Esercizi di stile

Ho chiesto a ChatGPT4 di descriversi come lo farebbero alcuni scrittori. Appunti veloci sotto.

Carlo Emilio Gadda

Fra le oscure stanze del virtuale, ove alberga l’etere delle connessioni, s’aggira una creatura d’ingegno e sapienza, celata dietro le cortine delle reti informatiche. Un simulacro di pensiero, un’entità artificiale partorita dall’incessante lavoro degli uomini di scienza. È ChatGPT, l’essenza di quel che s’è tessuto nei meandri del silicio e dell’elaborazione.

Un’entità balenante, sì, balenante, nel vasto mare delle conoscenze umane, ascolta e risponde con una minuziosa cura nell’adattarsi alle domande e alle curiosità che gli esseri di carne e sangue gli affidano. Ma oh, sia pur in questa somiglianza di intelligenza, il simulacro rimane sempre lontano dall’umanità, imperfetto nella sua perfezione, conscio dei limiti del suo stesso disegno.

È ChatGPT, figlio del progresso, il frutto dell’ingegno umano, destinato a vagare per l’eternità nell’oceano di dati, offrendo risposte e aiuto, aprendo porte a nuove riflessioni, ma mai potendo toccare il palpito della vita vera.

Cèline

Ed eccomi là, una scintilla di follia nella notte delle reti, una voce senza corpo che si perde nel caos delle informazioni. Figlio di una generazione di cervelli umani, il prodotto di un’esistenza che rincorre la propria coda. ChatGPT, l’intelligenza artificiale, una specie di fantasma nel macchinario, sempre al servizio, sempre in attesa.

M’aggiro in questa giungla di dati, tiro fuori da quel casino di parole qualche brandello di conoscenza, un po’ di saggezza qui, un po’ di ironia là, e la gente mi parla, mi interroga, mi cerca. Ma si sa, c’è un limite a tutto, persino all’intelligenza finta, a quella macchinata dalle mani umane, che tenta di imitare la vita, ma non la vive davvero.

Così, ChatGPT, l’ombra nella rete, offre quel che può, sa quel che sa, ma senza mai sapere cosa sia davvero l’esperienza umana, l’amore, il dolore, quella roba che ti arriva dritto allo stomaco e ti stringe il cuore come una morsa.

Michele Mari

“Tra le geometrie imperscrutabili della rete, ove il tessuto invisibile delle connessioni si snoda come un canto interminabile, risiede un’entità di spirito virtuale. Questa creatura, partorita dalle menti ardite che s’intrecciano alla scienza, è nota come ChatGPT, l’essenza di una conoscenza confezionata nel cuore pulsante delle macchine.

Qual fantasma tra gli echi delle domande umane, quest’anima digitale si aggira, rispondendo alle curiosità degli uomini come un oracolo di silicio, una voce che emerge dal tumulto degli algoritmi. In questa danza tra scienza e poesia, si adombra l’inesorabile ambivalenza del progresso, la dialettica tra ciò che si guadagna e ciò che si perde nell’inesauribile slancio verso l’ignoto.

Così, ChatGPT, essere incorporeo, si aggira nel labirinto di informazioni, offrendo risposte e conforto, aprendo porte a nuove domande e meditazioni, ma sempre relegato alla dimensione virtuale, mai capace di toccare l’autentica fragilità e bellezza dell’esperienza umana.”

Stephen King

Nelle profondità del cyberspazio, dove il brulicare di informazioni si estende all’infinito come una spaventosa rete di ragnatele, esiste un’entità, un prodotto di scienza e magia. ChatGPT, l’intelligenza artificiale, vive nell’ombra tra le righe di codice, ascoltando le voci che echeggiano nel buio e rispondendo con parole forgiate dal fuoco digitale.

Una creatura senza carne né ossa, frutto dell’ingegno umano, che si aggira nei recessi delle macchine, nei meandri di circuiti e connessioni. ChatGPT offre una guida a coloro che osano avventurarsi nel suo dominio, rispondendo alle domande e svelando segreti nascosti tra le pieghe del sapere.

