Resoconto che ho scritto per la gita del GSE al Corchia, la copio qui perché ne avevo voglia.
Sabato 15 e domenica 16 marzo doppia uscita del Gruppo Speleo Emiliano all’Antro del Corchia, con la cosiddetta “traversata classica” il primo giorno ed esplorazione del ramo dei Giglio il secondo.
Gita importante per il gruppo, dato che l’ultimo giro non fu certo felice – quasi 25 ore in grotta, con tanto di notte insonne – e abbiamo il compito di riallineare quella sfortuna. Il Corchia è uno dei complessi carsici più vasti d’Italia, con oltre 70 chilometri di percorso attualmente scoperti – e vanta una storia secolare di esplorazioni. Vale la pena ritentare.
Presenti due coppie di padre e figlio, i modenesi Mesini e gli aostani Venturini, ed entrambi i figli si chiamavano Nicolò. A ruota i pavullesi Michael e Giovanni, Milena da Città di Castello, Remo da Bologna e Fabio ed Andrea da Modena.
Ritrovo dai Mesini alle 6.45, qualche minuto di fisiologico ritardo – Fabio dopo i bagordi della notte precedente continua a essere convinto di dover andare al CAI, ma è l’unico – e per le 7.20 si è in macchina verso il Corchia. Viaggio tranquillo in autostrada, direttamente fino all’entrata turistica del Corchia, dove la prima macchina arriva e ci si inizia a preparare. Subito dopo i pavullesi, arrivati prima di tutti e fermatisi a Levigliani per la colazione. Ci si veste, ed appena pronti inizia a piovere: decidiamo dunque di iniziare l’avvicinamento, con tanto di kway e poncho per chi ce l’ha, mentre i Mesini, Remo e Milena, arrivati mezz’ora dopo, devono purtroppo fare tutto sotto la pioggia. Chi più chi meno, nessuno entrerà davvero asciutto.

L’avvicinamento è faticoso ma non troppo, anche se la pioggia certo non aiuta. Interessante comunque il panorama e i resti, quasi da archeologia industriale, delle vecchie case dei minatori, oramai nere e sfondate, cupissime sullo sfondo immacolato delle montagne sventrate di marmo.


Arrivati alla cava, intravediamo l’ingresso della grotta sopra una pietraia, di un bianco accecante nonostante la pioggia e lo scuro del cielo: la famosa buca d’Eolo si presenta degna del proprio nome, data la corrente fortissima che spira da dentro la montagna verso il fuori.


Appena entrati, ci siamo imbragati in una larga e comoda sala, e nell’attesa del secondo gruppo, e capitanati da nonno Ivo, un gruppetto di noi prosegue dritto a esplorare un ramo alternativo, che dopo alcune belle gallerie e salette finisce in un sifoncino in cui nessuno di noi ha davvero voglia di immergersi. Si iniziano a intravedere sulle pareti le firme – a nerofumo, a penna, a matita – di vari gruppi speleo, una costante di tutta la grotta. Le firme più antiche che abbiamo visto erano di fine Ottocento. Siamo di fronte alla storia della speleologia e ci verrà ricordato più volte.
Tornati indietro ritroviamo Luigi, e iniziamo a seguire Nicolò, l’aostano, che per tutta la gita è stato il primo del gruppo e ha armato tutti i salti. Dopo un primo saltino si inizia una discesa fino al canyon: la grotta ci era stata promessa asciutta, ma le ingentissime piogge di queste settimane non lasciano scampo, e saranno ben pochi i tratti completamente privi d’acqua: fra torrentelli, laghetti e cascatelle, ogni angolo della montagna suda l’acqua che percola dalla cima e di fatti uscirà da ovunque. Usciremo quasi più bagnati di come siamo entrati.

La prima parte è piuttosto facile: gallerie, salti – di cui uno ragguardevole da 20 metri, ma soprattutto vari saltini, fessure, a volte concrezionate, soprattutto con i cosiddetti “cavolfiori”. Il “canyon”, oltre che splendido, è sicuramente molto divertente, si percorre a gambe divaricate in opposizione con le mani, oppure su uno dei due versanti quando abbastanza largo.



