Novità

Questo blog ha giusto un paio di lettori, e metà di questi due mi conosce e ci sentiamo al telefono o su Facebook e quindi sa sempre tutto. Ma lo dico lo stesso, anche qui: da luglio non lavoro più all’università di Bologna, da un settimana non vivo più a Modena. Vivo a Milano (Lambrate), […]

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Note su carta contro bit

Sto leggendo Allucinazioni di Oliver Sacks, in ebook, e ho il sospetto che mi sarebbe piaciuto di più su carta.   È forse la mia personale paranoia/percezione di come andrebbe letto un Adelphi (mantenere una certa distanza dall’attualità, dalla vita quotidiana; mantenere un silenzio), e sicuramente sono io a non avere nè il tempo nè la voglia […]

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I libri del 2013

Quest’anno ho letto 35 libri, per un totale di 8678 pagine. Non tantissimi libri, dunque (l’anno scorso erano 43, con tutto il ciclo di A song of Ice and Fire.), ma belli ed importanti. E’ stato un anno di grandi cambiamenti per me, e soprattutto un anno felice. Come al solito, i libri che mi […]

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Del leggere.

(ho iniziato questa cosa perchè Laura (update: e poi Virginia) ha scritto questa bella recensione dell’ultimo libro di Casati, Contro il colonialismo digitale (che non ho ancora letto, però). Poi la cosa mi è sfuggita di mano, è diventata troppo lunga ed è la roba qui sotto. E’ una risposta laterale, diciamo così.)

Cosa

Il problema è cosa intendiamo con lettura, di qualsiasi testo (e già rimanere sui testi è parziale, incompleto e fallace), e soprattutto cosa vogliamo che questa lettura produca. Che effetto o risultato deve avere.

Premessa (che è poi anche la conclusione) : io credo, umilissimamente, che la lettura, al suo meglio, sia una costruzione dell’identità.
Lo scrissi qui quattro anni fa: possiamo vedere il leggere come inserire input in un sistema, se non che leggere cambia ciberneticamente anche il sistema stesso. Per cui assumeremo input diversamente, e così via, in quel misterioso equilibrio dinamico, che, alla fine, siamo noi.

O, detta più elegantemente, “Books are how people install new software in their brains” (allego documentazione).

Leggere (leggere cose scritte; quindi c’è uno scrivere precedente, di cui non ci occupiamo) è dunque un meccanismo incredibile che l’umanità ha elaborato per rendere l’oralità qualcosa che abbattesse (qualche) limite di tempo e spazio.
Ciò che leggiamo (unito a ciò che ascoltiamo e facciamo) contribuisce banalmente a ciò che diventiamo: costruisce ragionamenti e concetti, cambia modelli di pensiero e comportamento, crea memorie ed esperienze. Un lettore (cioè uno che legge spesso, che ha bisogno di leggere) legge per vivere, perché ha imparato a filtrare il mondo (anche) attraverso i libri. Ogni lettore associa un libro ad un periodo della sua vita, e se è abbastanza ossessionato e/o preciso anche il contrario. Ogni biografia di un lettore è un serpente di libri, che noi possiamo sfogliare come una biblioteca, un insieme ordinato di parole unico e irripetibile)(Una biografia dovrebbe essere prima di tutto una storia delle sue letture (*)).

Le parole definiscono ciò che siamo e pensiamo, perchè noi, implacabilmente, pensiamo parole. Pensiamo parole che articoliamo in frasi che formano concetti che si incastrano in sistemi di pensiero, che è poi quello che vagamente i libri cercano di imitare, infilando linearmente una serie di paragrafi che uno dietro l’altro espongono un pensiero (se il libro vuole esporre un pensiero) o raccontano una storia (se vogliono raccontare una storia)(ovviamente, non è tutto così dualista, ecc.).

La neuroscienza suggerisce che ciò che leggiamo riaccada nella nostra testa: i nostri neuroni riproducono e ri-rappresentano ciò che è scritto, e noi lo riviviamo: potenza e meraviglia del rivivere le storie, origine (direi) di tutto ciò che chiamiamo cultura e religione, ma anche divertimento, comunicazione, pubblicità, tutto. La lettura è un atto di empatia, e allo stesso tempo telepatia per interposta sequenza di caratteri. Siamo macchine, funzioniamo a codice (e il codice che è in questo caso il linguaggio naturale, nei suoi miliardi di sottogeneri).

