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Esperimenti autoreferenziali di pensiero ortogonale

Tag: Adelphi

I libri del 2013

libri 2013

Quest’anno ho letto 35 libri, per un totale di 8678 pagine. Non tantissimi libri, dunque (l’anno scorso erano 43, con tutto il ciclo di A song of Ice and Fire.), ma belli ed importanti. E’ stato un anno di grandi cambiamenti per me, e soprattutto un anno felice. Come al solito, i libri che mi hanno accompagnato sono stati fondamentali, cause primarie e conseguenze delle mie azioni, e hanno fornito senso e direzione e contraltare a ciò che ho fatto e pensato e deciso di fare e pensare quest’anno. Li elenco in ordine di potenziale rivoluzionario personale.

Raw thought, Aaron Swartz

Chi legge questo blog sa che quest’anno ho parlato molto di Aaron Swartz. Nei giorni dopo la sua morte,  ho iniziato a divorare articoli, post e ogni genere di scritto che trovassi su di lui. Con calma, poi, verso giugno, ho iniziato le 1033 pagine del suo blog. Ho già detto qualcosa qui, a riguardo, e ne ho parlato abbastanza da vergognarmi di farlo ancora. Dico solo, e brevemente, che per me Aaron è (è, non era) un modello, un qualcosa che voglio essere anche io, in parte, a mio modo. Non so dirlo con altre parole, ma non ne servono. Hofstadter dice che la coscienza di chi muore rimane nella mente degli altri, e gli altri rimangono in noi anche per quello che lasciano, che hanno scritto, detto e fatto. Ci rimangono quindi questi 444 post di un ragazzo straordinario, che ha moltissimo da insegnare (per metodo, sguardo, pensiero, motivazioni), con pregi e difetti, ovviamente, con tutto ciò che di testardo e ingenuo e semplicemente immaturo poteva avere un’intelligenza sensibile e prodigiosa che ha deciso di finirla a soli 26 anni. Potete scaricare tutto il blog in ebook qui.

Se niente importa, di Jonathan Safran Foer

Ne ho già parlato qui, che è una delle cose più dure e difficili che abbia mai scritto, e non credo ci sia da aggiungere altro. Questo libro mi ha convinto (among other things) a smettere di mangiare carne, e mi ha mostrato un paio di cose che non ho mai voluto guardare sul modo che abbiamo di stare al mondo. Secondo me, da leggere assolutamente.

The 4-hour chef, Tim Ferriss

Mattonazzo di self improvement, a suo modo, per convincere i nerd totali come me che è possibile imparare a cucinare. Ci è riuscito (among other things). Consigliato, ma saltate tranquillamente i capitoli che non vi interessano, ripete le cose 10 volte, e incorpora tutti i suoi libri precedenti, ogni volta.

Mistica senza Dio, Fritz Mauthner

Librettino eretico, oscuro e quasi introvabile (voi scrivete una mail alla casa editrice, e loro ve lo spediscono), ma di una lucidità rara. Si legge in un paio di giorni felici, e distrugge ridendo (ancora meglio: sorridendo) Dio e il linguaggio. Non vi dico altro, ordinatelo qui.

Anelli nell’io, Douglas Hofstadter

Io ho questa cosa con Hofstadter, che lo inizio e lo lascio lì mesi e quando lo riprendo mi rendo conto che decine di idee e concetti e pensieri non erano miei ma suoi (qualche volta viceversa). Sorprendentemente, mi ha fornito uno dei concetti più importanti per la mia conversione alimentare (sempre qui, Definizione di coscienza). Come al solito Hofstadter è verboso oltre il sopportabile, ma le sue idee sono belle e importanti, e le pagine dedicate alla moglie valgono da sole il libro. Pur con tanti difetti, è un libro estremamente onesto, e a Doug non si può non volere bene.

Adelphiana 1971
L’impronta dell’editore, Roberto Calasso
Cento lettere ad uno sconosciuto, Roberto Calasso

A loro modo, 3 (banalmente) splendidi libri sul “capolavoro” Adelphi, su un’idea di letteratura e di lettura che ha dell’insondabile ma che ci piace comunque così. L’impronta dell’editore ripesca ampiamente da articoli e scritti passati, ma vale la pena leggerli tutti in fila, e gli inediti sono bellissimi. Cento lettere ad uno sconosciuto è un particolarissimo, etereo sentiero per toccare l’oscuro cuore adelphiano, e me lo sono goduto enormemente. Come Adelphiana 1971, (ancora più oscuro, se possibile). Non ho ancora messo le mani su Adelphiana 1963-2013, ma siamo sicuramente da quelle parti: un tentativo di ritratto del plurale volto della medusa Adelphi.

