Missione

Ho scritto questa cosa quasi dieci anni fa, e la persona che la scrisse e quella che adesso la rilegge sono due persone diverse. Lo tengo qui perchè allora fu una cosa importante, scrivere queste parole, e perchè ne avevo bisogno. Non c’è bisogno di dire che probabilmente non lascerei intatta una parola.

Missione

Se non possiamo salvare il mondo ci salveremo almeno l’anima.

Don Milani

La prima volta che sono venuto a Sighet ho pensato che i bambini avessero lo stesso sguardo dei cani.

Uno sguardo randagio.

Una sensazione che non ho più scordato.

Non so cosa significhi missione.

Non ho mai usato questa parola pensando a Sighet, la mia Sighet.

Dico mia perchè diversa da tutte le altre, diversa dalla Sighet di tutti gli altri, diversa dalla vera Sighet, che forse non esiste.

Questa Sighet è ciò che più si avvicina, per me, alla parola missione.

E, prima di tutto, questa Sighet è qualcosa che lacera dentro, che distrugge tante certezze piccole e grandi che sedimentiamo nel nostro vivere quotidiano, tante illusioni sulle quali inesorabilmente ci costruiamo, crescendo storti.

Missione è dunque violenza.

Violenza verso se stessi, per partorire l’Uomo Nuovo.

Missione diventa quindi gli occhi di Dani, quando gli dici di tornare a casa, perchè è tardi e tutti vanno a dormire, e lui ti risponde, sorridendo mestamente, senza rabbia verso la bestia che sei, forse compassione per la tua ingenuità, sussurrando: “Quale casa?

Missione la pachidermica memoria degli ospiti del Camin de batrani, che ti ricordano per averti visto una volta sola, e tu ti accorgi che nella loro vita tutta uguale tu sei stato lo straordinario, e questa loro memoria diventa responsabilità tua, e comunque responsabilità sempre troppo grande.

Missione comprendere visceralmente che non puoi fare tanto, e questo poco lo devi dannatamente fare, che dovrai rendere conto di tutto, anche di questo.

Missione il capire il significato delle parole struttura di peccato, quando vedi le infermiere di Batrani picchiare gli ospiti, e poi ti rendi conto, dopo la tua rabbia di paladino della giustizia, che giustizia per loro non c’è, e fare una lavoro di merda per un centinaio d’euro al mese frustrerebbe chiunque, e in questo contesto tutti sono vittime.

Missione il capire che se le tue parole non arrivano a chi ti ascolta, se le tue proposte e i tuoi consigli non vengono accolti, probabilmente sei tu a non avere il giusto linguaggio, e stai gettando sugli altri la tua responsabilità di non saper parlare.

Missione comprendere, come Miloud, come Don Milani, come Cristo, che per capirsi davvero bisogna avere lo stesso linguaggio, e dotare gli altri degli strumenti per capirti.

Missione il relativizzarsi, il comprendere (poco) sereno che non hai capito niente, e quindi giù a testa bassa a tentare di ricostruirti nelle macerie, senza fretta, tanto comunque sbaglierai e dovrai buttare giù tutto di nuovo…

Missione per me è aver toccato il cuore del mondo.

Aver sfiorato, cercato, anelato, graffiato il senso delle cose, che noi chiamiamo Logos, Principio, Cristo.

Il Logos che si è fatto carne, e venne ad abitare in mezzo a noi.

Missione è leggere un Senso nel soffitto perenne di Ioan.

Leggere la Croce nelle ossa urlanti di Carmen.

Leggere la Resurrezione nel sorriso di Mongo, negli occhi e nel faccione di Maria.

E’ cambiare il proprio sguardo perchè ti sono stati donati occhi nuovi.

Cercare di utilizzare questi nuovi occhi anche a casa, quando l’abbondanza e l’inerzia soffocano l’Essenziale.

E sentire che non ci riesci tanto bene.

E che forse non sei così forte e figo comunque da starci, in Romania.

E che stare qui è più comodo.

E sentirti un po’ merda perchè tutto questo è dannatamente vero.

E, comunque, sapere che il mondo, per fortuna, non lo devi salvare tu, e che c’è Qualcuno che si occupa delle faccende importanti.

E a te è solo chiesto di provarci, sempre e comunque.

E sapere che, in fondo, questo lo sai fare.

Diventare Aaron Swartz

Quasi due mesi fa esatti ho compiuto trent’anni, che è un numero effettivamente spaventoso.
Come tutti, penso spesso a chi sono e cosa voglio fare della mia vita: mentre alla prima faccio sempre fatica a rispondere (per fortuna, direi), alla seconda, al momento, la risposta non è lontana da “Questo.“.

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Non è un mistero che io parli molto di e tenga molto ad Aaron Swartz:
è stato un ragazzo speciale, sotto ogni punto di vista, e la sua morte, due anni fa, ha colpito nel profondo un paio di milioni di persone. Io sono fra quelle: sono passati due anni, ho letto tutto il blog, abbiamo fatto l’ebook, e continuo a pensare a cose che ha scritto, a cose che ha fatto, a cose che voleva fare, a cose hanno inventato o creato altri ma che io ho imparato da lui, e che pure magari erano cose che io già facevo o pensavo ma lui faceva e pensava meglio.
È una figura (si può dire modello?) a cui tengo molto (ce ne sono molti altri, qui). Sono giunto alla conclusione che, in certi aspetti, fosse una versione migliore di me, e sono convinto che questo sia uno dei motivi per cui piace colpisce così tanto così tante persone. Conosco moltissime persone che fanno cose relative ai diritti digitali, all’open access, alla democrazia; nessuno che lo faccia con la stessa intelligenza, capacità tecnica, visione ad ampio raggio.
È stato, in parte, una versione migliore di noi.

