Cristina Campo, Sensi soprannaturali

Chi si accosta, attratto e atterrito, ai recinti sacri delle vie del secolo, due angosce complementari, sempre le stesse, lo afferrano.

Il terrore di “perdervi” i suoi cinque sensi (poiché, implicitamente o esplicitamente, gli fu insegnato che non possiede nient’altro) e, all’inverso, il timore di rimanere troppo carnale in quei recinti. Che l’intimità col divino sia di quei cinque sensi la suprema occasione – l’occasione della metamorfosi – non sarà facile, non è facile da due secoli almeno, comunicarglielo. Di recente – secondo l’infallibile scelta contemporanea della soluzione suicida sia per il corpo che per lo spirito – si è preferito cominciare a lasciargli credere che i suoi cinque sensi possano servirgli benissimo, così come sono, anche nella vita soprannaturale. Tra natura e sopranatura non s’imporrebbe mai nessuno iato : l’Incarnazione di Cristo avrebbe provveduto a spianare discrimini, abbattere recinti, stracciare veli di santuari.

Tra il clero cristiano, i possibili iniziatori a una vita spirituale del corpo sopravvivono ormai solo ai margini delle strada, in grotte del tutto impercettibili ai passanti. La liturgia, iniziatrice sovrana, splende, lume coperto, soltanto sulle rocce più inaccessibili – il Monte Athos, qualche vetta benedettina – o in minimi colombari perduti, dimenticati nelle metropoli.

Chi resterà a testimoniare dell’immensa avventura, in un mondo che confondendo, separando, opponendo o sovrapponendo corpo e spirito li ha perduti entrambi e va morendo in questa perdita? Nel tempo vaticinato in cui i vecchi vedranno visioni e i giovani sogneranno sogni, forse unicamente i poeti, che hanno dimora simultanea nella vecchiaia e nella fanciullezza, nel sogno e nella visione, nel senso e in ciò a cui il senso allude perennemente. E’ un poeta, il solo poeta religioso oggi vivente, Andrej Sinjavskij, ad aver chiuso in due parole la gesta perduta della quale sembra divenga sempre più imperativo ricordarsi: “ Non si tratta di superare la natura ma di sostituirla con un’altra natura a noi ignota”.




1. Nella più lunga pausa di un lento viaggio mortale, un vescovo cristiano del I secolo, Ignazio d’Antiochia, scrisse e spedì una lettera. Attraverso tutta l’Asia Minore, “incatenato a dieci leopardi” – un distaccamento di pretoriani – lo si traduceva lentamente a Roma, dove , ut digne populo romano exhiberi possit, lo attendeva l’anfiteatro. Il morituro temeva sopra ogni cosa che la chiesa di quella città si adoperasse in qualche modo per sottrarlo alle bestie. Nel cuore della sua lettera ai Romani due periodi s’ incrociano, come la vena e l’arteria:

Io sono frumento di Dio e sono macinato dal dente delle belve per essere trovato puro pane di Cristo. Non mi procurate più nulla che essere offerto in libagione a Dio… E’ il pane divino ch’io voglio, che è la carne di Gesù Cristo della stirpe di Davide; e per bevanda voglio il suo sangue, che è l’amore incorruttibile”.

Lo stile del lamento è innegabilmente prodigioso, uno spirito augusto, stretto da una mortale angoscia d’amore, vi risplende di tutti i suoi più cupi fuochi. I contenuto però non sono niente altro che quelli comuni alla seconda generazione cristiana, la stessa che aveva letto la Parola negli occhi stessi di quelle icone – mimèmata – del Verbo: Pietro, Giovanni, Paolo. Il lessico vertiginosamente canonico della teofagia scaturisce direttamente dalla Roccia originaria: “Chi non mangia la mia carne e beve il mio sangue, non avrà vita in lui…”. E, reciprocamente: Con desiderio ho desiderato mangiare questa pasqua con voi prima del mio patire…”. Per essere divorati, assimilati dalla divinità, divorarla dunque. Per essere fatti a Dio cibo e bevanda, cibarsene e berne.

Tre secoli scorrono e questo dardo della parola da cui il cielo è trafitto e stilla sangue, sembra penetrare ancora più addentro. E’ un altro vescovo, Giovanni Crisostomo, che, dalla sua cattedra, parla al popolo di Costantinopoli:

Egli diede a coloro che lo desideravano non solo di vederlo ma di toccarlo, di assaporarlo, di mordere la sua carne… Noi assaporiamo colui che è assiso ai cieli e adorato dagli Angeli, ed essi non osano mirarlo mentre noi ce ne cibiamo… Ritorniamo dunque dalla mensa eucaristica come leoni spiranti fuoco dalle nari, fatti terribili al demonio”.

