Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso – Capitolo LXXVI

A volte immaginava che lo stabile fosse un iceberg con la parte visibile costituita dai piani e i sottotetti. Al di là del primo livello delle cantine sarebbero allora iniziate le masse sommerse: scale dai gradini sonori che scendessero girando su se stesse, lunghi corridoi piastrellati con globi luminosi protetti da reti metalliche e porte di ferro segnate da teschi e stampigliature, montacarichi con pareti ribadite, bocche d’aria fornite di ventole enormi e immobili, canne antincendio di tela metalizzata, grosse come tronchi d’albero, innestate su prese gialle d’un metro di diametro, pozzi cilindrici scavati nella viva roccia, gallerie di cemento qua e là forate da finestrelle di vetro smerigliato, stanzini, depositi, casematte, sale con casseforti munite di porte blindate.
Più giù ci sarebbe stato come un ansare di macchine, e poi ricettacoli illuminati a tratti da chiarori rossastri. Passaggi stretti apeti su sale immense, atriii sotterranei alti come cattedrali, con le volte sovraccariche di catene, pulegge, cavi, tubi, canalizzazioni, travi, e delle piattaforme mobili fissate su martinetti d’acciaio lucidi di grasso, e carcasse di tubi e profilati delineanti impalcature mostruose in cima alle quali degli uomini in tuta d’amianto, la faccia coperta da grandi maschere trapezoidali, avrebbero fatto sprizzare vividi lampi di archi voltaici.
Ancora più giù ci sarebbero stati silos e hangar, celle frigorifere, celle di maturazione, centri per la cernita e la distribuzione della posta, e stazioni di smistamento con cabine di manovra e locomotive a vapore trainanti carri piatti e trasbordatori, vagoni piombati, container, vagoni cisterna, e banchine coperte di merci ammucchiate, pile di legname tropicale, pacchi da tè, sacchi di riso, piramidi di mattoni e pietre di legatura, rotoli di filo spinato, trafilati, angolari, lingotti, sacchi di cemento, barili e barattoli, cordami, taniche, bombole di gas butano.
E ancora più distante montagne di sabbia, ghiaia, coke, scorie, pietrisco da massicciata, e poi betoniere, mucchi di residui di fonderia, pozzi di miniera illuminati da riflettori a luce arancione, serbatoi, officine del gas, centrali termiche, torri di perforazione, pompe, tralicci dell’alta tensione, trasformatori, vasche, caldaie irte di tubature, leve e contatori;

e dock brulicanti di ponteggi, carroponti e gru, verricelli dai cavi tesi come corde di violino che trasportano legno per impiallacciatura, motori d’aereo, pianoforti da concerto, sacchi di concime, balle di foraggio, biliardi, mietitrebbia, cuscinetti a sfera, casse di sapone, botti di bitume, mobili da ufficio, macchine da scrivere, biciclette;

e ancora più giù dei sistemi di chiuse e bacini, canali percorsi da convogli di chiatte cariche di grano e cotone, e linee stradali solcate da camion di merci, corral pieni di neri cavalli scalpitanti, recinti di pecore belanti e grasse vacche, montagne di corbe gonfie di frutta e verdura, colonne di forme di groviera e formaggi duri, infilate di mezze bestie dagli occhi vitrei appese a ganci da macellaio, colline di vasi, stoviglie e fiaschi impagliati, e panetterie giganti con i garzoni a torso nudo, in calzoni bianchi, che tirano fuori dai forni piastre brucianti colme di migliaia di pani all’uva, e cucine smisurate con padelle grandi come macchine a vapore che producono centinaia di porzioni di stufato untuoso versato in grandi piatti rettangolari;

e ancora più giù gallerie di miniera con vecchi cavalli ciechi, che tirano vagoncini di minerale e le processioni lente dei minatori in l’elmetto; e budelli sgocciolanti puntellati da assi inzuppate che porterebbero ai piedi di gradini lucenti dove sciacquettano acque nerastre; barche a fondo piatto, burchielli zavorrati con botti vuote, navigherebbero su quel lago senza luce, sovraccarichi di esseri fosforescenti chi canali e trasbordano instancabili dall’una all’altra riva ceste di biancheria sporca, stock di vasellame, zaini, pacchi di cartone chiusi da pezzi di corda; cassette piene di piante striminzite, bassorilievi di alabastro, calchi di Beethoven, poltrone Luigi XIII, grandi vasi di porcellana cinesi, scatole di arazzi raffiguranti Enrico III e i suoi favoriti che giocano a bilboquet, lampadari ancora forniti delle loro carte moschicide, mobili da giardino, canestrelli d’arance, gabbie per uccelli vuote, scendiletti, termos;

