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Esperimenti autoreferenziali di pensiero ortogonale

Tag: Biblioteche digitali

Di libri, dati e conversazioni

[post urgente e incompleto, ma c'avevo un paio di cose da dire subito, e le ho dette così]

Fra Amazon/Goodreads ieri e Elsevier/Mendeley oggi, pare un brutto momento per i commons digitali.  Perchè le alternative, per i libri, sono veramente poche. Ho letto questo gran articolo di jumpinshark e questo post è praticamente il commento che ho scritto là.

Anobii era un felice esempio di una comunità testarda e ricca che aveva preso possesso di una piattaforma semplice, piena di buchi ma comunque potente (una cosa simile è accaduto a friendfeed (con tante sovrapposizioni di utenti, fra l’altro)(come se in italia ci fosse uno zoccolo duro di utenti giovani e meno giovani, ma colti e con l’amore per il libro (e per il cazzeggio, più e meno intelligente)). Sta morendo, e al momento è un peccato per tutti. Non si vedono molte possibilità all’orizzonte (la nuova versione, attiva in inglese, è praticamente un negozio di ebook, e aNobii come lo conosciamo sarebbe morto). Non sappiamo se Zazie.it (cioè quelli di Bookrepublic) sia o meno  interessato ad aNobii, la sua community e i suoi dati. Secondo me, dovrebbero.

Il problema è che anche sul fronte open non ci sono buone notizie.  Al concorso CheFare era stato proposto Social Book, progetto interessante che però non è mai nato. Ho contattato tempo fa uno degli ideatori, Giancarlo Briguglia, dato che io nel tempo libero avevo pensato ad un progetto praticamente identico. Pare si sia fermato, perchè ovviamente mancano i fondi.

Ancora, so da fonti certe che anche OpenLibrary è in una situazione poco felice: Internet Archive pare poco propenso a continuare il suo sviluppo e al momento il progetto sta cercando di guardarsi intorno e cercare persone/comunità/sviluppatori per ripartire.

Wikipedia, inoltre, viene vista da alcuni come l’unica alternativa a tutto questo. In parte hanno ragione, in parte no.

Questo è perchè Wikipedia è fondamentalmente un’enciclopedia, e non altro. Su Wikipedia vigono principi che constrastano con l’idea di una comunità di lettori che conversano sui libri: il principio del punto di vista neutrale (in gergo, NPOV), il concetto di Enciclopedicità e la regola  “Niente ricerche originali” (i primi tre che mi sono venuti in mente) non permettono ad esempio, un’esportazione diretta dei contenuti di aNobii su Wikipedia: non sono accettate recensioni, nè discussioni sul merito dei libri, e non sono neanche accettati tutti i libri o tutti gli autori. Senza contare che non tutti i dati potrebbero essere liberi.
E’ però sicuramente possibile fare molto per un’integrazione: come ricordava lo stesso jumpinshark nei commenti al suo articolo, molte voci di autori importanti sono assolutamente incomplete, sia di dati che di informazioni. E’ possibile per una comunità di lettori appassionati (come ce ne sono nel Progetto Letteratura) renda complete e ricche le voci wikipediane di letteratura. E’ quello che auspichiamo (e invito tutti a fare).

Purtroppo, ed è un dato di fatto, scrivere su Wikipedia non è scrivere su aNobii: è molto più noioso riportare quello che dicono altri critici su un libro piuttosto che scrivere una personale recensione dello stesso. Questo è uno dei motivi per cui le voci di letteratura su Pedia sono insufficienti (in quantità e qualità). E’ la differenza fra scrivere un saggio o un tema libero. Diverse tipologie di scrittura, difficoltà, utilizzo del tempo libero.

Fra tutte queste cattive notizie, ce ne sono due che mi fanno ben sperare.