Un millennio e ancora e a Ginevra, nella voce di un terzo vescovo, Francesco di Sales – personaggio fra i più misteriosi di quella eccessivamente misteriosa Controriforma – l’ultima eco dell’alto grido orientale si ripercuote all’indietro nei secoli, fino ad Ignazio appunto:

Gesù, nostro cibo, sul quale esercitiamo il massimo dei domini…quale non dovrà essere il nostro desiderio che egli ci possegga, ci mangi, ci mastichi, ci inghiotta, faccia di noi a suo piacere?”.

Ma il mormorio dei “fiumi d’acqua viva”, scorrenti dal ventre di quegli uomini ancora così vicini al divino Acquaiolo, si è fatto ancora più sordo in quel millennio. Lella da Foligno, Caterina, Teresa hanno, sì, celebrato il sangue di cui si riempiva la coppa, di cui si riempiva e grondava la bocca nel ricevere il sacramento, ma il loro era già il linguaggio dell’estasi e del carisma. Nel mondo cristiano primitivo il miracolo stesso era tautologico. La meravigliosa carnalità della vita divina non aveva neppure bisogno di portenti. Del Verbo – “colui che abbiamo visto e toccato”, “colui che, risorto, mangiò e bevve con noi”, “colui sul cui petto si riposò Giovanni” – si ricordavano rabbrividendo le palme delle mani applicate ai corpi sigillati dal male, le dita infilate nei loro orecchi, la saliva posata sulle loro lingue, spalmata alle loro narici, impastata in uno sputo col fango per scucire le loro palpebre. E il soffio della bocca divina che trapassava in quella socchiusa degli apostoli come l’alito del creatore nella forma ancora chiusa di Adamo. SI ricordava come prima di ogni miracolo sospiri profondi, a volte gemiti, uscissero dal suo petto e come prima del massimo – l’alzarsi in piedi di un ragazzo putrefatto – i suoi occhi si fossero arrossati, le orbite gonfiate di pianto e dopo lunghi fremiti che erano apparsi simili alla collera – embrimàsthai – fosse finalmente esploso in un grande grido. Si ricordava di come potenze uscissero dal suo corpo, al solo sfiorare quella tunica di lana, contesta dal collo in giù in un pezzo solo, come la folgore dalla nube. Adorabili, inesplicabili mani del Verbo di cui, attraverso l’atto centrale del loro culto, avrebbero conservato memoria gli eoni degli eoni. Bocca da cui Giovanni, nella rivelazione di Patos, aveva visto uscire la spada a doppio taglio.

Il tocco, il soffio, la saliva del Dio, trasmessi a tali uomini dalle bocche e dalle mani che erano state vivificate da lui come dal regno dei morti, cuocevano ancora sulla pelle di quegli estatici le cui ciglia, proprio per questo, non battevano nella contemplazione degli inconcepibili cieli; avvolgevano ancora del loro prodigioso omento prenatale i misteri che li gettavano prostrati sulla faccia. Di qualunque realtà all’ennesima potenza è condizione prima ed unica la trascendenza e l’opposto è altrettanto rigoroso. La seconda persona della Trinità non è concepibile se non si creda che il suo corpo fu maciullato nell’ineguagliabile supplizio riservato ai delinquenti di diritto comune; e non potrà contemplare la Terza, nella tenera irrisione della sua forma di colomba, chi non si sia velato il capo dinanzi al dardo sidereo che ingravida un’adolescente iniziata nel segreto del Tempio.




2. Tutto questo restava scritto nei Vangeli, restava scritto persino in quegli apocrifi nei quali, malgrado tutto, hanno radice tante feste ufficiali. Tutto questo la Chiesa stringeva e largiva, riproducendo alla lettera nelle imposizioni di mani e insufflazioni di spirito, nelle insalivazioni e somministrazioni di cibo sacramentale, o mediante negli oli luminosi, nei crismi complicati in cui piante e gemme innumerevoli maceravano per giorni interi i loro profumi al dolce canto ritmico delle Scritture; negli incensi e nei balsami che erano allusione o memoria (viveva, nelle sante unzioni, quel gesto così angelicamente sensuale di Maddalena, di cui fu detto che sino alla fine dei tempi ci sarebbe ricordati di esso). E c’erano gli oggetti, i baci, gli atti, le parole: essi stessi detti sacramentali perché prolungavano in qualche modo nel quotidiano la potenza salutifera dei sacramenti. La chiesa conservava nei suoi atri gelosi, e proiettava nell’universo, quella “nuova creazione costruita da Dio con la sua stessa saliva” di cui parla un altro Padre, sant’Efrem.

