La forma della Biblioteca di Babele


La forma della biblioteca di Babele

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze.

In quello che è senza dubbio «il più bell’incipit della storia della Letteratura», Borges pone le basi di una questio accademica che, negli anni coinvolgerà critici, letterati, architetti, matematici, e, ovviamente, bibliotecari. Il problema, cioè, della forma della biblioteca di Babele.

Un luogo è un linguaggio, diceva Manganelli nella prefazione a Flatlandia.
Ogni linguaggio prefigura e necessita un luogo di concetti, un sistema di relazioni fra concetti e parole. Ogni linguaggio costruisce un luogo mentale, ogni luogo concettuale pretende un suo linguaggio. L’entomologo dovrà inventarsi parole per descrivere «l’impalpabile sfumatura di azzurro di un’ala di farfalla», come disse Cristina Campo. Nelle nostre televisioni, il linguaggio forbito ed esagerato del sommelier è l’esempio più comune: esigenze di spettacolo a parte, come si fa a descrivere a parole la tenue ma cruciale differenza organolettica fra champagne di diverse annate? Le parole devono ricostruire una propria scala e una propria proporzione. Quando il linguaggio diventa gergo, ecco che possiamo definirne i limiti spaziali e sociali, di comunità che lo abita.

Borges (che fu, prima che un grande scrittore, un formidabile lettore), affronta così il dilemma del conte Ugolino (Note dantesche, III):

Robert Luis Stevenson (Ethical Studies, 110) osserva che i personaggi di un libro sono filze di parole; a questo, per quanto blasfemo possa sembrarci, si riducono Achille e Peer Gynt, Robinson Crusoe e don Chisciotte. A questo anche i potenti che ressero la terra: una serie di parole è Alessandro e un’altra Attila. Di Ugolino dobbiamo dire che è una trama verbale, che consiste di una trentina di terzine. Dobbiamo includere in quella trama l’idea di cannibalismo? Dobbiamo sospettarla, ripeto, con incertezza e timore. Negare o affermare il mostruoso delitto di Ugolino è meno tremendo che intravederlo. L’asserzione «un libro è le parole che lo compongono » rischia di sembrare un assioma banale. Eppure, siamo tutti propensi a credere che vi sia una forma separabile dal contenuto e che dieci minuti di dialogo con Henry James ci rivelerebbero il «vero » tema del Giro di vite. Penso che non sia così; penso che di Ugolino Dante non abbia mai saputo molto più di quanto non dicano le sue terzine.

Thomas Eliot (in quelle lezioni americane¹ rese famose da Calvino e affrontate, fatalmente, anche dallo stesso Borges) ricorda, con Leopardi, che caratteristica dei grandi capolavori è essere vaghi, incompiuti, incompleti; è dalle fratture della contraddizione che emerge il genio, evocata in quello che non è strettamente dentro le parole. Il tutto è maggiore della somma delle parti, soprattutto se le parti non si incastrano perfettamente.

Borges, dunque, nonostante scrivesse decenni dopo Eliot, ci obbliga a leggere in questo senso le parole di Eliot: d’altronde, “ogni scrittore crea i propri precursori(Altre inquisizioni).

Riprende infatti Borges, sempre in Note Dantesche:

Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte a varie alternative opta per una ed elimina o perde le altre; non è così nell’ambiguo tempo dell’arte, che somiglia a quello della speranza e dell’oblio. Amleto in quel tempo, è assennato ed è pazzo. Nella tenebra della sua Torre della Fame, Ugolino divora e non divora gli amati cadaveri, e questa ondulante imprecisione, questa incertezza, è la strana materia di cui è fatto. Così, con due possibili agonie, lo sognò Dante, e così lo sogneranno le future generazioni.


Un luogo è un linguaggio; ergo, un luogo immaginario è linguaggio al quadrato. (L’allitterazione delle bilabiali, nella borgesiana biblioteca di Babele, suggerisce foneticamente questa moltiplicazione).

Nel racconto, la pietra di scandalo fu questa frase:

Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale.

Non ci vuole molto per rendersi conto che un solo lato aperto dell’esagono conduce necessariamente ad una biblioteca di gallerie verticali incomunicanti, se non a due a due.

È questa la versione da sempre conosciuta dal lettore italiano, come tradotta (magistralmente) da Franco Fortini.
Borges stesso si accorse dell’errore, emendando frettolosamente il racconto nella versione del ’56 (la versione originale è del ’41) e aumentando le uscite dell’esagono da una a due.
Necessariamente, anche quella versione si rivelò incompleta, o incoerente (il che, nell’economia della biblioteca, es lo mismo).

Non ci si stupirà certo che questo fattaccio letterario abbia generato, negli anni, un felicissimo filone critico, cioè uno studio della biblioteca di Babele dal punto di vista architettonico.
Vari articoli (dello stesso Fortini, di Umberto Eco, di matematici e architetti) e persino qualche monografia sono andati via via accrescendo questa particolarissima e pedante bibliografia.
Il più illustre di questi tentativi è certamente “The Unimaginable Mathematics of Borges Library of Babel”, del matematico inglese William Bloch, pubblicato nel 2008 per i tipi della Cambridge University Press.
Bloch (che vide in Umberto Eco il suo lettore tipo²) studiò solo la seconda versione (quella con due uscite) arrivando a proporre una biblioteca « illimitata e periodica» come superficie tridimensionale di una sfera a quattro dimensioni.

Recentemente, lo scrittore Jonathan Basile ha imparato a programmare soltanto per costruire un sito dedicato all’inesauribile biblioteca: nel sito libraryofbabel.info si possono compulsare alcune pagine dei volumi della biblioteca immaginaria, che, come da probabilità, sono un’immensa cacofonia di lettere e punteggiatura.

Ancora, jwz affronta l’architettura impossibile, con una recente analisi di tentativi passati e alcune sue personali ipotesi.

Ma è giusto essere orgogliosi anche degli italici sforzi a riguardo.
È del 2015 fa la pubblicazione, per Medusa, di “Come costruire la biblioteca di Babele”, di Renato Giovannoli, filosofo e bibliotecario.

Giovannoli ripercorre una a una le soluzioni proposte fino ad oggi, evidenziandone le fallacie e le incoerenze rispetto al racconto di Borges, la cui logica interna deve essere rispettata il più possibile (non a caso, Giovannoli propone 4 assiomi, derivandoli dal racconto, da cui non si può prescindere).
La sua bibliografia (che per un mero accidente temporale ignora il progetto web di Basile e il blogpost di jwz) è al momento la più completa sull’annoso problema.

La soluzione finale (proposta da Giovannoli padre con l’aiuto del Giovannoli figlio, architetto) è elegante e soddisfacente. Tale soluzione qui non vi verrà svelata.


  1. In realtà, ho cercato e non ancora trovato il testo in questione di Eliot, nonostante sia certo di aver letto il paragrafo su Amleto proprio lì. Forse non sono le Charles Norton Lectures, forse è un saggio spurio. Non importa.
  2. Eco, che intervistai per caso nel 2010, non conosceva il libro, e gliene parlai. Per una volta, so di essere stato strumento dello Spirito nell’incontro fra un libro e il suo lettore predestinato.

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