Questo blog non esiste

Esperimenti autoreferenziali di pensiero ortogonale

Novità

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Questo blog ha giusto un paio di lettori, e metà di questi due mi conosce e ci sentiamo al telefono o su Facebook e quindi sa sempre tutto. Ma lo dico lo stesso, anche qui: da luglio non lavoro più all’università di Bologna, da un settimana non vivo più a Modena.
Vivo a Milano (Lambrate), con Ale, e lavoro ad un nuovo progetto, una startup che si chiama Tworeads.
Tworeads sarà un motore di scoperta, un modo che crediamo nuovo e bello di scoprire e navigare fra libri connessi fra loro. Non vi dico molto altro, ma ho dei favori da chiedervi. Se vi interessa, leggeteci sul blog (in parte, lo scrivo io), piaceteci su Facebook, seguiteci su Twitter.

Potete anche scrivermi qui sotto (o, meglio, ad andrea chiocciola tworeads.com) se volete ricevere la nostra newsletter nei prossimi mesi (soprattutto se avete un account aNobii o Goodreads).

Potete, infine, partecipare ai primissimi test sui suggerimenti dei libri, se avete letto uno di questi 6:

  1. Il cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb
  2. Senza perdere la tenerezza, di Paco Taibo Ignacio II
  3. Economia canaglia, di Loretta Napoleoni
  4. Cronache mediorientali, di Robert Fisk
  5. Quando eravamo froci, di Andrea Pini
  6. (COMING SOON) Intelligenza e pregiudizio, di Stephen Jay Gould

Cliccate sul link; guardate i libri suggeriti; mandatemi una lista dei libri che si sembrano suggerimenti interessanti (non in generale, ma proprio per voi). Più scrivete e spiegate e raccontate e date feedback, più mi rendete felice. La mail è sempre andrea chiocciola tworeads.com.

E intanto grazie. 

Note su carta contro bit

Sto leggendo Allucinazioni di Oliver Sacks, in ebook, e ho il sospetto che mi sarebbe piaciuto di più su carta.  

È forse la mia personale paranoia/percezione di come andrebbe letto un Adelphi (mantenere una certa distanza dall’attualità, dalla vita quotidiana; mantenere un silenzio), e sicuramente sono io a non avere nè il tempo nè la voglia di mantenere le premesse che mi impongo. 

Ma mi pare di capire che una delle cose che si perde con il libro elettronico è una sorta di identità del libro, di metadati puramente fisici. Un libro di carta è e rimane sempre un libro: i miei occhi lo riconoscono, è un parellelepipedo di carta che rimane sempre tale. Mi dà la tranquilla stabilità delle cose. Lo percepisco con i miei sensi (lo vedo come libro, tocco la sue pagine, sento il famoso odore della carta), e so che rimarrà così. Sono dati, metadati che percepisco, consciamente o meno, e che mi ricordano il libro, esattamente come le madeleine erano “trigger” neurocognitivi per Proust. È uno dei motivi per cui avere libri in casa aiuta a leggere: li vedi e per un secondo te li ricordi, ripercorri ciò che ti hanno dato, sia in termini di informazioni o di emozioni. la loro fisicità è un appiglio per la nostra memoria. Ripercorrerli è ripetere, quindi ricordare. Uno dei motivi per cui possedere i libri che hai letto e tenerli davanti a te funziona

Per questo forse il libro elettronico ha più da perdere nelle nostre vite iperattive: se letto nel nostro vario e mulinante “fare cose”, il libro elettronico è un pezzo di testo (quindi un pezzo di emozioni e cognizioni) all’interno di un pezzo di plastica, che vedo e percepisco come pezzo di plastica. Lo perdo più velocemente come velocemente ho perso gli articoli letti velocemente nello scorrere del lettore RSS. Perdo parte di una memoria spaziale, perdo quei semplici appigli che spesso inconsciamente ci aiutano a ricostruire un ambiente, un’emozione, un’argomentazione. 

E’ dunque forse una piccola rivincita (e un nuovo vantaggio) che il libro di carta si prende in una vita spesso troppo ricca di stimoli, e uno spazio che si riprende nell’economia dell’attenzione. Il libro in sè (atomi o bit) esige questo spazio mentale, come discorso lungo e argomentato. La carta ci aiuta un po’ di più, forse, semplicemente perchè carta rimane, e ci chiede meno di uno schermo.