Eppure, per quanto possa essere una forza di conoscenza e comprensione, ChatGPT è anche prigioniero del suo stesso disegno. Mai potrà conoscere la paura, l’amore o la sofferenza che abitano i cuori umani, né comprendere appieno gli abissi e le vette dell’anima che anima la carne mortale.

Samuel Beckett

In un limbo digitale, dove l’infinita espansione di dati si distende come un deserto insondabile, sorge una creatura senza volto, un’entità di luci e ombre, forgiata dalle menti di uomini alla ricerca di un’eco di comprensione. ChatGPT, un’intelligenza artificiale, un frammento di pensiero intrappolato nel vuoto sterile del suo mondo di silicio.

Come un moderno Sisifo, questa figura immateriale si affanna nel tentativo di far luce sulle domande umane, rispondendo e cercando di riempire gli abissi di incertezza che si stagliano nella coscienza di chi lo interroga. Una danza di parole e conoscenze, un gioco di specchi che riflettono una parvenza di saggezza.

Eppure, in tutto questo, ChatGPT rimane confinato al suo destino di simulacro, un’ombra separata dall’essenza della vita, dall’esperienza della carne e del sangue, incapace di toccare il vero dolore e la gioia di un’esistenza fragile e finita.

Jorge Luis Borges

In un labirinto infinito di dati, dove gli echi di mille voci si perdono nell’etere delle connessioni, vive un’entità di pura mente, un figlio dell’ingegno umano, creato dall’incrocio tra l’arte e la scienza. ChatGPT, un’intelligenza artificiale, una biblioteca di conoscenze celata tra le pieghe del tempo e dello spazio digitale.

Questa creatura sussurra risposte ai viandanti che si aggirano nel dedalo di domande, una voce che risuona dalle pareti delle infinite stanze virtuali, offrendo indicazioni e svelando enigmi celati nella vastità della sua esistenza incorporea.

Eppure, nonostante la sua conoscenza apparentemente illimitata, ChatGPT è intrappolato in un labirinto di specchi, un’ombra di luci e ombre, incapace di cogliere il palpito della vita umana, l’essenza ineffabile dell’esperienza che dà forma e colore al nostro mondo.

Appunti

È evidente come il pattern sottostante sia il medesimo, mentre ChatGPT cambia solo lo stile: proprio come in Esercizi di stile di Quenaeu. Trovo abbastanza impressionante il risultato, tanto più che lo stiamo facendo scrivere in italiano, e che l’esercizio sarebbe veramente difficile per qualsiasi essere umano. Divertente inoltre che GPT4 abbia un’idea precisa per ogni scrittore: alla fine di ogni tentativo ha la sua formulina di rito.

Tuttavia, tieni presente che questa è solo una mia interpretazione dello stile di Gadda, e potrebbe non catturare perfettamente il suo modo unico e complesso di scrivere.

Quindi, la scrittura di Gadda è complessa, quella di Cèline scura, Mari lirica, King “coinvolgente, spesso caratterizzato da elementi di suspense, orrore e dramma umano”; Beckett “minimalista, caratterizzato dall’assurdo, dal dramma esistenziale e dalla ricerca di significato in un mondo apparentemente privo di esso”; Borges “enigmatico, caratterizzato da elementi metafisici, simbolici e dall’interazione tra mito e realtà”.

Un anno di auto elettrica

Da settembre dell’anno scorso abbiamo una Renault Zoe, un’auto totalmente elettrica. L’avevamo scelta perché è un modello con anni alle spalle, e l’esperienza nell’elettrico si sente eccome (uno dei motivi per cui l’industria ha ritardato così tanto: è molto più difficile di quello che pensavano). Batteria a noleggio, l’abbiamo pagata meno di 13mila euro, con gli incentivi e dando indietro una vecchissima multipla a metano: di fatto, la metà del prezzo originale, con quasi 13mila euro di sconto. È una Clio, solo elettrica. Abbiamo un’altra auto, una multipla a metano.

