Ad oggi, 36 libri letti, 5 in lettura, per 8419 pagine (2 graphic novel, per i pedanti).
Titoli e metadati abbondanti, qui.
Mi piacerebbe trovare le parole per farlo (spolier: non le troverò), chè è un discorso impegnativo e un concetto/idea che mi trascino embrionale da un po’ (là in fondo, dietro l’orecchio destro), ma io credo, in sostanza (credo: atto di fede, non ci ho riflettutto abbastanza, non ne sono certo, mi fido del mio intuito, ma posso sbagliare) che se gratuitamente uno riceve plausi, gradimento, stima dalla gente perchè ha un blog o scrive bene o è un giornalista affermato o qualsiasi forma di successo che comporta, equipollente, visibilità (e quindi mi vedono e quindi mi ascoltano, e quindi potere, influenza), allora, ecco, uno deve accettare stoicamente l’equa ripartizione di critiche, appunto, gratuite, acnche, spesso, che gli provengono dalla stessa schiera di lettori, udenti, pubblico.
E questo è un discorso che facevo a me stesso cinque minuti fa, leggendo questo pezzo di Jumpinshark (che alla fine della lettura e conseguente/parallela rifelssione, definisco “bello”), per spiegare (sempre a me stesso), che ha senso criticare Il Post per aver scritto gli articoli in difesa di Oscar Giannino (che ritengo giusti (non del tutto, ma non sottilizziamo)) e contemporaneamente non aver scritto relativi articoli sul massacro di Firenze (che è la tesi del pezzo sopralinkato).
E questo perchè se in un atto di sdegno si schiera contro l’imbecillità e il fascismo di lanciatori di pomodori, è giusto ed equo che se non scrive con lo stesso sdegno di qualcosa di ben più grave (e imbecille, e fascista) qualcuno glielo faccia notare, soprattutto se se il blog giornalistico più letto d’Italia. Perchè le cose buone che non facciamo valgono come (e spesso più) delle cose buone che facciamo, e l’assenziale è visibile agli occhi, ogni tanto.
E comunque:
Samb Modou, ucciso a 40 anni.
Diop Mor, ucciso a 54 anni.
Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike, feriti, e speriamo che si riprendano.
Io mi sono pure dimenticato di dirlo, ma questo weekend c’è stata l’assemblea di WMI, a Roma, per due giorni intensi, e io sono stato rieletto (responsabile dei progetti, si dice), ho compiuto gli anni (un bel numero, 27), ho rivisto un sacco di bella gente con cui parlo decine di volte al giorno e che non vedo mai, mi è arrivato il Kindle, e sono a metà di Quel che vuole la tecnologia di Kevin Kelly (Codice edizioni, 2011)(che dovete leggere assolutamente).
Poi se mi viene voglia vi racconto un po’ di più, ma non adesso, chè adesso vado a letto.
E’ un po’ di settimane che nella mia piccola fetta di Internet si discute moltissimo di scienza: a cosa serve (Balbi), ricerca scientifica e blog (Spezia, e Delmastro nei commenti), come scoprire le frodi (scientifiche)(Pievatolo), a cosa serve, di nuovo (Balbi, di nuovo).
Dato che qui si è ossessionati (lo so lo so), io credo che l’Open Access possa aiutare nella soluzione di molti problemi.
Soprattutto considerando l’OA come un aspetto di un movimento più ampio, l’open science, che mira a rendere più aperti, collaborativi e trasparenti vari aspetti della costruzione della scienza: i dati (della ricerca), la pubblicazione (della ricerca), la costruzione di teorie. Se la scienza è costruzione collettiva di verità verificabili (definizione mia, passatemela), più questa costruzione è democratica, trasparente ed aperta, più costruiremo velocemente ed in alto (and THIS is why Wikipedia works).
Ma queste sono sensazioni miei, andrebbe tutto studiato un po’ di più, dovrei leggere seriamente della letteratura a riguardo, insomma fare ricerca. Dato che sono troppo pigro per farlo, vi propongo un paio di fonti, e poi magari ne discutiamo.
Uno è il solito Open Access. Contro gli oligopoli nel sapere, tradotto da Francesca Di Donato (è almeno la terza volta che ve lo ripropongo, non l’avete ancora letto?. Ricordo che la sua discussione del come l’OA possa aiutare i paesi in via di sviluppo mi colpì particolarmente, nel bene e nel male.
L’altro è un giovane ricercatore, Michael Nielsen, che sto scoprendo in questi giorni, e che è una miniera di informazioni, e questo video (TEDx a Waterloo) lo dimostra.
Nielsen e Gowers (matematico, medaglia Fields) si sono palleggiati una discussione, qualche settimana fa, su come cambiare l’attuale modello di pubblicazione scientifica nella matematica (peraltro, è la seconda volta, 2 anni fa una loro interazione aveva portato alla creazione del progetto Polymath (tutto nasce da questo post di Gowers: Is massively collaborative mathematics possible?)(c’è anche il paper)).
Nielsen ha scritto un libro, “Reinventing Discovery“, e vi prometto che è il primo ebook che compro quando fra un paio di giorni mi compro il Kindle.
Leggo questo e penso al progetto di un mio caro amico, l’aveva chiamato The Human Library, e altro non era che mettere in rete le biblioteche personali di chi voleva partecipare, un luogo virtuale di scambio e conversazione di e sui libri, qualcosa che organizzavamo online ma che aveva effetto nel mondo reale (almeno per una volta, the other way around). Non so bene come si possa praticare questa cosa, ma facciamo che inizio io, così:
Buona lettura!