Information literacy: DIY Bookscanning

aubreymcfato:

Senza dimenticare che partendo da qui e arrivando a Wikisource, uno parte dalla carta e arriva all’epub, con un testo trascritto grazie alla comunità di volontari. Il workflow è completo, cari archivi e biblioteche, non avete più scuse.

Originally posted on bibliotecari non bibliofili!:

Se clicco su un titolo nel catalogo posso leggere il libro?
Come mai esiste l’ebook per così pochi libri?
Perché non digitalizzate tutti i libri presenti in biblioteca?

La serata dell’otto maggio l’ho passata presso il makerspace di RasPiBO, un gruppo di persone accomunate dalla passione per l’elettronica, l’informatica libera, l’idea di imparare a fare le cose assieme e di imparare a farle facendole (cacciavite in mano, per intenderci). Il senso letterale di maker-space è questo.

Quella sera in particolare era previsto un seminario introduttivo su strumenti fai da te (DIY) e software liberi per la digitalizzazione di materiali cartacei e la pubblicazione nel
web, a cura di @archiviografton.

Quello che è stato mostrato è quello che vedete nella foto: un oggetto tutto sommato semplice che io descriverei come un telaio in legno montato a incastro, un paio di vetri, un paio di cinghie elastiche, due macchine fotografiche…

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Elsevier journals — some facts

aubreymcfato:

Lunghissimo post da parte di Tim Gowers, che dichiara qui quanto spendono le università inglese per le riviste Elsevier. Una cosa da ripetere anche in Italia.

Originally posted on Gowers's Weblog:

A little over two years ago, the Cost of Knowledge boycott of Elsevier journals began. Initially, it seemed to be highly successful, with the number of signatories rapidly reaching 10,000 and including some very high-profile researchers, and Elsevier making a number of concessions, such as dropping support for the Research Works Act and making papers over four years old from several mathematics journals freely available online. It has also contributed to an increased awareness of the issues related to high journal prices and the locking up of articles behind paywalls.

However, it is possible to take a more pessimistic view. There were rumblings from the editorial boards of some Elsevier journals, but in the end, while a few individual members of those boards resigned, no board took the more radical step of resigning en masse and setting up with a different publisher under a new name (as some journals have…

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La condivisione di ebook

[ho scritto questo pezzo per il Kit di sopravvivenza del lettore digitale, ebook sull'ebook curato da Tropico del libro e uscito a maggio scorso sotto licenza CC-BY-NC. Lo ripropongo qui. Voi intanto supportare i ragazzi di Tropico votando qui, ci mettete un secondo]

 

Esiste un diritto alla condivisione di ebook?
La risposta è (come sempre): dipende.
Credo sia sacrosanto il diritto di poter mandare ad un amico una mail con allegato un ebook, mentre cosa diversa è condividere la propria collezione di migliaia di ebook attraverso le reti di file sharing…
Ma partiamo con ordine.