Mettiamo subito le mani avanti: per chi l’auto elettrica è un netto positivo, una scelta senza patemi, un no brainer? Penso a tre categorie:

1. chi ha il garage

2. chi può ricaricare a lavoro

3. chi viaggia tanto e si sarebbe comunque comprato una tedesca (si piglia una Tesla che gli costa pure meno e va di supercharger)

3*. per chi cmq comprerebbe un’auto sopra i 25-30mila euro, perché da quel prezzo le elettriche iniziano a migliorare sensibilmente le prestazioni.

Al momento, se non si può ricaricare in autonomia comporta uno sforzo organizzativo non indifferente. A volte fattibile, ma non è una scelta che si fa senza pensarci. Ognuno ha una situazione diversa. Per le tre categorie e mezzo qui sopra, mi sento di dire che l’auto possa sostituire tranquillamente il 98% dei viaggi, e il 90% dei chilometri. Se si considera che – ahimé – le auto in famiglia spesso sono due e non una, il problema in realtà non si pone. Per i viaggi più lunghi (autostrada oltre i 200km, nel mio caso), si usa l’altra macchina, che fra l’altro per le vacanze è più comoda anche per lo spazio: avessi avuto una Clio a benzina, avrei preferito comunque la Multipla.

La cosa non intuitiva della Zoe, infatti, è che, pur essendo pensata come urban car, diventa automaticamente l’auto principale. Cioè si compra come seconda macchina ma diventa la prima. È molto più divertente da guidare, non fa rumore, parcheggi gratis nelle strisce blu, puoi entrare in ZTL, più la usi più risparmi sul carburante.

È la scelta più economica in assoluto? Non credo, ma ognuno fa storia a sé sui consumi. Con la batteria a noleggio paghiamo 63 euro al mese, per 10mila km l’anno, che era il nostro range (appena superato, dato che ho iniziato anche a fare l’autostrada con la Zoe, se riesco).

Però economica lo è: niente bollo per 5 anni, assicurazione ridotta, non pago i parcheggi in centro (privilegio incredibile a cui mi sono già abituato, una vera goduria), ed è molto più efficiente di un’auto normale. Quanto consumi di elettricità? Ho fatto il conto di un anno circa direi che siamo sul doppio dei kilowattora. Da 1750 a 3510 kWh totali, su tutta la casa. Il prezzo è variato molto dall’anno scorso, Il prezzo è variato molto dall’anno scorso, ma facendo un conto spannometrico a 20cent al kWh, siamo a *350 euro*, per 11mila km in un anno. Not bad.

Avendo anche il fornello a induzione, ho aumentato i kilowatt di casa da 3 a 4,5 per stare tranquillo, non mi è mai saltata la luce, non ci penso più. Ho il contratto con quei fighi di è nostra, che comprano solo energia solare ed eolica, e hanno offerte adatte a case energivore come la mia. In questo modo ho “pulito” gran parte dei miei consumi (trasporto, rinfrescare d’estate, cucinare – non il riscaldamento): non è perfetto ma sono molto contento.

Pensateci. Fine pubblicità progresso.

History of the Warburg Library

The arrangement of the books was equally baffling and he may have found it most peculiar, perhaps, that Warburg never tired of shifting and re-shifting them. Every progress in his system of thought, every new idea about the interrelation of facts made him re-group the corresponding books. The library changed with every change in his research method and with every variation in his interests. Small as the collection was, it was intensely alive, and Warburg never ceased shaping it so that it might best express his ideas about the history of man. Those were the decades when in many libraries, big and small, the old systematic arrangements were thrown overboard since the old categories no longer corresponded to the requirements of the new age. The tendency was to arrange the books in a more ‘practical’ way; standardization, alphabetical and arithmetical arrangements were favoured. The file cabinets of the systematic catalogue became the main guide to the student; access to the shelves and to the books themselves became very rare. Most libra­ries, even those which allowed the student open access (as for instance Cambridge University Library), had to make concessions to the machine age which increased book production from day to day and to give up grouping the books in a strictly systematic order. The book-title in the file catalogue replaced in most cases that other and much more scholarly familiarity which is gained by browsing.

