Roberto Calasso, Spostare più in alto la soglia del pubblicabile

Non soltanto da Google dovrebbe guardarsi l’ editoria, ma da se stessa, dalla sua sempre più flebile convinzione nella propria necessità. Innanzitutto nei Paesi anglosassoni, che sono la punta di lancia dell’ editoria, dato il predominio della lingua inglese. Se si entra in una libreria di Londra e di New York, è sempre più difficile riconoscere i singoli editori presenti sul tavolo delle novità. Con alta discrezione il nome della casa editrice è spesso ridotto a una o più iniziali sul dorso del libro. Quanto alle copertine stesse, sono tutte diverse — e in un certo senso troppo simili. Ogni volta offrono un tentativo di impacchettamento, più o meno riuscito, di un testo. E ciascuno vale per sé, in obbedienza al principio dello one shot. Quanto agli autori, i loro libri si incontrano sotto il marchio di una certa casa editrice e non di un’altra innanzitutto in conseguenza delle trattative fra l’agente dell’autore e quel certo editore nonché dei rapporti personali fra l’autore e un certo editor. Mentre la casa editrice in quanto tale diventa l’anello tendenzialmente superfluo della catena. Ovviamente sussistono notevoli differenze di qualità fra le case editrici, ma all’interno di un ventaglio che presenta a un estremo il molto commerciale (associato alla volgarità) e all’altro estremo il molto letterario (associato alla sonnolenza). Ciò che sta in mezzo è una serie di gamme dove si situano i vari marchi. Così Farrar, Straus and Giroux sarà più vicino all’ estremo «letterario» e St. Martin’s all’estremo «commerciale», ma senza che questo implichi qualche considerazione ulteriore — e soprattutto senza che siano escluse invasioni di campo: l’editore letterario potrà occasionalmente essere tentato dal titolo commerciale, nella speranza di far fiorire i suoi conti, e l’editore commerciale potrà sempre essere tentato, poiché l’aspirazione al prestigio è una malerba che cresce ovunque, dal titolo letterario. Ciò che è penoso in questa suddivisione — che poi corrisponde a un certo assetto mentale — è innanzitutto il fatto che è falsa. Nel ventaglio che ho appena descritto è chiaro che Simenon o una sua ipotetica reincarnazione attuale, per dare solo un esempio, dovrebbero essere inclusi nella zona altamente commerciale — e perciò non passibile di valutazione letteraria; ed è chiaro che molti appartenenti alla funesta categoria degli «scrittori per scrittori» dovrebbero essere automaticamente assegnati all’estremo letterario. Questo va a danno sia del divertimento sia della letteratura. Il vero editore — poiché tali strani esseri ancora esistono — non ragiona mai in termini di «letterario» o «commerciale». Se mai, nei vecchi termini di «buono» e «cattivo» (e si sa che molto spesso il «buono» può essere trascurato e non riconosciuto). E soprattutto il vero editore è quello che ha l’insolenza di inventare uno slogan come questo: «I libri Diogenes sono meno noiosi» (lo inventò qualche anno fa Daniel Keel, editore di Diogenes, e queste parole si potevano leggere tutt’intorno al suo stand alla Fiera di Francoforte). Circa un secolo fa nascevano o muovevano i primi passi alcune fra le più importanti case editrici del Novecento: Insel, Gallimard, Mercure de France. Avevano due elementi in comune: erano state costituite da un gruppo di amici, più o meno abbienti — e accomunati da certe inclinazioni letterarie; e, prima di diventare case editrici, erano state riviste letterarie: «Die Insel», «La Nouvelle Revue Française», il «Mercure de France». Poi dai vari gruppi si era distaccata la figura di colui che sarebbe stato l’editore: Anton Kippenberg, Gaston Gallimard, Alfred Vallette. Oggi una simile esperienza sarebbe impensabile, perché sono mutati i presupposti. Fra l’altro, è venuta a mancare — o almeno ha perso la sottile e delicata rilevanza che aveva — la categoria stessa della rivista letteraria. L’unica pubblicazione periodica che abbia oggi una autorevolezza e un’influenza indubitabile è la «New York Review of Books», che si presenta come una rivista di recensioni, perciò non corrispondente a quella forma che forse raggiunge il picco della perfezione intorno al 1930 con i ventinove numeri di «Commerce», sotto le ali invisibili e protettive di Marguerite Caetani. Se ci si chiede che cosa tenesse insieme così fortemente quei piccoli gruppi di amici agli inizi del Novecento, la risposta non è data tanto da ciò che volevano (spesso piuttosto confuso e indeterminato), ma da ciò che respingevano. Ed era una forma del gusto nel senso che Nietzsche dava alla parola, quindi un «istinto di autodifesa» («non vedere, non sentire tante cose, non farsene avvicinare — prima accortezza, prima prova che non siamo un caso, ma una necessità»). Doveva trattarsi di una misura davvero accorta, se ha dato prova di essere tanto efficace. Oggi, a distanza di cento anni e di due generazioni dal fondatore, Gallimard è la prima casa editrice di Francia e si distingue tuttora per un certo «gusto Gallimard», che permette di percepire con buona approssimazione se un libro può o non può essere Gallimard. Quanto al Mercure de France e a Insel, l’una è stata acquisita da Gallimard e l’ altra da Suhrkamp, ma entrambe le case editrici continuano a esistere con un loro profilo netto, che si collega alla loro storia. Anche se tutto è cambiato nel circostante, la fisiologia del gusto che teneva insieme quei piccoli gruppi di amici sarebbe anche oggi un ottimo contravveleno, quando in certe case editrici sopravvengono periodiche angosce circa la propria evanescenza o appannata identità. Ma a quel punto