PS: aubreymcfato chicciola gmail punto com.

Oltre alla collaborazione con la Biblioteca La Vigna (che sta proseguendo allegramente (stiamo rileggendo i maiali adesso), la comunità di Wikisource in italiano e Wikimedia Italia, assieme ad AlmaDL, hanno iniziato un progetto chiamato Scientia, che si propone di caricare, trascrivere e revisionare alcune dozzine di uscite della rivista scientifica internazionale Scientia (1910-1988, in precedenza Rivista di scienza, 1907-1909).
La rivista fu pubblicata in 4 lingue e include articoli (originali) di scienziati di tutto il mondo, come Giuseppe Peano, Enrico Fermi, Bertrand Russell, Ernest Rutherford, Hendrik Lorentz,Sigmund Freud, Henri Poincaré, Ernst Mach, Albert Einstein, Werner Heisenberg, Rudolf Carnap, Otto Neurath e molti altri.
L’intera rivista è stata digitalizzata e pubblicata su AMS Historica, collezione digitale di antichi testi di AlmaDL, la biblioteca digitale dell’Università di Bologna. Hanno acconsentito a rilasciare a Commons i file originali DjVu, per essere utilizzati dalla comunità di Wikimedia, e può essere visionata qui:
Ognuno può essere d’aiuto in qualche modo, dal leggere una pagina di un articolo all’aggiornare i relativi articoli di Wikipedia.
Un numero pilota è completo e pronto per essere riletto. È in corso, al momento, la trascrizione di altri numeri, e altri ancora ne arriveranno: Vol.VII, Vol.VIII, Vol.IX, Vol.X.
Bonus:
Penso sempre che uno dei nostri limiti più grandi, in quanto umani, sia si poter pensare contemporaneamente, massimo 2, 3 concetti alla volta, di avere una RAM limitata e inespandibile. Penso che se non fosse così potremmo essere uomini e donne migliori, più empatici, più completi, terremmo a mente più concetti contemporaneamente, potremmo abbracciare la complessità e forse toccarci le dita dall’altra parte.
Parallelamente (sincronicamente), mi fa sempre sorridere, quando lo studio di un concetto complesso me lo fa intuire in tutta la sua grandezza, e mi ritrovo a spiegarlo, una parola alla volta, un’inferenza alla volta, a qualcuno che non ne sa nulla.
Abbiamo inventato i libri per questo, e le lezioni, e i capitoli, disquisizioni discrete e lineari di un pensiero che in realtà non è un filo, ma uno gnommero, e tutte le parti si toccano.
Che sia la teoria di Galois, o il pensiero di Girard, o anche solo una cosa leggera leggera sempli semplice come l’open access, due, tre assiomi mi creano uno spazio in cui ogni pezzo fa parte di un oggetto che ha un volume, e io devo riempirlo con ago e filo. Come avere una sfera di marmo e provare a spiegarne le venature interne, il disegno delle rocce, la conformazione minerale, con delle sole sezioni e fotografie e mappe bidimensionali, senza poter (far) vedere che è molto più semplice tutto insieme, tutto attaccato e compatto, qui la pressione qui la sedimentazione, un evento solo, mille ripercussioni.
Siamo condannati ad una percezione razionale unidimensionale, una linearità di ragionamento, le parole entrano ne nostro orecchio, necessariamente, un goccia alla volta. Siamo tutti dei Mercatore, per cui un geoide deformato diventa una razionalissima scacchiera con l’Europa al centro (senza sapere cosa vuol dire, spesso, spatasciare il tridimensionale).
La pittura, la fotografia, la scultura sono linguaggi che usano dimensioni aggiuntive (vista, udito, pure il tatto), ma sono enormemente più superficiali, tendono a parlare più ai nostri sentimenti che alla nostra testa (provate a dire “la penna è rossa” con un flauto). Sacks ci dice che i sordi, con un linguaggio a 3+1 dimensioni (3 spaziali, una temporale) hanno uno spazio di espressione maggiore, e sicuramente sanno muoversi nello spazio meglio di noi, lo ricordano meglio, lo percepiscono meglio. Un linguaggio più potente, dunque: oggi scopro che un combinato disposto è uno spazio vettoriale (o un sistema formale, volendo) , dipende dai vettori (commi) di partenza, e si hanno spazi diversi, più o meno potenti, più o meno abitabili.
E ogni tanto mi chiedo cosa sarebbe avere una dimensione temporale in più (cosa vuol dire?), invece che le varie dimensioni spaziali da cui siamo circondati (infinite nella matematiche, circa 12 per la fisica teorica, 3 e solo solo 3 nella vita di tutti i giorni).
Sarebbe come avere un flusso alternativo di coscienza (e quindi saremmo schizofrenici, saremmo legione?).
Mi piace pensare che sarebbe, sarà, un’evoluzione necessaria della mente umana, fra migliaia di anni (se sopravviviamo), e credo che Dio, se esiste, debba avere un cervello abbastanza schizofrenico, milioni di coscienze, forse le nostre, la visione dell’Universo come un’ape, ogni occhio e cervello, noi, l’onniscenza è parallelismo di ragioni.
Tutto comprendere è tutto perdonare, diceva la de Staël: onniscenza dunque misericordia (era così semplice, così facile).