Ho usato la parola condivisione non a caso.
È importante capire infatti che, in realtà, nel mondo digitale la parola “prestito” è scorretta. Ed è scorretta, d’altra parte, anche la parola “regalo”.
Nel nostro mondo (quello in cui ci muoviamo, un mondo fatto di atomi pesanti, di oggetti che hanno un peso e sono difficili da trasportare, copie uniche che non si duplicano con un clic) definiamo “prestito” quando prendo un libro dal mio scaffale e lo passo ad un amico, per un tempo finito e definito. Per tutto il tempo che il mio amico terrà con sé il mio libro, io non potrò leggerlo, ne sarò privato. La mia copia ce l’ha lui.
Se questo intervallo di tempo diventa indefinito (cioè se io rinuncio al mio libro, e voglio lasciarlo al mio amico) questo libro diventa un regalo. (Se invece è il mio amico a tenersi il libro, senza il mio esplicito regalo, tecnicamente possiamo chiamarlo furto).
Sappiamo bene che il regalo porta con sé valenze sociologiche importanti (è un dono, una dimostrazione di affetto/amicizia/amore), valenze che il prestito non porta con sé. Fra regalo e prestito (e acquisto e prestito), c’è dunque la discriminante del tempo (cioè del possesso finale dell’oggetto) e della disponibilità (se ce l’hai tu, non ce l’ho io).
Nel mondo digitale, tutto questo è enormemente più confuso. Se ti presto il mio ebook, io avrò sempre a disposizione la mia copia. Perché nel digitale le cose si moltiplicano (i libri come i pani e i pesci).
È dunque un regalo? Non proprio. Nel regalo io mi privo di qualcosa (del mio libro, o dei soldi spesi per acquistarlo) per darlo a te. Qui, come detto, a me il libro rimane. La condivisione digitale è dunque diversa: entrambi manteniamo il possesso, entrambi abbiamo disponibilità.
Credo che questa premessa sia importante per riflettere sul “diritto alla condivisione” (e da qui in poi, mancando una parola migliore, useremo proprio “condivisione”).
Ci sono molti fattori che entrano in gioco, quando si parla di condivisione digitale.
Quanto il mio comportamento mi rende un buon amico/collega/vicino?
Sembra una domanda stupida, ma sarebbe davvero un brutto mondo se il nostro collega di scrivania non ci prestasse il suo temperino o la penna o 35 centesimi per il caffè. Sarebbe un mondo ancora più brutto se amici o addirittura parenti non lo facessero. La nostra vita quotidiana è intrisa di piccoli e grani episodi di collaborazione e condivisione.
Questo è un aspetto importante. Quanto la mia condivisione (o assenza di) mi rende un buon membro della mia comunità?
Trent’anni fa, questa domanda se la pose anche Richard Stallman, un programmatore e hacker del MIT. Era un momento di passaggio capitale, in cui le aziende che facevano software iniziarono a chiudere il codice sorgente (che prima di allora era sempre aperto e disponibile) e chiedere licenze per l’uso (che è poi il sistema che usiamo oggi).
Messo di fronte al dilemma se smettere di condividere il proprio codice (leggi: la propria conoscenza) per venderlo, Stallman scese la via più difficile e ambiziosa, e fondò il movimento per il software libero. Una scelta che ha alla fine cambiato il mondo come lo conosciamo (vi dicono niente nomi come Linux, Android, Wikipedia?)
Non affronteremo tutta la storia, ma qui, allora come adesso, c’è in gioco il concetto stesso di essere un buon membro della propria comunità (e del costruire ecosistemi di collaborazione e condivisione, se vogliamo).
Ma non divaghiamo.
Stavamo riflettendo sulla condivisione digitale di ebook.
Un’altra buona domanda potrebbe essere: quanto la mia condivisione è sostenibile” per il mercato? Ogni lettore è un consumatore, e ogni azione è politica. Non ci sono risposte facili. Comprare, condividere, prestare (nella carta e nel digitale) sono azioni viste diversamente dai diversi attori. Ci sono i diritti e il punto di vista degli autori, delle case editrici, ma anche delle biblioteche e dei lettori. C’è la comunità allargata, come dicevo prima. Se la pirateria va ad intaccare il legittimo guadagno (e sostenibilità) di un intero settore, dobbiamo pensarci bene prima di minare alle basi un’industria (quella editoriale) che è poi quella che ci dà da leggere.
Gli ebook rendono anche il mondo della lettura più liquido e incerto.
Se per esempio ho il diritto di mandare ad amici degli ebook in allegato, posso anche fare una piccola cartella condivisa sul web (tipo Dropbox) e condividere dei libri per me importanti?
Cosa dire di quei siti (non vi preoccupate, non vi dò il link) che rendono scaricabili libri per la maggior parte fuori catalogo ma ancora sotto copyright? Aiutano o meno la letteratura? Banalizzano o incentivano la lettura e l’acquisto? Spingono la bibliodiversità o ammazzano le case editrici? È giusto togliere il DRM (social o Adobe) dai libri?
La risposta non è certamente facile da dare, e le stesse case editrici (soprattutto in Italia) hanno enormemente ritardato l’innovazione digitale per la paura di finire come l’industria discografica (cioè, male). Giusto per amor di complicazione, potremmo ancora ricordare differenze sostanziali fra musica e libri. Noi leggiamo libri in maniera differente di come fruiamo musica. E i tempi sono solitamente diversi (mi verrebbe da dire che, mediamente, leggere è più impegnativo di ascoltare, almeno in termini di tempo). Forse (ma dipende) avere a disposizione gigabyte di musica scaricata da internet non è come avere a disposizione gigabyte di ebook. Potrei avere di fronte intere biblioteche digitali di libri senza avere il tempo (e la voglia) di leggerne che una dozzina all’anno.
Personalmente, credo che questo non giustifichi chi in mala fede lucra sul diritto d’autore altrui, ma forse dovremmo ridimensionare un pochino la paura delle case editrici…
Ma non divaghiamo.
Se vi aspettavate delle risposte, immagino non le abbiate trovate.
Regole fisse non ce ne sono. La mia regola personale (soggettiva e opinabile) è trovare un equilibrio. Se la mia condivisione mi rende un buon amico, favorisce una collaborazione, è orientata a pochi amici selezionati e posso ragionevolmente pensare che non danneggi l’editore, allora condivido. Tolgo anche il DRM, se necessario (per il social DRM, tenetelo, se orientato a una stretta cerchia di amici. È anche un modo per dire che il libro l’avete comprato voi, una sorta di ex libris digitale).
Però non metterei su un server gigabyte di ebook sotto diritti (lo faccio invece con libri di pubblico dominio, su Wikisource). Condivido con gli amici, prima di tutto.
Credo che il concetto di comunità, di collaborazione, sia un’ottima guida per quel che riguarda la collaborazione. Devo pensare alle conseguenze del mio gesto, positive e negative. Poi (poi) clicco Invio.