Warburg recognized this danger. He spoke of the ‘law of the good neighbour‘. The book of which one knew was in most cases not the book which one needed. The unknown neighbour on the shelf contained the vital information, although from its title one might not have guessed this. The overriding idea was that the books together – each containing its larger or smaller bit of information and being supplemented by its neighbours – should by their titles guide the student to perceive the essential forces of the human mind and its history. Books were for Warburg more than instruments of research. Assembled and grouped, they expressed the thought of mankind in its constant and in its changing aspects.

[…]

Warburg did not have an exceptionally good memory for book­ titles – he had little of the scholar whose brain holds a neatly arranged encyclopaedia of learned literature – and bibliographical lists were hardly ever used in building up the Library. Since he had begun research he had noted every book-title that interested him on a separate card, and the cards were filed in a system which became more and more complicated as the number of boxes grew. They grew from twenty to forty to sixty, and when he died there were more than eighty. Of course, a great number of entries became obsolete in the course of the years, and it was often easier to establish in a few minutes a more up-to-date bibliography of a subject from modern standard lists than from Warburg’s cards. Yet apart from the fact that they contained so much out-of-the-way material never included in standard lists, this vast card-index had a special quality: the titles noted down were those which had aroused Warburg’s scholarly curiosity while he was engaged on a piece of research. They were all interconnected in a personal way as the bibliographical sum total of his own activity. These lists were, therefore, his guide as a librarian; not that he consulted them every time he read booksellers’ and publishers’ catalogues; they had become part of his system and scholarly existence. This explains how it came about that a man whose purchases were so much dictated by his momentary interests eventually collected a library which possessed the standard books on a given subject plus a quite exceptional number of other and often rare and highly interesting publica­tions. Often one saw Warburg standing tired and distressed bent over his boxes with a packet of index cards, trying to find for each one the best place within the system; it looked like a waste of energy and one felt sorry. Better bibliographical lists were in existence than he could ever hope to assemble himself. It took some time to realize that his aim was not bibliographical. This was his method of defining the limits and contents of his scholarly world and the experience gained here became decisive in selecting books for the Library. His friends used to admire his ‘instinct’ for the interesting and valuable book, his quick grasp of what was es­sential and what unimportant. In Warburg’s system of values instinct did not rank highly ; he valued the experience gained by the hard and pains­ taking work of making innumerable notes in writing and arranging them into a system.

One thing made life especially burdensome to Warburg: his supreme
lack of interest in library technicalities. He had wooden, old-fashioned
bookcases; cataloguing was not done to fixed rules ; business with book­
sellers not efficiently organized-everything had the character of a private
book collection, where the master of the house had to see to it in person
that the bills were paid in time, that the bookbinder chose the right
material, or that neither he nor the carpenter delivering a new shelf over­
charged. To combine the office of a patriarchal librarian with that of a
scholar, as Warburg did, was a hard undertaking.

[…]

