Gc 2, 1-5

So bene che voi 4 lettori del blog siete in maggioranza non credenti o agnostici o brights o atei convinti, ma oggi mi va di fare il baciapile, quindi se volete saltate pure e tornate a leggere Malvino.
Le Letture di oggi sono di quelle che (mi) fanno bene al cuore, che aggiustano di nuovo il tiro, aiutano a vedere le cose più chiare. Riporto solo la seconda, estratto della lettera di Giacomo, che riprende e riafferma la cosiddetta opzione preferenziale per i poveri.
Niente di nuovo sotto il sole, ma in questi giorni di cene, feste ed incesti polito-vescovili ha forse senso ricordare che il Cristianesimo parte anche e soprattutto da qui, e che è la Chiesa (di cui faccio parte, nel bene o nel male) a dimenticarlo troppo spesso.

Gc 2, 1-5

Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali.
Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?
Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?

Del trovare il proprio posto nel mondo

“Ha fatto più danni l’Adelphi della Seconda Guerra mondiale”

Vittorio Feltri

Bene,
più distanza concettuale, mentale,
emozionale, chilometrica,
mi separa da Feltri,
più il mio cuore si rasserena,
si convince di un’ordine,
di una giustizia nell’universo,
addirittura, forse, di una salvezza.
Si riappropria,
lentamente,
del fatto che un Senso,
pur sottile,
balugini dalle trame del Reale.

Vito Mancuso, La perdonanza mediatica

Nella Chiesa antica la penitenza era una cosa seria. Riguardava peccati come l’omicidio, l’apostasia, l’adulterio e veniva amministrata in forma pubblica.

Dopo che il peccatore era stato escluso dalla comunità liturgica per un congruo periodo di tempo e aveva confessato al vescovo il proprio peccato. Il perdono liturgico si poteva ottenere solo una volta nella vita, e se poi si peccava di nuovo non c’era più possibilità di essere riammessi a pieno titolo nella comunità cristiana.

All’inizio del medioevo la penitenza divenne reiterabile, ma non per questo perse di rigore: i confessori (ruolo che prese a essere esercitato anche dai semplici preti) avevano a disposizione appositi libri, i cosiddetti “penitenziali”, dove a determinati peccati si facevano corrispondere determinate pene secondo un tariffario oggettivo per evitare favoritismi e disposizioni “ad personam”, possibili anche a quei tempi.

Per esempio il penitenziaro di Burcardo di Worms, databile intorno all’anno Mille, stabiliva che per un omicidio ci fossero 40 giorni consecutivi di digiuno a pane e acqua e poi 7 anni costellati da privazioni di ogni sorta, soprattutto astinenze sessuali; per un giuramento falso, sempre i canonici 40 giorni di digiuno da estendere poi a tutti i venerdì della vita; per un adulterio “penitenza a pane e acqua per due quaresime e per 14 anni consecutivi”. E’ importante notare che nel primo millennio l’assoluzione dei peccati veniva concessa solo dopo aver compiuto le opere penitenziali.

Con l’estendersi della mondanizzazione della Chiesa la procedura legata alla penitenza si fece più flessibile: l’assoluzione venne concessa subito dopo l’accusa a voce dei peccati da parte del penitente e a prescindere dall’esecuzione della penitenza assegnata, per soddisfare la quale, peraltro, nacque presto la pratica delle indulgenze. E’ noto che fu proprio il persistente abuso della vendita delle indulgenze a costituire la causa della ribellione di Martin Lutero e la successiva divisione della Chiesa.

Nonostante ciò anche la perdonanza celestiniana del 1294 era, ed è, una cosa molto seria. Nella bolla d’indizione papa Celestino V fa ampio riferimento a Giovanni Battista, in particolare al suo martirio, visto che la perdonanza ricorre proprio il 29 agosto, giorno della celebrazione liturgica della decapitazione dell’ultimo grande profeta biblico.

