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Esperimenti autoreferenziali di pensiero ortogonale

Tag: libri

Novità

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Questo blog ha giusto un paio di lettori, e metà di questi due mi conosce e ci sentiamo al telefono o su Facebook e quindi sa sempre tutto. Ma lo dico lo stesso, anche qui: da luglio non lavoro più all’università di Bologna, da un settimana non vivo più a Modena.
Vivo a Milano (Lambrate), con Ale, e lavoro ad un nuovo progetto, una startup che si chiama Tworeads.
Tworeads sarà un motore di scoperta, un modo che crediamo nuovo e bello di scoprire e navigare fra libri connessi fra loro. Non vi dico molto altro, ma ho dei favori da chiedervi. Se vi interessa, leggeteci sul blog (in parte, lo scrivo io), piaceteci su Facebook, seguiteci su Twitter.

Potete anche scrivermi qui sotto (o, meglio, ad andrea chiocciola tworeads.com) se volete ricevere la nostra newsletter nei prossimi mesi (soprattutto se avete un account aNobii o Goodreads).

Potete, infine, partecipare ai primissimi test sui suggerimenti dei libri, se avete letto uno di questi 6:

  1. Il cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb
  2. Senza perdere la tenerezza, di Paco Taibo Ignacio II
  3. Economia canaglia, di Loretta Napoleoni
  4. Cronache mediorientali, di Robert Fisk
  5. Quando eravamo froci, di Andrea Pini
  6. (COMING SOON) Intelligenza e pregiudizio, di Stephen Jay Gould

Cliccate sul link; guardate i libri suggeriti; mandatemi una lista dei libri che si sembrano suggerimenti interessanti (non in generale, ma proprio per voi). Più scrivete e spiegate e raccontate e date feedback, più mi rendete felice. La mail è sempre andrea chiocciola tworeads.com.

E intanto grazie. 

Note su carta contro bit

Sto leggendo Allucinazioni di Oliver Sacks, in ebook, e ho il sospetto che mi sarebbe piaciuto di più su carta.  

È forse la mia personale paranoia/percezione di come andrebbe letto un Adelphi (mantenere una certa distanza dall’attualità, dalla vita quotidiana; mantenere un silenzio), e sicuramente sono io a non avere nè il tempo nè la voglia di mantenere le premesse che mi impongo. 

Ma mi pare di capire che una delle cose che si perde con il libro elettronico è una sorta di identità del libro, di metadati puramente fisici. Un libro di carta è e rimane sempre un libro: i miei occhi lo riconoscono, è un parellelepipedo di carta che rimane sempre tale. Mi dà la tranquilla stabilità delle cose. Lo percepisco con i miei sensi (lo vedo come libro, tocco la sue pagine, sento il famoso odore della carta), e so che rimarrà così. Sono dati, metadati che percepisco, consciamente o meno, e che mi ricordano il libro, esattamente come le madeleine erano “trigger” neurocognitivi per Proust. È uno dei motivi per cui avere libri in casa aiuta a leggere: li vedi e per un secondo te li ricordi, ripercorri ciò che ti hanno dato, sia in termini di informazioni o di emozioni. la loro fisicità è un appiglio per la nostra memoria. Ripercorrerli è ripetere, quindi ricordare. Uno dei motivi per cui possedere i libri che hai letto e tenerli davanti a te funziona

Per questo forse il libro elettronico ha più da perdere nelle nostre vite iperattive: se letto nel nostro vario e mulinante “fare cose”, il libro elettronico è un pezzo di testo (quindi un pezzo di emozioni e cognizioni) all’interno di un pezzo di plastica, che vedo e percepisco come pezzo di plastica. Lo perdo più velocemente come velocemente ho perso gli articoli letti velocemente nello scorrere del lettore RSS. Perdo parte di una memoria spaziale, perdo quei semplici appigli che spesso inconsciamente ci aiutano a ricostruire un ambiente, un’emozione, un’argomentazione. 

E’ dunque forse una piccola rivincita (e un nuovo vantaggio) che il libro di carta si prende in una vita spesso troppo ricca di stimoli, e uno spazio che si riprende nell’economia dell’attenzione. Il libro in sè (atomi o bit) esige questo spazio mentale, come discorso lungo e argomentato. La carta ci aiuta un po’ di più, forse, semplicemente perchè carta rimane, e ci chiede meno di uno schermo.

I libri del 2013

libri 2013

Quest’anno ho letto 35 libri, per un totale di 8678 pagine. Non tantissimi libri, dunque (l’anno scorso erano 43, con tutto il ciclo di A song of Ice and Fire.), ma belli ed importanti. E’ stato un anno di grandi cambiamenti per me, e soprattutto un anno felice. Come al solito, i libri che mi hanno accompagnato sono stati fondamentali, cause primarie e conseguenze delle mie azioni, e hanno fornito senso e direzione e contraltare a ciò che ho fatto e pensato e deciso di fare e pensare quest’anno. Li elenco in ordine di potenziale rivoluzionario personale.

