fare un progetto vero, oltre il solito discorso del pasto + letto, che è importante ma ahimè non risolve nulla, è solo la base su cui costruire. Ho una vaga idea del confuso mondo della Caritas, di come funziona, dei legami con i servizi sociali. Ma il mio cinismo ha l’inquietante caratteristica di prenderci più volte che no: mi rendo conto che da cinque anni a questa parte le cose non sono cambiate, che l’infrastruttura dei servizi è a dir poco insufficiente. Come gestire un ospedale con cerotti e soluzione fisiologica.

A Porta Aperta, difatti, mi dicono quello che immagino: che non funziona così, che non posso portarlo e loro lo prendono, che bisogna passare per il Centro Stranieri per entrare nella struttura, che c’è la lista d’attesa. Il ragazzo che mi parla è gentile e capisce, ma non può farlo entrare. Lui non è che uno dei tanti.

Intanto ho sentito i miei genitori, che si sono attivati, hanno provato a telefonare un altro prete (di fatto, un francescano che faceva accoglienza proprio nei locali di fianco a Porta Aperta: fu mandato via, per traffici e accordi non troppo chiari, perché i Francescani affittarono quei locali alla Misericordia di Giacomardi si, il gemello , volevano farci un ristorante o non so che cosa. Il ristorante nel frattempo è fallito.). Un niente di fatto, anche lui ha tutti i posti occupati.

Torniamo via da Porta Aperta con qualche volantino in più, la consapevolezza che lì almeno i pasti sono gratis, tutti i giorni, mezzogiorno e sera. Lunedì Ibrahim proverà a tentare di mettersi in lista per un posto letto.

Tentiamo l’ultima carta, da P., il prete della mia vecchia parrocchia. Sono anni che non ci vediamo, da quando non sono più credente (si dice così?): ci accoglie dentro, ma subito mi dice che il progetto del dormitorio non è più ripartito, che si era pensato a fare, in questi anni, un mega progetto, con la Caritas, di “asilo diffuso”, con le famiglie che aiutavano, accogliendone uno ciascuno. Non è mai partito. Come al solito, dopo tante parole, li hanno lasciati soli nei loro “esperimenti”. Di fatto la parrocchia adesso gestisce una famiglia di profughi, sono riusciti a metterli in un appartamento loro, li seguono. Però per Ibrahim non c’è posto, non hanno neanche più i letti per dormire. P. mi dice che proverà a chiamare il capo di Porta Aperta, proviamo almeno a farlo entrare nella lista. Guardiamo i suoi documenti: il permesso di soggiorno dice 1996, ha vent’anni davvero. Ho un fratello del ‘94, una sorella del ‘98, lui è esattamente in mezzo. Per il teorema dei due carabinieri, ai miei occhi, è un bambino. La logistica diventa subito complicata: lui non ha ancora una SIM, forse domani riesce a farla, forse lunedì. Ci scambiamo numeri e contatti e poi vedremo. Inshallah, direbbe qualcuno.

Alla fine, Ibrahim, per stanotte e solo stanotte, andrà a casa dei miei genitori. Vivono in una comunità familiare, c’è una foresteria, per stanotte può andare bene. Non oltre stanotte: senza progetto, neanche lì va bene, la situazione è complicata. Ma io mi accontento, spero anche Ibrahim, che un po’ pare sollevato: mio padre gli spiega tutto, domattina sarà di nuovo a Modena, lunedì deve riuscire ad andare a Porta Aperta, tentare di ottenere un posto letto. Mio padre si rende conto che lui è giù, tenta di risollevarlo con una carezza, vedo il secondo e ultimo sorriso della serata.

Prima di entrare nella stanza, si toglie le scarpe, anche se nessuno se le è tolte. Scopriamo così che è mussulmano. Chissà, magari è un terrorista.

Gli dò venti euro, per la SIM. Lo saluto, gli do la mano. Non ho davvero idea se ci rivedremo, ma credo di si, Modena è piccola, lui non andrà da nessuna parte. Probabilmente dormirà in stazione da domani in poi. Stasera no. Chissà se ne è valsa la pena. Era una domanda che ci ponevamo spesso, le estati in Romania, con i ragazzi e i matti del manicomio: ha senso dare amicizia e cerotti due settimane all’anno? Non è peggio creare aspettative? Non c’è risposta, neanche stasera.

