Del trovare il proprio posto nel mondo

“Ha fatto più danni l’Adelphi della Seconda Guerra mondiale”

Vittorio Feltri

Bene,
più distanza concettuale, mentale,
emozionale, chilometrica,
mi separa da Feltri,
più il mio cuore si rasserena,
si convince di un’ordine,
di una giustizia nell’universo,
addirittura, forse, di una salvezza.
Si riappropria,
lentamente,
del fatto che un Senso,
pur sottile,
balugini dalle trame del Reale.

Vito Mancuso, La perdonanza mediatica

Nella Chiesa antica la penitenza era una cosa seria. Riguardava peccati come l’omicidio, l’apostasia, l’adulterio e veniva amministrata in forma pubblica.

Dopo che il peccatore era stato escluso dalla comunità liturgica per un congruo periodo di tempo e aveva confessato al vescovo il proprio peccato. Il perdono liturgico si poteva ottenere solo una volta nella vita, e se poi si peccava di nuovo non c’era più possibilità di essere riammessi a pieno titolo nella comunità cristiana.

All’inizio del medioevo la penitenza divenne reiterabile, ma non per questo perse di rigore: i confessori (ruolo che prese a essere esercitato anche dai semplici preti) avevano a disposizione appositi libri, i cosiddetti “penitenziali”, dove a determinati peccati si facevano corrispondere determinate pene secondo un tariffario oggettivo per evitare favoritismi e disposizioni “ad personam”, possibili anche a quei tempi.

Per esempio il penitenziaro di Burcardo di Worms, databile intorno all’anno Mille, stabiliva che per un omicidio ci fossero 40 giorni consecutivi di digiuno a pane e acqua e poi 7 anni costellati da privazioni di ogni sorta, soprattutto astinenze sessuali; per un giuramento falso, sempre i canonici 40 giorni di digiuno da estendere poi a tutti i venerdì della vita; per un adulterio “penitenza a pane e acqua per due quaresime e per 14 anni consecutivi”. E’ importante notare che nel primo millennio l’assoluzione dei peccati veniva concessa solo dopo aver compiuto le opere penitenziali.

Con l’estendersi della mondanizzazione della Chiesa la procedura legata alla penitenza si fece più flessibile: l’assoluzione venne concessa subito dopo l’accusa a voce dei peccati da parte del penitente e a prescindere dall’esecuzione della penitenza assegnata, per soddisfare la quale, peraltro, nacque presto la pratica delle indulgenze. E’ noto che fu proprio il persistente abuso della vendita delle indulgenze a costituire la causa della ribellione di Martin Lutero e la successiva divisione della Chiesa.

Nonostante ciò anche la perdonanza celestiniana del 1294 era, ed è, una cosa molto seria. Nella bolla d’indizione papa Celestino V fa ampio riferimento a Giovanni Battista, in particolare al suo martirio, visto che la perdonanza ricorre proprio il 29 agosto, giorno della celebrazione liturgica della decapitazione dell’ultimo grande profeta biblico.

E’ noto infatti che Giovanni Battista finì in galera e poi venne decapitato per la sua severità morale, in particolare per aver richiamato il re Erode al rispetto della morale matrimoniale, infranta pubblicamente dal sovrano che conviveva illecitamente con la moglie del fratello Filippo, Erodiade, “donna impudica”, come la definisce papa Celestino V nella bolla.

E’ a tutti evidente che Giovanni Battista, seguendo lo stile degli altri profeti biblici, non aveva ancora sviluppato la sottile arte della diplomazia ecclesiastica, capace di distinguere tra vita privata e ruolo istituzionale dell’uomo politico, e così utile a navigare tra le tempeste del mondo senza perdere (fisicamente) la testa.

Nella sua ingenuità il Battista riteneva che per un uomo politico non fosse ipotizzabile nessuna distinzione tra vita privata e ruolo istituzionale: era così inesperto di come va il mondo da essere addirittura convinto che se un uomo non è in grado di governare bene e con equità la propria famiglia, meno che mai potrebbe governare bene e con equità la propria nazione.

Evidente che era un primitivo, ben al di sotto delle sottili distinzioni che si teorizzano in questi giorni al Meeting di Rimini e che consentono al segretario di Stato del Vaticano di cenare serenamente con l’attuale capo del governo italiano elevandosi mille miglia più in alto rispetto alla rozzezza del Battista con quel suo modo irrituale di sindacare sulla vita sentimentale del leader del suo tempo.

Ma se era seria la penitenza antica ed era seria la Perdonanza di papa Celestino, ancor più serio, terribilmente drammatico, è lo sfondo su cui tutto questo oggi si ripresenta, cioè il terremoto del 6 aprile coi suoi 308 morti, 1500 feriti e le decine di migliaia di sfollati.

Nella celebrazione della perdonanza celestiniana di quest’anno all’Aquila si intrecciano quindi tre realtà che meritano rispetto incondizionato da parte di ogni coscienza adeguatamente formata, tanto più se cattolica visto il patrimonio spirituale che è in gioco.