Raw thought, Aaron Swartz

Chi legge questo blog sa che quest’anno ho parlato molto di Aaron Swartz. Nei giorni dopo la sua morte,  ho iniziato a divorare articoli, post e ogni genere di scritto che trovassi su di lui. Con calma, poi, verso giugno, ho iniziato le 1033 pagine del suo blog. Ho già detto qualcosa qui, a riguardo, e ne ho parlato abbastanza da vergognarmi di farlo ancora. Dico solo, e brevemente, che per me Aaron è (è, non era) un modello, un qualcosa che voglio essere anche io, in parte, a mio modo. Non so dirlo con altre parole, ma non ne servono. Hofstadter dice che la coscienza di chi muore rimane nella mente degli altri, e gli altri rimangono in noi anche per quello che lasciano, che hanno scritto, detto e fatto. Ci rimangono quindi questi 444 post di un ragazzo straordinario, che ha moltissimo da insegnare (per metodo, sguardo, pensiero, motivazioni), con pregi e difetti, ovviamente, con tutto ciò che di testardo e ingenuo e semplicemente immaturo poteva avere un’intelligenza sensibile e prodigiosa che ha deciso di finirla a soli 26 anni. Potete scaricare tutto il blog in ebook qui.

Se niente importa, di Jonathan Safran Foer

Ne ho già parlato qui, che è una delle cose più dure e difficili che abbia mai scritto, e non credo ci sia da aggiungere altro. Questo libro mi ha convinto (among other things) a smettere di mangiare carne, e mi ha mostrato un paio di cose che non ho mai voluto guardare sul modo che abbiamo di stare al mondo. Secondo me, da leggere assolutamente.

The 4-hour chef, Tim Ferriss

Mattonazzo di self improvement, a suo modo, per convincere i nerd totali come me che è possibile imparare a cucinare. Ci è riuscito (among other things). Consigliato, ma saltate tranquillamente i capitoli che non vi interessano, ripete le cose 10 volte, e incorpora tutti i suoi libri precedenti, ogni volta.

Mistica senza Dio, Fritz Mauthner

Librettino eretico, oscuro e quasi introvabile (voi scrivete una mail alla casa editrice, e loro ve lo spediscono), ma di una lucidità rara. Si legge in un paio di giorni felici, e distrugge ridendo (ancora meglio: sorridendo) Dio e il linguaggio. Non vi dico altro, ordinatelo qui.

Anelli nell’io, Douglas Hofstadter

Io ho questa cosa con Hofstadter, che lo inizio e lo lascio lì mesi e quando lo riprendo mi rendo conto che decine di idee e concetti e pensieri non erano miei ma suoi (qualche volta viceversa). Sorprendentemente, mi ha fornito uno dei concetti più importanti per la mia conversione alimentare (sempre qui, Definizione di coscienza). Come al solito Hofstadter è verboso oltre il sopportabile, ma le sue idee sono belle e importanti, e le pagine dedicate alla moglie valgono da sole il libro. Pur con tanti difetti, è un libro estremamente onesto, e a Doug non si può non volere bene.

Adelphiana 1971
L’impronta dell’editore, Roberto Calasso
Cento lettere ad uno sconosciuto, Roberto Calasso

A loro modo, 3 (banalmente) splendidi libri sul “capolavoro” Adelphi, su un’idea di letteratura e di lettura che ha dell’insondabile ma che ci piace comunque così. L’impronta dell’editore ripesca ampiamente da articoli e scritti passati, ma vale la pena leggerli tutti in fila, e gli inediti sono bellissimi. Cento lettere ad uno sconosciuto è un particolarissimo, etereo sentiero per toccare l’oscuro cuore adelphiano, e me lo sono goduto enormemente. Come Adelphiana 1971, (ancora più oscuro, se possibile). Non ho ancora messo le mani su Adelphiana 1963-2013, ma siamo sicuramente da quelle parti: un tentativo di ritratto del plurale volto della medusa Adelphi.

Crowdsourcing, Jeff Howe
Open access, Peter Suber

Il primo è piuttosto datato (è il libro che ha coniato il termine “crowdsourcing”), ma è tuttora un lettura fantastica e illuminante. Open access di Suber è, finalmente, il primo libro totalmente dedicato all’accesso aperto alla letteratura scientifica. Suber è uno dei massimi esperti al mondo, e lo stile è chiaro, lineare, e non dimentica nulla. Da leggere, si scarica gratis qui.

L’anello di re Salomone, Konrad Lorenz
Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel

Piccoli libri per imparare a vivere, non a caso sono entrambi dei classiconi. Proprio belli, tutti e due.

Dei motivi orientali, Vasilij Rozanov
Fato antico, fato moderno, Giorgio De Santillana
La nascita della filosofia, Giorgio Colli

Tre sguardi completamente diversi, rispettivamente, su Egitto (primo) e Grecia antica (secondo e terzo). Rozanov è uno strano cristiano innamorato della religione della vita egiziana (e con vita intendo: sesso), mentre De Santillana ripercorre qui brevemente alcuni temi già trattati estensivamente ne Il mulino di Amleto (che ho comprato dopo aver letto questo). La sua lettura di Parmenide mi sembra enormemente sensata (hint: l’essere è lo spazio euclideo). De La nascita della filosofia non ho capito un cazzo.

A livello di fiction, mi sono goduto moltissimo La vera storia del pirata Long John Silver (un vero capolavoro), La figlia della donna a ore di Stephens (che scrive come un semidio) e La letteratura nazista in America di Bolaño (va bhè, è Bolaño). McCarthy è ovviamente una certezza (Non è un paese per vecchi), anche se Meridiano di sangue è lungo e arido e pesante e freddo. Una sorta di Valhalla rising fatto libro.   

Della Biblioteca di Babele, Lugones è stata una grande scoperta. Sembrerebbe un altro emulo di Borges (il cui numero è legione), se non ne fosse un precursore. Anche Meyrink merita (come tutta la collana, del resto), ma vola molto più basso. Jacob Von Gunten, come molti altre opere profondamente calasso-adelphiane, mi sfugge. Capisco che c’è qualcosa, ma non riesco a capire cos’è (mi accade(va) la stessa cosa con Kafka). Vedremo, tempo al tempo.