Torno a casa con pensieri confusi, con una nebbia che da tempo non vedevo così fitta e impenetrabile, con una disillusione che fa quasi male e che però, maledettamente, sbaglia raramente. Penso a quanti danni al mondo abbia arrecato una singola scopata di mamma Giacomardi. Penso che oggi era il giorno dei Family Day, la giusta battaglia per chi crede in un Dio misericordioso.

Mi addormento, benedicendo il letto.

Pubblicato il 1 febbraio 2016 su Medium.

I libri del 2015

Ogni anno, anche grazie ad Aaron, mi piace ricapitolare i libri che ho letto (nel caso vi interessasse, ci sono anche il 2014, 2013, 2012, 2011).

Quest’anno ho deciso di giocare un po’ anche con alcune statistiche, analizzando quantitativamente grazie ai dati che tengo grazie ad aNobii, e visualizzandoli con RAW. Il post è quindi diviso in due parti: prima i numeri, poi le recensioni.

libri anobii finale

Numeri

Ho letto un sacco di libri nel 2015, rispetto ai miei standard. Iniziati (ma non finiti) 61, di 54 autori diversi, da 36 diverse case editrici.

Dei 61 iniziati, ne ho finiti solo 46, per un totale di 10170 pagine su 15649. Le statistiche sono falsate dai libri letti ma non finiti (12, per la precisione) che ovviamente non vengono conteggiati. Ne ho definitivamente abbandonati 3: gli altri sono nel popoloso limbo del “ti finirò, ma non ora”.

finiti
Rosso per i finiti, blu per quelli in lettura. Verde per gli abbandonati.

La percentuale di fiction e non fiction è quasi 1 a 4: 13 fiction, 48 nonfiction. libri - FvsNBlu per nonfiction, rosso per fiction, dimensione data dal numero di pagine.

Fra le case editrici, Adelphi è prima, con 13 libri, staccando di un bel po’ Mondadori (6), Einaudi (3), Franco Maria Ricci (3). Le altre rimangono a un ciascuna. Guardando al numero di pagine, però, la differenza diminuisce di molto (c’è da dire che Moresco da solo fa quasi 1500 pagine…).

Case-editrici
Lo spessore del segmento è dato dal numero di pagine.

Per tipologia: 11 gli ebook, e di cui otto erano libri in inglese (più un’altro che era di carta). Ebook a parte, gli altri libri sono come al solito usati/remainder, più un paio regalati. Uno solo preso in prestito in biblioteca.
Interessante notare le nazionalità degli autori: quasi in egual misura, italiani o statunitensi (e se non di origine, successivamente naturalizzati: Arendt, Sacks, Morozov). Sparuti gli inglesi (ci metto anche Canetti) e i francesi. Borges e i sodali Manguel e Bioy Casares in rappresentanza dell’Argentina. Ci sono anche uno svizzero e un islandese, ma un po’ per caso.

nazionalità
Rossi gli italiani, azzurri gli americani, verdi gli inglesi. I naturalizzati sono dunque tendenti all’azzurro e al verde.

Si nota anche un netto gender gap: solo 7 donne su 54 autori totali. Da dire che fra le donne autrici di quest’anno ci sono Cristina Campo (per me, una penna pari a Borges, e non dico altro) e Hannah Arendt.

libri - sesso
Maschi in rosso, femmine in verde, blu per gli autori collettivi. Il raggio dei dischi è dato dal numero di pagine del libro.

Se mediamente 61 libri vogliono dire 5 al mese (di cui però almeno uno si perde per strada), dalla timeline si nota facilmente come io vada un po’ a periodi. Durante le vacanze, banalmente, leggo di più (o, quantomeno, finisco più libri), oltre a concentrare quasi tutta la lettura degli ebook. Da inizio luglio in poi, non leggo più romanzi o storie, fino alle vacanze successive, quelle di natale.

I dischi rappresentano la data di fine lettura. Rosso per fiction, blu per nonfiction. Sull’asse 0 vediamo gli ebook, mentre nella linea superiore i libri di carta.

Recensioni

In ordine sparso, infine, qualche commento sui libri in sé. Non di tutti, tranquilli.