A fine aprile aprirà finalmente il progetto DPLA, cioè Digital Public Library of America, la prima vera biblioteca digitale pubblica. nessuno sa in realtà cosa sia, e come evolverà. Possiamo solo stare ad osservare/studiare, e cercare di copiare qualcosa, per creare forse una grande biblioteca digitale pubblica italiana. Un progetto del genere potrebbe riunire in sè la cooperazione di diversi attori: biblioteche, fondazioni, archivi, ma anche semplici utenti, e l’interoperabilità di una moltitudine di progetti open. Potrebbe ricevere recensioni e rating dai lettori, proporre le trascrizioni di Wikisource, utilizzare i dati bibliografici che cercheremo di mettere su Wikidata, linkare a Wikipedia e alle sue informazioni. Potrebbe utilizzare TEXTUS, o Pundit, per le annotazioni. Potrebbe fornire statistiche di lettura utili ai lettori. Potrebbe costruire un’infrastruttura fatta dagli utenti per gli utenti, magari funzionando a donazioni pubbliche e private (come d’altronde funziona Wikipedia).

Quello che secondo me si può fare, e si può fare subito, è entrare come attori all’interno di questi progetti. Noi tutti: lettori, wikipediani, studenti, bibliotecari.

In un certo senso, ci stiamo lavorando, anche se molto alla lontana. Personalmente, ho appena vinto un grant (assieme a David Cuenca) per elaborare una visione strategica di Wikisource[*]. Ci proponiamo di ragionare su progetto, coinvolgere la comunità, seguire gli sviluppi di Wikidata (abbiamo anche fatta una task force per i metadati bibliografici). E’ un primo passo, ma ci sta portanto a conoscere altri progetti e associazioni interessanti (Open Library, Open Knowledge Foundation), e ad esplorare il variegato mondo dell’open (in questo caso, quello legato ai libri). E’ una roba complicata, non ci si capisce niente, ci sono n progetti e n persone interessanti che non sanno l’una dell’altra. Nel mio piccolo, credo che conoscerci e far conoscere sia il primo passo, perchè la tecnologia è là fuori, le competenze pure, basta solo unire i puntini.

Tutto questo sarà necessario, io credo, per avere attori e progetti diversi ma interoperabili, che utilizzeranno licenze e tecnologie libere. Altri progetti potrebbero poi partire da questa piattaforma, e svilupparsi in altre direzioni. Ma è una cosa che va fatta bene (e, ahimè, nel tempo libero). Però ce la possiamo fare.

* se siete interessati, aubreymcfato chiocciola gmail.com. 

Wikisource: dove siamo, dove possiamo andare

[in ritardo, ma non è del tutto colpa mia]

A inizio luglio ho partecipato a Wikimedia 2012, annuale conferenza internazionale dedicata al mondo wikip/mediano, e io ho presentato un (lungo) speech dedicato a come Wikisource possa essere intesa una biblioteca digitale, ai suoi punti di forza e ai suoi punti di debolezza, e soprattutto a quello che possiamo diventare.

Se proprio siete interessati, ci sono slides e video:

 

(io sono nella prima mezz’ora, ma anche gli altri interventi sono da guardare)

 

 

Da quella presentazione sono nate/sviluppate/continuate varie cose, molte di queste riassunte in questa pagina, che vorrebbe essere una roadmap globale, un punto dove trovarci (come comunità internazionali) e capire dove vogliamo andare. Non so quanti di voi siano interessati a Wikisource (dalle statistiche sugli utenti, direi molti pochi), ma vi invito a guardare qualche slide/pezzi/di video, e interessarvi, ecco. Si parla di cose tecniche e direzioni di innovazione (risolvere il problema dei metadati, coordinarci con altri gruppi che lavorano con il formato djvu), ma anche di temi più grandi che in generale dovrebbero interessare chiunque lavori in archivi e biblioteche (osservare i meccanismi di altri progetti che fanno crowdsourcing, lavorare sulla transclusione e sulla vision di Xanadu (almeno, le cose che si possono attuare)). Ci piacerebbe, a noi wikisourciani, iniziare a parlare seriamente con archivi e biblioteche per capire cosa possiamo fare insieme e cosa loro desidererebbero da un progetto come il nostro. Credo che ora più che mai sarebbe importante lavorare sugli stessi problemi, condividere strumenti, competenze ed esperienze, non solo a livello tecnico. Per dire, ci farebbe piacere che qualche bibliotecario ci desse una mano sulla struttura dei metadati da adottare per le pagine indice dei libri, ma anche discutere di come importare i dati bibliografici dalle biblioteche nazionali su Wikisource, o capire se i nostri epub funzionano e sono abbastanza buoni per poter essere utilizzati da biblioteche e servizi (e lettori, ovviamente).