Lista completa. Tutti i metadati, eventuali recensioni e giudizio, qui.

  • Raw Thought, Aaron Swartz
  • Il bene comune, Noam Chomsky
  • Anelli nell’io: Che cosa c’è al cuore della coscienza?, Douglas R. Hofstadter
  • La nascita della filosofia, Giorgio Colli
  • Nel paese dei ciechi, H.G. Wells
  • Il Cardinale Napellus, Gustav Meyrink
  • La statua di sale: e altri racconti, Leopoldo Lugones
  • Crowdsourcing: Why the Power of the Crowd Is Driving the Future of Business, Jeff Howe
  • La letteratura nazista in America, Roberto Bolaño
  • La rivoluzione dell’informazione, Luciano Floridi
  • Meridiano di sangue: o Rosso di sera nel West, Cormac McCarthy
  • Open Access, Peter Suber
  • Stile Calvino: Cinque studi, Alberto Asor Rosa
  • Mistica senza Dio, Fritz Mauthner
  • La figlia della donna a ore, James Stephens
  • Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel
  • Il gatto in noi, William Burroughs
  • Entropia: e altri racconti, Thomas Pynchon
  • Adelphiana 1971, Autori vari.
  • Se niente importa: Perché mangiamo gli animali?, Jonathan Safran Foer
  • Jakob von Gunten: Un diario, Robert Walser
  • Cento lettere a uno sconosciuto, Roberto Calasso
  • La vera storia del pirata Long John Silver, Björn Larsson
  • Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy
  • The 4-Hour Chef: The Simple Path to Cooking Like a Pro, Learning Anything, and Living the Good Life Di Timothy Ferriss
  • Storia naturale del nerd: I ragazzi con gli occhiali che stanno cambiando il mondo, Benjamin Nugent
  • L’impronta dell’editore, Roberto Calasso
  • Da motivi orientali, Vasilij Rozanov
  • Lettere e scartafacci (1912-1957), Roberto Longhi, Bernard Berenson
  • Fato antico e fato moderno, Giorgio de Santillana
  • Lettere alla cugina, Wolfang Amedeus Mozart
  • L’anello di re Salomone, Konrad Lorenz
  • Cristalli sognanti, Theodore Sturgeon
  • Cari italiani vi invidio, Camillo Langone
  • La Chiesa e il Regno, Giorgio Agamben

Del leggere.

(ho iniziato questa cosa perchè Laura (update: e poi Virginia) ha scritto questa bella recensione dell’ultimo libro di Casati, Contro il colonialismo digitale (che non ho ancora letto, però). Poi la cosa mi è sfuggita di mano, è diventata troppo lunga ed è la roba qui sotto. E’ una risposta laterale, diciamo così.)

Cosa

Il problema è cosa intendiamo con lettura, di qualsiasi testo (e già rimanere sui testi è parziale, incompleto e fallace), e soprattutto cosa vogliamo che questa lettura produca. Che effetto o risultato deve avere.

Premessa (che è poi anche la conclusione) : io credo, umilissimamente, che la lettura, al suo meglio, sia una costruzione dell’identità.
Lo scrissi qui quattro anni fa: possiamo vedere il leggere come inserire input in un sistema, se non che leggere cambia ciberneticamente anche il sistema stesso. Per cui assumeremo input diversamente, e così via, in quel misterioso equilibrio dinamico, che, alla fine, siamo noi.

O, detta più elegantemente, “Books are how people install new software in their brains” (allego documentazione).

Leggere (leggere cose scritte; quindi c’è uno scrivere precedente, di cui non ci occupiamo) è dunque un meccanismo incredibile che l’umanità ha elaborato per rendere l’oralità qualcosa che abbattesse (qualche) limite di tempo e spazio.
Ciò che leggiamo (unito a ciò che ascoltiamo e facciamo) contribuisce banalmente a ciò che diventiamo: costruisce ragionamenti e concetti, cambia modelli di pensiero e comportamento, crea memorie ed esperienze. Un lettore (cioè uno che legge spesso, che ha bisogno di leggere) legge per vivere, perché ha imparato a filtrare il mondo (anche) attraverso i libri. Ogni lettore associa un libro ad un periodo della sua vita, e se è abbastanza ossessionato e/o preciso anche il contrario. Ogni biografia di un lettore è un serpente di libri, che noi possiamo sfogliare come una biblioteca, un insieme ordinato di parole unico e irripetibile)(Una biografia dovrebbe essere prima di tutto una storia delle sue letture (*)).

Le parole definiscono ciò che siamo e pensiamo, perchè noi, implacabilmente, pensiamo parole. Pensiamo parole che articoliamo in frasi che formano concetti che si incastrano in sistemi di pensiero, che è poi quello che vagamente i libri cercano di imitare, infilando linearmente una serie di paragrafi che uno dietro l’altro espongono un pensiero (se il libro vuole esporre un pensiero) o raccontano una storia (se vogliono raccontare una storia)(ovviamente, non è tutto così dualista, ecc.).