+Kaos, autori vari

Primo libro dell’anno, storia del movimento hacker-politico Autistici/Inventati (regalatomi da uno degli anonimi protagonisti). Non essendo decisamente un esperto nè appassionato del binomio centri sociali + movimento hacker, questo libro mi ha quasi convinto che a sbagliare sono io. È scritto e organizzato molto bene, con un sacco di fonti e interviste ai diretti protagonisti. Non era facile secondo me raccontare una storia così orale ed eterea, bravi gli autori.

Open di Andre Agassi

Letto con qualche anno di ritardo, ma in sole ventiquattr’ore. Per uno di quegli accidenti della storia (e per il lavoro e l’investimento di editori, agenti, uomini del marketing) uno di quei rari libri che riesce a raccontare la storia di una persona che da trent’anni vediamo dietro uno schermo o dentro la carta patinata di un giornale, una di quelle storie che sembrano costruite a tavolino (Agassi e Brooke Shields, Agassi e Steffi Graff). Ma, sincero o meno, il libro scorre che è una meraviglia, appassiona un indifferente al tennis quanto me, e per tutto il tempo non ho fatto che domandarmi cosa ne avrebbe pensato David Foster Wallace (che odiava Agassi).

Gli esordi
Canti del caos
La visione di Antonio Moresco

Eh, Moresco.
I primi due libri sono pachidermi (o capodogli, melvillianamente, come preferite), seppur diversissimi. Il primo (nella prima parte) un lento, muto viaggio in un’Italia che non c’è più, il secondo un grandioso, lunghissimo, incredibile libro che parla solo di fica. Non saprei come altro descriverlo. Mi sono bloccato a pagina duecento, in entrambi. Probabilmente un capolavoro (entrambi), ma io ho bisogno di più tempo e volontà, Moresco non fa sconti e io non sempre ne ho voglia, di pagare il prezzo pieno. La visione, invece, è un agile libretto-intervista, molto carino: lo consiglio decisamente se uno non è subito pronto a cacciare balene.

La collezione di Giampiero Mughini

Non guardate l’autore, non fateci caso. Questo libro è una bellissima storia della letteratura e cultura italiana del Novecento, raccontata attraverso le sue prime edizioni, e le storie di autori e libri e di chi quei libri li ha riscoperti e comprati e venduti. Bibliofilia come storia delle idee, dunque: e poi si beve in due giorni.
PS: Colpo di scena finale è sapere che, quest’anno, Mughini ha venduto la sua collezione di libri futuristi. Il catalogo antiquario è forse il giusto sequel per chi ha amato questo libro.

Bibliotech di John Palfrey

Mi è piaciuto, eppure non ho molto da dire a riguardo: personalmente, non mi ha detto nulla di nuovo, ma è sicuramente molto utile per chi voglia capire un po’ dove stiano andando le biblioteche (le migliori), nel 2015. Palfrey ha, mi sembra, un ottimo rapporto con la tecnologia: critico, ma conscio di tutte le potenzialità, e soprattutto della necessità di abbracciarla pienamente, totalmente, altrimenti il declino è inevitabile (professionalmente, si intende). Qui potete leggerne alcuni estratti.

I libri, la città, il mondo di Elio Vittorini

Genere lettere editoriali, che è bellissimo per quelli per cui è bellissimo e mortale per tutti gli altri. Io sono di quelli che è bellissimo.

Arnoldo Mondadori di Enrico Decleva

Sorpresa dell’anno, avevo letto giusto cinquanta pagina in un Roma-Modena nel 2012 (preso in quella bella libreria nel sottopasso in centro, che ora ha chiuso). L’ho ripreso in mano e non ho più smesso di leggere: circa 600 pagine di Mondadori padre, figura incredibile, che, nel bene e anche nel male, ha fatto la cultura italiana nel Novecento. Enrico Decleva è un signor storico ma il libro secondo me scorre benissimo. Peccato che tratti poco il rapporto fra Alberto e Arnoldo, e che non ci sia quasi nulla dell’avventura del Saggiatore.

Codice libero di Sam Williams

In storico ritardo, leggo la biografia di Stallman, non c’è molto altro da dire (non poteva che piacermi, e il libro è fatto bene). Qui i brani che ho sottolineato.