Crowdsourcing, Jeff Howe
Open access, Peter Suber

Il primo è piuttosto datato (è il libro che ha coniato il termine “crowdsourcing”), ma è tuttora un lettura fantastica e illuminante. Open access di Suber è, finalmente, il primo libro totalmente dedicato all’accesso aperto alla letteratura scientifica. Suber è uno dei massimi esperti al mondo, e lo stile è chiaro, lineare, e non dimentica nulla. Da leggere, si scarica gratis qui.

L’anello di re Salomone, Konrad Lorenz
Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel

Piccoli libri per imparare a vivere, non a caso sono entrambi dei classiconi. Proprio belli, tutti e due.

Dei motivi orientali, Vasilij Rozanov
Fato antico, fato moderno, Giorgio De Santillana
La nascita della filosofia, Giorgio Colli

Tre sguardi completamente diversi, rispettivamente, su Egitto (primo) e Grecia antica (secondo e terzo). Rozanov è uno strano cristiano innamorato della religione della vita egiziana (e con vita intendo: sesso), mentre De Santillana ripercorre qui brevemente alcuni temi già trattati estensivamente ne Il mulino di Amleto (che ho comprato dopo aver letto questo). La sua lettura di Parmenide mi sembra enormemente sensata (hint: l’essere è lo spazio euclideo). De La nascita della filosofia non ho capito un cazzo.

A livello di fiction, mi sono goduto moltissimo La vera storia del pirata Long John Silver (un vero capolavoro), La figlia della donna a ore di Stephens (che scrive come un semidio) e La letteratura nazista in America di Bolaño (va bhè, è Bolaño). McCarthy è ovviamente una certezza (Non è un paese per vecchi), anche se Meridiano di sangue è lungo e arido e pesante e freddo. Una sorta di Valhalla rising fatto libro.   

Della Biblioteca di Babele, Lugones è stata una grande scoperta. Sembrerebbe un altro emulo di Borges (il cui numero è legione), se non ne fosse un precursore. Anche Meyrink merita (come tutta la collana, del resto), ma vola molto più basso. Jacob Von Gunten, come molti altre opere profondamente calasso-adelphiane, mi sfugge. Capisco che c’è qualcosa, ma non riesco a capire cos’è (mi accade(va) la stessa cosa con Kafka). Vedremo, tempo al tempo.

Lista completa. Tutti i metadati, eventuali recensioni e giudizio, qui.

  • Raw Thought, Aaron Swartz
  • Il bene comune, Noam Chomsky
  • Anelli nell’io: Che cosa c’è al cuore della coscienza?, Douglas R. Hofstadter
  • La nascita della filosofia, Giorgio Colli
  • Nel paese dei ciechi, H.G. Wells
  • Il Cardinale Napellus, Gustav Meyrink
  • La statua di sale: e altri racconti, Leopoldo Lugones
  • Crowdsourcing: Why the Power of the Crowd Is Driving the Future of Business, Jeff Howe
  • La letteratura nazista in America, Roberto Bolaño
  • La rivoluzione dell’informazione, Luciano Floridi
  • Meridiano di sangue: o Rosso di sera nel West, Cormac McCarthy
  • Open Access, Peter Suber
  • Stile Calvino: Cinque studi, Alberto Asor Rosa
  • Mistica senza Dio, Fritz Mauthner
  • La figlia della donna a ore, James Stephens
  • Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel
  • Il gatto in noi, William Burroughs
  • Entropia: e altri racconti, Thomas Pynchon
  • Adelphiana 1971, Autori vari.
  • Se niente importa: Perché mangiamo gli animali?, Jonathan Safran Foer
  • Jakob von Gunten: Un diario, Robert Walser
  • Cento lettere a uno sconosciuto, Roberto Calasso
  • La vera storia del pirata Long John Silver, Björn Larsson
  • Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy
  • The 4-Hour Chef: The Simple Path to Cooking Like a Pro, Learning Anything, and Living the Good Life Di Timothy Ferriss
  • Storia naturale del nerd: I ragazzi con gli occhiali che stanno cambiando il mondo, Benjamin Nugent
  • L’impronta dell’editore, Roberto Calasso
  • Da motivi orientali, Vasilij Rozanov
  • Lettere e scartafacci (1912-1957), Roberto Longhi, Bernard Berenson
  • Fato antico e fato moderno, Giorgio de Santillana
  • Lettere alla cugina, Wolfang Amedeus Mozart
  • L’anello di re Salomone, Konrad Lorenz
  • Cristalli sognanti, Theodore Sturgeon
  • Cari italiani vi invidio, Camillo Langone
  • La Chiesa e il Regno, Giorgio Agamben