La neuroscienza suggerisce che ciò che leggiamo riaccada nella nostra testa: i nostri neuroni riproducono e ri-rappresentano ciò che è scritto, e noi lo riviviamo: potenza e meraviglia del rivivere le storie, origine (direi) di tutto ciò che chiamiamo cultura e religione, ma anche divertimento, comunicazione, pubblicità, tutto. La lettura è un atto di empatia, e allo stesso tempo telepatia per interposta sequenza di caratteri. Siamo macchine, funzioniamo a codice (e il codice che è in questo caso il linguaggio naturale, nei suoi miliardi di sottogeneri).

Perchè

Ora, sul perchè si legge, e sul perchè bisognerebbe far leggere, invitare ed educare alla lettura, confesso che sono a giorni alterni triste ed euforico. Una bipolarità corollario della mia oramai cronica e schizofrenica (s)fiducia nel mondo (o anche solo che il mondo è grosso e guardarlo tutto insieme non ci si riesce, e uno finisce per guardarne parti, ma la parte la devi scegliere, perchè non c’è da nessuna parte una parte abbastanza piccola da guardarla tutta insieme che sia immagine perfetta del mondo, corrispondenza limitata ma biunivoca, perfettamente comprensibile ma comunque simbolo di quello che c’è là fuori (enorme, magmatico, irriducibile)(ci mancano metafore del mondo, ci mancano davvero metafore del complessità, che siano non dico perfette ma buone abbastanza, che permettano di adeguare le weltanschauung altrui ad un modello leggermente più accurato. (è un problema serio davvero, secondo me))).

Un’altra puntualizzazione da fare è che io sto parlando di libri (o comunque ho in mente prevalentemente i libri), sia per abitudine sia per scelta. Perché, abbiamo detto, se costruisco un’identità con parole per unità di tempo, i libri sono contenitori di ragionamenti (e storie) di un certo tipo, e permettono una certa lunghezza, e richiedono una certa pazienza, e occupano quindi (nella mia testa, con le loro parole) un certo periodo di tempo. Sono diversi da un post o un articolo o un reportage, perché presuppongono altre fatiche e altri tempi (punto).

Ma ritornando alla domanda fondamentale: perchè dobbiamo educare alla lettura?
C’è forse da dire anche che la soluzione finale sarebbe educare alla felicità (educando cioè al fine e non al mezzo) ma è per vari motivi che non sto a spiegarvi è complicato. Allora forse dovremmo educare all’amore, che della felicità è causa necessaria e forse sufficiente (amore di sè, per il prossimo, per quello dopo di lui, per il mondo, per l’umanità generale e l’umanità singola, amore per la realtà). Anche educare all’amore è complicato (alcuni ci hanno provato (tipo le religioni di mezzo mondo), ma spesso non sono efficaci(, e uno dei motivi (secondo me) è che ci credono troppo)). Nel senso: educare all’amore dovrebbe come essere educare alla lettura, alla matematica o alla cultura: una scelta razionale e ragionevole, basata sull’esperienza di alcuni miliardi di persone. Non una verità detta da qualcuno che non esiste (sono differenze piccole ma sostanziali).

Ma non vorrei deviare troppo (anche se credo che il significato profondo dell’educazione alla lettura sia da ricercarsi proprio lì, nell’oscuro senso che ognuno dà alla vita). Quindi ammettiamo assiomaticamente che leggere è bene perchè conoscere è bene.

O, detta più elegantemente, “If you think education is expensive, try ignorance“.

E chi mi legge lo sa che se io cito Derek Bok è per introdurre Aaron Swartz, che con Roberto Calasso è uno dei due modelli di lettore ideale che mi sono scelto. Aaron Swartz leggeva un centinaio di libri l’anno, perlopiù non fiction, e li leggeva perchè gli piaceva questa cosa che i libri ti aiutano a capire la realtà, come lunghe pertiche per sondare il fondo in un fiume d’acqua torbida. Tasti il fondo, cerchi di capire, e intanto ti muovi.
L’idea di saziare la fame di conoscenza un libro alla volta è di per sè risibile e bellissima, ma la cosa che nel suo caso mi riempie di rispetto è l’idea che la realtà va capita prima di cambiarla, perchè cambiare il mondo in meglio è un diritto e un dovere e allora i libri sono un mezzo efficace per farlo. E se c’è un motivo nobile che sopravvive ai miei scoramenti a giorni alterni è che questo conoscere per migliorare (te stesso, e fuori da te) ha senso, dà senso, è cosa buona e giusta.

Come

Non ci rimane che scoprire come educare alla lettura, allora. Il fatto è che non lo so (è una sezione breve, l’ho messa solo perchè ci stava bene).

La regola del pollice vorrebbe che uno legge ciò che gli serve (ad ogni libro il suo lettore, ad ogni lettore il suo libro), in quel determinato contesto, in quel determinato momento (fosse semplice, determinare contesto e momento (da cui l’impossibile arte di suggerire ad una persona il suo libro/articolo/manuale/film-serie tv (con sottotitoli)(è leggere, no?)(va bhè, rimaniamo sui libri))).

Perchè (lo insegna Qohelet) c’è un tempo per leggere ed un tempo per non leggere, c’è un tempo per Moccia e c’è un tempo per Borges.
Ha senso far leggere Moccia, secondo me, nell’ottica in cui ha senso insegnare alle persone che leggere può essere bello, può emozionarti o dirti cose che per te sono importanti.
Ha anche senso, secondo me, affermare che leggere Moccia tutta la vita è un po’ una perdita di tempo, che non insegna molto, soprattutto se hai voglia di andare oltre i 15 anni (mentali).
La lettura ovviamente non basta a farci persone migliori, ci sono perfetti stronzi che leggono moltissimo, persone felici e semplici che leggono il mondo senza parole scritte. Ma, secondo me, sempre di leggere si tratta.