Insomma, noi stiamo costruendo una biblioteca digitale, che non ci siano bibliotecari in mezzo è un po’ un paradosso (quindi fatevi sotto)(ovviamente, per qualsiasi cosa, chiede a me (aubreymcfato chiocciola gmail punto com)).

Il futuro dei lettori

Una biografia [di Cristina Campo] dovrebbe essere prima di tutto una storia delle sue letture.
Margherita Pierracci Harwell

[leggevo questo, di quel figaccione di Steve Berlin Johnson, e dovreste leggerlo anche voi, perché alla fine torna tutto.]

Invidio molto i futuri lettori, quelli che potranno adagiarsi (sin dall’inizio della loro vita lettrice), su un’infrastruttura di condivisione, socialità e tecnologia che noi oggi possiamo soltanto immaginare.
Lavorando su tecnologia e ricerca (dalle neuroscienze alla psicologia della lettura, dall’usabilità delle interfacce alla sociologia) comprenderemo meglio come e perchè leggiamo, perchè prendiamo appunti, come sottolineamo, come apprendiamo. Impareremo il perchè di tutto questo e impareremo a fare meglio il come.

Credo che sarà bellissimo, e già ora possiamo intuirlo:
avere accesso instantaneo a inesauribili biblioteche, in ogni lingua; passeggiare fra decine di libri con la punta delle dita, sfogliarne i testi, scegliere le edizioni che preferiamo, nella lingua che preferiamo; esplorare documenti e libri e articoli, nell’agone della ricerca, tenendo traccia di autori e titoli e citazioni e concetti; reliquiare citazioni, farle nostre, condividerle, conservarle in collane preziose di parole, tessendo quella tela di cose scritte che -alla fine- siamo noi stessi; sarà bellissimo tenere traccia di tutto questo, poter tornare indietro sulle briciole di parole lasciate per strada, mentre entravamo nella foresta.
Sarà bellissimo poter creare qualcosa di nuovo, partendo da una memoria accresciuta, da cassetti pieni zeppi di souvenir, presi nei nostri viaggi del docuverso. Ognuno con il suo piccolo palazzo di (ricciana) memoria, ognuno una cattedrale personale di cose lette e conosciute. Sarà un po’ il compimento di avventure e sogni nati col Memex e morti con Xanadu (è una storia affascinante, dovreste conoscerla, davvero).

Per carità, molte di queste cose già le facciamo, le abbiamo sempre fatte: ma io credo sarà più facile, meno stancante e quindi anche più semplice e più accessibile. Credo sia un sogno di molti (direi quasi: tutti) avere una memoria ausiliaria, lì per ricordarci le cose quando ci servono. Per aggirare un po’ certi limiti insuperabili. Non avremo questa memoria per tutto, non diventeremo tutti Sherlock Holmes, ma credo che con i libri (e gli articoli, e i post, e i giornali: le cose scritte, appunto) le cose saranno divertenti.

Forse (forse) sarà meno difficile spiegare il perchè è bello leggere, se ognuno vedrà, da bambino, che le cose lette non si perdono, ma si accumulano pian piano. Forse costruire un’identità di “cose lette” ci aiuterà nello scoprire meglio noi stessi. Forse.

Io (per me) so che il mio profilo di aNobii è una delle mie biografie migliori, anche se impenetrabile (oltre che agli altri (non troverò mai nessuno che ha letto solo e soltanto i libri che ho letto io), anche a me stesso). L’impenetrabilità di questo ritratto resterà, immagino: ma forse sposteremo l’asticella del non conoscibile più in là, restringendo l’orizzonte degli eventi. Avendo tracce di tutto, o quasi, saremo forse più trasparenti a noi stessi e agli altri, e non ci vedo nulla di male. Anzi.

[ho scritto quasi tutto il post, e poi mi sono imbattuto in questo. Al minuto 3.50 parla Ted Nelson, al minuto 4.30 Doug Engelbart, e c’è da piangere, sul serio. La visione di quest’ultimo è talmente bella che non si esprime con le parole, tranne che con due: “coming alive” e “embrace”. Che è poi parte di quello che volevo dire qui sopra, ma insomma, ognuno fa come può (e lui lo fa meglio).]