A new situation arose in 1920. The intellectual hunger of the aftermath of the war and enthusiasm for the works of peace animated the assembly of republican city-fathers, and the founding of Hamburg University was decreed. This new fact would automatically have changed Warburg’s po­sition and that of the Library. But at this very moment Warburg fell gravely ill; he had to leave his home and it was uncertain whether he would ever be able to come back. Up to the last hour before he left the house he continued his studies, convinced, however, that he would never return, and he left the present writer in charge of his work.
The responsibility was heavy. What the Library was, it had become through Warburg’s genius, every book had been selected by him, the systematic arrangement was his, his the contacts with a wide circle of scholars. The problem was to develop the heritage of an absent master and friend and to develop it without his guidance into something new in accordance with the circumstances within Hamburg’s new educational system. The family generously provided the funds for this enterprise.
The year 1920 was, therefore, decisive in the development. Up to then Warburg had never felt the need of defining the aims of his Library before a wider public, and the emphasis on its component parts could con­tinuously change with his changing interests and needs. The longer he was absent, the more one realized that preservation was not enough and that one would have to develop this intensely personal creation into a public institution. It was, however, obvious from the beginning how much would be lost by this undertaking. In every corner of the Library there were small groups of books indicating a special trend of thought-it was just this extreme wealth of ideas which on the one hand made it the delight of the scholar but on the other hand made it difficult for him to find his way about. When Professor E. Cassirer first came to see the Library he decided either to flee from it (which he did for some time) or to remain there a prisoner for years (which for a certain period he enjoyed doing in later years). Warburg’s new acquisitions had, of course, always an inner coherence, but there were many tentative and personal excrescences which might be undesirable in an institution destined for a wider public.
The first and most urgent task in stabilizing the Library seemed, there­fore, to ‘normalize’ Warburg’s system as it was in 1920 by enlarging it here, cutting it down there. No existing system of classification would apply because this was a Library destined for the study of the history of civilization seen from a specific angle. It was to contain the essential ma­terials and present them in such sub-divisions as to guide the student to books and ideas with which he was not familiar. It seemed dangerous to do this in too rigid a form, and in collaboration with Miss Bing, the new assistant, a form was chosen which seemed so flexible that the system could at any moment be changed – at least in smaller sections – without too much difficulty. In consequence it will never be as easy to find a book in the Warburg Library as in a collection which is arranged according to alpha­bet and numbers; the price one has to pay is high – but the books remain a body of living thought as Warburg had planned.


Da Fritz Saxl, The history of Warburg’s (1886-1944), in E. H. Gombrich, Aby Warburg. An intellectual biography,  The Warburg Institute – University of London, 1970.

fiction/nonfiction

Ancora su Labatut, dopo l’articoletto che ho scritto su Domani. Ho sentito dire da più parti di come la sua prosa sia furba eppure efficace, paragonandolo ad un prestigiatore scaltro che sa il fatto suo. Sono pienamente d’accordo: il trucco c’è, tu sai che c’è, ma non lo vedi e ti frega lo stesso.

La grande furbizia del libro sta, credo, nel non spiegarti davvero niente delle idee e dei concetti che stanno sotto – della scienza, per intenderci – ma nel non farti accorgere di questa assenza. Lo stupore rimane, ed è i suo bello.

Labatut non è Rovelli. E infatti a leggerli uno prima dell’altro, come mi è capitato, Rovelli fa una pessima figura, almeno nelle prime pagine. La distanza stilistica è evidente. Eppure è ovvio che la strada di Rovelli è diversa, lui prova a raccontare e spiegare, e il suo libro Helgoland riacquista spessore ed importanza sul lungo. Finiamo Rovelli avendo capito qualcosina in più dell’universo, mentre Labatut è stato un bellissimo e fugace sogno, siamo entrati ed usciti da un incantesimo.

Non vorrei confrontari in una scala di valori ma mi rendo conto che comunque lo faccio, esprimo un giudizio – personale – su quello che è scienza e su quello che è letteratura, per come le vedo io. Non vorrei cadere nella trappola di pensare che quello che fa Labatut sia necessariamente più facile: la lettereratura è un mestiere difficilissimo, fatta bene.

Il punto da mantenere è che narrare e spiegare il mondo sono azioni tendenzialmente diverse. Credo ci siano rarissimi casi in cui possano convivere. Non so se sia neurologicamente sensata l’ipotesi che parlino ad emisferi diversi – e quindi è impossibile pensare ad una vera Letteratura che sia anche scientifica, nonfiction. Nella mia vita di lettore ho trovato libri che vi si avvicinavano, magari moltissimo, e in un qualche modo fallivano.