Dunque l’unica cosa che mi viene da difendere è che ognuno trovi i suoi strumenti per leggere il mondo, attraverso i libri o meno. (ma che un modo lo trovi)(è un diritto e un dovere, e secondo me possiamo osare affermarlo, che se hai gli strumenti e il tempo e la possibilità, se sei uno stronzo tale da non aver una tua lettura del mondo, una tua voce (si diceva spirito critico, una volta) è colpa tua, e fai un danno anche a me.)

Poi c’è una cosa, che dimentico sempre e non vorrei.

Leggere è sempre un dialogo con qualcun altro, più o meno mediato, e anche più o meno efficace. In altri termini, leggere è entrare nella testa di qualcun altro. (Imparare a) capire le altre persone. Una lezione di empatia.

E, se mi permettete, l’unico modo in cui riesco a finire questo poema è così.

Il mondo si può guardare da infiniti punti diversi.
(tutto è uno. ci sono infinite prospettive per sporgersi e guardare il basso, infiniti punti di fuga nell’infinita matrice del mondo.
infinite leve per sollevare il mondo, infinite chiavi per aprirlo.
se il mondo è una rete (come è), ogni anello è il più importante. ogni sequenza lineare estratta dal groviglio è quella capitale. ogni filo dello gnommero è quello segreto.
ogni punto è il baricentro della sfera infinita.
l’abisso è sopra, sotto, a lato.
noi siamo Alice che cade nel buco, e il buco è una fottuta opera di Escher.
Ognuno ha il diritto e il dovere di di trovare il suo occhio, la sua mano e la sua voce. Ognuno il suo percorso, il suo piccolo angolo da cui vedere il mondo squadernarsi e acquistare senso.
Freud scese nell’inconscio, Nietzsche nel dio morto, Darwin l’evoluzione del regno dei viventi.
Newton, Parmenide e innumerevoli altri riunire il mondo attraverso la ragione; Borges scelse specchi, labirinti e biblioteche, Daumal la montagna, Melville il mare.
(Gadda la parola nella sua nevrosi, Perec l’esaustione di elenchi e collezioni, Carroll la logica dell’illogico)
((Kafka l’inesorabilità della colpa, Campo la perfezione, DFW il dolore della consapevolezza))
(((Bolaño l’unica notte e l’unica storia, Calasso l’ignoto e il suo volto multiforme, Wiener l’informazione ubiqua)))
((((Wilson le formiche e la loro socialità, Milani l’impotenza dei poveri, Girard il sacrificio))))
(((((…

Ognuno al suo demone, e il suo demone ad ognuno.

Disegnare è raccontare storie, dirigere film è raccontare storie, scrivere è raccontare storie, raccontare storie è dimenticarsi (e ricordarsi, insieme) di essere umani e mortali. Abbiamo inventato le storie, cioè le menzogne, per dimenticarci della morte, seppure per finta, e per poco. Abbiamo inventato la scienza, per la paura della morte, e per spostarla un po’ più in là.

L’unica domanda seria del mondo (dunque, forse) è capire se la tua bacchetta sia di faggio o sambuco, se la sua anima sia un tendine di drago o una piuma di fenice (se il tuo daimon sia tigre o civetta, se il tuo chakra sia di vento o di fuoco).  “E voi, che cosa cercate?“  “Una analogia”. 

Valar morghulis. Valar doheris.

Qui o si fa (leggere) l’Italia o si muore

L’ISTAT ci dice che l’Italia legge poco, pochissimo, e questa è una brutta notizia, e una conferma. If you think education is expensive, try ignorance, diceva quello, e per me è un mantra, una piccola verità da portarsi dentro, nella sua contraddizione. Leggere fa bene alla vita, in sostanza, perchè aiuta a capire il mondo e le persone (che sono il mondo), lo diceva don Milani e lo dice la neuroscienza. Ogni tanto mi rileggo l’intervista a Roberto Roversi (che non ho conosciuto e non conosco, conosco solo quest’intervista, e mi basta), che in tre righe apre elabora e chiude la questione.

Quali [libri] ha tenuto con sé?
“Ma è ovvio, quelli che devo ancora leggere. E anche quelli che voglio rileggere come se fossero nuovi”.

È giusto rileggere?

“A volte indispensabile. Manzoni letto a vent’anni è intollerabile, a cinquanta comincia già a migliorare, a ottanta è eccellente, lo leggi come guarderesti un paesaggio dall’alto”.

E poi?
“Qualche classico del Novecento e quelli dei miei vecchi amici: Vittorini, Bassani, Calvino, Volponi… Mi sono necessari per leggere tutto il resto, sono come un machete nella foresta tropicale”.

(che poi, appunto, uno dovrebbe pure smetterla di guardare ai numeri e basta (e magari guardare a cosa si legge, che anche quello ha importanza (non lettori forti, ma forti letture))).

(che poi io ho un’idea molto banale, cioè che la lettura è correlata al trasporto pubblico e cioè i pendolari leggono di più. ci sono un paio di persone interessate a esplorare questa cosa, se sei interessato anche tu, aubreymcfato gmail com.)

Questo post non ha una conclusione.