[[Sia sempre lodato il dio della serendipity.]]

Cose di biblioteche accademiche, cose di ricerca

Mendeley (software che, a scanso di equivoci, mi piace molto e mi sta simpatico e mi sembra fatto molto bene) sta presentando sul mercato una versione per biblioteche del proprio software: il buon Enrico ne ha già parlato, leggete quello che dice (anche i commenti) non ho molto da aggiungere.

Detto questo, il whitepaper che Mendeley ha scritto per l’occasione vale la pena di essere letto (potete trovarlo qui (oppure qui c’è il mio già sottolineato, se non volete dargli i dati)): se non altro, perchè dice bene cose importanti, e mi permette di tornare un po’ indietro, e di spiegare un po’ di cose di biblioteche e di ricerca e di università.

Per fare poca fatica, copio le citazioni e commento sotto. Grassetti miei.

 

Researchers do not simply need to organise their own PDFs in order to create references for more publications, though this is important. They use publications for learning, teaching, and as part of complex collaborative projects that span institutional barriers, countries, continents and languages. The term Reference Manager implies that research is static; papers are simply referenced by other papers, but research is a dynamic process, where articles and eBooks take a central role in complex interactions between researchers and their peers, their institution, governments, the public, industry and many other stakeholder groups. It’s also worth noting that while we are using the term researchers, students are also engaged in research that sees them undertake many of these activities and they are making use of the same tools.

Parlare di ricerca oggi vuol dire parlare di ricercatori (e studenti) che leggono centinaia di PDF all’anno (se non al mese), che se li stampano per sottolinearli e studiarli con più calma, che copiano e incollano e citano e devono scrivere papers e tesi e  che fanno bibliografie e condividono tutto con gruppi di lavoro e relatori e che fanno peer review e che decine di altre cose. Strumenti come Mendeley (o Zotero) cercano appunto di integrare tutto questo, di aiutare in questo lavoro.

For professional researchers there are different types of reading. At one end of the scale there is a scan to ascertain whether or not this is an article they need to take a great interest in, perhaps speed-reading the abstract on a mobile device or a tablet. At the other end of the scale we might see the practice of peer review, where reading must be more intense and in depth, since the researcher has been asked to express a professional opinion on the article. For researchers, on screen reading is a largely a matter of finding a comfortable interface they can familiarise themselves with.

The ability to annotate a PDF can be crucial. Researchers are predominantly reading for a specific purpose, to aid their own research or teaching. They read in order to form an opinion about what they have read. The ability to immediately record their first impressions of an article is vital, which is why so many researchers, up until recently, printed out many of their PDFs – in order to scribble in the margins. Using sticky notes this can now be done on screen. Much of what researchers read is then read by someone else; a student, a colleague, a publisher, a conference committee; the ability to share annotations allows their own thoughts to accompany the article.

L’importanza dell’interfaccia non è una novità, ed è una cosa più importante di quello che si pensa, altrimenti non saremmo qui a discutere da 3 anni (e per i prossimi 10) di ebook contro carta, e l’importanza delle annotazioni pure (ecco, su questo un giorno (spero) scriverò qualcosa di più). Annotare un testo è uno dei mostri modi per farlo nostro (capirlo, apprenderlo), quasi un riflesso condizionato nel nostro atto di imparare; inoltre, la condivisione di questi pensieri ed opinioni risulta sempre più utile e necessaria, nell’ambito della ricerca (pensiamo al rapporto relatore-tesista, o alla pper review).

There is an additional power that stems from research collaboration tools like Mendeley; the power of discovery. Combining the private researcher library with open groups and personal profiles creates a place where researchers find out more about each other’s work, and are given a space to champion their own research to key stakeholders across the world. Together the private libraries of academics create crowd-sourced catalogues and thoughtful search engines can explore these in a way that makes a real, concrete contribution to scholarly communication. From Facebook adverts to the Google + button, the most powerful companies of the digital age are beginning to realise the potential of marrying personal information, profiles and activities with powerful searching to inform the recommendations and choices that consumers are presented with.

Sapere cosa i nostri utenti/colleghi/studenti leggono (e come) è un dato importante, serve a loro per conoscersi e scoprire cosa fanno gli altri e collaborare, e può davvero fornirci dati e risultati inattesi a chi invece deve fornire servizi (come le biblioteche).