The autistic brain di Temple Grandin

Uscito in italiano per Adelphi quest’anno, ultimo libro di Temple Grandin, l’antropologa su marte (se non sapete chi sia, Wikipedia è vostra amica, e c’è pure una miniserie HBO). Qui i brani che ho sottolineato. È un libro che ho letto molto in fretta, ma che mi è rimasto molto: racconta l’autismo in maniera molto vivida e concreta, ripercorrendo anche una storia delle varie diagnosi, la storia di come abbiamo imparato a conoscere la malattia, fino ad oggi. Non so giudicare quanto sia corretto, scientificamente parlando, ma la Grandin pare molto sicura di quello che dice: l’autismo è un problema di cervello, non di mente (hardware, non software). Come i libri di Sacks, induce a rivedere il mondo sotto la lente neuroscientifica: le persone sono come sono perchè i loro cervelli sono cablati in un certo modo? Quanto spazio c’è, per la libertà, la coscienza, la responsabilità? Il solito conflitto fra nature, nurture e coscienza, ma ancora più complicato.

Gli ultimi giorni di Immanuel Kant di Thomas De Quincey

Uno di quegli Adelphi assolutamente perfetti: per collana (Piccola Biblioteca), per colore di titolo e copertina (una delle mie palette adelphi preferite, scarlatto su sabbia), risvolto (questa volta non Calasso, se non erro, ma la moglie, Fleur Jaeggy), e ovviamente, testo. Si legge in una sera, forse due: troppo poche, purtroppo. La quarta è talmente bella che la trascrivo:

La vita di Immanual kant, scrive De Quincey, «fu notevole non tanto per i suoi avvenimenti quanto per la purezza e la dignità filosofica del suo tenore quotidiano». Era un ordine perfetto e infantile, dove ogni minuzia della giornata veniva osservata con lo stesso rigore, con lo stesso scruppolo di trasparenza che il grande filosofo dedicò ai problemi epistemologici. Nel corpo minuto di Kant, nelle sue maniere austere e amabili vivevano i Lumi, giunti al grado più nobile e penetrante del loro fulgore, come in un delicato involucro. E un giorno quel perfetto ordine avvertì i primi segni del declino. Da allora, ingaggiò una lunga, testarda lotta contro le forze della disgregazione. […] Dinanzi al progressivo decadere di quella vita mirabilmente costruita, dinanzi alla raccapricciante comicità di certe scene e allo strazio immedicabile di altre, viene naturale dire di questo testo, in cui convivono, come rare volte accade, la più acuminata modernità e un purissimo pathos: chi ha lagrime per piangere pianga.

Gormenghast di Mervyin Peake

Secondo volume della trilogia di Gormenghast, e chi avesse letto Tito non avrebbe bisogno di spiegazioni, mentre per gli altri, confesso, è difficile: ci provo lo stesso.

Primo, con Gormenghast intendiamo l’intera trilogia: come la Trinità cristiana — quel “vano cerbero teologico” di borgesiana memoria — le singole ipostasi hanno vita e senso solo in relazione l’una all’altra.

Ai lettori tiepidi, non lo consiglierei. Ai coraggiosi, solo il primo. Agli impavidi, o semplicemente i pazienti, (o, ancora, gli ossessi) ardirei indicare la via delle tre cime, e non importa quanto ci si mette: come al solito, è il viaggio, si torna sempre a casa, e si torna eroi. Gormenghast, dicevamo. Gormenghast è come la parola, che ti sembra di masticarla, e Peake, Peake è, come dire, uno sciamano, un allucinato, un genio. Che non si capisce come veda quello che vede, come scriva quello che vede. Esordisce così:

Gormenghast, ovvero l’agglomerato centrale della costruzione originaria, avrebbe esibito, preso in sè, una certa qual massiccia corposità architettonica, se fosse stato possibile ignorare il nugolo di abitazioni miserande che pullulavano lungo il circuito esterno delle mura inerpicandosi su per il pendio, semiaddossate le une alle altre, fino alle bicocche più interne che, trattenute dal terrapieno del castello, si puntellavano alle grandi mura aderendovi come patelle ad uno scoglio. Questa fredda intimità con la mole incombente della fortezza era concessa alle abitazioni da leggi antichissime. Sui tetti irregolari cadeva, col variare delle stagioni, l’ombra dei contrafforti smangiati dal tempo, delle torrette smozziccate o eccelse e, enorme fra tutte, l’ombra del Torrione delle Selci che, pezzato qua e là di edera nera, sorgeva dai pugni di pietrame nocchiuto come un dito mutilato puntando come una bestemmia verso il cielo. Di notte, i gufi ne facevano una gola sonante; di giorno, la sua ombra nera si allungava muta.