E’ noto infatti che Giovanni Battista finì in galera e poi venne decapitato per la sua severità morale, in particolare per aver richiamato il re Erode al rispetto della morale matrimoniale, infranta pubblicamente dal sovrano che conviveva illecitamente con la moglie del fratello Filippo, Erodiade, “donna impudica”, come la definisce papa Celestino V nella bolla.

E’ a tutti evidente che Giovanni Battista, seguendo lo stile degli altri profeti biblici, non aveva ancora sviluppato la sottile arte della diplomazia ecclesiastica, capace di distinguere tra vita privata e ruolo istituzionale dell’uomo politico, e così utile a navigare tra le tempeste del mondo senza perdere (fisicamente) la testa.

Nella sua ingenuità il Battista riteneva che per un uomo politico non fosse ipotizzabile nessuna distinzione tra vita privata e ruolo istituzionale: era così inesperto di come va il mondo da essere addirittura convinto che se un uomo non è in grado di governare bene e con equità la propria famiglia, meno che mai potrebbe governare bene e con equità la propria nazione.

Evidente che era un primitivo, ben al di sotto delle sottili distinzioni che si teorizzano in questi giorni al Meeting di Rimini e che consentono al segretario di Stato del Vaticano di cenare serenamente con l’attuale capo del governo italiano elevandosi mille miglia più in alto rispetto alla rozzezza del Battista con quel suo modo irrituale di sindacare sulla vita sentimentale del leader del suo tempo.

Ma se era seria la penitenza antica ed era seria la Perdonanza di papa Celestino, ancor più serio, terribilmente drammatico, è lo sfondo su cui tutto questo oggi si ripresenta, cioè il terremoto del 6 aprile coi suoi 308 morti, 1500 feriti e le decine di migliaia di sfollati.

Nella celebrazione della perdonanza celestiniana di quest’anno all’Aquila si intrecciano quindi tre realtà che meritano rispetto incondizionato da parte di ogni coscienza adeguatamente formata, tanto più se cattolica visto il patrimonio spirituale che è in gioco.

Sarebbe stato quindi auspicabile che la gerarchia ecclesiastica non avesse consentito di sfruttare un evento del genere per speculazioni politiche, concedendo visibilità e “perdonanza mediatica” a chi, accusato di aver avuto a che fare con un buon numero di Erodiadi, non ha mai accettato di rispondere pubblicamente e analiticamente alle precise domande in merito, come invece il suo ruolo istituzionale gli impone.

E’ chiaro a tutti infatti che all’homo politicus, a ogni homo politicus, non interessano le indulgenze ecclesiastiche, neppure quelle plenarie (le quali peraltro si possono ottenere in ognuna della nostre chiese con relativa facilità, rivolgersi al proprio parroco per sapere come).

All’homo politicus interessa solo la sua riserva di caccia, l’elettorato, e sa bene che la vera indulgenza al riguardo non la si ottiene confessandosi e comunicandosi e facendo tutte le altre pratiche devote prescritte da papa Celestino otto secoli fa, ma semplicemente apparendo in tv accanto al potente porporato sorridente e benevolente.

E’ questa l’indulgenza che il capo del governo, abilissimo homo politicus, cerca, ed è questa l’indulgenza che il segretario di Stato Vaticano gli concederà, con buona pace della testa di san Giovanni Battista, di Celestino V e della sua Perdonanza.

Non posso concludere però senza chiedermi se questo spensierato teatro di potenti che si legittimano a vicenda non abbia qualcosa a che fare con quel nichilismo a proposito del quale Benedetto XVI ha avuto di recente parole di pesantissima condanna.

Il fatto che la gerarchia della Chiesa cattolica teoreticamente condanni il nichilismo e poi praticamente lo alimenti, si può spiegare solo con una sete infinita di potere, la quale non giace nelle coscienze dei singoli prelati ma è intrinsecamente connaturata alla struttura di cui essi sono al servizio.

