Wikisource grant
Ve l’ho già detto (credo), che sto facendo un progetto (pagato!) per Wikisource. Qui c’è il report del mese di aprile. Scusate la foto da venditore di dentifrici.
Ve l’ho già detto (credo), che sto facendo un progetto (pagato!) per Wikisource. Qui c’è il report del mese di aprile. Scusate la foto da venditore di dentifrici.
[post urgente e incompleto, ma c'avevo un paio di cose da dire subito, e le ho dette così]
Fra Amazon/Goodreads ieri e Elsevier/Mendeley oggi, pare un brutto momento per i commons digitali. Perchè le alternative, per i libri, sono veramente poche. Ho letto questo gran articolo di jumpinshark e questo post è praticamente il commento che ho scritto là.
Anobii era un felice esempio di una comunità testarda e ricca che aveva preso possesso di una piattaforma semplice, piena di buchi ma comunque potente (una cosa simile è accaduto a friendfeed (con tante sovrapposizioni di utenti, fra l’altro)(come se in italia ci fosse uno zoccolo duro di utenti giovani e meno giovani, ma colti e con l’amore per il libro (e per il cazzeggio, più e meno intelligente)). Sta morendo, e al momento è un peccato per tutti. Non si vedono molte possibilità all’orizzonte (la nuova versione, attiva in inglese, è praticamente un negozio di ebook, e aNobii come lo conosciamo sarebbe morto). Non sappiamo se Zazie.it (cioè quelli di Bookrepublic) sia o meno interessato ad aNobii, la sua community e i suoi dati. Secondo me, dovrebbero.
Il problema è che anche sul fronte open non ci sono buone notizie. Al concorso CheFare era stato proposto Social Book, progetto interessante che però non è mai nato. Ho contattato tempo fa uno degli ideatori, Giancarlo Briguglia, dato che io nel tempo libero avevo pensato ad un progetto praticamente identico. Pare si sia fermato, perchè ovviamente mancano i fondi.
Ancora, so da fonti certe che anche OpenLibrary è in una situazione poco felice: Internet Archive pare poco propenso a continuare il suo sviluppo e al momento il progetto sta cercando di guardarsi intorno e cercare persone/comunità/sviluppatori per ripartire.
Wikipedia, inoltre, viene vista da alcuni come l’unica alternativa a tutto questo. In parte hanno ragione, in parte no.
Questo è perchè Wikipedia è fondamentalmente un’enciclopedia, e non altro. Su Wikipedia vigono principi che constrastano con l’idea di una comunità di lettori che conversano sui libri: il principio del punto di vista neutrale (in gergo, NPOV), il concetto di Enciclopedicità e la regola “Niente ricerche originali” (i primi tre che mi sono venuti in mente) non permettono ad esempio, un’esportazione diretta dei contenuti di aNobii su Wikipedia: non sono accettate recensioni, nè discussioni sul merito dei libri, e non sono neanche accettati tutti i libri o tutti gli autori. Senza contare che non tutti i dati potrebbero essere liberi.
E’ però sicuramente possibile fare molto per un’integrazione: come ricordava lo stesso jumpinshark nei commenti al suo articolo, molte voci di autori importanti sono assolutamente incomplete, sia di dati che di informazioni. E’ possibile per una comunità di lettori appassionati (come ce ne sono nel Progetto Letteratura) renda complete e ricche le voci wikipediane di letteratura. E’ quello che auspichiamo (e invito tutti a fare).
Purtroppo, ed è un dato di fatto, scrivere su Wikipedia non è scrivere su aNobii: è molto più noioso riportare quello che dicono altri critici su un libro piuttosto che scrivere una personale recensione dello stesso. Questo è uno dei motivi per cui le voci di letteratura su Pedia sono insufficienti (in quantità e qualità). E’ la differenza fra scrivere un saggio o un tema libero. Diverse tipologie di scrittura, difficoltà, utilizzo del tempo libero.