più giù ricominciavano i grovigli di condotte, tubi e guaine, e dadali delle fogne, dei collettori e delle viuzze, gli stretti canali con parapetti di pietra nera, le scale senza ringhiera a strapiombo nel vuoto, tutta una geografia labirintica di bottegucce e piccoli cortili di sgombero, di portici e marciapiedi, di passaggi e vicoli ciechi, tutta un’organizzazione urbana verticale e sotterranea con i suoi quartieri, i suoi distretti e le sue zone: la città dei conciatori con i loro laboratori dal fetore ammorbante, macchine malandate dalle cinghie logore, ammassi di cuoi e pellame, mastelli colmi di liquidi brunastri; i depositi dei demolitori con i loro caminetti di marmo e stucco, i bidè, le vasche da bagno, i radiatori arruginiti, le statue di ninfe fuggitive, i lumi, le panchine pubbliche; la città dei ferravecchi, cenciaioli e pulciaioli, con i loro mucchi di stracci, le carcasse di carrozine per bambini, i pacchi d’impermeabili, camici spiegazzate, cinturoni e ranger, le poltrone da dentista, gli stock di giornali vecchi, montature per occhiali, portachiavi, btretelle, sottopiatti musicali, lampadine, laringoscopi, storte, boccette con apertura laterale e vetrume di tutti i generi; il mercato del vino con le sue montagne di damigiane e bottiglie rotte, i grossi barili sfondati, le cisterne, le vasche, le gabbie; la città degli spazzini con le sue pattumiere rovesciate da cui traboccano croste di formaggio, carte unte, lische di pesce, risciacquature di piatti, avanzi di spaghetti, vecchi bende usate, con le sue masse d’immondizia trascinate di continuo da bulldozer viscosi, gli scheletri di lavatrici, le pompe idrauliche, i tubi catodici, i vecchi apparecchi radio, i divani mezzi disfatti; e la cittadella amministrativa, con i suoi quartier generali brulicanti di militari dalle camicie ben stirate che spostano bandierine sulla carta del mondo; con i suoi obitori di porcellana popolati di gangster nostalgici e bianche annegate dagli occhi sbarrati; con le sue sale archiviozeppe di funzionari in camice grigio che consultano sempre e comunque certificati di stato civile; con le sue centrali telefoniche che allineano chilometri di centraliniste poliglotte, e le sale macchine con telescriventi crepitanti, calcolatori vomitanti all’istante fasci di statistiche, fogli paga, schede di magazzino, bilanci, estratti conto, ricevute, inventari a zero; con i suoi mangiacarta e gli incerenitori che inghiottono all’infinito masse di formulari scaduti, ritagli stampa ammucchiati in cartelle marroni, registri rilegati in tela nera coperti di una sottile grafia violacea;

e, giù in fondo, un universo di caverne dalle pareti coperte di fuliggine, un mondo di cloache e pantani, un mondo di larve e di bestie, con esseri senz’occhi che si tirano dietro carcasse animali, e mostri demoniaci dal corpo di uccello, pesce o maiale, e cadaveri disseccati, scheletri vestiti di una pelle giallastra, impietriti in una posa da vivi, e fucine popolate da Ciclopi inebetiti, con grembiuli di cuoio nero, l’unico occhi protetto da un vetro blu incastonato in un pezzo di metallo, che martellano con le mazze di bronzo degli scudi splendenti.

Da La vita, istruzioni per l’uso, di Georges Perec, Milano, BUR, 1984

4 pensieri su “Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso – Capitolo LXXVI

    1. Eh eh, io ce l’ho, ma è quello della Bollati Borighieri. Devo ammettere che non mi ha fatto impazzire, di Perec ho adorato “La vie”, e ancora anelo a “Pensare/Classificare”.

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  1. @ aubreymcfato
    Mi sa che hai ragione, l’editore è Bollati Boringhieri.
    Altro errore grave: è Georges, non George, il blogger voleva vedere quanto sono attento e io ci sono cascato in pieno! Per punizione sto scrivendo “il nome vero è Georges Perec” 1000 volte, con uno script in Python disponibile a richiesta.

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