The different functionalities of reference management systems; reading, annotating, organising and creating bibliographies, can streamline some of the essential tasks of research, freeing up researchers to spend more time on core tasks and engaging with new networks that emerge from collaboration and discovery.

Banale, ma vero: lavorare su un’infrastruttura efficente fa risparmiare un sacco di tempo, fatica e noia (chi di voi ha mai provato a fare una bibliografia importante con Word?): il ricercatore deve ricercare, lo studente studiare, l’insegnante insegnare, il bibliotecario bibliotecare. Meno tempo perdono dietro ad attività lunghe e stupide (formattare le bibliografie, ricopiare appunti cartacei (che ha un minimo di senso solo perchè rielabori nuovamente), mettere a posto i file, ecc.) , meglio è.

In a recent report when asked what publishers and researchers could do better, researchers highly rated the need for articles to link to the data that underpins their argument. Although the aforementioned tools do not provide (yet) the option to store all relevant research data in one database they are already useful to centralize all publications developed by a member of a university.
In many cases this means linking published articles to institutional repositories and these two intersect at the university library. Academics move jobs, leaving previous research behind them. To keep the benefits of an efficient workflow offered by the Reference Management systems it’s essential that a user can click from the profile of a researcher in their field, to that researcher’s publications, then to the institution holding the unpublished data, then to the data itself. People move, libraries remain and this certainty is extremely important in providing reliable, perpetual access to data.

Ai ricercatori (giustamente) piacerebbe avere accesso ai dati di una ricerca, quando leggono l’articolo della ricerca. Non è banale da implementare, ma aumenterebbe di molto la trasparenza e la verificabilità di certi risultati. Questo, per esempio, è uno dei terreni in cui le biblioteche accademiche possono ribadire il loro ruolo di conservatori dei dati della ricerca, come anche di facilitatori dell’accesso a questi dati, che possono (e dovrebbero) essere mantenuti a livello istituzionale.

Libraries do themselves a disservice if they don’t point out that, far from being warehouses full of books, they make a vital contribution to student learning and satisfaction. They help students achieve higher grades by providing guidance on self-directed projects and contribute to the employability of students, which enhances the reputation of the university and keeps applications flowing in.

If libraries are given a role in these systems, this data can augment that currently provided by publishers. Librarians will be able to use these statistics not only to enhance their purchasing and subscription decisions but also to demonstrate the key role they play in the success of their institution.

Institutions need expert users of Reference Management systems, available to students from all faculties, to introduce them to these useful research tools that will help them achieve higher grades and work more quickly. Librarians are key in building participation in these new digital spaces.

Questa è una vecchia storia, di cui mi lamentavo già qui. Purtroppo i bibliotecari, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a far capire la loro importanza (che non è (solo) quella di fare sssht nella sala di lettura (perchè poi lo ssssht ha motivo di essere per far studiare in pace gli altri, e questo che dovrebbe contare, che tu impari, e per imparare, ogni tanto, devi fare silenzio)). Il bibliotecario (e tutta la scienza biblioteconomica, che in inglese so traduce con Library and Information Science) lavora perchè le persone conoscano, lavora sull’accesso alla conoscenza (e la sua conservazione, e la memoria). E’ un aiuto, e quando lavora bene è un’infrastruttura, e le infrstrutture quando funzionano bene non te ne accorgi (perchè è come se ci fossero da sempre, perchè sono naturali, perchè ti permettono di concentrarti su quello che devi fare e stai facendo).

Do we need academic libraries in the age of the Internet?

Do we need academic librarians in the age of the Internet?

Si (a patto che le cose cambino, e i bibliotecari studino e imparino, e i professori e presidi e rettori diano loro ascolto).

Progetto Scientia su Wikisource

 

Oltre alla collaborazione con la Biblioteca La Vigna (che sta proseguendo allegramente (stiamo rileggendo i maiali adesso), la comunità di Wikisource in italiano e Wikimedia Italia, assieme ad AlmaDL, hanno iniziato un progetto chiamato Scientia, che si propone di caricare, trascrivere e revisionare alcune dozzine di uscite della rivista scientifica internazionale Scientia (1910-1988, in precedenza Rivista di scienza, 1907-1909).