Sarebbe stato quindi auspicabile che la gerarchia ecclesiastica non avesse consentito di sfruttare un evento del genere per speculazioni politiche, concedendo visibilità e “perdonanza mediatica” a chi, accusato di aver avuto a che fare con un buon numero di Erodiadi, non ha mai accettato di rispondere pubblicamente e analiticamente alle precise domande in merito, come invece il suo ruolo istituzionale gli impone.

E’ chiaro a tutti infatti che all’homo politicus, a ogni homo politicus, non interessano le indulgenze ecclesiastiche, neppure quelle plenarie (le quali peraltro si possono ottenere in ognuna della nostre chiese con relativa facilità, rivolgersi al proprio parroco per sapere come).

All’homo politicus interessa solo la sua riserva di caccia, l’elettorato, e sa bene che la vera indulgenza al riguardo non la si ottiene confessandosi e comunicandosi e facendo tutte le altre pratiche devote prescritte da papa Celestino otto secoli fa, ma semplicemente apparendo in tv accanto al potente porporato sorridente e benevolente.

E’ questa l’indulgenza che il capo del governo, abilissimo homo politicus, cerca, ed è questa l’indulgenza che il segretario di Stato Vaticano gli concederà, con buona pace della testa di san Giovanni Battista, di Celestino V e della sua Perdonanza.

Non posso concludere però senza chiedermi se questo spensierato teatro di potenti che si legittimano a vicenda non abbia qualcosa a che fare con quel nichilismo a proposito del quale Benedetto XVI ha avuto di recente parole di pesantissima condanna.

Il fatto che la gerarchia della Chiesa cattolica teoreticamente condanni il nichilismo e poi praticamente lo alimenti, si può spiegare solo con una sete infinita di potere, la quale non giace nelle coscienze dei singoli prelati ma è intrinsecamente connaturata alla struttura di cui essi sono al servizio.

La cosa è tanto più drammatica perché forse mai come ora gli uomini sentono il bisogno di apprendere l’arte del perdono e della riconciliazione.

Vito Mancuso, La perdonanza mediatica, da “Repubblica”, 28.08.2009

IFLA 2009, memorie di un volontario

Fare il volontario a IFLA, alla fine, ha decisamente premiato.

Pur avendo i turni, infatti, c’era la possibilità di farsi cambiare per poter assistere ad alcune conferenze in particolare, dato che il rapporto fra i volontari era veramente delle migliori. Nessuno screzio, nonostante la stanchezza, e davvero una bella atmosfera che rendeva il lavoro molto più leggero e piacevole.
A parte i primi due giorni, ovviamente più caotici, il resto della conferenza si è svolto tranquillamente, con i delegati che si erano acclimatati all’enorme struttura della Fiera di Milano e i volontari che vedevano i loro servizi sempre meno necessari, concedendosi dunque lunghi caffè e ascoltando le conferenze a cui dovevano fare gli assistenti di sala.

Come ho già detto, ma ci tengo a ripeterlo, l’organizzazione dei volontari è stata gentile, elastica e ineccepibile, credo che tutti si siano trovati davvero bene.

Un po’ meno bene è andata con l’azienda organizzatrice del convegno, che ha fatto qualche numero un po’ squallido (come vendere a 10 euro le borse vuote avanzate dalla distribuzione ai delegati…). Sicuramente eccitante era la presenza di persone da ogni angolo del globo, e il sentire così tanti accenti inglesi intrecciarsi per lo spazio espositivo e i corridoi.

Un evento importante è stato l’apertura del wi-fi gratuito il martedì: prima era a 10 euro per 4 ore… (ricordo, per chi non lo sapesse, che fuori dall’Italia non funziona così. Offrire un wi-fi gratuito è considerato una cortesia necessaria in gran parte del globo, soprattutto nell’ambito di una conferenza internazionale da 4000 delegati).

Dunque, in generale, belle, interessanti e  faticose giornate (il turno mattutino iniziava alle otto, il pomeridiano finiva alle sei).

Personalmente, poi, ho avuto la fortuna di fare il brainstorming con Ellen Tise, incoming president di IFLA, persona squisita che si è complimentata con noi studenti DILL per il lavoro svolto. Ho avuto modo di assistere a conferenze sul Google Settlement, sull’Open Access, sulle biblioteche digitali: un paio di volte ho fatto anche liveblogging.

Dunque, esperienza da rifare.
Ottima anche per rinfrescare l’inglese ;-)

IFLA 2009, Milano

Per chi non lo sapesse,
e per quei pochissimi a cui può fregare qualcosa,
a Milano in questi giorni c’è IFLA, conferenza internazionale legata al mondo delle biblioteche.
Troverete zitelle occhialute che fanno ssssht in 45 lingue diverse, e anche un nerd come me che fa il volontario e persino un brainstorming con il supercapoifla.

