Spesso capita di dover sbobinare un file audio, e a parte ottime soluzioni a pagamento, una modalità complicata ma gratis è utilizzare il sistema di sottotitoli automatici di Youtube.
I passaggi sono questi:
Rendere il nostro file audio un file video. Strumenti online ce ne sono tanti, io uso questo, partendo da un mp3 (ma ci sono anche alternative). Di fatto vi chiede di scegliere un’immagine per creare un video a immagine statica. Ne va bene una a caso, tanto il video sarà privato.
Caricare il nostro video su Youtube (ovviamente serve un account). Caricatelo in modalità privata, scegliete la lingua italiana, e se volete forzate i sottotitoli mettendo fra i tag “yt:cc=on“. Non so se serva davvero ma male non fa.
Bene, lasciatelo lavorare, fate pure qualcos’altro e tornate dopo almeno un paio d’ore. È tipo la pasta della pizza, deve lievitare.
Dentro il vostro video, dovreste avere il file pronto da scaricare in formato sottotitoli. Ovviamente è tutto da lavorare e può essere più o meno preciso (dipende molto dall’audio e dalla lingua di partenza), ma è certamente meglio che niente.
Uno degli aspetti meno dibattuti – incredibilmente – dell’energia solare è quanto sarebbe importante e rivoluzionaria per l’economia e geopolitica mondiale. Negli ultimi 80 anni abbiamo visto affermarsi un’economia completamente basata sui combustibili fossili, con il dominio incontrastato del Medioriente arabo per il petrolio e la Russia per il gas. L’America ha estratto il proprio petrolio e si è andata pure a prendere quello che gli serviva qua e là, senza disdegnare guerre ventennali a cui tutti oramai siamo abituati. Il numero di morti dell’attuale economia petrolifera è dunque incalcolabile: non solo perché è impossible determinare precisamente quanti morti fa l’inquinamento, o quanti ne farà il riscaldamento globale, ma perché se contiamo anche le guerre (e dovremmo) il numero si alza vertiginosamente.
Il petrolio è una risorsa scarsa, per cui se non ce l’hai lo devi prendere da qualcun altro. Guardando alla definizione presente su Wikipedia, credo si possa ritenere il petrolio a tutti gli effetti come un bene privato, perché il costo della sua estrazione e trasformazione lo rendono sia rivale che escludibile:
Rivalità nel consumo – il consumo di un bene da parte di un individuo implica l’impossibilità per un altro individuo di consumarlo allo stesso tempo.
Escludibilità nel consumo – una volta che il bene è prodotto, è possibile impedirne la fruizione ai soggetti che non hanno pagato per averlo.
Esclusivi
Non esclusivi
Rivali
Beni privati cibo, vestiti, automobili
Beni comuni pesce, legno, carbone
Non-rivali
Beni di “club” cinema, parcheggi privati, televisione via satellite
Beni pubblici televisione pubblica, illuminazione pubblica, aria, difesa nazionale
La tabella di Wikipedia ci aiuta invece a capire che l’energia solare è a tutti gli effetti un bene pubblico¹: se ho i mezzi per raccoglierla non è nè rivale nè escludibile. Non trattandosi di una cosa – fatta di atomi pesanti – nessuno potrà impedirmi di godere della luce e usare i miei panelli per avere elettricità. Non c’è nessun Mr. Burns capace di oscurare il sole e privare Springfield della sua luce. L’energia solare è dunque l’unica che permette, a costi affrontabili e sempre più bassi, di avere una generazione di energia decentrata e distribuita, a livello di singola famiglia.
Senza contare che la quantità di energia solare che finisce sulla terra è qualcosa di incredibile:
Per citare il solito Musk, dal famoso articolo di WaitButWhy di qualche anno fa:
“[noi abbiamo] questo comodo reattore a fusione nucleare nel cielo, e non devi fare niente — funziona, si presenta ogni giorno sopra di te, e produce assurda quantità di energia”.
L’idea di essere meno dipendenti dagli Emirati Arabi o dalla Russia è un ottimo incentivo politico per una spinta “da destra” (o sovranista) alla transizione energetica, anche se mi pare che non sia amata da nessun grosso partito conservatore, né in USA né in Europa.
