Fatti miei

Settimana finita ieri, settimana che inizia oggi.

Il tempo si alterna fra bello e brutto, in realtà con un certo equilibrio. Si esce tranquillamente con felpa e giacca nelle brutte giornate, inizio a preoccuparmi del Generale Inverno che si avvicina minaccioso. Oggi si parte direttamente con il corso di Norvegese (!!!), poi Digital documents. Questa settimana addirittura si avrà lezione quasi tutti i giorni, la scorsa avevamo fatto una lezione lunedì, poi tutti a casa. Va bhè  che si inizia a metà agosto, però…

Alla ricerca di un lavoretto, ho scoperto un annuncio di un ristorante italiano: già mi fa ridere il pensiero, ma potrebbe essere un bel colpo di fortuna.

Qui per il resto la vita scorre tranquilla, ho iniziato a studiare (poco), e mi sto già scontrando con le gioie/dolori della vita single: lavatrici, pranzi, cene, e compagnia cantante. La mia camera è un macello ma si sta bene così. Se qualcuno viene a trovarmi è ovvio che cercherò di fare il bravo e mettere a posto.

Quindi è un invito ;-)

Stereotipi/2

Ho caricato qualche altra foto su Flickr, per illustrare meglio.

Sabato sono andato ad un concerto (per gli appassionati del genere (cioè filo ;-) ), questo), e vi vorrei raccontare come è andata.

Il concerto era innanzitutto gratuito: offerto da questo museo, che ogni anno offre questo festival per 4 weekend consecutivi, verso agosto. Ora, la cosa che più mi ha stupito, oltre la gratuità di un concerto fico, di gruppi norvegesi importanti (paragonatelo a qualche bell’evento della festa dell’Unità), è stata la presenza di famiglie, bambini, gente di ogni età.

Avete mai visto una famiglia ad un concerto? Qui non si tratta di Tokio Hotel o Jovanotti (che, per inciso, sarebbro ugualmente pericolosi per un bambino in mezzo alla gente), ma precisamente di Motorpsycho+Deathprod e Lasse Marhaug. Quest’ultimo è un noise artist: pura cacofonia, un inno alla lacerazione del timpano. In questa apocalisse sonora le mamme portavano a spasso i bimbi, che erano tutti regolarmente dotati di cuffie per proteggersi le orecchie, i ragazzi che vedevano il concerto se ne stavano straiati al tramonto a godersi lo spettacolo, altri bevevano le loro birre (costosissime) nel fighettissimo patio dedicato al food&beer.

La cosa che mi ha sconvolto è stata l’assoluta naturalità della cosa.

Ora, a parte il fatto che non è necessario per forza ascoltare un noise artist, perchè però da noi non succede di vedere giovani famiglie a spasso con i bimbi ad ascoltare concerti? Perchè non c’è questa normalità?

Sarà un po’ una cazzata, se volete, ma è differenza piuttosto forte. Uno sfasamento culturale che non mi spiego. Mi sembravano tutti molto tranquilli, ecco.

Io non so se porterei mio figlio seienne ad un concerto metal, ma intanto possiamo chiederci perchè qui lo fanno così naturalmente.

Free as a verb

Ho deciso di rilasciare tutto il materiale del blog sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License

Creative Commons License

E’ un po’ che ci penso: in realtà ero combattuto se inserire o no la restrizione di non permettere l’utilizzo commerciale (NC).

Credo che qui si giochi una forte matrice culturale. Tutti infatti siamo nati e cresciuti in un sistema completamente proprietario, che riconosce la proprietà come sacrosanto diritto perseguibile con ogni mezzo. Tutto dev’essere proprietà, possesso, privato. Siamo immerse in un mondo atomistico di oggetti individuali, non abbiamo quasi più il gusto dei commons, dei beni comuni. Evitando accuratamente ogni deriva politica (per quanto ovviamente ci siano implicazioni), è un mondo (almeno il nostro) fortemente contrario, in spirito, all’apertura, alla condivisione, alla cooperazione.

Dunque mi sono accorto sulla mia pelle la sgradevole sensazione di pensare: “Bhè, no, il mio lavoro è mio, perchè qualcun’altro ci deve guadagnare?” Credo che il punto stia tutto qui. Il fatto è che, al contrario di quello che si pensa, tutti ci guadagnamo in un mondo più aperto.

Tutta la conoscenza è riutilizzo di materiali e strumenti costruiti da altri, che ci vengono donati. Tutto è rielaborazione di informazione preesistente, che è data, ci precede. E dato che l’informazione è tutto, e tutto è informazione, possiamo scorgere il meraviglioso mondo che si cela dietro un atteggiamento aperto, che libera conoscenza e informazione invece che segregarle.

