Il web come arma di reazione di massa

Una domanda a cui probabilmente non risponderemo mai è: la tecnologia è neutra?

A volte ci piace pensare che lo sia: che gli strumenti siano solo strumenti, che siano invece la mano e gli occhi dietro a guidarli.
Il punto è che le tecnologie servono ad uno scopo: il loro design è orientato a un obiettivo, e se è fatto bene la loro stessa forma, dimensione, ergonomia ci suggeriranno inconsciamente dove mettere la mano, come muovere e dove guardare.
Una maniglia invita ad essere stretta, un coltello a tagliare e infilzare, un sito fatto bene a essere osservato e cliccato nei punti giusti.

Lo “strumento” web è stato fatto da una persona particolare in un contesto particolare, per risolvere un particolare problema: la comunicazione scientifica, lo scambio fra colleghi scienziati. Il web incorpora il meglio di una cultura aperta, di quei valori che il sociologo Robert Merton chiamava “il comunitarismo della scienza”, cioè il suo voler essere aperta, condivisa, collaborativa. Non è un caso se nel web, di default, è “tutto aperto”, se le persone possono aggiungere link e creare pagine, solo seguendo un semplice linguaggio.

E non è un caso se il web (nel suo insieme di protocolli, formati e standard) dia il meglio di sè in alcuni progetti di “collaborazione” massiva e radicale: Wikipedia, fra tutti. Ma il web non è solo questo, e ce ne ci rendiamo conto ogni giorno di più.
Il web è un moltiplicatore, e moltiplica tutto ciò che ci mettiamo dentro.

In questo senso, il web è diventato qualcosa per cui non era stato inizialmente pensato. Certamente Tim Berners-Lee non aveva pensato a giganti come Facebook, che sono di fatto l’unico “internet” che milioni di persone frequentano, e che gestisce e controlla quello che diciamo, con chi parliamo, cosa vediamo e come ci informiamo. Gestisce, soprattutto, cosa sentiamo, quali emozioni proviamo. Le persone (tutte quante) tendono a reagire institivamente, a non pensare, a cliccare like o a scrivere un commento al vetriolo.

Facebook decide coi propri algoritmi quali emozioni suscitarci, e soprattutto vuole averne la prova, per imparare meglio. I nuovi pulsanti, manco a dirlo, gli insegnano qual’è l’emozione che un certo post o video o immagine ci suscita. Facebook ha accellerato questo processo, riducendo ai decimi di secondo la distanza fra la nostra retina che vede un’immagine e un titolo e il nostro mouse che clicca Like.

Se il web doveva essere un’arma di istruzione di massa (un sogno nerd di biblioteca digitale infinita, luogo di accesso all’ informazione, di libertà, ragionamento, condivisione) la situazione attuale è, nei casi peggiori, un’arma di reazione di massa, usata al meglio da chi vuole e può profittare da persone che reagiscono immediatamente. C’è chi con le fake news fa i soldi, chi invece infiamma i cuori per vincere le elezioni. La propaganda è sempre esistita, ci mancherebbe: ma il peggio deve ancora arrivare, e in mano a queste persone il web è davvero pericoloso.

L’unica soluzione che vedo (mi ripeto nuovamente), è forse un’educazione alla complessità, che però può essere meglio descritta come un’alfabetizzazione al ragionamento, alla discussione, all’ammettere di essersi sbagliati, al capire le posizioni altrui. Ancora: al mettere in equilibrio ragione ed emozioni, cercando di pensare con la corteccia e non con l’amigdala. Perché il punto è che se il web è diventato una forza emotiva, non potremmo certo combatterla a colpi di dati o di fact checking. Si combatte imparando a ragionare insieme, cioè a capire le posizioni dell’altro, quello che vuole dire, l’identità che vuole difendere. Perché a volte (non sempre) le persone sono più impaurite che veramente cattive. O diventano cattive perché impaurite. A volte sono stronze davvero, a volte semplicemente non ci siamo parlati abbastanza.

Approfondimenti

 

MLOL si rinnova: i contenuti open

Spiegazione di openMLOL, il progetto su cui lavoro.

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Sarete in molti ad aver notato che sulla nuova versione del vostro portale MLOL (entro il mese di luglio disponibile per tutti i sistemi bibliotecari), è stata messa in evidenza la sezione delle cosiddette risorse “open”. Di che cosa si parli utilizzando questo termine è una cosa che vi avevamo già spiegato alla nascita di questo blog, ma vale sicuramente la pena di riprendere ora l’argomento.

In sostanza, le risorse open sono quelle selezionate dalle biblioteche fra le moltissime disponibili in rete ad accesso aperto, di cui chiunque può fruire senza dover fare acquisti, inserire password, sottoscrivere abbonamenti di alcun tipo. Il motivo per cui ciò è possibile (e legittimo da un punto di vista legale) è che si tratta di opere i cui diritti d’autore sono scaduti, oppure che l’autore ha deciso di pubblicare dando al pubblico questa possibilità.

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The Role of Librarians in Wikidata and WikiCite

Un bel resoconto di Wikicite, conferenza bellissima a cavallo fra Wikidata, citazioni e biblioteche.

Avatar di Katie MikaNDSR at BHL

Screen Shot 2017-06-05 at 4.31.53 PMThe other week I participated in WikiCite 2017, a conference, summit, and hackathon event organized for members of the Wikimedia community to discuss ideas and projects surrounding the concept of adding structured bibliographic metadata to Wikidata to improve the quality of references in the Wikimedia universe. As a Wikidata editor and a librarian, I was pumped to be included in the functional and organizational conversations for WikiCite and learn more about how librarians and GLAMs can contribute.

The Basics (briefly and criminally simplified)

Galleries, Libraries, Archives, and Museums are institutions that collect, preserve, and make available information artefacts and cultural heritage items for use by the public. Before databases librarians managed card catalogs to facilitate access, which were translated into MAchine Readable Cataloging (MARC) data format digital records to create online catalogs (ca. 1970s-2000s). As items in collections are being digitized, librarians et al. add descriptive, administrative, and technical/structural metadata…

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