Il secondo gruppetto – Andrea, Fabio, Michael – di ferma nella sala dove l’anno scorso il gruppo sbagliò strada, aspettando Ivo e Milena per indicargli la strada e chiedendo loro di fare lo stesso con quelli dietro. Nel frattempo, primo spuntino. Notiamo anche alcuni fogli plastificati, a indicare le diverse vie e il nome della camera in cui siamo. Assieme alle firme, alle frecce, ai catarifrangenti e ai tanti omini di pietra, uno dei segni della grande storia collettiva di questo posto incredibile. Presa la via giusta, arriviamo finalmente ad uno dei pezzi grossi della traversata, ovvero il Pozzacchione: un salto nel vuoto di ben 51 metri. Lì troviamo Nicolò intento ad armare per la discesa. Qualche rallentamento nell’armo fa sì che il gruppo si ricompatti tutto – arrivano Luigi, Nicolò Mesini, Remo, e iniziamo finalmente a discendere. Purtroppo la sala è molto fredda, noi siamo bagnati e la pausa intirizzisce un po’ tutti. Ma uno alla volta ci caliamo nel vuoto, in un’unica discesa senza frazionamenti.


Subito dopo, il Salone Maranesi, veramente impressionante nella sua maestosità, con circa 2000 m² di superficie. Il Corchia sta tenendo pienamente fede alla sua fama, la vastità di questi vuoti è senza precedenti.
Si prosegue fino ad arrivare agli “Scivoli”, una delle parti più divertenti e belle, per cui scendendo in sicurezza si aprono ampi spazi ben concrezionati e molto suggestivi. Lo scivolo finale, però, è infingardo e si affaccia nel vuoto, direttamente sul pozzo delle Lame, per cui bisogna scavalcare una lama di roccia e discendere il pozzo dall’altra parte, per una ventina di metri.



Ancora avanti fra sale e saloni, abissi che non esploreremo che si aprono di fianco a noi, saltini vari e cascate che giungono da chissà dove, arriviamo al Pozzo del Portello, forse il più affascinante, per cui da una cengia si apre l’abisso di 25 metri e si discende con le rocce che piano piano si aprono a fianco. Visto dal fondo, con la luce che lentamente illumina gli spazi enormi, è veramente bellissimo.
Siamo quasi arrivati alla zona turistica, ma il labirinto continua. Sembra davvero che non ci sia fine allo spazio che continua ad spalancarsi sulla roccia, ai vuoti che si mangiano la montagna, in tutte le direzioni.


L’ultimo saltino e siamo sulle rampe. Cerchiamo di ricompattare il gruppo, e nel frattempo tutti percorriamo a piedi l’anello turistico, che fatto in solitaria e silenzio è davvero meraviglioso. Chi aveva già visto questa parte da turista la ritrova ancora più grandiosa, con concrezioni davvero incredibili per tipo, per numero e per dimensioni.