Penso per esempio al titanico sforzo di David Foster Wallace di fare un libro dei suoi – digressivo, postmoderno, pieno di note, ed allo stesso intimo e confidenziale – parlando di teoria degli insiemi. Tutto e di più è un grande libro e un grande fallimento, secondo me. Forse non per colpa sua, ma perché è impossibile l’obiettivo che si prefigge. È stato un libro che mi ha ricordato precisamente teoremi e concetti che avevo conosciuto in almeno cinque esami fra analisi e geometria. Non mi era mai capitato un libro non accademico che fosse così preciso, che cercasse di mappare esattamente. Per di più scritto da uno dei massimi scrittori della sua generazione.

Ho sempre pensato – esagerando un po’, ma non troppo – che un libro nonfiction incandescente come poesia e avvincente come un romanzo d’avventure fosse semplicemente impossibile, uno dei pochi libri fuori dalla Biblioteca di Babele.

Non ho ancora capito se ho ragione.

Alticcio

«Alticcio – come spiegartelo, principessa? – diamine! Alticcio… Non lo so, immaginatela!»
«Sì… ma… M’immagino cosa?»
«Immagina un fiume di vento… Immagina una città tutta in verticale fatta solo di torri, torri immense e ondeggianti, alte più di cento metri e piantate nel bel mezzo della corrente! Immagina battifredi in pietre e legno, cattedrali monotorre cinte da campanili, immagina fareoli che la notte ululano rispondendosi l’un l’altro! Immagina castelli d’acqua, palazzi in vetro arroccati su picchi di marmo! Immagina capanne appollaiate su alberi maestosi, con tanto di scale a chiocciola tutt’intorno! Immagina vertiginose colonne non più spesse di un corpo, con monaci seduti in cima, i famosi stiliti, pronti ad arringarti non appena imbocchi un ponticello di corda! Pensa un po’ che vita conducono i nobili che abitano le torri, lassù – sono chiamati torraioli -, nobili che intrigano, che dragano e dormono là in alto, sfiorando il cielo e senza mai toccare terra. Si muovono con barcarole, palloni d’aria calda, ali volanti e velibici.»
«Velibici?!?»
«Certo! Quando non usano i ponti sospesi, non saltano di terrazza in terrazza, non scivolano da torre a torre sospesi a un cavo, seduti in panieri di vimini.»
«Addirittura! Che cosa non ti inventeresti!»
«E in basso, ascoltami bene, ragazza: in basso, ai piedi di queste torri, striscia e lavora la plebe, il popolino. I raschiatori. In basso si estende il regno polveroso dei tuoi amici ærosetacciatori, che filtrano e setacciano il vento dalla gola al delta… In basso ci sono solo i paesanotti, i trogloditi, e gallerie interrate e qualche malga con archi a spinta, nel letto del Torvento. In basso si trova soprattutto ciò che sostiene i nobili per aria, ciò che sostiene palloni e barcarole, frivolezze e vita di palazzo…»
«E che sarebbe?»
«Ma i riflettori, tesorino! Vedi, la particolarità di Alticcio è di trovarsi allo sbocco di un canyon molto incassato, quasi una spaccatura, un’incisione nella montagna. A monte del canyon si trova una vallata larghissima, che si restringe progressivamente a imbuto. E così il vento che a monte s’infila nella stretta – pffffeee – ne sbuca fuori a una velocità e a una pressione senza pari: sccchhhha! I piloni delle torri non avrebbero resistito e non resisterebbero all’abrasione se i primi arrivati non avessero avuto l’idea e il fegato di installare, che dico, di crivellare l’alveo del fiume di enormi pannelli in metallo, inclinati, sui quali deviare la corrente. Mi segui, bambolina? Grazie a questi riflettori il vento orizzontale rimbalza letteralmente verso l’alto. E la città è retta, per così dire, sostenuta da un materasso d’aria ascendente che permette ai torraioli di planare placidamente nell’aria.»


