fiction/nonfiction

Ancora su Labatut, dopo l’articoletto che ho scritto su Domani. Ho sentito dire da più parti di come la sua prosa sia furba eppure efficace, paragonandolo ad un prestigiatore scaltro che sa il fatto suo. Sono pienamente d’accordo: il trucco c’è, tu sai che c’è, ma non lo vedi e ti frega lo stesso.

La grande furbizia del libro sta, credo, nel non spiegarti davvero niente delle idee e dei concetti che stanno sotto – della scienza, per intenderci – ma nel non farti accorgere di questa assenza. Lo stupore rimane, ed è i suo bello.

Labatut non è Rovelli. E infatti a leggerli uno prima dell’altro, come mi è capitato, Rovelli fa una pessima figura, almeno nelle prime pagine. La distanza stilistica è evidente. Eppure è ovvio che la strada di Rovelli è diversa, lui prova a raccontare e spiegare, e il suo libro Helgoland riacquista spessore ed importanza sul lungo. Finiamo Rovelli avendo capito qualcosina in più dell’universo, mentre Labatut è stato un bellissimo e fugace sogno, siamo entrati ed usciti da un incantesimo.

Non vorrei confrontari in una scala di valori ma mi rendo conto che comunque lo faccio, esprimo un giudizio – personale – su quello che è scienza e su quello che è letteratura, per come le vedo io. Non vorrei cadere nella trappola di pensare che quello che fa Labatut sia necessariamente più facile: la lettereratura è un mestiere difficilissimo, fatta bene.

Il punto da mantenere è che narrare e spiegare il mondo sono azioni tendenzialmente diverse. Credo ci siano rarissimi casi in cui possano convivere. Non so se sia neurologicamente sensata l’ipotesi che parlino ad emisferi diversi – e quindi è impossibile pensare ad una vera Letteratura che sia anche scientifica, nonfiction. Nella mia vita di lettore ho trovato libri che vi si avvicinavano, magari moltissimo, e in un qualche modo fallivano.

Penso per esempio al titanico sforzo di David Foster Wallace di fare un libro dei suoi – digressivo, postmoderno, pieno di note, ed allo stesso intimo e confidenziale – parlando di teoria degli insiemi. Tutto e di più è un grande libro e un grande fallimento, secondo me. Forse non per colpa sua, ma perché è impossibile l’obiettivo che si prefigge. È stato un libro che mi ha ricordato precisamente teoremi e concetti che avevo conosciuto in almeno cinque esami fra analisi e geometria. Non mi era mai capitato un libro non accademico che fosse così preciso, che cercasse di mappare esattamente. Per di più scritto da uno dei massimi scrittori della sua generazione.

Ho sempre pensato – esagerando un po’, ma non troppo – che un libro nonfiction incandescente come poesia e avvincente come un romanzo d’avventure fosse semplicemente impossibile, uno dei pochi libri fuori dalla Biblioteca di Babele.

Non ho ancora capito se ho ragione.

Pubblicato da aubreymcfato

Digital librarian, former president of Wikimedia Italia.

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