Resistenza

Non sono mai stato un grande fan delle manifestazioni del 25 aprile – non ho nonni partigiani, non è una cultura che ho vissuto, da piccolo, in casa mia. Tutto ciò che so della Resistenza, come tanto altro, viene dai libri, che è poi il mio modo, spesso insufficiente, di imparare le cose. Non sarà forse un granchè, però il 25 aprile di quest’anno ho deciso che un bel modo di ricordare fosse leggere (in ritardo) La banalità del male, il libro che Hannah Arendt scrisse sul processo di Adolf Echmann, protagonista, fra troppi, della “soluzione finale”.

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Per uno di quei casi che ti cambiano la vita, non si sa se in meglio o in peggio, al liceo, avevamo una prof che era ossessionata dal “neorealismo”. Dicasi neorealismo quella letteratura (ma anche cinema) che nasce nel secondo dopoguerra italiano, sulle ceneri del fascismo, sulle braci della Resistenza appena conclusa.
Era (la mia prof) una persona con qualche problema, diciamo così, psichiatrico, ma il suo amore per la letteratura era sincero, senonchè matto e disperatissimo: adorava Fenoglio, Vittorini, Pavese, Calvino, e ce li propose ossessivamente, per cinque anni. Non ho ancora capito quale fosse il suo scopo (non lo sapremo mai), fatto sta che leggere La luna e il falò a 15 anni ha cambiato molti di noi, non si sa se in meglio. Io spero di si.

La Resistenza nasceva (dunque, per noi) già disillusa, come nelle parole della prefazione (vent’anni dopo) al sentiero dei nidi di ragno, nei mugugni in inglese del partigiano Jhonny, nel vivere i ventitrè giorni della città di Alba.
La Resistenza, e tutto l’antifascismo, anche seguente, hanno dunque per me i volti di letterati, le rughe nella fronte di Calvino, la tristezza nelle parole di Pavese. Il suicidio dello stesso Pavese, come di Primo Levi.
Più avanti, avrei imparato di Leone Ginzburg, della grande epopea dell’Einaudi, e della creazione di una cultura dell’antifascismo, di una cultura tout court, attraverso la gestazione e il parto di libri, attraverso il lavoro di casa editrice,.

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Marino Sinibaldi, su Internazionale, giunge al punto.

come si diventa oppositori, dissidenti, antifascisti crescendo dentro una bolla completamente invasa dalla propaganda? Quando la realtà viene per decenni falsificata e l’immaginario ha i tratti insieme rassicuranti e grandiosi di un’età colma di futuro? Come si diserta questo immaginario e ci si riappropria della realtà? Come nasce il coraggio di scegliere e di affrontare le conseguenze – piccole e grandi, quotidiane o tragiche – di questa libertà?

Il primo fascista è quello dentro di te, perchè il pensiero è pigro e autarchico e vuole fidarsi, seguere la massa, tendere all’inerzia, amare il “normale”.
È estremamente faticoso lottare contro la normalità, andare controcorrente quando la corrente sono tutti gli altri.

Scrive la Harendt:

Eichmann era normale nel senso che “non era una eccezione tra i tedeschi della Germania nazista”, ma sotto il Terzo Reich soltanto le “eccezioni” potevano comportarsi in maniera “normale”.

Eichmann, come anche il Franz Stangl descritto da Gitta Sereny, In quelle tenebre (1975), è persino banale nella sua normalità, nella sua mediocrità di basso gerarca nazista. Ambizioso, solerte fino alla stupidità, ma non sadico.
In un sistema totalmente iniquo, anche un funzionario appena più zelante diventa un mostro. Ma solo agli occhi di chi è fuori da quel sistema.

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Qualche anno fa, quand’ero ancora cattolico, lessi un libro su Franz Jägerstätter.
Jägerstätter fu uno dei pochissimi cittadini tedeschi a fare obiezione di coscienza e rifiutare il servizio militare: riteneva semplicemente che, come cristiano, non poteva essere nazista, e viceversa.

Wikipedia, nella sua consuetà aridità di aggettivi, secondo me lo dice splendidamente:

Lo studio della letteratura sacra e la frequentazione della chiesa lo portarono alla convinzione che la sua fede cattolica fosse incompatibile con il nazionalsocialismo.

Incompatibile, che parola meravigliosa.

Quindi, per un scelta di coerenza Franz (che era un amorevole e devoto padre di famiglia, ma in gioventù si era divertito: la prima motocicletta del paesello austriaco, una figlia illegittima, poi riconosciuta) decise che l’unica cosa che poteva fare era dimostrare la sua incompatibilità con il regime.