Perchè

Ora, sul perchè si legge, e sul perchè bisognerebbe far leggere, invitare ed educare alla lettura, confesso che sono a giorni alterni triste ed euforico. Una bipolarità corollario della mia oramai cronica e schizofrenica (s)fiducia nel mondo (o anche solo che il mondo è grosso e guardarlo tutto insieme non ci si riesce, e uno finisce per guardarne parti, ma la parte la devi scegliere, perchè non c’è da nessuna parte una parte abbastanza piccola da guardarla tutta insieme che sia immagine perfetta del mondo, corrispondenza limitata ma biunivoca, perfettamente comprensibile ma comunque simbolo di quello che c’è là fuori (enorme, magmatico, irriducibile)(ci mancano metafore del mondo, ci mancano davvero metafore del complessità, che siano non dico perfette ma buone abbastanza, che permettano di adeguare le weltanschauung altrui ad un modello leggermente più accurato. (è un problema serio davvero, secondo me))).

Un’altra puntualizzazione da fare è che io sto parlando di libri (o comunque ho in mente prevalentemente i libri), sia per abitudine sia per scelta. Perché, abbiamo detto, se costruisco un’identità con parole per unità di tempo, i libri sono contenitori di ragionamenti (e storie) di un certo tipo, e permettono una certa lunghezza, e richiedono una certa pazienza, e occupano quindi (nella mia testa, con le loro parole) un certo periodo di tempo. Sono diversi da un post o un articolo o un reportage, perché presuppongono altre fatiche e altri tempi (punto).

Ma ritornando alla domanda fondamentale: perchè dobbiamo educare alla lettura?
C’è forse da dire anche che la soluzione finale sarebbe educare alla felicità (educando cioè al fine e non al mezzo) ma è per vari motivi che non sto a spiegarvi è complicato. Allora forse dovremmo educare all’amore, che della felicità è causa necessaria e forse sufficiente (amore di sè, per il prossimo, per quello dopo di lui, per il mondo, per l’umanità generale e l’umanità singola, amore per la realtà). Anche educare all’amore è complicato (alcuni ci hanno provato (tipo le religioni di mezzo mondo), ma spesso non sono efficaci(, e uno dei motivi (secondo me) è che ci credono troppo)). Nel senso: educare all’amore dovrebbe come essere educare alla lettura, alla matematica o alla cultura: una scelta razionale e ragionevole, basata sull’esperienza di alcuni miliardi di persone. Non una verità detta da qualcuno che non esiste (sono differenze piccole ma sostanziali).

Ma non vorrei deviare troppo (anche se credo che il significato profondo dell’educazione alla lettura sia da ricercarsi proprio lì, nell’oscuro senso che ognuno dà alla vita). Quindi ammettiamo assiomaticamente che leggere è bene perchè conoscere è bene.

O, detta più elegantemente, “If you think education is expensive, try ignorance“.

E chi mi legge lo sa che se io cito Derek Bok è per introdurre Aaron Swartz, che con Roberto Calasso è uno dei due modelli di lettore ideale che mi sono scelto. Aaron Swartz leggeva un centinaio di libri l’anno, perlopiù non fiction, e li leggeva perchè gli piaceva questa cosa che i libri ti aiutano a capire la realtà, come lunghe pertiche per sondare il fondo in un fiume d’acqua torbida. Tasti il fondo, cerchi di capire, e intanto ti muovi.
L’idea di saziare la fame di conoscenza un libro alla volta è di per sè risibile e bellissima, ma la cosa che nel suo caso mi riempie di rispetto è l’idea che la realtà va capita prima di cambiarla, perchè cambiare il mondo in meglio è un diritto e un dovere e allora i libri sono un mezzo efficace per farlo. E se c’è un motivo nobile che sopravvive ai miei scoramenti a giorni alterni è che questo conoscere per migliorare (te stesso, e fuori da te) ha senso, dà senso, è cosa buona e giusta.

Come

Non ci rimane che scoprire come educare alla lettura, allora. Il fatto è che non lo so (è una sezione breve, l’ho messa solo perchè ci stava bene).

La regola del pollice vorrebbe che uno legge ciò che gli serve (ad ogni libro il suo lettore, ad ogni lettore il suo libro), in quel determinato contesto, in quel determinato momento (fosse semplice, determinare contesto e momento (da cui l’impossibile arte di suggerire ad una persona il suo libro/articolo/manuale/film-serie tv (con sottotitoli)(è leggere, no?)(va bhè, rimaniamo sui libri))).

