Il decoro è un lusso

Amen.

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Decoro: 1. Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta; 2. Decorazione, che serve da ornamento; in partic. piastrella con decorazioni. (il Sabatini Coletti – Dizionario della Lingua Italiana)

“Decoro” è il termine più spesso invocato da chi, frequentatore di biblioteche pubbliche, si sente disturbato dalla presenza di senzatetto o persone che non svolgono una particolare occupazione intellettuale, soprattutto se stranieri.

C’è chi, spesso animato da tutte le virtù cristiane, è sinceramente addolorato per le disgrazie altrui, ed è convinto che qualcuno (di norma qualcun altro) dovrebbe fare qualcosa. Il suo dolore resta inascoltato, un’invocazione sempre aperta: bisogna fare qualcosa.

C’è chi, consapevole di quanto certe persone siano sfortunate, comprende il loro disagio, ma ritiene sia ragionevole che lo esprimano altrove, in fantomatici luoghi di raccolta di persone disagiate: sono luoghi in cui è possibile esprimere senza timore il proprio sfortunato status, in cui realizzare pienamente la propria indecorosa marginalità.

C’è poi chi rivendica con…

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Presentazioni web

Da qualche anno, se devo fare delle slides, uso reveal.js, un programma open source veramente bello e potente: personalmente, lo sfrutto ogni volta che posso, e cerco di impararlo meglio ogni volta che faccio una presentazione. Le sue funzionalità sono tantissime, ed è impossibile essere esperti in una volta sola.

Se nella vita avete fatto almeno 5-6 presentazioni, sapete che è un argomento infinito, con le sue correnti di pensiero e i suoi guru. C’è chi ama Guy Kawasaki, chi prega su presentationzen, chi adora lo stile nerd ma unico di Lawrence Lessig.
Lo stile di presentazione dovrebbe essere indipendente dallo strumento (PowerPoint, Keynote, Google presentation, Impress ecc.). Ma la tecnologia è strumento, lo strumento è potenza e la potenza è definire uno spazio di possibilità. È uno degli assiomi del design, le affordance di Don Norman.
reveal.js è basato sul principio che le tecnologie del web (HTML, css, javascript) sono abbastanza potenti per scrivere presentazioni. Questo, nella pratica, significa scrivere una presentazione come se fosse una pagina web, cioè codice. E le parole sono codice, il codice è fatto di parole.
E fin qui la teoria. Nella pratica, reveal.js mi permette di scrivere le mie slides in un unico documento, come questo.
Il codice usato è Markdown, cioè un HTML molto semplificato (lo uso anche qui su WordPress).
L’avere un unico documento è utilissimo perchè puoi strutturare il discorso in un unico luogo, strutturandolo in  capitoli che sfruttino la possibilità di reveal.js si avere slides orizzontali o verticali: ogni capitolo prosegue in verticale, mentre per passare da un capitolo all’altro vado in orizzontale.
Non permette quindi un nesting maggiore  (cioè, avere sottocapitoli, sottosottocapitoli, ecc.), ma è abbastanza per aumentare in complessità ed aiutare nella struttura.
Un’altra cosa interessante è che essendo puro testo/codice puoi sfruttare GitHub: io uso GitHub Pages per avere tutto online (ho un accrocchio molto complicato fatto dal buon Cristian Consonni, io non saprei mai ricrearlo).
Di fatto, dunque, ho slides:
  • collaborative: su GitHub si può scrivere codice a più mani
  • sempre online: le persone volendo ci possono tornare e cliccare i link e vedere i dettagli
  • con codice e iframe: per esempio, guardate qui (fate refresh, c’è una query a Wikidata)
  • con tutte le funzionalità grafiche che css e javascript possono offrire, senza contare l’HTML: ipertesto, link, ecc.
Insomma, di fatto è usare il web al massimo della potenza per convogliare un messaggio alle persone, mentre si parla.
Trovare tutte le mie slides qui.

