Palestina, ricettacolo di (dis)grazie

Stasera volevo finire le ultime cose dell’intervista a Eco, giusto per farla uscire domani.

Invece sono stato alla Tenda, a Modena; c’era una serata piena, per questa settimana di maggio prima della marcia della Pace. L’inaugurazione di una splendida mostra fotografica, qualche video, un documentario, un piccolo dibattito tutto incentrato sulla Palestina e il conflitto italo-palestinese.

C’era un avvocato, Fausto Gianelli (credo), di “Giuristi democratici“, uno che parla davvero bene, ed ha detto tante cose. Ha detto che lui si occupa della difesa legale dei minori palestinesi nelle carcere israeliane, e che secondo lui il conflitto israelo-palestinese, e soprattutto la condizione dei bambini in Palestina, è il ganglo della giustizia e del diritto del mondo.

Ha detto che secondo lui è il conflitto e l’occupazione sono un “cataclisma di giustizia e di diritto”, un problema di tutti. Di tutti perchè la situazione è talmente tragica che la Palestina è diventato un laboratorio d’esportazione di molte (troppe) delle porcate legali che stanno imperversando per il mondo: per esempio, delle legislazioni anti-terrorismo dopo l’11 settembre, o del fatto che il protocollo per la tortura utilizzato ad Abu Grahib venisse dai militari israeliani.

Diceva che non è quando il diritto dice che qualcosa è bianco  nero che ci sono i problemi, perchè lì c’è comunque diritto. E’ nelle zone in mezzo, nelle zone di confine dove non c’è diritto che la perfidia dell’uomo agisce. Israele dice che la sua è un’occupazione temporanea (dal 1967), quindi i suoi prigionieri non sottostanno alla convenzione di Ginevra; non sono neanche israeliani, quindi non sottostanno alla legge ebraica. Come se non bastasse, Israele non riconosce la convenzione di Ginevra, non gliene fotte un cazzo, quindi fa un po’ quello che gli pare comunque.  Israele non è più da quale anno non ricordo che non sottosta a nessuna delle ordinanze delle Nazioni Unite, che oramai si lamenta tanto per lamentarsi, chè fa brutta figura a stare zitta.

Per esempio, Israele crede che i bimbi palestinesi diventino maggiorenni a 16 anni. Quelli di tutto il mondo no, neanche quelli israeliani, ma quelli palestinesi si. Così li può processare ed utilizzare la giustizia per adulti, non quella minorile. Anzi, già che c’è, utilizza quella marziale, dei militari.

Inoltre, non c’è diritto . Ci sono le ordinanze militari, fanno giurisprudenza. Ce n’è una che dice che in certi casi un bambino palestinese diventa maggiorenne a 12 anni. 12 anni e un mese e puoi finire nelle carceri israeliane (e non in Palestina, proprio in Israele, così i tuoi genitori non possono nemmeno venire a trovarti, per mesi) perchè ai tirato un sasso al cane di un colono. Se il colono era dietro 250 al suo cane, o era in jeep e tu gli lanci un sasso non per beccarlo (250, 350 metri non li fai con un braccio da 12enne) ma la direzione è quella (proprio direzione vettoriale, eh), ti possono arrestare. Non dunque un processo alle intenzioni, ma alla direzione. Ah, poi in realtà se hai dei sassi in tasca ti possono arrestare lo stesso, sei pericoloso, “armi improprie” le chiamano (questa è fantastica, con i ragazzotti e le ragazzotte 17enni israeliani che girano con l’M16 ovunque (bar, autobus, dal tipo del felafel)). Fra l’altro, la Palestina è piena di sassi, non hanno praticamente altro.

Quindi, eravamo al bimbo 12enne che si piscia addosso la prima notte perchè l’hanno preso e portato in prigione.

La seconda notte uguale. La terza non so, immagino sia uguale.

Ah, ecco cosa dimenticavo: le condanne sono fatte per confessione. Il sistema funziona eccellentemente, al contrario che in tutti gli altre legislazioni del mondo dove non si può (praticamente tutte). Lui diceva che in Italia abbiamo meno dell’1% di confessioni, in US lo 0.8%, in Cina, che non scherza la Cina, il 26%.

In Israele il 94%. Non ricordo se era il 94 o il 99.61%, ma uno era degli adulti e l’altro dei bambini, credo,  ma poco importa. Il sistema funziona benissimo, dicevamo, anche perchè per “legge”, cioè per l’ordinanza militare numero 328 (378?) è possibile applicare una “moderata pressione psicologica e/o fisica” per aiutare la confessione. Quindi si sono inventati i cani, la privazione del sonno, lo stare fuori al gelo, il bagnare il detenuto (il bambino 12enne di prima che non vede la mamma da settimane, sempre lui), tutte cose che poi abbiamo visto a Guantanamo. Si, quello stesso protocollo di prima, quello che si applica esattamente quando i detenuti non sono ne carne nè pesce, nè esercito nemico nè normali detenuti, è sempre poi lo stesso principio.