Perchè (lo insegna Qohelet) c’è un tempo per leggere ed un tempo per non leggere, c’è un tempo per Moccia e c’è un tempo per Borges.
Ha senso far leggere Moccia, secondo me, nell’ottica in cui ha senso insegnare alle persone che leggere può essere bello, può emozionarti o dirti cose che per te sono importanti.
Ha anche senso, secondo me, affermare che leggere Moccia tutta la vita è un po’ una perdita di tempo, che non insegna molto, soprattutto se hai voglia di andare oltre i 15 anni (mentali).
La lettura ovviamente non basta a farci persone migliori, ci sono perfetti stronzi che leggono moltissimo, persone felici e semplici che leggono il mondo senza parole scritte. Ma, secondo me, sempre di leggere si tratta.

Dunque l’unica cosa che mi viene da difendere è che ognuno trovi i suoi strumenti per leggere il mondo, attraverso i libri o meno. (ma che un modo lo trovi)(è un diritto e un dovere, e secondo me possiamo osare affermarlo, che se hai gli strumenti e il tempo e la possibilità, se sei uno stronzo tale da non aver una tua lettura del mondo, una tua voce (si diceva spirito critico, una volta) è colpa tua, e fai un danno anche a me.)

Poi c’è una cosa, che dimentico sempre e non vorrei.

Leggere è sempre un dialogo con qualcun altro, più o meno mediato, e anche più o meno efficace. In altri termini, leggere è entrare nella testa di qualcun altro. (Imparare a) capire le altre persone. Una lezione di empatia.

E, se mi permettete, l’unico modo in cui riesco a finire questo poema è così.

Il mondo si può guardare da infiniti punti diversi.
(tutto è uno. ci sono infinite prospettive per sporgersi e guardare il basso, infiniti punti di fuga nell’infinita matrice del mondo.
infinite leve per sollevare il mondo, infinite chiavi per aprirlo.
se il mondo è una rete (come è), ogni anello è il più importante. ogni sequenza lineare estratta dal groviglio è quella capitale. ogni filo dello gnommero è quello segreto.
ogni punto è il baricentro della sfera infinita.
l’abisso è sopra, sotto, a lato.
noi siamo Alice che cade nel buco, e il buco è una fottuta opera di Escher.
Ognuno ha il diritto e il dovere di di trovare il suo occhio, la sua mano e la sua voce. Ognuno il suo percorso, il suo piccolo angolo da cui vedere il mondo squadernarsi e acquistare senso.
Freud scese nell’inconscio, Nietzsche nel dio morto, Darwin l’evoluzione del regno dei viventi.
Newton, Parmenide e innumerevoli altri riunire il mondo attraverso la ragione; Borges scelse specchi, labirinti e biblioteche, Daumal la montagna, Melville il mare.
(Gadda la parola nella sua nevrosi, Perec l’esaustione di elenchi e collezioni, Carroll la logica dell’illogico)
((Kafka l’inesorabilità della colpa, Campo la perfezione, DFW il dolore della consapevolezza))
(((Bolaño l’unica notte e l’unica storia, Calasso l’ignoto e il suo volto multiforme, Wiener l’informazione ubiqua)))
((((Wilson le formiche e la loro socialità, Milani l’impotenza dei poveri, Girard il sacrificio))))
(((((…

Ognuno al suo demone, e il suo demone ad ognuno.

Disegnare è raccontare storie, dirigere film è raccontare storie, scrivere è raccontare storie, raccontare storie è dimenticarsi (e ricordarsi, insieme) di essere umani e mortali. Abbiamo inventato le storie, cioè le menzogne, per dimenticarci della morte, seppure per finta, e per poco. Abbiamo inventato la scienza, per la paura della morte, e per spostarla un po’ più in là.

L’unica domanda seria del mondo (dunque, forse) è capire se la tua bacchetta sia di faggio o sambuco, se la sua anima sia un tendine di drago o una piuma di fenice (se il tuo daimon sia tigre o civetta, se il tuo chakra sia di vento o di fuoco).  “E voi, che cosa cercate?“  “Una analogia”. 

Valar morghulis. Valar doheris.

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Di libri, dati e conversazioni

[post urgente e incompleto, ma c’avevo un paio di cose da dire subito, e le ho dette così] Fra Amazon/Goodreads ieri e Elsevier/Mendeley oggi, pare un brutto momento per i commons digitali.  Perchè le alternative, per i libri, sono veramente poche. Ho letto questo gran articolo di jumpinshark e questo post è praticamente il commento che […]

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