Fra tutte queste cattive notizie, ce ne sono due che mi fanno ben sperare.
A fine aprile aprirà finalmente il progetto DPLA, cioè Digital Public Library of America, la prima vera biblioteca digitale pubblica. nessuno sa in realtà cosa sia, e come evolverà. Possiamo solo stare ad osservare/studiare, e cercare di copiare qualcosa, per creare forse una grande biblioteca digitale pubblica italiana. Un progetto del genere potrebbe riunire in sè la cooperazione di diversi attori: biblioteche, fondazioni, archivi, ma anche semplici utenti, e l’interoperabilità di una moltitudine di progetti open. Potrebbe ricevere recensioni e rating dai lettori, proporre le trascrizioni di Wikisource, utilizzare i dati bibliografici che cercheremo di mettere su Wikidata, linkare a Wikipedia e alle sue informazioni. Potrebbe utilizzare TEXTUS, o Pundit, per le annotazioni. Potrebbe fornire statistiche di lettura utili ai lettori. Potrebbe costruire un’infrastruttura fatta dagli utenti per gli utenti, magari funzionando a donazioni pubbliche e private (come d’altronde funziona Wikipedia).
Quello che secondo me si può fare, e si può fare subito, è entrare come attori all’interno di questi progetti. Noi tutti: lettori, wikipediani, studenti, bibliotecari.
In un certo senso, ci stiamo lavorando, anche se molto alla lontana. Personalmente, ho appena vinto un grant (assieme a David Cuenca) per elaborare una visione strategica di Wikisource[*]. Ci proponiamo di ragionare su progetto, coinvolgere la comunità, seguire gli sviluppi di Wikidata (abbiamo anche fatta una task force per i metadati bibliografici). E’ un primo passo, ma ci sta portanto a conoscere altri progetti e associazioni interessanti (Open Library, Open Knowledge Foundation), e ad esplorare il variegato mondo dell’open (in questo caso, quello legato ai libri). E’ una roba complicata, non ci si capisce niente, ci sono n progetti e n persone interessanti che non sanno l’una dell’altra. Nel mio piccolo, credo che conoscerci e far conoscere sia il primo passo, perchè la tecnologia è là fuori, le competenze pure, basta solo unire i puntini.
Tutto questo sarà necessario, io credo, per avere attori e progetti diversi ma interoperabili, che utilizzeranno licenze e tecnologie libere. Altri progetti potrebbero poi partire da questa piattaforma, e svilupparsi in altre direzioni. Ma è una cosa che va fatta bene (e, ahimè, nel tempo libero). Però ce la possiamo fare.
* se siete interessati, aubreymcfato chiocciola gmail.com.
Ieri sono stato alla Normale di Pisa, invitato dal Forum degli Allievi, per un bell’incontro dedicato all’Open Access. Hanno parlato anche Maria Chiara Pievatolo e Francesca di Donato, a mio umilissimo parere due delle migliori voci dell’accesso aperto in Italia. Felice di aver parlato fra cotanto senno.
Ho nominato un paio di cose, fra libri e siti, li metto qui sotto. Ovviamente, sono tutti approfondimenti consigliati.
Ribloggato da bibliotecari non bibliofili!:
C’era una volta Wikipedia, quell'entità che sostiene di essere un’enciclopedia ma è in realtà un formicaio. Trattandosi di un modello ecologico avanzato, il formicaio ospita umani e macchine senza che nessuno si offenda. Dentro il formicaio avvengono tantissime cose, non metterci dentro la testa neanche per un attimo sarebbe un peccato perché se esiste una prova del fatto che i mondi paralleli esistono davvero, la trovate là.
Se c’è una persona che volevamo prendesse su di sè il fardello dell’eredità di Aaron Swartz, questa è Larry Lessig.