PS: C’entra poco, ma c’entra: con Tropico del Libro, e vari amici, abbiamo scritto un libercolo digitale sui libercoli digitali, e i perchè e i percome. Prendete e leggetene tutti

 

Di libri, dati e conversazioni

[post urgente e incompleto, ma c'avevo un paio di cose da dire subito, e le ho dette così]

Fra Amazon/Goodreads ieri e Elsevier/Mendeley oggi, pare un brutto momento per i commons digitali.  Perchè le alternative, per i libri, sono veramente poche. Ho letto questo gran articolo di jumpinshark e questo post è praticamente il commento che ho scritto là.

Anobii era un felice esempio di una comunità testarda e ricca che aveva preso possesso di una piattaforma semplice, piena di buchi ma comunque potente (una cosa simile è accaduto a friendfeed (con tante sovrapposizioni di utenti, fra l’altro)(come se in italia ci fosse uno zoccolo duro di utenti giovani e meno giovani, ma colti e con l’amore per il libro (e per il cazzeggio, più e meno intelligente)). Sta morendo, e al momento è un peccato per tutti. Non si vedono molte possibilità all’orizzonte (la nuova versione, attiva in inglese, è praticamente un negozio di ebook, e aNobii come lo conosciamo sarebbe morto). Non sappiamo se Zazie.it (cioè quelli di Bookrepublic) sia o meno  interessato ad aNobii, la sua community e i suoi dati. Secondo me, dovrebbero.

Il problema è che anche sul fronte open non ci sono buone notizie.  Al concorso CheFare era stato proposto Social Book, progetto interessante che però non è mai nato. Ho contattato tempo fa uno degli ideatori, Giancarlo Briguglia, dato che io nel tempo libero avevo pensato ad un progetto praticamente identico. Pare si sia fermato, perchè ovviamente mancano i fondi.

Ancora, so da fonti certe che anche OpenLibrary è in una situazione poco felice: Internet Archive pare poco propenso a continuare il suo sviluppo e al momento il progetto sta cercando di guardarsi intorno e cercare persone/comunità/sviluppatori per ripartire.

Wikipedia, inoltre, viene vista da alcuni come l’unica alternativa a tutto questo. In parte hanno ragione, in parte no.

Questo è perchè Wikipedia è fondamentalmente un’enciclopedia, e non altro. Su Wikipedia vigono principi che constrastano con l’idea di una comunità di lettori che conversano sui libri: il principio del punto di vista neutrale (in gergo, NPOV), il concetto di Enciclopedicità e la regola  “Niente ricerche originali” (i primi tre che mi sono venuti in mente) non permettono ad esempio, un’esportazione diretta dei contenuti di aNobii su Wikipedia: non sono accettate recensioni, nè discussioni sul merito dei libri, e non sono neanche accettati tutti i libri o tutti gli autori. Senza contare che non tutti i dati potrebbero essere liberi.
E’ però sicuramente possibile fare molto per un’integrazione: come ricordava lo stesso jumpinshark nei commenti al suo articolo, molte voci di autori importanti sono assolutamente incomplete, sia di dati che di informazioni. E’ possibile per una comunità di lettori appassionati (come ce ne sono nel Progetto Letteratura) renda complete e ricche le voci wikipediane di letteratura. E’ quello che auspichiamo (e invito tutti a fare).

Purtroppo, ed è un dato di fatto, scrivere su Wikipedia non è scrivere su aNobii: è molto più noioso riportare quello che dicono altri critici su un libro piuttosto che scrivere una personale recensione dello stesso. Questo è uno dei motivi per cui le voci di letteratura su Pedia sono insufficienti (in quantità e qualità). E’ la differenza fra scrivere un saggio o un tema libero. Diverse tipologie di scrittura, difficoltà, utilizzo del tempo libero.

Fra tutte queste cattive notizie, ce ne sono due che mi fanno ben sperare.

A fine aprile aprirà finalmente il progetto DPLA, cioè Digital Public Library of America, la prima vera biblioteca digitale pubblica. nessuno sa in realtà cosa sia, e come evolverà. Possiamo solo stare ad osservare/studiare, e cercare di copiare qualcosa, per creare forse una grande biblioteca digitale pubblica italiana. Un progetto del genere potrebbe riunire in sè la cooperazione di diversi attori: biblioteche, fondazioni, archivi, ma anche semplici utenti, e l’interoperabilità di una moltitudine di progetti open. Potrebbe ricevere recensioni e rating dai lettori, proporre le trascrizioni di Wikisource, utilizzare i dati bibliografici che cercheremo di mettere su Wikidata, linkare a Wikipedia e alle sue informazioni. Potrebbe utilizzare TEXTUS, o Pundit, per le annotazioni. Potrebbe fornire statistiche di lettura utili ai lettori. Potrebbe costruire un’infrastruttura fatta dagli utenti per gli utenti, magari funzionando a donazioni pubbliche e private (come d’altronde funziona Wikipedia).

Quello che secondo me si può fare, e si può fare subito, è entrare come attori all’interno di questi progetti. Noi tutti: lettori, wikipediani, studenti, bibliotecari.

In un certo senso, ci stiamo lavorando, anche se molto alla lontana. Personalmente, ho appena vinto un grant (assieme a David Cuenca) per elaborare una visione strategica di Wikisource[*]. Ci proponiamo di ragionare su progetto, coinvolgere la comunità, seguire gli sviluppi di Wikidata (abbiamo anche fatta una task force per i metadati bibliografici). E’ un primo passo, ma ci sta portanto a conoscere altri progetti e associazioni interessanti (Open Library, Open Knowledge Foundation), e ad esplorare il variegato mondo dell’open (in questo caso, quello legato ai libri). E’ una roba complicata, non ci si capisce niente, ci sono n progetti e n persone interessanti che non sanno l’una dell’altra. Nel mio piccolo, credo che conoscerci e far conoscere sia il primo passo, perchè la tecnologia è là fuori, le competenze pure, basta solo unire i puntini.