La rivista fu pubblicata in 4 lingue e include articoli (originali) di scienziati di tutto il mondo, come Giuseppe PeanoEnrico FermiBertrand RussellErnest RutherfordHendrik Lorentz,Sigmund FreudHenri PoincaréErnst MachAlbert EinsteinWerner HeisenbergRudolf CarnapOtto Neurath e molti altri.

L’intera rivista è stata digitalizzata e pubblicata su AMS Historica, collezione digitale di antichi testi di AlmaDL, la biblioteca digitale dell’Università di Bologna. Hanno acconsentito a rilasciare a Commons i file originali DjVu, per essere utilizzati dalla comunità di Wikimedia, e può essere visionata qui:

Ognuno può essere d’aiuto in qualche modo, dal leggere una pagina di un articolo all’aggiornare i relativi articoli di Wikipedia.

Un numero pilota è completo e pronto per essere riletto. È in corso, al momento, la trascrizione di altri numeri, e altri ancora ne arriveranno: Vol.VIIVol.VIIIVol.IXVol.X.

Chiunque volesse partecipare, in qualsiasi modo, può contattarmi via mail (andrea.zanni@wikimedia.it) o direttamente su Wikisource (http://it.wikisource.org/wiki/Discussioni_utente:Aubrey). 
Ovviamente, siete invitati a dirlo a tutti.

Tu chiamale, se vuoi, emozioni

E’ da un po’ che leggo il blog di Mariachiara Pievatolo, docente di Pisa che tratta di tutte le cose che mi piacciono (open access, su tutti, e open data, biblioteche digitali, software libero)(e web, crowdsourcing, wikipedia, copyright, valutazione della ricerca ecc.) e lo fa parlando (anche) di filosofia politica, citando Kant (ci sono le sue versioni annotate in Creative Commons, anche in ebook), e lo fa sempre con una marea di link, tutti interessanti.

Solo che scrive in siti diversi, tutti belli, e io mi confondo, e mi ero perso un post che aveva scritto (a luglio) sulla mia tesi di master (che è del giugno scorso).

Il post è qui, sul Bollettino telematico di filosofia politica, ed è così seria e precisa che pare l’abbia letta tutta (o gran parte, erano oltre 300 pagine in inglese), che io non so se ridere o commuovermi (per ora faccio tutti e due).

La Wikiguida su Wikisource

Finalmente, è arrivata.
Christian questa volta ha superato sè stesso nel venire a capo delle intricate regole della comunità, per non parlare della quasi totale assenza di documentazione (si, lo so, siamo dei criminali). Ma il risultato lo premia.
Signori, la nuova Wikiguida su Wikisource:

Come le altre due (su Wikipedia e Commons), la guida è stata realizzata da Christian Biasco e Francesca Terri (con la collaborazione della comunità di Wikisource ed altri wikimediani), e commissionata da Wikimedia Italia.
Che ne dite?

PS: non contento, Christian stesso si è fatto un po’ prendere la mano, infilandosi nel tunnel wikisourciano trascrivendo Salgari
PPS: nel video ci sono alcune dediche (alla nostra maniera, quindi piuttosto nerd), e qui lo ringrazio pubblicamente.

Wikisource incontra la BnF

L’annuncio è di qualche mese fa, ma ora si iniziano a raccogliere i primi frutti.

Wikimedia France, chapter francese della Wikimedia Foundation, ha sottoscritto ad aprile un accordo nientemeno che con la Bibliothèque nationale de France per l’inserimento , su Commons e poi sulla Wikisource francese, di un migliaio di libri digitalizzati.

Infatti da anni la BnF gestisce Gallica, biblioteca digitale francese che è da sempre la pioniera della digitalizzazione (e che da sola fornisce metà dei contenuti al meta-aggregatore Europeana (e anche la maggior parte dei contenuti in italiano…)).
L’accordo

consentirà a tutti gli utenti di Internet, attraverso Wikisource, l’accesso alle trascrizioni
di opere di pubblico dominio da Gallica. In ultima analisi, è di 1400 testi
francesi che saranno integrati in Wikisource. (comunicato)

Il gioco è infatti semplice. La BnF digitalizza le opere che rilascia tramite formato immagine in Gallica, e utilizza software OCR per avere una pur abbozzata trascrizione. I ragazzi di WMFrance trasformano le immagini digitalizzate in libri djvu (formato diventato oramai standard per Wikisource) che caricano poi su Commons, l’archivio multimediale a cui tutti i progetti Wikimedia (quindi Wikipedia, Wikisource, Wikiquote) fanno riferimento.