La transizione energetica, quella in cui elettrifichiamo tutto – trasporti, riscaldamento, macchine industriali – e iniziamo a pulire la rete elettrica con la generazione fotovoltaica è dunque la necessaria via per affrontare seriamente il risaldamento globale.
Basterebbe per salvarci? Non so, magari no, ma ci si avvicina pericolosamente. Detta in altro modo, è una soluzione necessaria, ma non (forse) sufficiente. Ma se una soluzione al climate change esiste, non può che passare di qui.
Note
Spesso in Italia, quando qualcosa è pubblico (l’aria, l’acqua, le foreste, le biblioteche) amiamo dire che è un bene comune. In questo momento preferisco usare le suddivisione offerta da Wikipedia (credo sia una nomenclatura economica classica) perché i concetti di rivalità ed escludibilità chiariscono meglio.
Io mi sono completamente perso i Mazzy Star: nel ’94 avevo nove anni, troppo presto, troppi pochi amici con gusti musicali decenti per poterli intercettare. Li ho ignorati per vent’anni.
Finchè una manciata di anni fa l’algoritmo di Spotify mi ha guardato negli occhi e senza dire nulla mi ha allungato un paio di canzoni – questa, Into dust – che da sole, in un secondo, con tre accordi, non sono state meno che una teofania: la definizione esatta di una generazione, di un’identità, il ritratto del ragazzino che sono stato e sarò sempre (di quel ragazzino che siamo tutti), il ricordo di quelle mani ancora bambine che allungavano le maniche e si mettevano i capelli dietro l’orecchio; la memoria precisa della scoperta di non esserlo più, bambino – e cosa si era non si sapeva; la fotografia di quei tramonti e il cielo di un blu inenarrabile quando la primavera stava iniziando e ti raccontava di un mondo nuovo, tremendamente eccitante e spaventoso: quel blu che l’universo ti stava dicendo qualcosa, proprio a te. L’esatto colore della nostalgia. Ognuno di quei tramonti – e poi, aurore -, ha, per me, il nome di un amore, quegli amori tremendi che solo l’adolescenza ti può infliggere. Se chiudo gli occhi e ci penso, ancora smetto di respirare.
Cerco ancora quel blu, non l’ho più trovato. Però lo rivedo tutte le volte che li ascolto. Ciao David, grazie per gli accordi giusti, fanno ancora male.
Lettera ad una professoressa fu scritto collettivamente, dall’intera Scuola di Barbiana di Don Milani – e, infatti, è proprio la Scuola intera l’autore che firma il libretto.
Noi dunque si fa così: per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola. Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi. Ora si prova a dare un nome ad ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce, qualcuno diventa due. Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini. Si prende il primo, si stendono sul tavolo i foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene. Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta. Comincia la gara a chi scopre parole da legare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola. Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.
Articolone importante di Giulio sul futuro digitale delle biblioteche. C’è quasi tutto, lo consiglio a chi vuole davvero capire problemi e opportunità del digitale in biblioteca.
Per stimolare il passaggio a una visione più generale del problema, ho scritto su Medium un post sulla digitalizzazione delle biblioteche a partire dal quale (tempo permettendo) tirerò fuori un libro basato anche sulle suggestioni, sulle critiche e in generale sulle reazioni che questo testo susciterà.
L’articolo è diviso in tre parti:
una premessa in cui sintetizzo passo a passo la posizione di Stefano Monti espressa su Artribune (il casus belli di questo pezzo), citando il suo testo e sintetizzando i passi del suo ragionamento
una pars destruens in cui sottoporrò a critica le affermazioni di Monti
una pars construens – la più estesa, naturalmente – in cui, lasciando da parte la critica, proporrò un modello per aiutare letteralmente a “vedere” tutte le dimensioni della digitalizzazione in biblioteca.
Sono tre quarti d’ora di lettura su cui vi chiedo un parere che aiuterà a raggiungere lo scopo indicato: lo trovate…