La cosa è tanto più drammatica perché forse mai come ora gli uomini sentono il bisogno di apprendere l’arte del perdono e della riconciliazione.

Vito Mancuso, La perdonanza mediatica, da “Repubblica”, 28.08.2009

IFLA 2009, memorie di un volontario

Fare il volontario a IFLA, alla fine, ha decisamente premiato.

Pur avendo i turni, infatti, c’era la possibilità di farsi cambiare per poter assistere ad alcune conferenze in particolare, dato che il rapporto fra i volontari era veramente delle migliori. Nessuno screzio, nonostante la stanchezza, e davvero una bella atmosfera che rendeva il lavoro molto più leggero e piacevole.
A parte i primi due giorni, ovviamente più caotici, il resto della conferenza si è svolto tranquillamente, con i delegati che si erano acclimatati all’enorme struttura della Fiera di Milano e i volontari che vedevano i loro servizi sempre meno necessari, concedendosi dunque lunghi caffè e ascoltando le conferenze a cui dovevano fare gli assistenti di sala.

Come ho già detto, ma ci tengo a ripeterlo, l’organizzazione dei volontari è stata gentile, elastica e ineccepibile, credo che tutti si siano trovati davvero bene.

Un po’ meno bene è andata con l’azienda organizzatrice del convegno, che ha fatto qualche numero un po’ squallido (come vendere a 10 euro le borse vuote avanzate dalla distribuzione ai delegati…). Sicuramente eccitante era la presenza di persone da ogni angolo del globo, e il sentire così tanti accenti inglesi intrecciarsi per lo spazio espositivo e i corridoi.

Un evento importante è stato l’apertura del wi-fi gratuito il martedì: prima era a 10 euro per 4 ore… (ricordo, per chi non lo sapesse, che fuori dall’Italia non funziona così. Offrire un wi-fi gratuito è considerato una cortesia necessaria in gran parte del globo, soprattutto nell’ambito di una conferenza internazionale da 4000 delegati).

Dunque, in generale, belle, interessanti e  faticose giornate (il turno mattutino iniziava alle otto, il pomeridiano finiva alle sei).

Personalmente, poi, ho avuto la fortuna di fare il brainstorming con Ellen Tise, incoming president di IFLA, persona squisita che si è complimentata con noi studenti DILL per il lavoro svolto. Ho avuto modo di assistere a conferenze sul Google Settlement, sull’Open Access, sulle biblioteche digitali: un paio di volte ho fatto anche liveblogging.

Dunque, esperienza da rifare.
Ottima anche per rinfrescare l’inglese ;-)

IFLA 2009, Milano

Per chi non lo sapesse,
e per quei pochissimi a cui può fregare qualcosa,
a Milano in questi giorni c’è IFLA, conferenza internazionale legata al mondo delle biblioteche.
Troverete zitelle occhialute che fanno ssssht in 45 lingue diverse, e anche un nerd come me che fa il volontario e persino un brainstorming con il supercapoifla.

Qui il canale Twitter, qui alcune foto su Flickr (non mie), qui altre foto,  qui il sito, qui il blog che abbiamo fatto noi aspiranti bibliotecari digitali del DILL (una mappa concettuale sul presidential theme del supercapoifla di cui sopra).

Non so quanto potrò scrivere in presa diretta, ma magari ci scappa qualcosa.
Se accade, userò probabilmente twitter.

Delle due cose che ho visto, devo dire che mi ha colpito uno scanner  da 2500 pagine all’ora, con software OCR integrato e crop dell’immagine automatico (solo i 100’000 euro del prezzo mi disturbano un attimo), e la notizia, da un’addetta ai lavori (BioMed Central), che crisi a parte questo è stato un’anno straordinario per l’Open Access.

Speriamo, magari l’anno prossimo trovo anche un lavoro.