Questa sottile, terribile circolazione (di pneuma, di prana, oserei dire di mana ) che è la linfa stessa della religione, si perpetuava nella dottrina e nel culto, ma nell’insegnamento vicario, per una lenta attrazione della morfologia del linguaggio, andava separandosi dal vivere cristiano come dietro un cristallo sempre più spesso. Le verità restavano visibili ma toccarle diventava difficile. Nei testi della Messa latina si celebrava immutabilmente un’immolazione, si continuava a supplicare con l’antica sublimità che il corpo assunto e il sangue bevuto del Verbo aderissero ai visceri purificati dalle macchie della scelleratezza; ancora la si offriva sopra ossami di uccisi, di quelle che avevano lavato le loro stole nel sangue”, e spiriti di uccisi erano per due volte evocati, Stefano e Barnaba, Lino e Cleto, Clemente e Ignazio, appunto, e Perpetua e Felicità; e i baci cadevano fitti su quell’altro corpo di Cristo segnato dalle piaghe di cinque croci, l’altare. Ma gli elementi corporei del tremendo parevano scomparsi da tutte le omelie, da tutti i libri di meditazione sulla Messa. La stessa antica definizione, tremendum oc mysterium, con il suo immenso peso anche fonico, era press’a poco caduta dai libri liturgici. Il sacrificio, sempre fedelmente ricordato, vaporava nello spirituale. Quanti riconoscevano al sacerdote la statura temibile del sacrificatore? Due volte stigmatizzati dalle unzioni, le palme dei vescovi seguitavano, durante le ordinazioni, a posare sulla testa del levita lungamente, nel flusso di una corrente di grazia che impegnava e impregnava totalmente due corpi, ma quanti vedevano in questo, oramai, più che il mero segno di un’elezione nella quale le potenze dell’uomo non avevano quasi più parte? Non a caso il trattato più alto sui misteri del sacrificio e del sacerdozio, quello di Padre de Condren, non fu mai celebre se non tra un clero eletto e in meno di un secolo disparve da biblioteche, seminari e memoria d’uomo.

Qualcosa nella antica sensualità trascendente si salvava molto meglio in certe passioni del popolo, così velocemente dette “superstiziose”: nel suo bisogno di toccare reliquie, di premere la bocca su immagini e statue, di trascinarsi carponi sui pavimenti dei santuari (nulla di diverso fece l’emorroissa che strisciò come un verme tra la folla fino a quella tunica contesta in un solo pezzo), di offrire alla divinità qualcosa del proprio corpo, le trecce recise per esempio.

Il Rinascimento, la Riforma, la necessità incessante di dispute teologiche, l’Illuminismo soprattutto: ogni prova fu puntualmente superata dalla dottrina ma sembrò strappar via con sé un lembo della corporeità raggiante, della vivida pelle della antica vita cristiana: quella vita piagata d’infinito in ogni cellula del suo corpo, teandrica.

In una cella di monastero, in un ordine fondato – e non per nulla – dall’insondabile Vescovo di Ginevra, il Dio si manifesta subitamente ad una piccola estatica nel mistero del sangue e dell’acqua. Egli palesa il proprio cuore – questo centro dell’essere e del cosmo, questa coppa dell’ “amore incorruttibile” – come un’infuocata voragine dove altri cuori, umani questi, vanno a perdersi come scintille. Divorati ancora una volta, assimilati da quel Dio che offre a occhi mortali la suprema infermità di un costato aperto.

Ogni sillaba di quei colloqui, che l’umile ragazza riferisce nel suo ammirabile, antiquato francese, fa fremere. Dio sa se una meditazione di questo genere predisponga agli accostamenti avventurosi, ma il ricordo dello Shiva distruttore e rigeneratore vi è qualche volta irresistibile.