Per cui ho deciso che, come proposito dei miei trent’anni, e dei trent’anni che verranno, c’è quello di diventare Aaron Swartz: nella misura in cui io rimango io, ovviamente, e posso scegliere in che cosa imitarlo, in che aspetto essere migliore. Nella misura in cui io divento una versione migliore di me.

Per cui, per iniziare, fra i propositi per l’anno nuovo, ci sono questi:

  • Scrivere (codice e non). Scrivere tutti i giorni.
  • Leggere libri. Di più.
  • Prestare attenzione alla sofferenza di quello che mangio.
  • Lavorare sull’accesso alla conoscenza. Ancora e ancora. Accesso alla conoscenza come empowerment, comunità come cardine della società, e del suo cambiamento. Education as a silver bullet.
  • Growth mindset.

Code is words

Una delle cose meravigliose del mio nuovo lavoro è che finalmente ho il tempo e la motivazione e gli obiettivi per studiare seriamente cose piuttosto tecniche. Robe di metadati, ma soprattutto robe di python, scraping, API: in una parola sola, programmazione, che sono sette anni che provo ad imparare e finalmente ce la sto facendo.

Questo vuol dire lavorare spesso col terminale, a linea di comando (che per chi come me sarà sempre un forestiero informatico è un tipo di lavoro estremamente pulito e concentrato), ma soprattutto vuol dire stare tutto il giorno davanti ad un editor di testo, e scrivere.

Questa è una cosa molto poco banale.
Vuol dire stare davanti ad una pagina bianca (nera, nel mio caso), e cercare di far accadere cose, attraverso le parole.
Solo che si utilizzando due tipi di linguaggi: uno formale, l’altro no. Uno serve per parlare con le macchine, l’altro con gli umani.

Il linguaggio formale, il codice, è complesso, spesso complicato, ma estremamente potente. Poche persone lo sanno parlare, ma viviamo in un momento storico in cui sempre più persone lo imparano e lo impareranno (sarà un mondo interessante, credo (come se si svegliasse un continente di persone che fino a ieri non parlava; come se domani l’Africa aprisse le labbra e ne udissimo la voce plurale, per la prima volta)).
La cosa meravigliosa del codice è che modifica una realtà (virtuale), la crea, la fa vedere.
Il codice è comunicare con i computer, far fare le cose a loro; permette la costruzione di strumenti e intrastrutture virtuali, che però hanno effetto anche sul reale.

Provavo a dirlo anche qui: secondo me, ci manca una metafora appropriata, per il digitale, se non quella che il codice è un creatore di mondi (perchè è parola, e la parola crea mondi) solo che è parola formalizzata, e quindi ci fa parlare con i computer, che sono intelligenze inferiori (perchè non gestiscono la confusione, l’informale, l’informe) e superiori al tempo stesso, perchè con le parole formali fanno miracoli, e creano mondi per noi.

Aaron lo diceva benissimo: programming is magic.

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Diminuire gli strumenti su cui si lavora a me sta dando enormi soddisfazioni, e migliorando la mia produttività. Cerco di concentrarmi su alcuni di questi, che eliminino le distrazioni e mi costringano a scrivere/leggere/eseguire comandi.

D’altronde, era banale: la comunità dei programmatori non fa che scrivere tutto il giorno, ed è capace di costruirsi i propri strumenti da sola. Ne consegue logicamente che basta guardare cosa usano loro per trovare strumenti comodissimi per scrivere e lavorare.

Ergo, Sublime Text è diventato il mio migliore amico.
Sto piano piano facendo convergere tutta la mia attività qui sopra: ci scrivo il poco, misero codice che riesco, e scrivo appunti e post e articoli in Markdown, che non è altro che un linguaggio di markup (tipo wiki, per capirci), ma standard, riproduce l’HTML, viene usato da sempre più siti e addirittura puoi scriverci anche in WordPress (quindi ci scrivo anche i post).
E’ molto comodo e mi permette di lavorare sempre su Sublime e non trasferirmi su Google Docs o (peggio) LibreOffice.
Diventa dunque possibile lavorare soltanto su Sublime e scrivere codice, eseguirlo (da terminale), prendere appunti (su una pagina nuova), o anche scrivere sul blog e pubblicare allo stesso tempo (con Jekyll, per esempio, attraverso GitHub, ma si può pubblicare anche su WordPress).
Sono appena all’inizio, e sono già innamorato.

Nuove tesi

Nuove tesi è il testo tradotto di New Clues, versione aggiornata delle tesi di Doc Searls e David Weinberger, che 16 anni fa andava sotto il nome di Cluetrain Manifesto.
L’abbiamo messo su Medium (io, Marco ed Enrico) perchè possiate discutere direttamente là, tesi per tesi.
C’è anche l’ebook (pure su MLOL).