Dunque, nel mio piccolo, ci tengo a donare (ma a chi fregherà ‘sta robaccia poi ;-)) alla noosfera tutto ciò che scriverò in questo luogo. E per fare l’estremista, inserisco il germe persistente e virale dello Share-Alike, che obbliga i futuri riutilizzatori a rilasciare sotto la medesima licenza il lavoro derivato.

Fra l’altro, mi renderà compatibile anche con Wikipedia ;-).

PS: qui dicono cose simili, il concetto è il medesimo :-)

Stereotipi

Dopo una settimana esatta di permanenza norvegese, ci tenevo a condividere alcune impressioni.

Oslo è una città molto particolare, sinceramente molto diversa da come mi aspettavo.

E’ una capitale europea, con le dimensioni di una città italiana come Bologna. Piena di verde, si gira tranquillamente in bici o a piedi. Se uno a fretta, la metropolitana e i tram coprono completamente tutta l’area urbana; il loro unico problema è il prezzo (20 NOK per la metro, 2,50 euro).

Il sistema delle bici funziona come a Modena, solo che qui si prenota e paga per internet, poi ti spediscono a casa una user card con pin annesso. Ogni bike point è online, per cui è possibile visualizzare in tempo reale quali bici sono disponibili e dove. By the way, le bici gialle di Modena sono più belle e comode.

A proposito di carte: qui si paga con la carta di credito ovunque. Dagli autobus ai kebabbari, tutti sembrano avere una carta di credito e usarla per prendersi anche una birra (che effettivamente costa così tanto che la carta torna utile davvero).

Mi sono scordato di dire che Oslo è la città più cosmopolita che abbia mai visitato: vi dico soltanto che nella piccola chiesa qui vicino fanno le messe in tamil, vietnamese e polacco. Gli studenti universitari sono per il 30% stranieri,  i cattolici per il 62%.

Tutta questa multiculturalità rende ogni abitante un perfetto anglofono: roba da farci vergognare. Dal ragazzo che mette la spesa dentro la busta alla vecchietta a cui chiedi dov’è il Palazzo Reale tutti sanno parlare inglese, e molto meglio di te (o perlomeno, di me). Sarà che sono tutti americanizzati, ma almeno loro lo sanno.

Università: il primo giorno di presentazione hanno tenuto una giornata per i ragazzi internazionali (fra cui quindi quelli del mio corso; gli altri sono tutti Erasmus), spiegando per filo e per segno che documenti compilare e come. Dopo aver consegnato ad ognuno il proprio plico (cartelline rosse, gialle, verdi e blu), hanno fatto dei gruppi per una caccia al tesoro in tutta Oslo (!!!) per far socializzare i ragazzi. Due giorni dopo ci si è trovati per fare gratis fotocopie dei documenti e tutto in necessario, mentre oggi si è andati tutti insieme alla polizia per registrarci e ricevere il permesso di soggiorno.Ogni settimana ci sono eventi organizzati dall’università per gli studenti, come escursioni (con annessa arrampicata), spettacoli, feste e anche servizi religiosi. Vi è addirittura una referente nel caso uno studente abbia bisogno di supporto spirituale/psicologico.

Mi sono dimenticato di dire che in università vi sono moltissime donne: si vedono d’altra parte moltissimi padri che la mattina portano i figli in carrozzina…

Bah. Forse siamo noi italiani che siamo strani…

Norwegian life

Apro questa nuova pagina,  presumibilmente ospiterà pochi post mal scritti. Ma tant’è partiamo con ordine. Sono ad OSLOOOOO!

Il paese dei matti, dove all’ingresso dell’università accolgono i nuovi studenti (il 18 di agosto!) con carote e waffel, dove la gente gira in maglietta con 12 gradi, dove la birra costa fino a 30 euro al litro nei supermercati della periferia e dove l’IKEA ha un bus gratis che ogni ora ti porta là e ti viene a prendere. Per non dimenticare i prof che ci introducono il corso con una rassegna di canti popolari e il fatto che la stessa università era un’ex fabbrica di birra (!!!).

Ad ogni modo, here I am.

Sono orgoglioso di comunicarvi che sono l’unico studente europeo del mio Master, e che tutti gli altri vengono da: Ghana, Uganda, Iran, Illinois (USA), Vietnam, Indonesia, Thailandia, Taiwan (è diverso!), Nigeria, Kenya, Etiopia, venezuela, Bosnia.

Altri tre studenti arriveranno a giorni, quindi dovrò aggiornare la lista.

Bene, ora vado a nanna che è tardi e devo provare le mie nuove lenzuola dell’IKEA.

Notte

PS: brutterrime foto della mia nuova casa sono sulla mia pagina su Flickr: STAY TUNED!