Da lì, vengono poi creati, semi-automanticamente, gli indici dei libri veri e propri su Wikisource, dove la comunità inizierà a trascriverli e rileggerli.

Cosa ci guadagna la BnF in tutto ciò? La cosa che costa di più (in scala) in un processo di digitalizzazione, il proofreading. Infatti, l’OCR dei libri offre spesso risultati a dir poco insoddisfacenti (andate a farvi un giro su Google Books e cliccate “Solo testo” su un libro che abbia più di cinquant’anni per verificare…) e quindi la correzione, formattazione e rilettura dev’essere effettuata da umani. Si, proprio quelli in carne e ossa, spesso provenienti da paesi con moneta debole  pagamento come India o Mozambico. Ma ovviamente i costi sono rimangono alti, non c’è economia di scala.

Wikisource, come già il Project Gutemberg e da noi Liber Liber, è una biblitoeca digitale interamente gestita da volontari, ma diversamente da questi è un wiki che offre un modo semplice e totalmente orizzontale per contribuire alla rilettura e trascrizione dei testi (il link è ai libri della versione italiana).

Dunque l’accordo fra la BnF e Wikisource tenta un approccio di crowdsourcing volontario, che risulti vincente per entrambe le organizzazioni: la Biblioteca avrà infatti distribuito cultura ottenendo trascrizioni e riletture a costo zero, mentre Wikisource avrà guadagnato ottimo materiale e si spera attenzione per aumentare l’esigua comunità di volontari.

Infatti, l’unico punto debole del progetto è forse proprio questo: mentre le varie Wikipedie hanno mediamente comunità ampie e differenziate, i progetti Wikisource (in tutte le lingue) vanno avanti per una esiguo gruppetto di utenti molto attivi. Nonostante da tempo si speri che si raggiunga una fantomatica massa critica di utenti, questo non è ancora avvenuto, neanche per le source maggiori (tedesca, inglese e francese). Si spera che progetti come questo attirino rilettori volenterosi, per dimostrare vincente una scommessa davvero lodevole per un’istituzione gloriosa come la BnF.

Ovviamente la Wikisource italiana è a disposizione per iniziative analoghe.

Data la lungimiranza nel campo delle biblioteche digitali da parte del panorama italiano, siamo certi che le proposte non si faranno certo attendere. Noi aspettiamo pazienti.

Google digitalizza l’Italia

L’accordo di questi giorni fra Google e il Ministero dei Beni Artistici e Culturali, capitanato dal poeta Bondi, prevede la digitalizzazione di un milione di libri in pubblico dominio presenti nelle due Biblioteche Nazionali italiane di Firenze e Roma.

Si parla di un progetto abbastanza complesso, con digitalizzerà diverse collezioni (elenco dettagliato, in inglese, nel comunicato stampa di Google), donando le copie digitali alle biblioteche nazionali, con in più la costruzione di un centro di scannerizzazione in Italia.

Al di là delle roboanti dichiarazioni del governo e di Google, l’evento è importante, e ha giustamente sollevato una marea di commenti.

Le opinioni da parte bibliotecaria sono in generale favorevoli, mentre quelle dal mondo open decisamente più critiche: Frieda scrive un post decisamente contro, .mau. moderatamente esprime alcune remore.
Io mi trovo un po’ in mezzo, ma penso che sinceramente che l’accordo sia un ottimo punto di partenza.
L’Italia non ha perso dei treni in questi anni: non ha mai costruito i binari dove farli passare.
La sconsolante assenza dei libri italiani in progetti come Europeana evidenzia la totale mancanza di cultura (e soldi) riguardo al discorso del cultural heritage in Italia.

Progetti come Liber Liber nacquero a inizio anni ’90 con la spinta pioneristica di chi voleva aprire una strada per essere seguito a ruota da istituzioni e finanziamenti, cosa che non è mai avvenuta, a parte pochissimi episodi.Si è sempre rimasti fermi a guardare, in Europa la Francia e oltreatlantico gli ovvi USA.