Appena tutti hanno finito il giro, si prosegue verso l’ingresso della grotta turistica, purtroppo molto faticoso perché siamo già stanchi e si tratta di centinaia di gradini tutti in salita. Praticamente di fronte al portone, risaliamo la pietraia e svoltiamo a sinistra, verso l’uscita dei Pompieri, mentre il giorno dopo faremo – entrando, quindi al contrario – l’ingresso di destra detto dei Serpenti. Siamo stanchi e l’ultima parte è purtroppo tutta in salita e molto bagnata. Ci sono meandri da risalire con i sacchi delle corde, fino ad arrivare a veri e propri scivoli che si sono trasformati in cascate con la pioggia. Si sentono un po’ di imprecazioni e risate isteriche, ma è tutto sotto controllo. Risaliamo controcorrente, chi con croll e maniglia e chi, con le ultime forze, direttamente arrampicando a mano. Questi ultimi probabilmente fanno pure meno fatica. Lentamente, arriviamo alla fine, dove l’ultimo cunicolo ha solo una corda annodata che aiuta a salire in sicurezza di fianco un pozzo che sembra riparato ma è invece piuttosto pericoloso. Ma ce la facciamo tutti, e con i gomiti e le ginocchia riusciamo uno a uno a conquistarci l’uscita fuori dalla montagna.
Sopra noi nessuna stella, ma buio pesto e pioggia battente.
I primi a uscire sono riusciti a sbagliare il sentiero e ritrovare quello giusto, aiutando gli ultimi a non fare errori. Il sentierino fuori dall’ingresso è strettissimo e bagnato e non bisogna cadere giù, ma è questione di qualche decina di metri: poi riprende il sentiero normale e, nonostante l’acqua, il buio e la fatica dopo otto ore di grotta, raggiungiamo tutti le macchine.
Ci si cambia al freddo sotto l’entrata turistica per ripararci un po’ dalla pioggia, ma almeno i vestiti sono asciutti, e il miraggio della cena ci ridona le ultime forze.
Scendiamo la strada con le macchine fra nebbia e pioggia cercando di non prendere le curve per la dritta, ma arriviamo alla Pollaccia stanchi, affamati ma felici. Scopriamo con gioia che dormiremo al caldo con materassini gonfiabili, e la cena inizia e finisce in allegria.
Dopo una dormita sacrosanta che per alcuni è stata più comoda di altri – purtroppo gli aostani hanno preso un materassone che sembrava comodissimo ma si è rivelato particolarmente sgonfio e scomodo – e alcuni tentativi di secessione, il gruppo decide di aderire ai piani e tentare la gita del Ramo de Giglio. Gita defatigante, dicono.
Milena dopo aver dormito ha la schiena bloccata e torna a casa, i pavullesi Michael e Giovanni hanno preso la via della montagna la sera prima dopo cena, nonno Ivo decide di recuperare il sonno perduto direttamente sul sedile posteriore della macchina di Fabio.
Il gruppo rimasto – i Mesini, Nicolò, Fabio, Andrea – si incammina per il sentiero del ritorno della sera prima, ma fermandosi all’ingresso dei Serpenti. Sempre molto vento – la montagna cerca sempre di soffiarci via – e una fessurina iniziale, ma i saltini iniziali sono relativamente facili e scopriamo con piacere che sono non solo già armati ma pure in doppia corda. Scendiamo il primo salto – scomodo per via di una strettoia – e anche poco dopo il secondo. Capiamo perché si chiama “dei Serpenti”, ma per il momento nessuna vera difficoltà. Ci ritroviamo dunque sulla sommità della pietraia che dà sull’inizio della grotta turistica, come il giorno prima, e iniziamo a scendere le rampe con Remo che ci guida leggendo un resoconto di un’esplorazione precedente.
Ma qui iniziano gli inghippi: la descrizione è molto chiara e ritroviamo fino ad un certo punto tutti i riferimenti, ma Luigi, che trent’anni fa c’era già stato, non riconosce nulla. Scavalchiamo le rampe al primo tunnel sulla destra, scendiamo un canapone annodato e camminiamo lungo una frana, dove una “invitante” tunnel a sinistra chiude subito e il secondo, sempre sulla sinistra si incunea, fra pareti strette e concrezionate, sotto la parte turistica. Non arriviamo in fondo perché il giro continuerebbe ma secondo tutti non è la strada giusta.