Ed ecco, lei morta, o forse lei ancora viva, l’orbe cristiano è ricoperto da immagini di quel mistero, nei tratti di quel mistero, nei tratti di un vagheggino dal pizzo biondo, appena uscito da petit lever di Luigi XIV, che curiosamente offre sul palmo, anzichè un flacone di acque odorose, un oggetto ovoidale, presumibilmente di porcellana rossa, ornato da un pennacchio a forma di fiamma… E così, fino ai lemuri sulpiziani di gesso e cartapesta, collocati, tra i singhiozzi e i dinieghi delle veggenti, nelle rocce e nelle caverne, tra le fonti e gli spini dove, classicamente, la Sedes Sapientiae aveva posato il piccolo piede. Il vero miracolo – e non c’è dubbio che sia miracolo della fedeltà, oltre che della grazia – è che quindici generazioni di uomini e donne abbiano potuto santificarsi, contemplando di tali immagini, industriandosi a comporre “coroncine”, a cogliere “fioretti”, a eccitare affetti e sentimenti su libriccini a tal punto poco eccitanti che spesso è misterioso se debbano accompagnare la meditazione di una Via Crucis o la celebrazione di un Te Deum. Immagini e libricini oggi di colpo venerabili e cari, dopo di ciò che li ha seguiti e li sta seguendo; ciò di cui non sarebbe neppure degno accennare se non fosse chiaro che il marasma piantato dalla peste non dilaga se non là dove lo attende un’emaciazione mortale. Ciò che per secoli fu dimenticato dai corpi lo si sopprime senza fatica dalle anime.


3. In una resa di grazie che offriva dopo aver ricevuto le sacre Specie, un mistico greco, Simeone Metafrasto, così pregava (il corsivo, qui e altrove, è mio) :

Tu che sei fuoco che brucia gli indegni, non bruciare me, mio Creatore, ma piuttosto passa attraverso tutte le mie membra, le mie viscere, il mio cuore. Brucia le spine di tutti i miei errori, purifica l’anima, santifica i pensieri, irrobustisci le mie giunture insieme con le mie ossa, illumina i miei cinque sensi, inchiodami tutto con il tuo timore… Purificami, lavami, abbelliscimi… Fammi abitazione dell’unico Spirito e non più del peccato, onde da me fugga, come dal fuoco, ogni mala azione, ogni passione, essendo io fatto tuo tempio ”.

E’ perfettamente apparente, in una tale supplica, come l’acquisizione dei sensi soprannaturali importi l’oblazione dei naturali: questi gettati in quelli, accesi e consumati in quelli, come le resine preziose nella mischianza del santo crisma. “Eros non è che il fascetto di mirra” scrive un commentatore di Ignazio “che deve ardere e scomparire nel fuoco dell’agapè”. Che si possa parare qui di repressine o di sublimazione è degradante al solo ricordo, e persino una parola del tutto canonica, mortificazione, appare in qualche modo mortificante.

Balzeranno i santi nella gloria, giubileranno nei loro giacigli” ricordò una contemplativa moderna la prima notte nella quale, afferrato dalla divina visitazione, il suo limpido corpo, si sollevò qualche centimetro sopra il letto. Nulla è soltanto metaforico nel dominio dell’invisibile, dove la parola è condizione della sostanza come la sostanza lo è della parola, e meno che mai lo è il tema nuziale. Un teologo insegna : “La Santa Comunione è atto d’amore consumato con Dio, corpo a corpo, carne a carne. E’ una condizione preliminare dell’atto d’amore che ci si renda amabili. Questa è l’ascetica ”. Ancora e ancora i mistici si affannano, cantando e gemendo, a ricordarci che per unirsi a tale Sposo di pura fiamma i sensi naturali sono in sé stessi risibili, come quelli di un bimbo appena nato. I sensi del bimbo stanno, per così dire, ai nostri sensi come i nostri sensi stanno a quelli dei corpi gloriosi, dotati di chiarezza, sottigliezza, agilità, impassibilità, capaci di attraversare i muri e le porte. Ma è forse irragionevole credere che membra ancora mortali, soprannaturalizzate dagli incontri divini, siano già in qualche modo partecipi di quella gloria? E’ Ireneo da Lione (una generazione dopo Ignazio d’Antiochia) a statuirlo: “ I nostri corpi che ricevono l’Eucarestia non sono più corruttibili ”. Ignazio stesso aveva definito il sacramento pharmakòn athanasìas: medicina d’immortalità. (“Acqua viva, acqua saliente” appunto: “traboccante nella vita eterna”) .