So anche io che Google ha solo da guadagnarci da un progetto del genere e non lo fa per beneficenza.

La questione è dunque semplice: o così o nulla, non c’era da sperare che arrivassero nè l’Open Content Alliance nè la mano viscida di Bondi foriera di miliardi.

Stiamo consegnando a Google secoli di cultura in pubblico dominio per farglieli sigillare sotto nuovi ambigui copyright?
Forse, spero di no. Mi verrebbe da dire che prima erano sigillati in archivi a marcire, e non li avrebbe visti mai nessuno, pubblico dominio o no.

Come dice .mau., la libertà di utilizzo non è cultura libera. Gratuito non significa libero. La prima è quella a cui siamo abituati e la seconda quella a cui puntiamo.

Per ora, IMHO, c’è da accontentarsi.
D’altronde, come si dice qui, piutost che gnint l’è megl piutost. O no?

Biblioteche aperte, accesso aperto

Stare qui al CERN è speciale, per più di una ragione.

A parte entrare in biblioteca e urtare per sbaglio un premio Nobel ottantottenne,  ci sono tante piccole cose che rendeno questo posto inconcepibile, almeno per noi italioti. Per esempio: la biblioteca (come il resto, d’altronde) è aperta 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Wireless in ogni dove. Stampanti a fondo perduto. Un’enorme macchina fotocopiatrice che ti manda le scansioni direttamente sulla tua mail. Schermi alle pareti che annunciano i libri nuovi e quelli appena riconsegnati. E parlo solo della biblioteca, eh.

C’è una parola chiave, qui, ed è accesso aperto. E se ne porta un’altra dietro, fiducia. Dare fiducia alle persone, se è giustificata da un bene più grande, compensa tutti i contro e tutti i problemi. Significa dare responsabilità. E’ pedagogia spicciola, santoddio. Credete che qui i libri non vengano presi, durante la notte? Certo, ma raramente. E spesso ritornano.
E se non ritornano, bhè, amen, avere la biblioteca aperta la notte in un centro di ricerca come questo è più importante che perdere 50 euro per un libro. Dare la possibilità agli studenti di stampare o scansionare quello che vogliono è più importante che impedire ai furbetti di approfittarne.

Perchè c’è un fine astratto ma preciso: produrre scienza, produrre conoscenza. La biblioteca è un servizio-piattaforma, ci si basa su di esso per produrre qualcosa di nuovo. Organizza informazioni, seleziona, facilita l’accesso. Ricerca per il ricercatore, gli offre il suo supporto. Ricordate la storia dei nani sulle spalle dei giganti, l’importanza delle piattaforme, il paradigma moltiplicativo?

Ecco, quella storia là.

Inutile dire che dall’accesso aperto fisico si passa a quello digitale. Inutile dire che il CERN ha uno dei più grandi repositories scientifici di fisica delle alte energie del mondo (storicamente disciplina altamente collaborativa e fra le prime a passare all’open access, nel 1998, con arXiv.org). Senza contare il lavoro pieneristico di Luisella Goldschmidt-Clermont, anno domini 1965. Inutile dire che ha una biblioteca digitale da oltre un milione di documenti, fra libri, articoli, pre-print. La cui gran parte è open access, e che copre tutta la letteratura HEP (High-Energy Physics) e parte di quella HEP-related.

Il loro digital library system, Invenio, è fra i più complessi e potenti in commercio. Ed è gratis, ovviamente open source. Tutto costruito in casa, grazie a qualche genio stabile (anche italiano) e a decine di studenti che passavano di qui per uno stage, per un’estate, per un progetto semestrale.

In progetto c’è Inspire, una digital library sempre HEP-related in collaborazione con altri centri di ricerca e università, come il Fermilab di Chicago, con strumenti social e scientometrici

E una delle cose che mi colpisce di più, è  la naturalezza nel fare le cose in un certo modo. La tranquilla sicurezza che vanno fatte in questo modo, il sorriso di fronte a chi come me chiede e fa domande e si stupisce e si esalta.

E, dai risultati, sembra che tutto questo funzioni. La conoscenza è un commons. Chi lo va a spiegare a chi di dovere che la conoscenza pretende di essere accessibile?

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