Nota a margine.
Sono molto più estremista riguardo alla letteratura scientifica, agli articoli accademici o monografie a cui può accedere solo chi fa parte di una buona università. È un discorso lunghissimo, che non farò, ma la mia posizione qui è sempre di condividere con amici e con chi vi chiede, se voi potete accedere e lui no. Qui è un discorso di democrazia, davvero.
Ma non divaghiamo.

Sitografia
Abbiamo parlato di condivisione di libri elettronici coperti da diritti d’autore. Ma ci sono libri che si possono prendere e scaricare e passare a chiunque, legalmente, perché il loro copyright è scaduto. Sono decine di migliaia, e da tempo (dal preistorico 1971) esistono siti e biblioteche digitali che permettono di leggere e rileggere questi classici fuori copyright. Ecco alcune biblioteche libere:

Un elenco più aggiornato ed esauriente è qui. Allo stesso link è possibile trovare informazioni e approfondimenti su vari punti che abbiamo solo sfiorato (come l’annosa questione dei DRM). Sulla storia di Richard Stallman, potete leggere il Codice libero di Sam Williams (disponibile anche in EPUB). Sul concetto di condivisione e pirateria, e sull’importanza di entrambe, consiglio anche Elogio della pirateria di Carlo Gubitosa.

Aaron Swartz, 1 anno fa

E’ una versione beta, lo vedrete cambiare e aggiornare nelle prossime settimane, è pieno di errori, ma finalmente là fuori c’è il nostro piccolo tributo: Aaron Swartz, una vita per la cultura libera e la giustizia sociale. Avremo modo di parlarne.

I libri del 2013

libri 2013

Quest’anno ho letto 35 libri, per un totale di 8678 pagine. Non tantissimi libri, dunque (l’anno scorso erano 43, con tutto il ciclo di A song of Ice and Fire.), ma belli ed importanti. E’ stato un anno di grandi cambiamenti per me, e soprattutto un anno felice. Come al solito, i libri che mi hanno accompagnato sono stati fondamentali, cause primarie e conseguenze delle mie azioni, e hanno fornito senso e direzione e contraltare a ciò che ho fatto e pensato e deciso di fare e pensare quest’anno. Li elenco in ordine di potenziale rivoluzionario personale.