Se un corpo” dice Giovanni Climaco “venendo a contatto con un altro corpo subisce sotto il suo influsso una trasformazione, come non muterebbe un uomo che tocchi il corpo di Dio puramente?”. Ed ecco lo sboccio, la fioritura di quei nuovi organi e sensi, di inimmaginabile delicatezza: gli occhi che vedono quel che altri non vedono quel che altri non vede, oltre i veli dello spazio e nelle grotte delle coscienze; gli orecchi che rapiscono locuzioni, musiche inesprimibili, le narici che fiutano l’orrore e la grazia, le papille che succhiano nell’ostia gusto di manna, di sangue, di miele, di nettare. La pelle effonde una chiarità simile a un fosforo o a un fluoro, popoli l’hanno vista e pittori testimoniata perché il nimbo e la mandorla di luce non sono un ritrovato simbolico dell’iconologia sacra. I pori stillano sentore di fiori, la pianta dei piedi si svelle dal suolo, il corpo rigenerato è soavemente travolto via, da quello stesso fuoco che lo lavora.

Un brivido così crudele del corpo e dello spirito, un tale presagio e terrore di levitare alla presenza del popolo attraversava Filippo Neri prima della Messa, che gli era impossibile prepararsi con le preghiere d’uso. Nelle profonde sacristie scolpite, per gli alti corridoi delle vecchie chiese romane, cercava diversione giocando con le bestiole, gattini, piccoli uccelli e la canina illustre, Capriccio. I calici con i quali celebrava erano tutti intaccati dai suoi denti tanto avidamente li mordeva nel succhiare il “sangue vivificante”. Ai malati afferrava la testa, la premeva contro il suo petto ardente che sapeva di muschio e di ermellino ed infondeva la virtù della castità. Baci carezze, risate scandivano le guarigioni, il suo rosario avvolto al collo del malato, la sua berretta cacciata sulla testa di lui, non di rado schiaffi, colpi di disciplina, una mano sui propri occhi, l’altra sul cuore del sofferente… “Un’ anima innamorata di Dio ” giunse a dire “viene a [un punto] tale che bisogna che dica: “Signore, lasciami dormire””. Come poteva un simile corpo non staccarsi da terra? In un angolo delle sue minuscole camere, a Roma, un cartiglio ricorda la punta estrema di giubilazione, quella che, dilatandogli follemente il cuore, gli ruppe alla fine due costole. E’ il versetto definitivo: Cor meum et anima mea exultaverunt in Deo meo. Là dove non vi sia questa doppia esaltazione, simile a quella che fece saltare il bimbo nel ventre di Elisabetta, non sembra che la soglia sia varcata. Non occorre per questo visione o rapimento. E’classico e pressoché comune, negli annali della medicina, l’aumento dei globuli rossi nella fanciulla esangue che finalmente può digiunare con delizia in un Carmelo desiderato.

(L’incredulità, da decenni abbarbicata tra il clero, che la malattia abbia radice nel disordine spirituale, la dice lunga ormai sulle siderali distanze che lo separano ormai dalla Parola: “Va e non peccare più, o ti accadrà di peggio… E’ lo spirito che vivifica, la carne non serve a nulla… ”).




4. Un Padre, Isacco, formula in poche frasi la rigenerazione dei sensi: Quando, per opera della grazia, [un creatura vivente] acquista i sensi dell’uomo interiore, riceve il latte di una regione posta al di fuori dei sensi [naturali]… diventa creatura visibile del regno dello Spirito e viene a ricevere il mondo nuovo che è quello libero dal molteplice”.

E’ a questo latte, mi sembra, che accenna l’Introito della Messa della Domenica in Albis, il giorno nel quale i neofiti, ricevuti con la lustrazione battesimale la seconda generazione, abbandonavano le bianche tuniche: Quasi modo geniti infantes, rationabile, sine dolo, lac concupiscite : una citazione da san Pietro. Il latte, bevanda divina, con il miele, fin dai tempi di Pitagora. Perfetto assimilarle la nuova, vergine ragionevolezza. I monti stilleranno dolcezza e i colli latte e miele, dice il Profeta di un mondo fecondato dal Verbo.

La nutrizione, questa imprescindibile tra le operazioni carnali, che assimila al corpo una parte di natura e congiura microcosmo a macrocosmo, la nutrizione in simbolo o in sostanza, sempre alla testa degli alfabeti spirituali. Un sacerdote raccontava come le parole del lettore, colate nei suoi orecchi al refettorio del seminario mentre la bocca assaporava il cibo, gli fossero scese nella mente come nessuna altra parola prima o dopo di allora. Sapienza didattica che procede dritta dal Fondatore. Figura e sostanza del Padre egli lasciò di sé, figura e sostanza, un cibo.

