La banalità del male

Il giornalista di Playboy Mike Guy non credeva che il Waterboarding, tecnica di interrogatorio utilizzata su alcuni esponenti di Al Quaeda, fosse una tortura. Da buon giornalista, ha voluto vedere con i suoi occhi.
Ha scommesso di poter resistere per 15 secondi.

Il video sotto non contiene scene violente (almeno per come le intendiamo solitamente), vale la pena guardarlo. Se ce l’ho fatta io che sono un fifone ce la fate anche voi.

Nel solo mese di marzo 2003, Khalid Shaikh Mohammed è stato sottoposto a questa “non-tortura” 183 volte . In tutto lui e Abu Zubaydah sono stati semiannegati per 266 volte.

(via Huffington Post)

Update: altro video, in realtà precedente, del giornalista di Vanity Fair Cristopher Hitchens.

PS: dopo averli visti entrambi la violenza mi appare un po’ più esplicita. Purtroppo, questa non è finzione, guardateli solo se siete sicuri.

5 pensieri su “La banalità del male

    1. Non avevo capito che erano in due giornalisti diversi, nè che quello di Vanity Fair era Hitchens. Comunque è piuttosto impressionante, tortura psicologica senza lasciare segni, niente sangue, anche per gli aguzzini deve sembrare una pratica di routine. E’ veramente diabolico.

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  1. Non so se hai visto le Iene qualche domenica fa: Luigi Pelazza si è sottoposto a un interrogatorio “da manuale”. Per quanto fosse una finzione, il soldato si è lasciato prendere la mano e il cameraman è dovuto intervenire per calmarlo.

    Filmato abbastanza impressionante, credo che tu lo possa trovare in rete (anche sul sito delle iene, suppongo).

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    1. Non l’ho visto, ovviamente da qui la tv italiana non la guarda e non ne avevo sentito parlare. Ci darò un’occhiata, grazie.
      La storia della “finzione” mi ha fatto venire in mente un film di qualche anno fa, “The Experiment”, basato su un vero esperimento carcerario condotto a Stanford.

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  2. Spesso penso: forse se nessuno fosse disposto a compiere determinati atti non si verificherebbero certi fenomeni (penso anche a The Experiment)

    Poi però mi dico che le persone spesso agiscono costrette dal contesto e così riconosco una responsabilità sociale importante da parte di chi questi contesti li crea (la politica più di ogni altra cosa).

    Alla fine mi dico che si tratta di un insieme di più fattori che si autoalimentano, ma nel caso prevalesse il secondo non si potrebbe più parlare di umanità buona o cattiva ma di impotenza davanti a meccanismi sociali malati, ormai troppo radicati per essere mutati (a meno di rivoluzioni intestine).
    Ho un po’ paura.

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