Qui il canale Twitter, qui alcune foto su Flickr (non mie), qui altre foto,  qui il sito, qui il blog che abbiamo fatto noi aspiranti bibliotecari digitali del DILL (una mappa concettuale sul presidential theme del supercapoifla di cui sopra).

Non so quanto potrò scrivere in presa diretta, ma magari ci scappa qualcosa.
Se accade, userò probabilmente twitter.

Delle due cose che ho visto, devo dire che mi ha colpito uno scanner  da 2500 pagine all’ora, con software OCR integrato e crop dell’immagine automatico (solo i 100’000 euro del prezzo mi disturbano un attimo), e la notizia, da un’addetta ai lavori (BioMed Central), che crisi a parte questo è stato un’anno straordinario per l’Open Access.

Speriamo, magari l’anno prossimo trovo anche un lavoro.

Lettera aperta di Enzo Mazzi sull’ora di religione, la sentenza del TAR ecc. ecc.

Cari pastori e guide della Chiesa cattolica.

Vi risentite con parole e azioni forti per la sentenza del TAR del Lazio che nega sia “l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, sia l’adozione di una disciplina annuale delle modalità organizzative degli scrutini d’esame, che appare aver generato una violazione dei diritti di libertà religiosa e della libera espressione del pensiero; nonché di libera determinazione degli studenti relativamente all’insegnamento della religione cattolica”.

Avete tutto il diritto di protestare. Ma sbagliate. Dovreste essere grati al TAR che vi aiuta ad uscire da una situazione di necrosi del tessuto vitale della Chiesa, senza sbocchi. E vedere nel giudizio la mano provvidenziale di Dio.

Il novanta per cento degli italiani ha a che fare con il vostro insegnamento.

C’è un corso di religione o di catechesi per tutte le varie fasi della vita. E ai corsi c’è da aggiungere le prediche. Pur senza contare le prediche domenicali, tra celebrazioni ufficiali di ricorrenze varie, inaugurazioni e funerali pubblici e privati, nessuno si sottrae al vostro insegnamento religioso.

Chi vuol sposarsi in chiesa deve imparare il catechismo. Poi c’è il corso di preparazione al battesimo. I genitori che vogliono far battezzare il proprio figlio devono impegnarsi a dargli un’educazione cristiana. Niente impegno, niente battesimo. Il novanta per cento dei genitori accetta liberamente o più spesso subisce. Il battesimo non è solo un sacramento della fede. E’ anche una condizione per il futuro inserimento del loro figlio nella società. Il bambino non battezzato è un diverso, in una società in cui la cultura della diversità è ancora molto osteggiata.

Quindi ci sono tre anni di sosta. Ma appena il bambino incomincia a frequentare la scuola materna è sottoposto per due ore la settimana al vostro insegnamento. Pochi genitori ne fanno a meno. Ci vuole eroismo per “non avvalersi”. E’ una tortura il cucciolo fuori dal branco. E così, con le buone o con le cattive, siamo di nuovo al novanta per cento.

Non cambia molto alle elementari: due ore settimanali di insegnamento della religione per la maggioranza degli alunni.

Alle medie e alle superiori le percentuali calano. Ma anche qui, tra interesse spirituale e interesse materiale, avvicinate col vostro insegnamento religioso la maggior parte degli studenti.

Sul lavoro, in politica e all’università l’insegnamento della religione sparisce. Marx, Freud e Croce vi hanno sbarrato l’accesso ai templi della produzione, della politica e della cultura.

Ma voi non vi scoraggiate. Cardinali, vescovi, preti o insegnanti laici, siete lì, a scuola, in chiesa o in caserma, in ogni spazio di vita e di morte, per render visibile, voi dite, la presenza di Dio attraverso la sua Chiesa.

Dovreste sentirvi realizzati. Invece vi lamentate: la società di oggi è scristianizzata. La Parola di Dio è ignorata e i valori cristiani disattesi. C’è bisogno di una nuova evangelizzazione. Più scuola cattolica, più spazi in televisione, più presenza nei luoghi della politica, ormai senza distinzione partitica, più vicinanza ai luoghi della sofferenza.

Non vi domandate se per caso questa scristianizzazione non è anche il frutto dei vostri dogmi imbalsamati, riti, catechismi, parole, presenze, scuole, insegnamenti necrofili. Voi credete di annunciare la Parola di Dio e invece annunciate il vostro potere. Siete voi una delle cause per cui il Vangelo non arriva alle donne e agli uomini di oggi. O meglio è il troppo potere di cui siete rivestiti che impedisce alle vostre parole di essere veicoli del Vangelo.

Invece di crescere, la vostra presenza e il vostro potere devono diminuire. Solo così il vostro servizio alla Parola di Dio cesserà di essere ostacolo alla evangelizzazione.

Il TAR ha fatto a voi e al Vangelo e a tutti noi un grande servizio.

Enzo Mazzi

Da Il Manifesto, 13 agosto 2009.