Lessig (per chi non lo sapesse) è stato il creatore delle licenze Creative Commons, uno degli eroi di quest’era digitale. E’ stato mentore, amico, discepolo di Aaron, e forse uno di quelli che di più ha subito il colpo del suo suicidio. La lezione che vedete qui sotto (dedicata al caso di Aaron, ma non solo) è uno straordinario esempio di intelligenza e cuore. Si vede un Lessig letteralmente fiaccato dal dolore (personale, comunitario), per la perdita di una persona importante. Ma che reagisce nell’unico modo sensato, cioè con la testa e con il cuore: cercando di capire cause, meccasmi e conseguenze, e cercando di elaborare soluzioni, senza speranza ma anche senza paura. E’ un video di un’ora e quaranta (un’ora e venti senza domande), in inglese, difficile, ma credo valga la pena ogni momento. Anche le domande finali, in cui Larry quasi si mette a piangere, lasciandosi andare a fondo, in apnea, discendendo alle ragioni ultime per cui facciamo le cose, con una lucidità straordinaria e commovente. Qui c’è anche la trascrizione, con tanto di slides e domande finali. (Secondo me si piange, io ve lo dico).
So why do I spend all of my time working on this issue? [audience laughter] So this is a story I’ve told a bunch of times. Let me just tell it one last time, and then… So, I write about this in my book. I was speaking at Dartmouth. A woman said to me, “Professor, you’ve convinced me. You’ve convinced me. This is completely hopeless. There’s nothing we can do.” And as I wrote in my book, when she said that, I had an image in my head of my kid, who then was about 6. And I thought, what if a doctor came to me and said, “Your son has terminal brain cancer and there’s nothing you can do.” Would I do nothing? You know, obviously no. You’d do everything. You’d do everything. You know, and that is what love means. Right? That’s what love means. It means working, acting fiercely against the odds. And then my next thought was, you know, even we liberals love our country. [audience laughter] And so this observation of the impossibility of this challenge is irrelevant, because we love. And we love means we act regardless of how impossible this is. But because of this – and that is, I think, the – that is the emotion that we need to find here. And for me, it really is deeply tied up with love, not just a country of us, kids, you look at these kids, three of them, in my life, handing over a world that is miles below the world that I inherited from my parents. And no hope for fixing this until we fix this problem. So, yeah, it’s hopeless. It’s just the only fight we have. Only fight we have.
Ribloggato da bibliotecari non bibliofili!:
Adoro questa foto (grazie alla NASA che l'ha messa in pubblico dominio la possiamo ammirare tutti). E' una specie di invito perenne a cambiare la prospettiva da cui guardare le cose. Cogliendo questo invito, pubblico oggi un guest post in risposta all'articolo di Anna Galluzzi Che ne sarà dell'impero bibliotecario? che a sua volta commenta Steve Coffman.
L'autore è …
Capita che magari sei un editore, o uno che per qualche motivo si è comprato dei numeri ISBN. Capita anche che li vuoi comprare una volta e poi più, chè costano, la crisi, ecc. Quello che forse non sai è che quando ne hai comprato uno, puoi averne altri, l’algoritmo è pubblico, e a questo punto gli ISBN puoi generarteli da solo.
I numeri ISBN (quelli a 13 cifre) sono composti da 5 parti, e le prime 3, quando li compri, diventano fisse. La quarta è progressiva (libro 0, libro 1, ecc.), e poi c’è il codice di controllo, l’ultimo, che va da 0 a 10.
Quindi, quando hai finito la tua lista di ISBN ma vorresti continuare, inserisci le prime 3 sezioni (le copi dagli altri ISBN che hai), vai con il numero progressivo (all’ultimo ISBN che avevi), e per trovare la cifra di controllo corrispondente vai qui.
Poi puoi andare su ISBN.it, entrare nella tua area registrata e collegare il nuovo titolo al tuo ISBN nuovo di pacca.
Ieri sono stato intervistato da Radio 3 Scienza (un onore, davvero) su Aaron Swartz e l’Open Access. Dura una quindicina di minuti, si ascolta qui.
