Impatto

Ne Il dio geloso dell’opensource Luca pone un sacco di domande, io vorrei provare a rispondere solo a questa:

un ente che rilascia materiali su Wikipedia, su OpenStreetMap, come può essere in grado di stare al passo dello sviluppo entrando nella comunità, mantenendo il suo ruolo nella comunità d’origine?


Se uno ci pensa, Wikipedia ha una modalità molto strana di funzionare. Le grandi opere collettive dell’umanità sono sempre state fatte per le solite ragioni: potere, soldi, reputazione. Sono i tre grandi “motivatori” degli esseri umani.

Le piramidi, come la Grande Muraglia Cinese, sono il frutto del sudore di migliaia e migliaia di schiavi. La violenza è un’ottimo modo per convincere le persone a fare le cose, e per qualche millennio ha funzionato molto bene, come incentivo.

C’è stato anche un passaggio da un potere coercitivo fisico ad un potere coercitivo mentale/spirituale: le religioni di tutto il mondo hanno raggiunto enormi risultati (guerre, crociate, ma anche il raccoglimento di enormi quantità di denaro) grazie ad un potere spirituale. Lo stesso si può dire delle grandi ideologie come il nazismo, il fascismo o il comunismo. Anche gli eserciti e il potere militare hanno funzionato bene su grandi concetti come obbidienza, servizio, patria e onore.

L’incentivo economico classico, sono, bhè, i soldi: paghi qualcuno perchè faccia qualcosa per te. Il mondo moderno funziona quasi esclusivamente grazie a questo, è forse il sistema più efficace per ottenere che un’altra persona faccia quello che vogliamo noi.

Un’altro caso interessante è la Scienza, o altrimenti detta l’Accademia: è vero che ci sono i soldi di mezzo, ma la vera moneta dell’accademia è la reputazione, tramite la citazione bibliografica dei propri articoli. La mia statura all’interno della comunità dipende dalla mia ricerca, e più precisamente da dove, da chi e da quanto io vengo citato all’interno di altri articoli scientifici, scritti da miei pari. L’economia scientifica è tutta basata su transazioni di questo tipo.

La cosa affascinante di beni comuni digitali come Wikipedia invece, è che sono

  • volontari
  • gratuiti
  • anonimi

Cioè, paradossalmente, tolgono tutti gli incentivi economici a cui siamo abituati. Una pagina di Wikipedia non è firmata (se non nella cronologia), ed è scritta in maniera gratuita, nel tempo libero di chi vuole spenderlo a scrivere enciclopedie, o anche solo condividere una piccola cosa che sa e che nessuno aveva ancora scritto lì sopra.

Il grande mondo del pubblico (il mondo di biblioteche, archivi, scuole, musei) non deve fare necessariamente profitto. Non come il privato, almeno. A loro interessano altri tipi di numeri: quanti visitatori, quanti prestiti, quanto prestigio hanno. Non che ci sia niente di male, nell’aumentare il prestigio di un’istituzione: se c’è sana competizione, spesso le persone si impegnano di più e il servizio migliora.

Spesso, però, la competizione non è sana, e l’obiettivo del prestigio adombra l’obiettivo dell’impatto. Impatto è capire a chi si sta fornendo un servizio, e cercare di migliorarlo il più possibile, renderlo più efficiente ed efficace, fornirlo a più persone possibile.

Può essere aumentare i prestiti per una biblioteca, o fornire un nuovo e apprezzato servizio di biblioteca digitale, o inventarsi un corso di alfabetizzazione informatica molto richiesto da persone che altrimenti non avrebbero saputo come accendere un computer. L’impatto ha mille facce e mille forme, ma va inseguito e contato, non è una facile preda. Bisogna contare il più possibile, e contare l’invisibile non è facile.


Quando un’istituzione si infila in un bene comune digitale, tendenzialmente (non è una colpa) utilizza vecchi schemi mentali, per cui per esempio il nome dell’istituzione stessa è molto importante, e dovrebbe sempre stare in primo piano. Allo stesso modo, se sono un museo e regalo delle fotografie di certi oggetti museali, quelle foto sono mie e gli oggetti sono miei. Se sono un archivio o una biblioteca, e posseggo un libro antico che ho digitalizzato, il libro è mio e anche i diritti sulla sua digitalizzazione. C’è una mentalità (passatemi il termine) proprietaria, molto forte.

Passare da una mentalità proprietaria ad una mentalità open non è facile. Significa, molte volte, abdicare al prestigio, per concentrarsi sull’impatto. Significa pensare molto di più a quante persone vedranno il mio oggetto digitale, in una piattaforma che non è il mio sito, piuttosto che contare le visite al mio sito.

Intendiamoci bene: capisco l’esigenza di mantenere e rafforzare un’identità, anche in un’istituzione. Anche su Wikipedia si riproducono dinamiche di reputazione fra pari. Anche Wikipedia stessa è un brand (così come lo è Wikimedia Italia). Esiste, certo, l’estremismo del sacrificio, per cui uno si spende completamente senza avere nulla in cambio. Ma non è un atteggiamento sostenibile, per un’istituzione.

Quello che è possibile, secondo me, è un equilibrio, cioè concentrarsi maggiormente sull’impatto che sul prestigio. È possibile inserire un sacco di informazioni, fotografie, libri nell’universo Wikimedia e contare le statistiche di accesso e visibilità. Significherà che magari un utente leggerà un libro su Wikisource preso dalla mia biblioteca, senza rendersi subito conto che viene dalla mia biblioteca. Ma io saprò che ho conquistato un lettore, e potrò dimostrare ai miei stakeholder l’aumento dell’impatto della mia collezione. In questo senso, l’istituzione è pienamente all’interno del bene comune digitale (Wikipedia, Wikisource, OpenStreetMap) ma in una posizione defilata. Sta alle regole del gioco open (gratuità, anonimato), ma si impegna nello sviluppare metriche che riguardino l’impatto: contare visite, analizzare la qualità degli articoli a cui ha contribuito, monitorare il numero di editor attivi in determinati argomenti di interesse.

Sicuramente, il movimento Wikimedia deve ancora fare molto per offrire, essere una piattaforma di questo tipo. Mancano ancora strumenti informatici e statistici importanti per essere da subito accoglienti con le istituzioni, facili da usare, completi di strumenti di analytics che possano servire alle stesse istituzioni per calcolare il proprio impatto.

Credo che associazioni come Wikimedia Italia potranno, in futuro, dirigere il loro sviluppo software in questa direzione, rendere l’accesso al mondo wiki più semplice e lineare. Essere facilitatori di comunità, per istituzioni, scuole e università. Le difficoltà che esprime Luca vengono dal fatto che al momento ci sono tanti strumenti diversi, spesso scollegati tra loro, gestiti da uno o due developer che non si parlano e non hanno una strategia comune.

Il punto è che rendere le cose accessibili, essere abilitanti, è un lavoro, durissimo. Che il singolo smanettone open non ha voglia di fare nel proprio tempo libero.

Anche in questo, credo, una sinergia fra mondo Wikimedia e mondo GLAM sarà importante. D’altronde, abilitare è l’obiettivo di entrambi.

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