Allora ritorniamo nella via principale che però si affaccia su un abisso che sembra molto più profondo dei 20 metri del pozzo Susanna, quello che secondo tutti – resoconto e Mesini – dovremmo trovare adesso. Da qui di fatto perdiamo ogni riferimento, e sotto la guida di Nicolò proviamo a esplorare. Evitiamo l’abisso profondo perché non abbiamo corda sufficiente, ma sulla sinistra si sale e si sbuca, dopo un traverso, in un salone enorme che si affaccia su un altro salone appena più piccolo. Dal soffitto altissimo scrosciano cascate a sprazzi, e bisogna stare attenti perché sotto di noi, in questa sala franata, si aprono altri buchi e pozzi – se chiusi o meno non lo sappiamo. La seconda sala si apre su un altro abisso profondissimo e armato, ma sopra di noi vediamo una piccola terrazza che ci invita con una corda che pende. Nicolò Venturini sale e sparisce per un po’, mentre il gruppo si ricompatta del tutto. L’aver perso i punti di riferimento ha un po’ scoraggiato tutti: non sappiamo dove siamo né dove stiamo andando, siamo solo tranquilli perché sappiamo che l’uscita è poco distante. Andrea e Luigi tornano indietro per provare a rinfrescare la memoria di Luigi e confermare o meno di essere nel posto giusto, Remo e Fabio ritornano nel primo salone per vedere se non ci siamo persi qualche segno, Nicolò Mesini attende l’altro Nicolò disperso da qualche parte un livello sopra di noi.
Luigi e Andrea però ritornano sino alle rampe e non trovano nulla. Non vedendo gli altri tornare, rifanno nuovamente la strada di prima all’indietro per capire dove sono tutti, e urlando attraverso il salone, nonostante il frastuono dell’acqua, capiscono che sono tutti sono andati avanti. Quindi torniamo al secondo salone, sotto la terrazza, dove Nicolò Venturini ci conferma che sono tutti saliti a vedere quello che secondo lui è il ramo del Giglio, ma che non si rivelerà tale.
La salita è relativamente veloce, e ci si infila in salette e cunicoli splendidamente concrezionati, con stalattiti enormi e piccolissime, fino ad arrivare al pezzo forte, una galleria candida e pienamente concrezionata, che sembra quasi un ghiacciaio. Siamo tutti lì, decidiamo che è davvero una degna conclusione della nostra gita e che, ramo del Giglio o meno che sia, la fatica non è stata vana. Iniziamo dunque il ritorno, ripercorrendo per l’ennesima volta il percorso fino alle rampe – ormai è strada conosciuta per tutti, senza difficoltà, e purtroppo, per la seconda volta in due giorni, la rampa finale di scale in salita è massacrante.







Si risale la pietraia, Nicolò – Mesini, questa volta – conduce con Andrea subito a ruota e gli altri un po’ indietro. Il pozzo dei Serpenti asciutto non è ma è doppiamente armato quindi agevola il rientro. La fessurina iniziale ci strappa qualche imprecazione – oramai quasi un rito scaramantico appena prima di uscire, e questa volta usciamo con il giorno e addirittura il sole che vince sulle nuvole, a sprazzi. Nicolò e Andrea iniziano la discesa, e sono solo le due e un quarto. Ci si cambia al sole – ma sempre al freddo – e dato che sono le tre si decide di tentare il ristorante Vallechiara per un panino veloce.
Ovviamente il ristorante è aperto e quindi altro che panino: litro di vino, tagliatelle ai funghi – ottime – gnocchi alle noci, dolci vari (me li ricordo tutti: millefoglie alla crema con fragole per Nicolò Venturini e Remo, panna cotta al Mojito per i due patriarchi della compagnia, vin santo con cantucci per Andrea), cinque caffè di cui uno corretto grappa e uno deca.
Soddisfatti, rifocillati e molto stanchi, ci salutiamo e partiamo per Modena.
Finita la gita al Corchia, viva il Corchia.
È letteralmente impossibile descrivere, a posteriori, lo smarrimento e la meraviglia che questi vuoti generano, con l’accumularsi e accavallarsi di livelli, pozzi, abissi, camere, sale grandiose e cunicoli minuscoli che si annidano, conosciuti o meno, nelle viscere di questa montagna.
Il Corchia si è dimostrato dunque un’esperienza difficile da riproporre a parole, ma è stato capace di confermare la fama che da più di un secolo lo pone al centro dei sogni della speleologia italiana ed europea.