Faccio un po’ di fact checking e fornisco un paio di link alle cose che ho detto ieri:
Spero di non aver dimenticato niente (se invece si, sotto, nei commenti, grazie).
[ho scritto questo per l'università di Bologna (se siete dell'università, condividete), ma è facilmente adattabile. C'è anche questo post di Jonathan Eisen, che dice varie cose importanti. Magari leggi prima quello.]
Ieri ho scritto una spiegazione breve e semplicistica di cosa sia l’open access, cioè l’accesso aperto alla letteratura scientifica. Dato che è una cosa un po’ di nicchia, e si confonde con un generico postare link a robe su internet, provo a riassumere in 4 punti cosa devi fare se vuoi supportare l’open access nel tuo ruolo, in università.
La prima cosa da fare, chiunque tu sia (ricercatore, professore, studente), è informarsi presso la tua università sui servizi di deposito e pubblicazione digitale. Puoi chiedere ai professori o ai bibliotecari. I servizi solitamente riguardano gli archivi digitali (materiali didattici, tesi, dissertazioni, articoli) e le riviste open access.
Se sei un dottorando, quando depositi la tua tesi, scegli sempre l’accesso più libero. Se vuoi per forza mettere un periodo di chiusura (il cosiddetto embargo), sceglilo di 6 mesi o un anno, per darti il tempo di pubblicare un articolo. Ma poi rendila disponibile a tutti.
Se sei un ricercatore o un professore, puoi distribuire i tuoi materiali didattici ad accesso libero, anche con una licenza Creative Commons. Spesso sono slides che possono interessare anche altre persone (anche fuori dall’università): non ci sono molte ragioni per impedirglielo. Quindi non farlo.
Puoi depositare online tutti i tuoi manoscritti ed articoli su l’archivio istituzionale della tua università (se c’è), o anche su un archivio tematico. Puoi cercarli qui, ce ne sono migliaia.
Puoi anche leggere e pubblicare su una rivista peer reviewed ad accesso libero. Puoi cercarli qui, ce ne sono migliaia.
Se invece sei un semplice studente, passa ai tuoi professori e colleghi i consigli qui sopra, chiedigli come funziona la pubblicazione scientifica, chiedigli dell’open access, e informati. Quando arriverà il momento in cui anche tu potrai contribuire alla comunità scientifica, saprai come e perchè devi farlo in Open Access.
I have an ingenious idea for a company. My company will be in the business of selling computer games. But, unlike other computer game companies, mine will never have to hire a single programmer, game designer, or graphic artist. Instead I’ll simply find people who know how to make games, and ask them to donate their games to me. Naturally, anyone generous enough to donate a game will immediately relinquish all further rights to it. From then on, I alone will be the copyright-holder, distributor, and collector of royalties. This is not to say, however, that I’ll provide no “value-added.” My company will be the one that packages the games in 25-cent cardboard boxes, then resells the boxes for up to $300 apiece. But why would developers donate their games to me? Because they’ll need my seal of approval. I’ll convince developers that, if a game isn’t distributed by my company, then the game doesn’t “count”—indeed, barely even exists—and all their labor on it has been in vain.
Admittedly, for the scheme to work, my seal of approval will have to mean something. So before putting it on a game, I’ll first send the game out to a team of experts who will test it, debug it, and recommend changes. But will I pay the experts for that service? Not at all: as the final cherry atop my chutzpah sundae, I’ll tell the experts that it’s their professional duty to evaluate, test, and debug my games for free!
On reflection, perhaps no game developer would be gullible enough to fall for my scheme. I need a community that has a higher tolerance for the ridiculous—a community that, even after my operation is unmasked, will study it and hold meetings, but not “rush to judgment” by dissociating itself from me. But who on Earth could possibly be so paralyzed by indecision, so averse to change, so immune to common sense?
I’ve got it: academics!
(from Scott Aaronson, Review of “The Access Principle” by John Willinsky, MIT Press, 2005).