Tutto questo sarà necessario, io credo, per avere attori e progetti diversi ma interoperabili, che utilizzeranno licenze e tecnologie libere. Altri progetti potrebbero poi partire da questa piattaforma, e svilupparsi in altre direzioni. Ma è una cosa che va fatta bene (e, ahimè, nel tempo libero). Però ce la possiamo fare.

* se siete interessati, aubreymcfato chiocciola gmail.com. 

Come generare il numero di controllo nell’ISBN

Capita che magari sei un editore, o uno che per qualche motivo si è comprato dei numeri ISBN. Capita anche che li vuoi comprare una volta e poi più, chè costano, la crisi, ecc. Quello che forse non sai è che quando ne hai comprato uno, puoi averne altri, l’algoritmo è pubblico, e a questo punto gli ISBN puoi generarteli da solo.

I numeri ISBN (quelli a 13 cifre) sono composti da 5 parti, e le prime 3, quando li compri, diventano fisse. La quarta è progressiva (libro 0, libro 1, ecc.), e poi c’è il codice di controllo, l’ultimo, che va da 0 a 10.

Quindi, quando hai finito la tua lista di ISBN ma vorresti continuare, inserisci le prime 3 sezioni (le copi dagli altri ISBN che hai), vai con il numero progressivo (all’ultimo ISBN che avevi), e per trovare la cifra di controllo corrispondente vai qui.

Poi puoi andare su ISBN.it, entrare nella tua area registrata e collegare il nuovo titolo al tuo ISBN nuovo di pacca.

2012, in libri (e quest’anno anche in ebook)

[2011]

Libri 2013

Anobii dice che quest’anno ho finito 43 libri, per un totale di 12521 pagine.

8 di questi erano in inglese, 15 di fiction (tutto il resto saggistica, varia ed eventuale), ben 24 in ebook, 3 fumetti. C’è stato A Song of Ice and Fire, per lunghe settimane (fra treno e gelati a pranzo, quest’estate), alcuni libri letti e abbandonati (Le correzioni di Franzen mi fa cagare, Wiener inspiegabilmente non riesco a finirlo (troppo amore), Girard è titanico, The best of McSweenies non mi convince tutto quanto, e poi Bolaño, che continua ad essere troppo bello), qualche saggio davvero bello (Supercooperatori, La vita immortale di Henrietta Lacks, Reinventing Discovery).

Quest’anno ho letto moltissimo (l’hanno scorso le pagine erano 8708, per 37 libri), e facendo la tara ai molti libri letti in treno per il programma della RAI (almeno 6, che di mio non avrei letto)(ne avrei letti altri, immagino), si conferma l’aumento di lettura (più del 50%!) dato dal Kindle dall’ebook reader (comprato giusto giusto a dicembre 2011). Come prevedono le statistiche, quest’anno ho letto di più e in formati diversi (carta, epub, perfino PDF)(quel matto di Nelson pubblica in PDF). Ho letto moltissimo in treno (in mobilità, gli ebook reader sono imbattibili), ma anche in moltissime pause pranzo (Martin, come sopra). Ho letto per lavoro e per piacere. Ho comprato i miei libri usati (come e più dell’anno scorso), e li portavo con me accanto al reader (e anche al computer). Leggevo dall’uno o dall’altro quasi senza accorgermene. Ho letto moltissimo in inglese, sempre grazie al reader, e molta più roba nuova (che altrimenti non compro mai). Ho sottolineato molto, e salvato le citazioni in un txt. Ho perso il txt. Ne ho rifatto un altro.

La naturalezza del doppio supporto di lettura è arrivata dopo un po’, ma credo e spero non se ne andrà. Lo dice Kelly (io lo ripeto sempre): siamo abituati ad usare diverse tecnologie, a stadi di innovazione diversi. Usiamo tecnologie vecchie come la radio, che si è trasformata e infilata dappertutto (passando dall’essere il centro del salotto a nascondersi nel pc, nel telefono, in macchina, al supermercato). Riscopriamo i vinili, utilizziamo auto d’epoca, abbiamo 4 generazioni di cellulari fra di noi, usiamo wi-fi e fibra ottica e fax e dvd e blu ray e auto elettriche e biciclette (quanto cazzo è vecchia la bicicletta?). Esiste una biodiversità delle tecnologie (varia e vasta collezione di animali diversi, ognuno al proprio stadio evolutivo, ognuno perfetto per il suo habitat e la sua nicchia), una tecnodiversità, volendo. Se una tecnologia trova la sua nicchia, rimarrà, si adatterà, vivrà evolvendosi assieme ai propri utenti. Se non sarà più adatta, se ne andrà (come se ne sono andati, in parte, minidisc e cd, VHS e magnetofoni, computer a valvole e monocoli, velocipedi e zeppelin, papiri, tavolette di cera, stele di granito).

Non facciamo altro che usare tecnologie diverse, allo stesso tempo, per le medesime attività (mp3, CD per chi ce li ha ancora, radio su ogni supporto immaginabile). Impareremo a farlo anche con i libri (lo stiamo già facendo).

La morale è che, il prossimo, che mi dice l’odore della carta, lo strozzo.