Raw thought, Aaron Swartz

Chi legge questo blog sa che quest’anno ho parlato molto di Aaron Swartz. Nei giorni dopo la sua morte,  ho iniziato a divorare articoli, post e ogni genere di scritto che trovassi su di lui. Con calma, poi, verso giugno, ho iniziato le 1033 pagine del suo blog. Ho già detto qualcosa qui, a riguardo, e ne ho parlato abbastanza da vergognarmi di farlo ancora. Dico solo, e brevemente, che per me Aaron è (è, non era) un modello, un qualcosa che voglio essere anche io, in parte, a mio modo. Non so dirlo con altre parole, ma non ne servono. Hofstadter dice che la coscienza di chi muore rimane nella mente degli altri, e gli altri rimangono in noi anche per quello che lasciano, che hanno scritto, detto e fatto. Ci rimangono quindi questi 444 post di un ragazzo straordinario, che ha moltissimo da insegnare (per metodo, sguardo, pensiero, motivazioni), con pregi e difetti, ovviamente, con tutto ciò che di testardo e ingenuo e semplicemente immaturo poteva avere un’intelligenza sensibile e prodigiosa che ha deciso di finirla a soli 26 anni. Potete scaricare tutto il blog in ebook qui.

Se niente importa, di Jonathan Safran Foer

Ne ho già parlato qui, che è una delle cose più dure e difficili che abbia mai scritto, e non credo ci sia da aggiungere altro. Questo libro mi ha convinto (among other things) a smettere di mangiare carne, e mi ha mostrato un paio di cose che non ho mai voluto guardare sul modo che abbiamo di stare al mondo. Secondo me, da leggere assolutamente.

The 4-hour chef, Tim Ferriss

Mattonazzo di self improvement, a suo modo, per convincere i nerd totali come me che è possibile imparare a cucinare. Ci è riuscito (among other things). Consigliato, ma saltate tranquillamente i capitoli che non vi interessano, ripete le cose 10 volte, e incorpora tutti i suoi libri precedenti, ogni volta.

Mistica senza Dio, Fritz Mauthner

Librettino eretico, oscuro e quasi introvabile (voi scrivete una mail alla casa editrice, e loro ve lo spediscono), ma di una lucidità rara. Si legge in un paio di giorni felici, e distrugge ridendo (ancora meglio: sorridendo) Dio e il linguaggio. Non vi dico altro, ordinatelo qui.

Anelli nell’io, Douglas Hofstadter

Io ho questa cosa con Hofstadter, che lo inizio e lo lascio lì mesi e quando lo riprendo mi rendo conto che decine di idee e concetti e pensieri non erano miei ma suoi (qualche volta viceversa). Sorprendentemente, mi ha fornito uno dei concetti più importanti per la mia conversione alimentare (sempre qui, Definizione di coscienza). Come al solito Hofstadter è verboso oltre il sopportabile, ma le sue idee sono belle e importanti, e le pagine dedicate alla moglie valgono da sole il libro. Pur con tanti difetti, è un libro estremamente onesto, e a Doug non si può non volere bene.

Adelphiana 1971
L’impronta dell’editore, Roberto Calasso
Cento lettere ad uno sconosciuto, Roberto Calasso

A loro modo, 3 (banalmente) splendidi libri sul “capolavoro” Adelphi, su un’idea di letteratura e di lettura che ha dell’insondabile ma che ci piace comunque così. L’impronta dell’editore ripesca ampiamente da articoli e scritti passati, ma vale la pena leggerli tutti in fila, e gli inediti sono bellissimi. Cento lettere ad uno sconosciuto è un particolarissimo, etereo sentiero per toccare l’oscuro cuore adelphiano, e me lo sono goduto enormemente. Come Adelphiana 1971, (ancora più oscuro, se possibile). Non ho ancora messo le mani su Adelphiana 1963-2013, ma siamo sicuramente da quelle parti: un tentativo di ritratto del plurale volto della medusa Adelphi.

Crowdsourcing, Jeff Howe
Open access, Peter Suber

Il primo è piuttosto datato (è il libro che ha coniato il termine “crowdsourcing”), ma è tuttora un lettura fantastica e illuminante. Open access di Suber è, finalmente, il primo libro totalmente dedicato all’accesso aperto alla letteratura scientifica. Suber è uno dei massimi esperti al mondo, e lo stile è chiaro, lineare, e non dimentica nulla. Da leggere, si scarica gratis qui.

L’anello di re Salomone, Konrad Lorenz
Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel

Piccoli libri per imparare a vivere, non a caso sono entrambi dei classiconi. Proprio belli, tutti e due.

