Oggetti sul tavolo e geekaggini

Sono anni che osservo da lontano, e solo ogni tanto mi avvicino timoroso, come un bambino allo zoo, vicino alla vasca dei serpenti, un campo della scienza strano e affascinante come lo studio della complessità.
Una cosa (banale, eh) che ho imparato in questi anni è che approcciare una qualsiasi cosa, come complessa, cioè complicata, sfaccettata, multidimensionale, è il punto di partenza corretto. Le definizioni di un concetto devo sommarsi le une alle altre, formare le facce di un prisma invisibile. Addizione, non esclusione: sintesi, insomma, sempre (vedi che anche Hegel ogni tanto…).

Un metodo stupido per comprendere meglio la cosa è questo.
Prendi una cosa, una cosa qualsiasi, e la metti su un tavolo.
Poi la guardi e inizi a pensare a tutte le tag che potresti dargli, nel modo più libero possibile, in brainstorming.
Le tag trovate sono dimensioni. Prendi ogni dimensione, ti ci metti sopra come un binario e vai avanti e indietro. L’oggetto cambia forma, colore, ruvidità, profumo. In questo modo, inizi ad abitare l’intorno dell’oggetto, il suo spazio delle configurazioni. Hofstadter dice che tutto è variazione su un tema, un shift su un determinato binario-tag.

Ora, questa è un po’ una cazzatina, ma è un punto di partenza. In maniera quasi meccanica, complichiamo notevolmente qualcosa di semplice come un oggetto. Lo teniamo lì, senza vincoli, e lo variamo, binario per binario. Uno potrebbe vedere in ogni binario-dimensione, e in ogni gruppo di binari, una prospettiva, un punto di vista. Lo stesso oggetto può essere vista dal punto di vista del design, della funzionalità, dell’interazione uomo-oggetto, dell’ingegneria, della storia, della storia della tecnologia, e così via, all’infinito. Ogni cosa si porta dietro infinite storie, più o meno esplicite, più o meno latenti.

Il genio è quello che sceglie i binario giusti, significativi.
Li può aggregare e formare il suo punto di vista originale. Oppure può variare nei binari giusti e modificare un’oggetto (o un concetto, o un idea).

Nota for geeks:
si può anche vedere in forma geometrica: uno si sceglie le direzioni-dimensioni (non è detto che debbano essere ortogonali fra loro), e ogni sottospazio è un insieme a piacere di queste dimensioni. Ogni sottospazio è un sistema, ed ogni sistema è un punto di vista, una prospettiva. Cioè è un luogo, e quindi un linguaggio (e viceversa).
Chi non capisce, subito a leggersi Flatlandia (e il saggio finale di Manganelli).

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