Internet è un moltiplicatore

Da tempo, penso che il modo migliore per descrivere internet sia dire che è un moltiplicatore. Nessuno sa cosa sia, un moltiplicatore, perchè è una cosa che non esiste: ma questo va a vantaggio della metafora. Tutti immaginiamo cosa faccia, una scatola nera che moltiplica cose. Ci metti dentro qualcosa, e questa ti esce più grande, più grossa in più copie. Ci metti dentro qualcosa di bello, ed esce magnifico. Ci metti qualcosa di brutto, e diventerà orribile. Garbage in, garbage out.

Una cosa che mi disse Eco, quando lo intervistai 6 anni fa, fu che Internet (al contrario della televisione) allargava la forbice fra ricchi e poveri:

Il computer in generale, e Internet, fa bene ai ricchi e fa male ai poveri. Cioè, a me Wikipedia fa bene, perché trovo le informazioni che mi sono necessarie, ma siccome non mi fido, perché si sa benissimo che, come cresce Wikipedia, crescono anche gli errori. Io ho trovato su di me delle follie inesistenti, e se qualcuno non me le segnalava, avrebbero continuato a restare lì.

I ricchi sono coltivati, sanno confrontare le notizie. Io vado a vedere la Wikipedia in italiano, non sono sicuro che la notizia sia giusta, poi vado a controllare quella in inglese, poi un’altra fonte, e se tutte e tre mi dicono che quel signore è morto nel 371 d.C. comincio a crederci.

Il povero invece becca la prima notizia che gli arriva, e buonasera. Quindi c’è per Wikipedia, come per tutto Internet, il problema del filtraggio della notizia. Siccome conserva tutto, sia le notizie false che le notizie vere, mentre i ricchi hanno delle tecniche di filtraggio almeno per i settori che sanno controllare.

È un discorso attualissimo, a cui si fa continuamente riferimento: le bufale, i complotti, la camera dell’eco dei social. Facebook da tempo sta cercando di eliminare le bufale algoritmicamente, con scarso successo. Chi controlla le notizie? Chi andrà a convincere le persone che hanno letto e si sono convinte di una notizia falsa? Le ricerche ci dicono che fare il debunking dei complotti è inutile, perchè nessun complottista ne sarà mai convinto.

Uno dei risultati della rivoluzione digitale è dunque aver allargato la forbice cognitiva: chi aveva gli strumenti per capire (e l’attitudine a farlo), trova in internet un moltiplicatore. E chi invece questi strumenti o questa attitudine non ce l’aveva, trova lo stesso effetto moltiplicatore.

Avete notato come, soprattutto su Internet, la gente non ragioni, ma reagisca?

Non è un caso: se siamo abituati ad agire istintivamente, a non filtrare l’emozione, Internet diventa uno specchio del nostro cuore e del nostro intestino, più che la biblioteca digitale universale che i suoi creatori volevano costruire. I social sono uno specchio della società, in cui viene esplicitato prima un sentimento che un pensiero. In un luogo del genere, la nonviolenza gandhiana di Gianni Morandi appare (e in parte lo è) un atto eroico: perchè risponde ad aggressione con sorriso, a violenza con ironia, sovvertendo la logica della forza che tendiamo a vedere ovunque. Siamo abituati che ad azione corrisponda reazione uguale e contraria, e chi non lo fa diventa un fenomeno del web: Gianni Morandi l’antinewtoniano.

Il nostro è un mondo sempre più complesso, o quantomeno in cui la complessità è percepita in maniera sempre più vivida, è sempre più reale. E le persone ne sono, letteralmente, sommerse.

Qualche anno fa si parlava di “overdose informativa” (information glut), ma è forse più propriamente una “overdose di complessità”: la realtà  (la cara, vecchia realtà che ho sempre conosciuto) ti sfugge da sotto i piedi, e ti senti attaccato nella tua identità (nazionale, sessuale, di genere, economica, alimentare).

E quando ti senti attaccato ci sono solo due possibilità: combatti o scappa

Ovviamente, c’è chi è molto bravo a sfruttare politicamente tutto questo: Trump, per esempio, offre una rassicurante opzione  “combattiva” (utilizzando la sempiterna massima cristiana “vai bene così sei“). Tutta la sua retorica (e il suo registro linguistico da bambino dislessico) non fa altro che dirti: quello che senti è giusto, hai paura, io so vincere, risolverò tutto questo. E il mio terrore è che noi “ricchi” (che sappiamo leggere le notizie in un paio di lingue, che sappiamo annusare una bufala leggendo solo il titolo) non sappiamo capire tutto questo. Non è, credo solo un discorso politico, ma un discorso cognitivo.