Le chiese, e prima ancora le tradizioni, coniugarono strettamente la nutrizione e la morte. Libagioni funerarie, offerte di cibo ai morti, imbandigioni intorno al cadavere. Ma quel supremo banchetto funebre, l’Ultima Cena, è altra cosa. E’, ci dice la teologia, la prefigurazione telescopica e insieme la realizzazione immediata, in cui la successione del tempo è abolita, di una separazione di corpo e sangue che avviene ora, che avviene tra poco, che avviene nei secoli dei secoli. Un altro poeta, Nicolaj Gogol’, meditò su questo splendidamente: “Scomparsa di colpo la mensa funebre, non vi è più che l’ara sacrificale…Il verbo ha suscitato il Verbo eterno. Il sacerdote, levando la parola a guisa di gladio, ha compiuto l’immolazione ”.

In questa morte-festa si mangia, ancora vivente, il morto immortale. Egli stesso mangia, per così dire, se stesso mentre altri lo mangia, e quale altro alimento può gustare Dio se non la sua stessa divinità? Non è questo il cerchio eterno dell’ “amore incorruttibile” da cui l’uomo è se non attraversato, mera occasione, mero pretesto all’amarsi di Dio? Di cui l’uomo è lo scopo da tutta l’eternità, poiché solo per questo è ucciso il Verbo “dall’inizio del mondo”: “Con desiderio ho desiderato mangiare questa pasqua con voi… finchè sia compiuta nel regno di Dio” .

Persino nel suffragio perdura la nutrizione, ed è questo il vero cibo dei morti. Di nuovo la metafora trapassa la realtà, come i sensi naturali in quelli soprannaturali, poiché tutta intera la natura non è se non metafora della sopranatura. La Messa da morto appariva abbagliante in una cripta di abbazia dove un monaco, prima di sacrificare in suffragio di due morti alla presenza di due viventi, posava sull’ostia grande le due fragili piccole ostie destinate insieme alle due coppie, sui due opposti versanti della vita. I viventi avrebbero mangiato per i morti il cibo immortale e il frammento di ostia che s’intinge e scioglie nel vino era, spiegava quel monaco, la vita che si scioglie ma non si perde nella morte: vita mutatur, non tollitur: una formula del Prefazio dei Morti.

Chie è più povero dei morti e chi più muto tra i poveri che assistono al pasto dei viventi? dei morti che hanno bisogno delle mani, delle bocche dei viventi per prendere cibo? Recitando le preghiere di suffragio un santo del Sud d’Italia, Pompilio Pirrotti, si aggirava fra i teschi degli ossari ponendo fra i loro denti pezzetti di pane: “Oh, questo sì che ha fame!”. Lasciando lentamente il refettorio dopo la resa di grazie, cappuccio calato, mani nelle maniche, i monaci recitano il De Profundis e il clero orientale, qualche giorno dopo la Pasqua, annuncia al mondo dei morti la resurrezione dell’ “amore incorruttibile” sbriciolando sui sepolcri un dolce di grano e d’uva.


5. Il santo è l’uomo nella cui persona sembra impossibile ravvisare la traccia della ferita originale, con qualunque nome la si voglia chiamare. “Abbelliscimi” pregava Metafrasto, ed in realtà chiunque abbia avuto la ventura di incontrare un santo non gli sarà facile, per tutto il resto della sua vita, pronunciare senza un’estrema cautela la parola bellezza.

L’uomo di sensi soprannaturali è alla sorgente cristallina della specie: quella condizione adamica che Antonio Abate definisce “la pura essenza originaria dell’anima” . Un corpo prezioso, fresco e splendente anche nella grande età ne è il sigillo, e l’incanto sugli animali, che accorrono e teneramente obbediscono: come tra le divine brezze pomeridiane dell’Eden, come nei misteriosi quaranta giorni nella solitudine quando circondò il Secondo Adamo un celeste corte di fiere. Le belve non aggrediscono di solito i bambini, non perché i bambini siano santi ma perché sono il modello dei santi. Chiudere il cerchio, rifarsi, attraversato l’ “amore incorruttibile”, “uno di questi piccoli” . Questo e null’altro è il “cieli nuovi e terra nuova” dell’Apocalisse, di cui tanto e così ingenuamente si va speculando oggi: corpo nuovo e mente nuova, microcosmo e macrocosmo unificati nell’estasi, liberi, appunto, dal molteplice. Nuova creazione “costruita da Dio per mezzo della sua stessa saliva”. Niente altro giustifica la venerazione delle reliquie, dalle quali irradia e profluisce ancora la potenza dei sensi trasfigurati, divenuti abitazione di sublimi ospiti.