Dei motivi orientali, Vasilij Rozanov
Fato antico, fato moderno, Giorgio De Santillana
La nascita della filosofia, Giorgio Colli

Tre sguardi completamente diversi, rispettivamente, su Egitto (primo) e Grecia antica (secondo e terzo). Rozanov è uno strano cristiano innamorato della religione della vita egiziana (e con vita intendo: sesso), mentre De Santillana ripercorre qui brevemente alcuni temi già trattati estensivamente ne Il mulino di Amleto (che ho comprato dopo aver letto questo). La sua lettura di Parmenide mi sembra enormemente sensata (hint: l’essere è lo spazio euclideo). De La nascita della filosofia non ho capito un cazzo.

A livello di fiction, mi sono goduto moltissimo La vera storia del pirata Long John Silver (un vero capolavoro), La figlia della donna a ore di Stephens (che scrive come un semidio) e La letteratura nazista in America di Bolaño (va bhè, è Bolaño). McCarthy è ovviamente una certezza (Non è un paese per vecchi), anche se Meridiano di sangue è lungo e arido e pesante e freddo. Una sorta di Valhalla rising fatto libro.   

Della Biblioteca di Babele, Lugones è stata una grande scoperta. Sembrerebbe un altro emulo di Borges (il cui numero è legione), se non ne fosse un precursore. Anche Meyrink merita (come tutta la collana, del resto), ma vola molto più basso. Jacob Von Gunten, come molti altre opere profondamente calasso-adelphiane, mi sfugge. Capisco che c’è qualcosa, ma non riesco a capire cos’è (mi accade(va) la stessa cosa con Kafka). Vedremo, tempo al tempo.

Lista completa. Tutti i metadati, eventuali recensioni e giudizio, qui.

  • Raw Thought, Aaron Swartz
  • Il bene comune, Noam Chomsky
  • Anelli nell’io: Che cosa c’è al cuore della coscienza?, Douglas R. Hofstadter
  • La nascita della filosofia, Giorgio Colli
  • Nel paese dei ciechi, H.G. Wells
  • Il Cardinale Napellus, Gustav Meyrink
  • La statua di sale: e altri racconti, Leopoldo Lugones
  • Crowdsourcing: Why the Power of the Crowd Is Driving the Future of Business, Jeff Howe
  • La letteratura nazista in America, Roberto Bolaño
  • La rivoluzione dell’informazione, Luciano Floridi
  • Meridiano di sangue: o Rosso di sera nel West, Cormac McCarthy
  • Open Access, Peter Suber
  • Stile Calvino: Cinque studi, Alberto Asor Rosa
  • Mistica senza Dio, Fritz Mauthner
  • La figlia della donna a ore, James Stephens
  • Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel
  • Il gatto in noi, William Burroughs
  • Entropia: e altri racconti, Thomas Pynchon
  • Adelphiana 1971, Autori vari.
  • Se niente importa: Perché mangiamo gli animali?, Jonathan Safran Foer
  • Jakob von Gunten: Un diario, Robert Walser
  • Cento lettere a uno sconosciuto, Roberto Calasso
  • La vera storia del pirata Long John Silver, Björn Larsson
  • Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy
  • The 4-Hour Chef: The Simple Path to Cooking Like a Pro, Learning Anything, and Living the Good Life Di Timothy Ferriss
  • Storia naturale del nerd: I ragazzi con gli occhiali che stanno cambiando il mondo, Benjamin Nugent
  • L’impronta dell’editore, Roberto Calasso
  • Da motivi orientali, Vasilij Rozanov
  • Lettere e scartafacci (1912-1957), Roberto Longhi, Bernard Berenson
  • Fato antico e fato moderno, Giorgio de Santillana
  • Lettere alla cugina, Wolfang Amedeus Mozart
  • L’anello di re Salomone, Konrad Lorenz
  • Cristalli sognanti, Theodore Sturgeon
  • Cari italiani vi invidio, Camillo Langone
  • La Chiesa e il Regno, Giorgio Agamben

Glosse ad una storia non scritta dell’Adelphi

Ci sono dei buchi, anche nello splendido ed inesauribile Catalogo Cronologico 1963-2013 dell’Adelphi.