La cosa che mi ha sempre impressionato, della sua storia, è la sua forma di resistenza non solo nonviolenta, ma fra le più lente, pesanti, burocratiche: gli arrivò la lettera per andare al fronte, lui non rispose alla chiamata. Una, due, tre volte.
Ora, provate voi a immaginare cosa fosse infilarsi, coscientemente, nella burocrazia nazista. Sapere che nessuno si sarebbe dimenticato di una mancata risposta. Sapere che si stava percorrendo il patibolo (Calvario, pensava lui), un passo alla volta.
I tedeschi (sembra quasi una barzelletta) ci misero mesi, fecero le cose come dovevano essere fatte. Prima chiamata. Seconda chiamata. Terza chiamata. Il trasferimento nella prigione militare. L’ultima possibilità. Il processo, infine l’esecuzione.
Sembra una storia scritta da quell’altro Franz, quello ebreo, di Boemia. Hai deciso, da solo, contro tutti, che oggi vuoi entrare in Tribunale, vuoi finire sotto Processo. Sai perfettamente che, alla fine, l’unica certezza è il coltello che ti spaccherà il cuore.

Franz Jägerstätter non andò sui monti, non imbracciò il fucile.
Segnalò, umilmente, la sua incompatibilità al regime, seguendo la procedura. Fu un lunghissimo, snervante suicidio.
Nel frattempo, Franz vedeva intorno a lui i parrocchiani, gli amici, i colleghi, i familiari tentare di farlo ragionare. Secondo loro era troppo radicale. Erano cristiani anche loro, dopo tutto!
Persino il vescovo tentò di convincerlo.
Franz Jägerstätter continuò a credere di essere nella ragione: o era cristiano o era nazista. Volle rimanere cristiano.
Tra tutti, ebbe solo l’appoggio della moglie, insieme decisero che questo bastava, che era giusto restare incompatibili. Morì sotto la ghigliottina il 9 agosto del ’43.

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Un paio di settimane fa, in una splendida sala affrescata, a Perugia, un ragazzo è apparso sul maxischermo e un lungo, incredibile applauso è scoppiato nella platea, urla scomposte annesse.
Il ragazzo era Edward Snowden, l’applauso della sala strapiena del Festival del Giornalismo, le urla scomposte le mie (ma anche tanti altri).
Edward Snowden, se qualcuno non lo sapesse, è stato il whistleblower che ha svelato al mondo la sorveglianza massiva compiuta dall’NSA, negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

Se devo pensare a cosa voglia dire la parola “resistenza”, nel 2015, non posso che pensare a Snowden, a Chelsea Manning, ad Aaron Swartz.
Per motivi diversi, in modi diversi, hanno resistito contro un sistema di potere, hanno evitato di essere normali. Tutti hanno pagato, in maniera diversa.

Se riuscite, mettete le mani sopra Citizenfour, il documentario sulla storia di Snowden, che quest’anno ha vinto anche l’Oscar. È un film incredibile, che consiglio a tutti.
Io l’ho guardato qualche settimana fa, aspettavo che aprisse la biblioteca Crocetta, seduto sul sedile davanti, piangendo come un bambino, pensando a Franz Jägerstätter.

La cosa che mi atterisce, personalmente, è la solitudine con cui è necessario prendere decisioni del genere. L’inesorabilità di quello che, con le tue mani, stai preparando. La costruzione, lenta e faticosa, di un futuro che, certamente, sarà peggiore del tuo presente.

Siamo tutti ingranaggi in un sistema più grande. La colpa è mia o del sistema?
Come giudicare chi nel nazismo faceva soltanto il proprio lavoro? Come giudicare i “solerti funzionari” Eichmann e Stangl?
Il fatto semplice eppure terrificante è che, se vai contro il sistema, questi ti schiaccierà, letteralmente, con la forza combinata di tutti gli ingranaggi intorno a te.

Le persone non sono isole. La mia scelta coinvolge tutte le persone che sono di fianco a me. Ogni mi scelta le giudica, e ogni loro scelta giudica me. Si chiama “pressione sociale”, ed è una delle forze più potenti che conosco.

Quando Franz morì con la testa in un cesto, chissà quanti suoi compaesani hanno pensato che in fondo era meglio così, che se l’era cercata, che non aveva pensato alla moglie e alle figlie.

Snowden, per proteggerla, non aveva detto alla sua fidanzata nulla di quello che stava per fare.
(mi vengono i brividi pensando a come potesse abbracciarla, prima di andare a letto).
Stava pianificando la distruzione di un futuro “normale”, insieme. Non sapeva come l’avrebbe presa lei. Non sapeva se l’avrebbe perdonato. Non sapeva se sarebbe stato in prigione, magari torturato come Chelsea Manning.

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Eppure l’ha fatto lo stesso.

foto di Alessio Jacona, presa sull’internet.

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