Dalle figure e formule anemizzate di ieri, che tuttavia, come fragilissimi gusci d’uovo, raccoglievano ancora tutta intera la sostanza, il termine del processo, come accade, è stato un subitaneo rovesciamento. Dalle forme ignominiosamente frantumate le sostanze stanno colando via, sono praticamente inafferrabili, o, corrompendosi, hanno mutato natura. L’inespiabile crocifissione della bellezza, il martirio universale del simbolo – che annunciava insieme la presenza e la inafferrabilità del tremendo – ha sottratto alla percezione quanto il tremendo ha di più proprio: quel divino realismo che supera ogni realtà creata. Così che il pane, la pagnotta che si è preteso di spezzare, di distribuire alla brava dove e come che sia, a modo di pasto comune, da sostanza è decaduta, con nemesi terribile, di più in più a mero segno e da segno a mera astrazione, quanto più candidamente si è creduto di affondarvi i denti. Il trascendente, ancora una volta, si mostra condizione ineludibile del reale. Soppressa la nozione, i denti mordono il vuoto. Non soltanto fisicamente il mistero della teofagia teneva tutto insieme nel calice bizantino, che nelle cerimonie penitenziali della Quaresima non era consentito neppure guardare; non soltanto fisicamente sfolgorava nella delicatezza della particola latina: di candida e trasparente farina, puro velo di altra cosa, rotonda come il cerchio dell’infinito, centro e circonferenza del cosmo, offerta, nella dardeggiante raggiera, agli occhi prima che alla bocca. “Vittima vicaria dell’universo” definiva il Padre de Condren il Sacrificato-Sacrificatore, Gesù Cristo Sommo Sacerdote, nella cui persona si immola il creato e ci si ciba dell’infinito.

L’immagine canonica del Pantokrator bizantino – dalla pelle color del dattero e del leone, dalla grande vena bifida sulla fronte, dal mento diviso come i due emisferi era insieme stilizzazione del cosmo e di quell’altra immagine supremamente realistica, col setto nasale rotto e la guancia tumefatta: il rex tremendae maiestatis della Santa Sindone.

Solo se vivano, come vissero durante millenni, su questo fine e terrificante discrimine, hanno un senso gli splendori del rito: le fiamme, gli incensi, le tragiche vesti, la maestà dei moti e dei volti, il rubato di canti, passi, parole, silenzi, tutto quel vivido, fulgido, ritmico cosmo simbolico che senza tregua accenna, allude, rimanda a un suo doppio celeste, del quale non è che l’ombra stampata sulla terra. Su questo discrimine la ragione stessa si ritira nel suo modesto luogo naturale ed è piuttosto il corpo che è chiamato a riconoscere, salutare, ricevere l’invisibile. “Il nostro corpo” è ancora Antonio Abate che insegna “è l’altare dove il nostro spirito deve immolare l’anima con tutte le sue passioni perché vi discenda Iddio”. Nelle chiese orientali, dove grazie al cielo il popolo non proferisce verbo, una corrente alta e costante che parte dalle Porte d’oro del santuario attraversa i corpi diritti, tesi come archi, curvandoli nei profondi saluti, gettandoli sui ginocchi, prostrandoli come una folgore fino a incollarli con la fronte, col ventre sul pavimento. E’ l’ “orazione corporale”, la sola di cui Lella da Foligno non diffidasse, è l’estatica danza in 14 atteggiamenti della contemplazione di san Domenico. L’incenso, erotico e ferale, trasfigura il respiro; alla percossa deliberata delle catenelle d’argento lanciate alte nell’aria, l’udito si “apre” con un trasalimento; il turbine incandescente dei canti, delle icone e delle fiamme unisce e moltiplica le percezioni. Tutti e cinque i sensi sono gettati al largo, fuori del corpo, fuori dello “spazio demoniaco” del mondo: verso uno stato di veglia acuta, sapientemente suscitato e perpetuato, che è già l’inizio della loro trasmutazione. Di nuovo, chi abbia assistito anche solo ad una liturgia tradizionale celebrata con ispirazione, non sarà indotto al commercio, persino di fronte all’arte più consumata, della parola bellezza.