si rivelerebbe anche che è venuto in larga parte a mancare quel tessuto di sensibilità che avvolgeva il gusto — o almeno è diventato una superficie dove gli squarci sono più vasti del tessuto stesso. Questo non dovrebbe però deprimere. Certo, sarebbe più duro e poco praticabile oggi avviare una casa editrice sulla base delle inclinazioni di un piccolo club di amici. Ma al tempo stesso l’editoria — se solo volesse, se solo osasse — avrebbe davanti a sé potenzialità che un tempo non sussistevano. Negli ultimi cento anni si è immensamente allargata l’area del pubblicabile, se appena si pensa alla enorme quantità di materiali antropologici, scientifici, storici, letterari che si sono accumulati nel Novecento e aspettano soltanto di trovare una nuova forma editoriale. Non solo la Biblioteca, ma tutti i libri Adelphi, fin dall’inizio, si fondavano su questo sottinteso. Era il tentativo di far confluire i testi e i materiali più disparati e più remoti in quella ampia, turbinosa corrente che trascina con sé tutto ciò che una mente desta e agile può desiderare di leggere. Di fatto, oggi più che mai l’editoria potrebbe porsi come uno dei suoi primi obiettivi quello di spostare la soglia del pubblicabile, includendo fra le cose fattibili molto di ciò che al momento è escluso. Sarebbe una sfida enorme, avvicinabile a quella degli inizi, quando Manuzio operava a Venezia. E forse sarebbe il momento di ricordare quale fu la carta fondatrice dell’editoria. Era un foglio volante stampato dallo stesso Manuzio e sopravvissuto fortunosamente sino a oggi in una copia incollata alla legatura del dizionario greco della Biblioteca Vaticana. Stampato intorno al 1502, quel foglio conteneva il testo di un patto fra studiosi che preparavano edizioni di testi classici greci per la casa editrice di Aldo. Nelle parole di Anthony Grafton, «essi concordavano di parlare soltanto in greco quando si trovavano fra loro, di pagare multe se venivano meno all’impegno e di usare il denaro (in caso ne accumulassero) per offrire un simposio: una generosa cena che doveva essere molto migliore di quel che usualmente avevano da mangiare i lavoranti di Aldo. Altri “filelleni” avrebbero potuto essere accolti nella cerchia, nel corso del tempo». Non è dato a oggi accertare se le regole di quella Nuova Accademia di Aldo Manuzio siano mai state applicate. Ma si può ricordare che anche le novantacinque tesi di Lutero e la dichiarazione dei diritti dell’ uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 furono in origine fogli volanti. Detto questo, è ovvio che la tendenza del mondo e dell’editoria finora sta puntando in direzione opposta. Così continua a restringersi il campo di ciò che si ritiene si possa fare. «Sarebbe bello, ma non si può»: è una frase molto frequente nel mondo editoriale, ovunque. Quanto ad affinità e disaffinità, aggiungo soltanto una glossa: Adelphi non nacque «da una costola di Einaudi», come hanno ripetuto a sazietà gli ignari e i falsi benevoli, ma i suoi presupposti e la sua fisiologia erano antitetici a quelli dell’ideologia einaudiana anni Cinquanta. Bazlen fu consulente di Einaudi dal 1951 al 1962, ma i suoi suggerimenti vennero puntualmente disattesi (con l’eccezione non trascurabile dell’Uomo senza qualità di Musil); Colli pubblicò presso Einaudi due magistrali traduzioni commentate (l’Organon di Aristotele e la Critica della ragion pura di Kant), ma si vide rifiutare il grandioso progetto di una edizione critica di Nietzsche, non già per ragioni di fattibilità ma perché Einaudi (giustamente, nella sua prospettiva) si rese conto che il progetto avrebbe mutato il carattere della casa editrice; Foà fu segretario generale di Einaudi dal 1951 al 1961, ma se ne andò anche perché si accorse che la casa editrice avrebbe definitivamente e irrevocabilmente seguito la linea di Giulio Bollati. Inoltre, pur essendo diversissimi fra loro, Bazlen e Colli erano del tutto refrattari alla visione d’insieme einaudiana, con la quale ben poco avevano da spartire, anche se entrambi ammiravano la qualità e il nitore della casa editrice. Quanto a Foà, che pure partecipò appassionatamente alle vicende di Einaudi e ne trasse un insegnamento decisivo, inclinava senza esitazioni dalla parte di Bazlen e di Colli. Anche se nella forma più illuminata e duttile, Einaudi prosperava sotto la cappa di quel sovietismo ottundente che gravava su tutta la sinistra culturale in Europa. L’asse della casa editrice era contrassegnato dal Lukács della Distruzione della ragione, che additava come nemico primario quanto di meglio la cultura europea aveva prodotto da Schopenhauer in poi; e da Gramsci, del quale veniva apprezzata e assimilata soprattutto la perniciosa teoria dell’intellettuale organico. Con Adelphi ovviamente si respirava altra aria. E questo ci dava anche qualche vantaggio pratico perché, per alcuni anni, i libri che cercavamo noi non li cercava nessun altro (poi, ahimè, i tempi cambiarono e certi autori venivano cercati da altri proprio perché sembravano ovviamente adelphiani). Non ci preoccupavamo di avere alcun asse, ma l’opera di Nietzsche sarebbe bastata a far capire in quali direzioni ci muovevamo. Come la Clarisse di Musil, avremmo voluto avviare un «anno Nietzsche», in contrasto con tutte le Azioni Parallele che altrove si tessevano. Quell’anno per noi dura ancora.

Roberto Calasso, Il Corriere della Sera, 20 giugno 2009

(hat tip Dentro il cerchio, non perdetevi un bel commento di Federico Novaro. Io mi limito a trovare continuità con quel che Calasso diceva ne L’editoria come genere letterario)

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