E così prosegue, avanti per 1500 pagine, del più minuto Baskerville che abbia mai visto in un Adelphi. Io vi ho avvisati. Onore e gloria ad Anna Cavano, traduttrice del primo, e Roberto Serrai, del secondo e terzo. Di cui vi parlo nel 2016.

Come costruire la biblioteca di Babele di Renato Giovannoli

Ognuno ha i suoi argomenti preferiti, strani feticismi intellettuali che piacciono a lui e altri cinque scimannati là fuori: siamo tutti nerd, in almeno qualcosa. Io lo sono in molte cose, e dei miei preferiti, di feticismi nerd, ne è quasi una sublimazione: l’architettura della biblioteca di Babele. Cioè il problema della coerenza di una costruzione di finzione. Lo so, lo so.

Dovete sapere (dovete, imperativo presente) che Borges, nel racconto omonimo, sbrigò la descrizione della biblioteca in pochi paragrafi. Descrizione che, ad un’attenta analisi, risultava incompleta o errata: le biblioteche plurime che venivano erano incongruenti, inconsistenti, teratologiche. Borges, che era cieco ma non stupido, probabilmente lo fece apposta: scrisse due versioni del racconto, entrambe “scorrette”. Non è difficle immaginarsi che ridesse, sotto quel ghigno e gli occhi sghembi, sotto la tenebra. Forse non si immaginava che però nei decenni la gente ci avrebbe scritto articoli e monografie, sul problema. Per gli appassionati, consiglio l’imprescindibile “The Unimaginable Mathematics of Borges’ Library of Babel”, libro che è stato scritto evidentemente per me (regalo il pdf, se interessa). Che però, ahimè, non risolve la questione. Ci ha pensato un bibliotecario italiano, Renato Giovannoli, a porre fine alla diatriba, compilando anche un’utilissima bibliografia. Che vivamente che la questione non sia davvero risolta, per bearci all’infinito di uno degli argomenti più meravigliosamente inutili della letteratura.

Massa e potere di Elias Canetti

Non ancora finito, è stato il mattone di quest’estate. Tanto pesante quanto bello, è un’impresa leggerlo, non oso immaginare tradurlo (Furio Jesi, nel ‘64). Non oso pensare cosa sia stato pensare un libro del genere.

Lettere a Mita di Cristina Campo

Uno dei capisaldi della bibliobiografia campiana, l’ultimo che (colpevolmente) mi mancava. Assolutamente imprescindibile per i lettori della Campo, che comunque, di queste lettere, e di questi pensieri, hanno visto riflessi ovunque nella sua opera. È un libro, quasi, già letto, già conosciuto, ma questo non ne toglie un grammo di bellezza, di perfezione. Alcune lettere (moltissime) sono Cristina in tutto il suo splendore, e rappresentano, come Calasso ha scritto da qualche parte, uno dei più begli epistolari del Novecento. Non si può qui evitare di menzionare Margherita Pierracci Harwell, curatrice, oltre che la “Mita” del libro: muta metà di questo dialogo (non ci è dato conoscere le sue, di lettere), riacquista voce (in terza persona, obliquamente) nelle note, nella postfazione, nelle appendici. Una Mita invisibile al centro della scena, e delicata ma assolutamente presente nella cornice, a curare (“con lievi mani”) un affresco polittico di Cristina, probabilmente la sua biografia più riuscita.

La meccanica di Carlo Emilio Gadda

Un Gadda minore, se tale aggettivo può essere associato ad un assoluto fantasmagorico genio come Gadda. Uscito postumo nel 1970. Gadda andrebbe letto praticamente a voce alta, per non perdersi le parole per strada, ché è una gioia all’orecchio.