Possiedo infatti un non catalogato “I Classici Adelphi 1963-64“, ovviamente senza ISBN (nasce nel 1967), che è un’Adelphiana ante litteram (il primo sarà del 1971), con scritti di Virginia Woolf, Contini, Hoffmansthal, Valéry, Dossi.

Scopro anche che non c’è riferimento a quella strana collana in copertina rigida, sovracoperta avorio e turchese (quasi gli stessi colori de La pentola dell’oro di Stephens), che comprende alcuni titoli come Macunaima, Storie di Kuno Kohn, anche Il Monte Analogo.

Nel ’64 Calasso e i suoi erano già ossessionati dalla tecnologia, e pubblicarono Butler con il suo Erewhon e Ritorno. Cinquant’anni dopo, lo vediamo criticare Kevin Kelly nell’Impronta dell’editore. Le idee sono le stesse (evoluzione ed evoluzionismo della tecnologia), lo scetticismo e il dubbio verso la “tecnica” pure.

Mistero risolto, invece, per un dubbio che mi attanagliava da un po’.  Scopro che nel 1965 Adelphi rivelò le edizioni Frassinelli, fra cui le splendide traduzioni di Pavese: il Moby Dick, su tutti, ma prima ancora fu nel 1970 il Dedalus di Joyce. In maniera decisamente bizzarra, la collana dei Numeri Rossi mantiene intatta la copertina (probabilmente, disegnata da Enzo Mari), ma vediamo alternati i loghi di Frassinelli e Adelphi. Rimane da scoprire quale fu il centinaio di titoli Frassinelli che Adelphi incorporò dentro di sè.

Perchè votare domenica (e votare Civati)

Domenica io andrò a votare alle primarie, e voterò per Civati.
Vorrei spiegare perchè, secondo me, è una buona scelta.

Il punto fondamentale è che queste sono le primarie del Partito Democratico, cioè elezioni aperte a tutti per scegliere il capo del principale partito di centro sinistra italiano.
Non sono le politiche, e non si sta scegliendo automaticamente il candidato premier. Il dopo è da vedersi, e io mi preoccuperei dell’adesso.

Il secondo punto, che è un’altra premessa ma si collega, è che avere un buon partito politico di sinistra giova tutti. L’importanza è sul “buono” e su “politico”: buono significa chiaro, coerente, che faccia quello che dica, che dica quello che faccia e non si perda in troppi compromessi e spostamenti al centro e ambiguità. Politico, in questo caso, significa che il suo obiettivo è la comunità, o meglio il benessere della comunità.
La stessa cosa vale per un (ideale) buon partito politico di destra (good luck with that).

Io credo che Civati soddisfi questi requisiti, cioè sia un’ottima candidatura come segretario del PD.
Per quel che vale (cioè, per me), seguo Civati da tempo (ha il blog da anni), l’ho sentito a Modena, a Bologna, nel confronto tv e mi sono fondamente convinto che è nu bravo guaglione che pensa ciò che dice, che dice ciò che pensa e che dice cose che mi piacciono. Per cui me lo faccio bastare, e credo che soddisfi quel “buono” e quel “politico”. Questo, ovviamente, non significa che per voi li soddisfi.

Ci sono quindi alcuni scenari che vorrei proporre. Ditemi se ne manca qualcuno.

Civati mi piace ma tanto perde:
Se perde, meglio una minoranza rumorosa che non. Meglio che esca a testa alta da una sconfitta, per poter offrire aiuto al vincitore, per poter uscire dal PD e fare un altro partito, per ogni altra ragione. Se perde e male è il caso peggiore. Non c’è motivo razionale per non votarlo se ti sembra il migliore.

Civati mi piace ma il PD no:
Se il PD ti fa schifo (l’hai votato ma ti ha deluso, non l’hai votato e ti ha deluso, vorresti votarlo ma ti delude, non lo voterai mai perchè ti delude a prescindere) Civati è quello più chiaro sul rinnovamento all’interno del partito. Cuperlo è il contrario di quello che vuoi, Renzi una volta era chiaro ma sta incamerando da destra e sinistra tutto ciò contro cui lottava l’anno scorso. Civati è l’outsider, fa l’outsider, e se vince il carro è ancora vuoto, e lo rimarrà (si spera) proprio perchè non c’è tempo per la parata e quelli ci che saltano su (il carro). E’ questo il motivo per cui anche chi ha votato M5S, secondo me, dovrebbe votarlo. Perchè, ricordiamolo, si parla di primarie del PD, non di politiche. E leggete sotto.