 


 

Denise scrive questo bel post, a cui risponde Eusebia. Si parla di biblioteca come istituzione, istituzione che dovrebbe rispondere a certe domande della società. Istituzione che storicamente aveva un senso e uno scopo che continua a mantenere, senza, spesso, rendersi conto che è la società ad essere cambiata, ed oggi rispondere ai bisogni informativi vuol dire una miriade di cose differenti.

Per cui basta entrare in una biblioteca oggi per rendersi conto che la gente lì ci sta per studiare (sui propri libri), usare il wifi gratuito (se c’è), usare il computer per guardare un dvd o andare su internet (tendenzialmente, lo fa chi non possiede un pc a casa). Perchè la biblioteca è l’unico luogo che non gli chiede niente, in cui possono stare al caldo d’inverno e al fresco d’estate.

La biblioteca è sempre meno un luogo per “rispondere ai bisogni informativi”.  L’idea di prendere un prestito un libro, o anche solo di pensare che un libro possa aiutarmi a rispondere ad una domanda per me importante, è sempre più minoritaria. Ma anche, come dice Virginia, a volte un libro è esattamente ciò di cui ho bisogno (per esempio, un manuale per prendere la patente).

Se qualche decennio fa (ma quanti?) bastava essere gli unici depositari di informazione scritta per poter servire i cittadini, ora Internet questo lavoro lo fa al tempo stesso meglio e peggio, ma certamente in maniera molto più comoda e veloce e personalizzata. E chi fa le cose più come e più veloci e più personalizzate, semplicemente, vince, spesso a discapito della qualità.

Per cui si torna al discorso di prima: internet ti offre tutto quello che gli chiedi, moltiplica chi sei.

La domanda, dunque, sorge spontanea: la biblioteca può essere risposta parziale a tutto questo? Può esistere la biblioteca come facilitazione alla complessità? Lavorare come adesso ma cento volte di più, su alfabetizzazione/literacy/strumenti?

Potrebbe essere un obiettivo nobilissimo e praticissimo al tempo stesso. Il punto, forse, è che le biblioteche (luogo gratuito e aperto, a tutte le età e condizioni sociali) possono essere il posto giusto, ma certamente i bibliotecari non bastano: ci vorrebbe un coordinamento fra ruoli e competenze diverse, dagli insegnanti agli assistenti sociali a, ovviamente, i bibliotecari.

 

 

#MLOD16. Open Data, Machine Learning e Biblioteche alla Sormani di Milano

Questo lunedì noi di MLOL eravamo a Milano a parlare di dati, biblioteche e machine learning. Qui ci sono tutti i video e tutte le slides. Consiglio soprattutto quello di Marco Goldin e Giulio Blasi.

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Lunedì 7 novembre presso la Biblioteca Sormani di Milano si è svolto il seminario “Open Data, Machine Learning e Biblioteche”, organizzato da noi di MLOL in collaborazione con Mediatech Group. Una giornata importante e partecipata: ci azzarderemmo a definirla una “prima volta” per le biblioteche italiane su questo tema, per livello di approfondimento, partecipazione e prospettive di sviluppo futuro. E speriamo di aver contribuito, con questo convegno, a una prima definizione degli obiettivi e delle opportunità per aprire un nuovo campo di analisi e di sviluppi operativi per le biblioteche in Italia.

Teorema di Bayes

Per chi non avesse potuto partecipare alla giornata (che abbiamo raccontato su Twitter con l’hashtag #MLOD16), riportiamo qui di seguito tutti i video degli interventi dei relatori, con relative presentazioni.

Giulio Blasi. Da Babele a Bayes: manifesto per una terza fase di digitalizzazione delle biblioteche

Leggi la presentazione di Giulio Blasi

Gabriele Nuttini. Machine Learning e Sistemi…

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