The Most Good You Can Do di Peter Singer

Uno dei libri del 2015. Non dice cose nuovissime (almeno per me), ma è una trattazione sistematica di una filosofia, l’Altruismo Efficace (in inglese Effective Altruism, EA per gli amici) che cerca di valutare qualsiasi azione non dalle premesse ma dalle conclusioni. Nel nostro caso, valutare il volontariato, la filantropia e la “carità” non dalle intenzioni (per quanto buone) ma dai risultati. Per me (ma credo per molti) è una rivoluzione copernicana, a tratti cinica e dolorosa, ma fondamentalmente (credo) corretta. Questo libro è una buona introduzione all’EA (sospetto che lo fosse anche il libro precedente, The Life You Can Save), e spero ardentemente ci sia qualche editore italiano coraggioso che lo pubblichi. Ci vorrebbero dibattiti infuocati in televisione, su questo, perchè la posta in gioco è altissima. Si parla, vi avverto, anche di veganesimo e vegetarianesimo. Credo sia un libro imprescindibile, per quanto (davvero) indisponente. Ma, d’altronde, la realtà se ne fotte dei nostri sentimenti. È talmente importante che vi passo l’ebook e pago io Singer, se mi promettete di leggerlo.
Qui potete leggerne vari estratti.

How not to be wrong di Jordan Ellenberg

Altro bel libro sul filone “razionale”, decisamente meno intenso del libro di Singer. Saggio (lungo) con belle storie sul potere del ragionamento, sull’imparare a ragionare come si deve, minimizzando gli errori e l’incertezza. Fa il paio con The Signal and the Noise (che ho letto l’anno scorso)(ed è da questo citatissimo), anche se quello là era secondo me più bello e importante.

Il significato dell’esistenza umana di E.O. Wilson

Preso come allegato a Le Scienze, il libro è un po’ il testamento scientifico e umano di Wilson, grande entomologo e scienziato americano, ancora sulla cresta dell’onda (a 86 anni suonati) per alcune sue idee controverse come la sociobiologia, di cui capisco poco perciò non chiedetemi nulla (però, a pelle, ha ragione lui). Era da tempo che volevo leggere uno dei suoi libri, e questo non è certo un capolavoro, ma si legge bene e si intuisce dietro le pagine una grande mente, e un grande cuore. E, credo, un belissimo sorriso. A me poi basta così.

La nave di Teseo di Doug Dorst e JJ Abrams

Per chi non lo sapesse, il libro è composto da un romanzo annotato, a più riprese, da due personaggi. Solo che il libro che si compra è proprio quel romanzo, le annotazioni sono veramente, a colori diversi, scritte sui margini, e il libro è pieno di allegati (cartoline, post-it, foglietti, una mappa disegnata su un tovagliolo di carta!) . Il libro (come oggetto) è splendido, e ci si perde volentieri nella (nelle) storia/e. Per i miei personalissimi gusti, ci si perde un po’ troppo: ho trovato il tutto un po’ sconclusionato, o forse troppo complicato. Mi pare di capire che i livelli di lettura siano ancora di più di quello che sembra; ma questo è già un libro da leggere, di suo, 4 volte (la prima volta, il romanzo “vero”, le altre riletture, più veloci, le sono per note in colori diversi). Per cui, boh, forse troppo complicato per me, che avevo voglia di leggere un bel libro misterioso, non risolvere mille rompicapi. Ma forse sono io.

La banalità del male
Walter Benjamin di Hannah Arendt

Libri molto diversi, i primi che leggo della Arendt. Il che va tutto a mio sfavore e detrimento, dato che scrive benissimo, è bravissima, tutto pensa e comprende e sviscera e scrive. La banalità del male, in particolare, oltre a essere il capolavoro riconosciuto da tutti, è un libro che mi ha colpito molto per il suo nitore: lingua, cuore e cervello, perfettamente allineati, accordati l’uno con l’altro. Mi ha ricordato moltissimo, in maniera forse ovvia, il capolavoro di Gitta Sereny, In quelle tenebre.

La scrittura delle pietre di Roger Callois

Divertissement di Callois, che racconta pietre e minerali come fossero quadri. Ovviamente ci riesce, non so come faccia.

Le città invisibili di Italo Calvino

Non c’è un vero motivo per cui l’ho letto solo adesso, non ci dovrebbe essere stato. Avrei dovuto leggerlo a 16 anni e farne una perla, una moneta, un dente di drago; da portare appeso al collo, accarezzare prima delle battaglie, all’inizio di ogni viaggio. È stato un grande errore, da parte mia.