[nell'immagine: le prime 2 fila, dall'alto, sono in lettura, Agamben l'ho letto oggi in treno (quindi è 2013), nella prima fila Asterios Polyp e Dietro lo specchio sono del 2011.]

Il futuro dei lettori

Una biografia [di Cristina Campo] dovrebbe essere prima di tutto una storia delle sue letture.
Margherita Pierracci Harwell

[leggevo questo, di quel figaccione di Steve Berlin Johnson, e dovreste leggerlo anche voi, perché alla fine torna tutto.]

Invidio molto i futuri lettori, quelli che potranno adagiarsi (sin dall’inizio della loro vita lettrice), su un’infrastruttura di condivisione, socialità e tecnologia che noi oggi possiamo soltanto immaginare.
Lavorando su tecnologia e ricerca (dalle neuroscienze alla psicologia della lettura, dall’usabilità delle interfacce alla sociologia) comprenderemo meglio come e perchè leggiamo, perchè prendiamo appunti, come sottolineamo, come apprendiamo. Impareremo il perchè di tutto questo e impareremo a fare meglio il come.

Credo che sarà bellissimo, e già ora possiamo intuirlo:
avere accesso instantaneo a inesauribili biblioteche, in ogni lingua; passeggiare fra decine di libri con la punta delle dita, sfogliarne i testi, scegliere le edizioni che preferiamo, nella lingua che preferiamo; esplorare documenti e libri e articoli, nell’agone della ricerca, tenendo traccia di autori e titoli e citazioni e concetti; reliquiare citazioni, farle nostre, condividerle, conservarle in collane preziose di parole, tessendo quella tela di cose scritte che -alla fine- siamo noi stessi; sarà bellissimo tenere traccia di tutto questo, poter tornare indietro sulle briciole di parole lasciate per strada, mentre entravamo nella foresta.
Sarà bellissimo poter creare qualcosa di nuovo, partendo da una memoria accresciuta, da cassetti pieni zeppi di souvenir, presi nei nostri viaggi del docuverso. Ognuno con il suo piccolo palazzo di (ricciana) memoria, ognuno una cattedrale personale di cose lette e conosciute. Sarà un po’ il compimento di avventure e sogni nati col Memex e morti con Xanadu (è una storia affascinante, dovreste conoscerla, davvero).

Per carità, molte di queste cose già le facciamo, le abbiamo sempre fatte: ma io credo sarà più facile, meno stancante e quindi anche più semplice e più accessibile. Credo sia un sogno di molti (direi quasi: tutti) avere una memoria ausiliaria, lì per ricordarci le cose quando ci servono. Per aggirare un po’ certi limiti insuperabili. Non avremo questa memoria per tutto, non diventeremo tutti Sherlock Holmes, ma credo che con i libri (e gli articoli, e i post, e i giornali: le cose scritte, appunto) le cose saranno divertenti.

Forse (forse) sarà meno difficile spiegare il perchè è bello leggere, se ognuno vedrà, da bambino, che le cose lette non si perdono, ma si accumulano pian piano. Forse costruire un’identità di “cose lette” ci aiuterà nello scoprire meglio noi stessi. Forse.

Io (per me) so che il mio profilo di aNobii è una delle mie biografie migliori, anche se impenetrabile (oltre che agli altri (non troverò mai nessuno che ha letto solo e soltanto i libri che ho letto io), anche a me stesso). L’impenetrabilità di questo ritratto resterà, immagino: ma forse sposteremo l’asticella del non conoscibile più in là, restringendo l’orizzonte degli eventi. Avendo tracce di tutto, o quasi, saremo forse più trasparenti a noi stessi e agli altri, e non ci vedo nulla di male. Anzi.

[ho scritto quasi tutto il post, e poi mi sono imbattuto in questo. Al minuto 3.50 parla Ted Nelson, al minuto 4.30 Doug Engelbart, e c’è da piangere, sul serio. La visione di quest’ultimo è talmente bella che non si esprime con le parole, tranne che con due: “coming alive” e “embrace”. Che è poi parte di quello che volevo dire qui sopra, ma insomma, ognuno fa come può (e lui lo fa meglio).]

[[Sia sempre lodato il dio della serendipity.]]

Libri e persone

Pensavo ieri ai libri e alle persone, apparentemente opposti e rivali (spesso, per me, rifugio l’uno dall’altro), e ricordavo quello che diceva che il libro è il modo di parlare (meglio, ascoltare) quello che un amico ha da dirti, attraverso lo spazio e il tempo.
In effetti, pensandoci bene, ci si ricorda che un libro è semplicemente un caso tecnologico, e là dietro c’è una persona che aveva delle cose da dire, le ha messe in fila e per ricordarsele tutte e dirle tutte le ha scritte su un pezzo di carta. Una volta (tanto tempo fa, il pezzo di carta non era carta e non era un pezzo ma un rotolo di pelle, e poi hanno inventato i fogli e li hanno cuciti insieme ed è diventato quello che noi chiamiamo libro).
Non c’è cosa più inesorabile e invincibile per l’uomo che l’esigenza di comunicare, far sapere che ci si è, che si è qualcuno.
Era tecnologicamente più facile codificare questa comunicazione tramite la lingua scritta, su un supporto materiale: avessero avuto i registratori dopo Socrate forse vivremmo in una civiltà completamente orale.
Tutto questo per dire che è vero, un libro è lingua morta e una sequenza di simboli che inizia e finisce, ma c’è sempre qualcuno dietro che ha avuto la pazienza e la voglia di scriverla, di dire qualcosa a qualcuno. Io lo trovo molto dolce.

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