Attendersi che la rigenerazione del profano, la “consacrazione del mondo” possa compiersi altrove che nelle regioni vertiginose, le vette del Sinai, è puerile. Mangiare tra amici un pasto simbolico, dove e come fantasia lo detti, in memoria di un filantropo dei tempi antichi – fosse pure dotato di un orecchio eccezionale per la parola – è insieme la putrefazione del sacro e la perdita del profano, talchè lo stesso tema conviviale e commemorativo va cedendo di giorno in giorno al tema puramente politico e non si vede perché anch’esso non debba cedere ad altro e più tenebroso, non appena sia esaurita la curiosità di sperimentarlo. Heschel ricorda che se noi cessiamo di chiamare Dio sui nostri altari li occuperanno inevitabilmente i demoni. Non impunemente si pratica la torva omeopatia che consiglia di curare un mondo perdutamente ammalato di squallore, anonimato, profanità e licenza per mezzo di squallore, anonimato, profanità e licenza. E’ soltanto naturale che la chiesa d’Oriente, la chiesa delle trionfali glorificazioni, sia il recinto dei più crudeli digiuni e degli asceti in pesanti catene.

Sinjavskij riferisce di una vecchietta russa che, tornata dal bagno, rifiuta di lasciarsi tagliare le unghie “adunche e mostruose” perché “è giunta la mia ora” dice “e come farò senza unghie ad arrampicarmi in alto, sul monte di Dio?”. “E’ difficile” egli osserva “che la vecchia abbia dimenticato che il suo corpo va ai vermi. Ma le sue figurazioni del Regno dei Cieli sono reali a tal punto da divenire tangibili. E la sua anima immortale lei la concepisce con le unghie, la camicia appiccicata al corpo, come un’altra vecchia dai piedi nudi…”. Di fronte alle venefiche razionalizzazioni umanitarie e sentimentali, Sinjavskij saluta naturalmente la vecchia la vera spirituale, e del resto è un’immagine classica, è quel “monte santo di Dio” che dà ali, che dà unghie prensili, caparbie a quella piccola fantasia formidabile. Sembra che soltanto un uomo educato per trent’anni all’ateismo scientifico abbia saputo afferrare il nodo vitale bloccato, la vena maestra ostruita che separa e soffoca insieme il corpo e la mente umana. Mentre i suoi passi si perdevano nelle nevi del mondo artico, egli compiva il cerchio aperto con Ignazio: “Il Cristo è risorto letteralmente, sensibilmente nella carne. Egli ha bevuto e mangiato con noi alla stessa mensa… Al di fuori non esiste nulla”.

Nel costernante silenzio del mondo religioso, sarà ancora una volta colui che ha dimora nel simbolo e nella figura a gridare senza stancarsi affinché la potenza del reale torni ad imprigionare i cuoi cieli, l’assoluto a trasmutare la sua terra: in quella nuova natura a noi ignota, costruita con la divina saliva, che stilla latte e miele della soave ragionevolezza.


NOTA: Non avrei osato scrivere intorno all’argomento di queste pagine (mulier taceat in ecclesia, ed anche altrove si esprima il più indirettamente possibile) se essa non fosse, com’è, soltanto un seguito di citazioni da alcuni vecchi testi cristiani, legate fra loro poco più che da note in margine. Di quei testi do le indicazioni perché in ogni momento, ma soprattutto nei tempi dell’orrore, il solo scopo di uno scritto di questo genere è rimandare il lettore alle sue univoche, imperturbabili fonti. Il Santo Vangelo secondo Luca e Giovanni; Lettere di Ignazio d’Antiochia (Sources chrètiennes); Philokalia e Early fathers from the Philokalia (Faber &Faber); Vita di Antonio Abate di Atanasio il Grande (Esperienze); Idèe du Sacrifice et du Sacerdote èternel de N.S. Jèsus Christ del P.Charles de Condren (più edizioni, tutte esaurite); Ouvres di Francesco di Sales (Plèiade); Vita di Filippo Neri di Verano Magni (più edizioni, tutte esaurite); Vie et Ouvres di Margherita Maria Alacoque (più edizioni, tutte esaurite); Mèditations sur la Divine Liturgie di Nikolaj Gogol’ (Desclée); Pensieri improvvisi di Andrej Sjniavskij (Jaca Book). La preghiera di Metafrasto è citata per intero in un piccolo Ordinario della Divina Liturgia di S.Giovanni Crisostomo (Russia cristiana) e parzialmente in Le sens de la beuté et de l’icone di Eudokimov (Desclée). Il passo sull’incontro d’amore con Dio fa parte di un volume ancora inedito (Arms Outstretched in Mercy) del M.R: Bryan Houghton, di cui “Conoscenza Religiosa” ha pubblicato nel suo primo numero il saggio Orazione, grazia, liturgia.



Da Gli imperdonabili, a cura di Margherita Pieracci Harwell, Milano, Adelphi, 1987.


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