Innovatori di Walter Isaacson

Credo che Walter Isaacson stesse scrivendo questo libro, quando Jobs è morto e gli hanno offerto un paio di milioni di euro per scriverne la biografia per il giorno dopo. Biografia che non ho letto, intendiamoci, ma si dice che faccia abbastanza schifo. Innovatori, invece, è propio un bel libro, incentrato non su un Messia ma sulla tecnologia, sull’America, sulla competizione e la collaborazione, su tanti profeti piccoli e grandi e anche su tantissimi apostoli che, di fatto, sono la ragione per cui il Verbo è arrivato fino ai confini del mondo. Non ci dovrebbero fare un film, ma una serie tv: renderebbe giustizia alla complessità di quello che è il nostro mondo, e come ci siamo arrivati (e come arriveremo a quello dopo).

Diario di Oaxaca
L’occhio della mente di Oliver Sacks

Il primo è un diario di viaggio di Sacks, molto gradevole e dolce e da piangere a pensare che è appena morto. Per completisti sacksiani, direi; non rientra tra i capolavori. Anche L’occhio della mente, chissà come mai, non è molto intenso: forse Sacks riesce nel suo capolavoro di scienza e sguardo solo quando parla di altri, e non di sè? Spiegherebbe il fatto che il libro è solo piacevole, invece di essere, bhè, Sacks.

Estensione del dominio della lotta di Michel Houellebecq

Uno dei titoli più belli di sempre per un libro abbastanza disperante. Houellebecq è bravo davvero, dunque (non l’avevo mai letto). Mi pare una voce da un mondo sotterraneo eppure ubiquo, un’umanità maschile sola e profondamente triste. È un argomento delicatissimo e io ne so davvero poco, però azzardo: finchè non capiremo di cosa parla, non capiremo mai internet, e il suo lato oscuro di cui vediamo continuamente i sintomi, ma non la malattia.

La lettera rubata di Edgar Allan Poe
Bartleby lo scrivano di Hermann Melville

Due Biblioteca di Babele fra i più conosciuti, non per questo meno belli. Non credo ci sia qualcosa di sensato che io possa dire su Poe e il Melville di Bartleby che non sia già stato detto. Per chi non avesse letto quest’ultimo, rimediate subito.

Dissipatio HG. di Guido Morselli

Ultimo libro dell’anno, how fitting. Filone “ultimo uomo sulla terra”, altro argomento che, misantropicamente, amo molto (ci sono cose che mi rilassano di più che pensare ad un’umanità evaporata, dall’oggi al domani. Si, ne sto già parlando con il mio analista). Ammetto che però il libro non mi è piaciuto molto, perchè non l’ho capito: cioè, proprio non capisco quando Morselli scrive, a cosa si riferisca. Certamente, si capisce che il genio c’è, sepolto da qualche parte, ogni tanto si rivela. Accetto consigli sul suo prossimo libro da leggere.

Gli altri, di cui non ho molto da dire, sono:

  • Intertwingled di Peter Morville
  • Intertwingled, autori vari, libro tributo a Ted Nelson
  • Manuale del cacciatore di libri di Simone Berni
  • L’intertestualità di Marina Polacco
  • Postcapitalism di Peter Mason (in lettura)
  • Claustrofilia di Elvio Fachinelli (in lettura)
  • Le voci dei libri di Ezio Raimondi
  • A scopo di lucro di Franco Tatò
  • L’algebra e il fuoco di John Barth (in lettura)
  • L’esistenzialismo è un umanesimo di Jean Paul Sartre
  • Dentro Anonymous di Carola Frediani
  • Memory Machines di Melinda Barnet (in lettura)
  • Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli
  • La lotteria di Shirley Jackson
  • Indexing it all di Ronald Day (abbandonato)
  • Storia della lettura di Alberto Manguel (in lettura)
  • Uomini e libri di Mario Andreose
  • Contro Steve Jobs di Evgeny Morozov
  • La sconfitta di Dio di Sergio Quinzio
  • Edda di Snorri Sturlson
  • Atlante della biblioteconomia moderna di David Lankes
  • La scelta della convivenza di Alexander Langer (abbandonato)
  • Tutto quello che fa male ti fa bene di Steven Berlin Johnson
  • Passeggiate con Robert Walser di Carl Seelig