Dunque, estorta la confessione, che viene scritta e “spiegata” in ebraico (che moltissimi bimbi palestinesi non sanno) e fatta firmare praticamente alla cieca, si arriva al giorno del processo. Il processo non è una corte civile per bambini, no no, e neanche per adulti: è una corte marziale formata all’85% da coloni, che lo fanno volontariamente. Non sto a spiegarvi chi sono i coloni, ma sono poco meno simpatici di Hamas, se volete saperlo.

Quindi, il giorno del processo, se c’è la difesa, la difesa riceve per la prima volta il fascicolo e vede per la prima volta il bimbo. Il processo dura dai 7 ai 10 minuti cronometrati (Fausto aveva un bell’orologio, l’ha fatto vedere che c’aveva il cronometro e io mi fido), in ebraico, il bimbo non parla, non viene ascoltato, viene letta la sua confessione e lui può confermare  o ritrattare. Se ritratta (potrebbe, per esempio, dire che un cane gli faceva molta paura e lui avrebbe firmato anche la condanna a morte della mamma se gliel’avessero chiesto in quel momento) gli raddoppiano la pena, in automatico. Ergo, le condanne sono del 99.21% (ecco dov’era il 99%, era qui, mica più su). Lo 0.69% è un mistero, ma in realtà ci sta, qualcuno muore, se muore c’è l’assoluzione.

Ecco, questo è praticamente tutto quello che ricordo sui bimbi e sui processi. Poi Fausto ha detto altre cose.

Per esempio, continuava a dire che in Israele, per i palestinesi non esiste “diritto”, non come lo intendiamo noi: un diritto c’è o non c’è, è coerente con un sistema. Esiste una cosa diversa, fluida, mafiosa, decisamente incoerente, cioè la concessione, il favore.

Un permesso per entrare in Israele non si ottiene dai 18 ai 35, non si può proprio: sopra ai 35, dipende. Dipende da chi hai di fronte, da come è girato, dal fatto che la tua faccia da vecchio arabo piaccio o no: il permesso è concesso, forse, a volte, dipende dal tempo. Ecco perchè i bimbi sopra non riescono a vedere i genitori per un po’, spesso non riescono proprio a passare.

Poi Fausto diceva che Hamas poi ha fatto una cosa che non tutti sanno, o almeno ha fatto una cosa che tutti i sanno ma l’ha fatta in maniera un po’ diversa: una volta, era un tavolo una trattativa qualcosa, hanno chiesti a Israele una cosa, gli hanno detto: “Israele, noi che siamo dei barboni un po’ cattivi davvero, però siamo disposti a riconoscerti come stato se tu ci dici quali sono i tuoi confini”. Il che, nonostante gli Hamassiani siano davvero dei barboni un po’ cattivi, aveva un senso, non faceva una grinza, noi se la Jugoslavia un giorno ci diceva che arrivava a Trieste e il giorno dopo a Venezia ci saremmo incazzati pure.  Israele, che non gli manca certo la furbizia, ha detto testualmente che si “riservava” il diritto di decidersi i confini. “Si riservava il diritto“, ha detto. Al che Hamas ha detto che non riconosceva lo stato d’Israele, e quella è la parte che ci ricordiamo.

Poi ribadiva che quella cosa sopra del diritto che non c’è è una porcata assoluta, che dobbiamo preoccuparci, che non esiste stato al mondo in cui uno stato fa le cose aberranti che Israele fa (meno e come altri stati) e ne fa legge; non è quanto stanno male i bambini palestinesi nelle carceri israeliane, ma è lo stato di non-diritto sistematizzato che è la cosa terrificante. I bambini soldato nel Sudan forse se la passano peggio, ma quello non è uno stato di diritto, non è legiferato. Qui invece si sta sistematicamente legiferando, facendo legislatura, creando precedenti. Qui te lo mettono nel culo e dicono che possono farlo per legge, con la sabbia.

E diceva che è importante saperlo, farlo sapere, attivarsi, perchè questo diritto storto dilaga come la peste, altro che suina o aviaria. La pandemia è quella della riduzione dei diritti anche fondamentali, e va contrasta nel suo epicentro, il conflitto israelo-palestinese.

Diceva che il conflitto israelo-palestinese è la ferita aperta del mondo, che porta infezione al diritto e alla giustizia ovunque, che anche il segretario di Stato americano ha detto che sia in Iraq che in Afghanistan che ovunque gli US perdono vite e risirse e pagano un prezzo di sangue per la non risolta questione in Palestina.

C’era una puntata di numb3rs, la serie con il matematico che risolveva i crimini, e lui doveva illustrare il piano criminale di un tizio, e lui (fra l’altro, era un matematico ebreo) faceva l’esempio della torre delle coppe di champagne, quella a piramide, con lo champagne che viene versato nella prima più in alto e quando si riempie il vino trasborda e riempre le altre sotto, e così via a cascata.

Ecco, a me il modello sembrava molto simile. Come se le disgrazie del mondo passassero tutte (molte) dalla Palestina, e di lì, un po’ a cascata, un po’ a valanga, un po’ come gli pare tutti ne pagassimo un piccolo prezzo.

E’ tutta la serata che penso a Malvino.

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