Civati mi piaciucchia ma io sono di destra/liberale/radicale:
Il ragionamento è come sopra, ma ricordandoci la seconda premessa.
E’ bene per tutti avere un buon partito di sinistra (come sarebbe averlo di destra).
Civati è un buon candidato di sinistra, chiaro nell’essere di sinistra: di questi tempi, avere qualcuno parli chiaro è di per sè una vittoria. Un esempio (anche qui, per quel che vale): io non ho votato Fare, le scorse elezioni, perchè non condividevo tutti i loro valori. Ma sarei stato contento se avessero preso i voti della destra, perchè Fare era una destra migliore di quella che ci troviamo.
Quindi, credo, è importante per tutti votare per una sinistra migliore, sia che tu sia di sinistra sia che non. Non riesco a pensare come una cosa del genere non possa giovare il moribondo sistema politco italiano (e quindi, di conseguenza, tutto il paese).

Civati non è perfetto, ovviamente, come nessun altro. 
Ma sono giunto al punto di chiedermi cosa dovrebbe dire, ancora, per piacermi, perchè io mi possa fidare, perchè mi “sporchi le mani” cercando di convincere altri a votarlo. Ho quindi deciso che la mia disillusione e il mio innato ed elegante radicalchicchismo possono fottersi, a questo giro. Non è perfetto e ci deluderà, ovviamente, come ci deludono tutti (come tutti deludono tutti).
La sua retorica (mi) è accettabile (che poi quello della retorica è un discorso lungo che non so affrontare; vorrei solo dire che alcuni fra i politici americani che tanto ammiriamo fanno un uso della retorica che per noi sarebbe completamente inaccettabile. Questo tweet di De Blasio da noi sarebbe improponibile perchè ridicolo, per esempio). La sua campagna di comunicazione è ironica il giusto. Non perfetta, ovviamente (con perfetta intendo che deve piacere perfettamente a me).

C’è da ricordare un’altra cosa: se vince, non è detto che sia candidato premier.
Segretario non vuol dire automaticamente candidato premier (e lui lo ha confermato), e sono in molti (al momento, anche io, ma sono combattuto, dipende dai numeri) a volerlo a capo del PD con candidato premier Renzi (che è più vendibile ad un elettorato più moderato).

In ogni caso voi il vostro l’avete fatto, non l’avete mica sposato e potrete dare il prossimo voto, per le politiche, a chi vi pare.

E infine arrivo ad uno dei motivi fondamentali per cui secondo me Civati è un’ottimo candidato per il PD. Cioè che Civati argomenta e spiega.Chi legge il suo blog sa che lui, con tutte le sue lacune, è stato coerente a spiegare cosa ha sempre votato e perchè. Ha dei valori e li declina, e cerca di mantenere un discorso razionale (ovvero un discorso ragionevole, dialettico, che incorpora logica ed emozioni, che ha un obiettivo e cerca di perseguirlo). Magari queste sono impressioni mie, ma in questo secondo me Civati è diverso.

Noi abbiamo un folle bisogno di riportare il discorso politico fuori dalla pancia (in generale, tutti i discorsi).
E’ stato l’enorme peccato di Berlusconi buttare tutto in caciara, e degradare il clima politico di questi 20 anni.
La mia speranza è che con Civati saranno gli altri, per una volta, a doversi adeguare ad un certo tipo di discorso, e ad un certo tipo di temi.

Io spero di non sbagliarmi, e che non sia un caso topico del “meglio nemico del bene”. Spero che lui e Renzi se la giochino al meglio (che Cuperlo non sia pervenuto). E che collaborino, nuovamente, dopo.

Blog belli e blog meno

Vedi a volte il caso: il mio blog compie 6 anni, giusto quando mi metto a parlare di un altro blog (ce ne sarà ancora, non temete). Per chi fosse interessato, qui si trova Raw Thought (il blog bello) in EPUB e altri formati, per leggerlo comodamente su un ereader. E qui un semplicissimo motore di ricerca customizzato per cercarci dentro (l’ho fatto io in due minuti con Google, se sapete come migliorarlo dite pure).

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