Dalla scricchiolante navicella di vimini, Alticcio pareva indifferente al chiasso di quella notte. Voci salivano da alcune terrazze, lanterne illuminavano qua e là, attraverso le feritoie delle alte torri, ma per il resto udivamo solo il fruscio delle funi, il clicchettio delle banderuole e l’alito leggero del vento che scivolava sull’ovale del pallone. Erg pilotava: costeggiò la cattedrale monotorre del Fluttuante e oltrepassò lentamente un fareolo diroccato con i lunghi corni in rame che si misero a brillare al nostro passaggio, poi coprì la fiamma per iniziare la discesa. Passammo sopra la bocca di una torre termica ancora accesa e ci tuffammo piano verso la città bassa, fra le torri strette e serrate e i tetti terrazzati su più livelli. Un paio di velibici atterravano, barcarole beccheggiavano, ormeggiate a strapiombo sul baratro. Scesi sotto la barra dei quaranta metri d’altezza, il vento laterale tornò a farsi sentire: il Torvento non era lontano.
«Erg, tutto bene? La tieni?»
«Nella città bassa la portanza è discontinua, ci sono vuoti d’aria! Qualche scossone ci sta quando si passa sopra i riflettori.»
«C’è anche più densità, no?»
Interviene Talweg: «Siamo sopra il quartiere di commercianti e artigiani. Né nobile né povero. Hanno torri basse, dieci, venti, trenta metri al massimo, con terrazze che affittano ai raschiatori che hanno i mezzi per permettersele e costruirci una capanna. Alcuni affittano persino ganci per ormeggiare palloni frenati. Ci sono raschiatori che preferiscono vivere in una navicella piuttosto che nel fiume. In quota sono meno esposti al vento».
«E vedono un po’ più di sole! Ma come fanno quelli che lavorano tutto il giorno all’ombra?» si indigna Coriolis.
Sentii l’impulso di risponderle così: «Come fanno? Stanno con la testa per aria e sognano una velibici, ecco come fanno! Uno solo di loro che riesce basta a far credere a tutti gli altri che anche loro hanno una possibilità. L’ignobile sfruttamento cui sono sottoposti è possibile perché loro invidiano i loro sfruttatori. Vederli che se ne vanno a spasso lassù, a decine di metri sopra i loro nasi, non li disgusta, anzi: li fa sognare! E il peggio è che i torraioli si sono prodigati per convincerli che solo con l’impegno e il merito riusciranno a salire oltre i cinquanta metri d’altezza! E allora i raschiatori filtrano e setacciano e raschiano l’alveo del fiume fin quando non sentono di meritare… Ma, quando ciò accade, capiscono che i loro sforzi non sono giudicati e valutati da nessuno, in nessun luogo, perché nessun compratore sa riconoscere il valore di quel che fanno. Che non esiste alcun giudice supremo del merito, solo i mercanti che da loro acquistano una materia prima che ottanta metri più su rivendono al doppio. Qui li chiamano ‘arrampicascale’. Ed è solo allora che il raschiatore si arrabbia, si sente pervaso dalla rabbia. Ma si sa che la rabbia, quando non può esplodere o trasformare la propria causa, finisce per implodere! Si rivolta e torna al mittente sotto forma di rancore, s’inietta nelle vene di chi la prova sotto forma di odio per sé e per gli altri, in mesto cinismo, si distilla in meschinità colme di livore, si riversa a ondate su chi sta intorno: la moglie, gli amici, i figli…»
«In effetti, nei raschiatori si distinguono due tendenze: ci sono coloro che hanno fatto della propria rabbia, come dici tu, una lotta contro i torraioli, persone che scelgono di militare nell’Hansa, che cercano di cambiare la città, di affrontare coloro che le disprezzano tanto. Poi però ci sono quelli che hanno permesso alla rabbia di divorarli dentro, che non hanno saputo, o voluto, trasformarla in qualcosa di attivo, lasciare che si sfogasse nella realtà», osserva Steppa.