Glosse ad una storia non scritta dell’Adelphi

Ci sono dei buchi, anche nello splendido ed inesauribile Catalogo Cronologico 1963-2013 dell’Adelphi.

Possiedo infatti un non catalogato “I Classici Adelphi 1963-64“, ovviamente senza ISBN (nasce nel 1967), che è un’Adelphiana ante litteram (il primo sarà del 1971), con scritti di Virginia Woolf, Contini, Hoffmansthal, Valéry, Dossi.

Scopro anche che non c’è riferimento a quella strana collana in copertina rigida, sovracoperta avorio e turchese (quasi gli stessi colori de La pentola dell’oro di Stephens), che comprende alcuni titoli come Macunaima, Storie di Kuno Kohn, anche Il Monte Analogo.

Nel ’64 Calasso e i suoi erano già ossessionati dalla tecnologia, e pubblicarono Butler con il suo Erewhon e Ritorno. Cinquant’anni dopo, lo vediamo criticare Kevin Kelly nell’Impronta dell’editore. Le idee sono le stesse (evoluzione ed evoluzionismo della tecnologia), lo scetticismo e il dubbio verso la “tecnica” pure.

Mistero risolto, invece, per un dubbio che mi attanagliava da un po’.  Scopro che nel 1965 Adelphi rivelò le edizioni Frassinelli, fra cui le splendide traduzioni di Pavese: il Moby Dick, su tutti, ma prima ancora fu nel 1970 il Dedalus di Joyce. In maniera decisamente bizzarra, la collana dei Numeri Rossi mantiene intatta la copertina (probabilmente, disegnata da Enzo Mari), ma vediamo alternati i loghi di Frassinelli e Adelphi. Rimane da scoprire quale fu il centinaio di titoli Frassinelli che Adelphi incorporò dentro di sè.

Biblioteca diffusa, biblioteca umana

Leggo questo e penso al progetto di un mio caro amico, l’aveva chiamato The Human Library, e altro non era che mettere in rete le biblioteche personali di chi voleva partecipare, un luogo virtuale di scambio e conversazione di e sui libri, qualcosa che organizzavamo online ma che aveva effetto nel mondo reale (almeno per una volta, the other way around). Non so bene come si possa praticare questa cosa, ma facciamo che inizio io, così:

  • la mia biblioteca è qui, viene aggiornata abbastanza spesso (tendo a comprare settimanalmente, mannaggiammè)
  • faccio un prestito di durata variabile nel raggio di Modena e Bologna.
  • se è un libro che non trovate da nessun altra parte, magari anche più lontano.
  • se li venite a prendere direttamente a casa mia, vi offro pure un caffè (o un tè o una cioccolata calda (o una birra, dipende dall’orario (devo trovare il modo di associare le birre ai libri, sarebbe un successone))).
  • se prendete libri che mi piacciono molto, ve li presto più volentieri.
  • devo ancora pensare ad un modo per “assicurarmi”, ma facciamo che adesso mi fido e non mi preoccupo, un po’ di buona fede non basta mai. Se proprio non mi fido, non ve li presto (sono molto geloso dei miei Adelphi, sappiatelo).

Buona lettura!

PS: aubreymcfato chicciola gmail punto com.

Update: sta nascendo un progetto molto bello che si chiama Social Book, qui la presentazione, qui i voti da dargli al concorso Che Fare (però dateli anche a Wiki Loves Monuments, mi raccomando).

Buone azioni resistenti

  • Bevi l’acqua del rubinetto.
  • Se trovi un errore su Wikipedia, correggilo.
  • In libreria, nascondi i libri di merda, riesuma e metti in bella mostra libri che vale la pena leggere. I libri di merda possono essere fatti cascare dietro gli scaffali, ma è più semplice e meno pericoloso metterci un bel libro sopra.
  • Lascia il quotidiano del giorno sul treno, il settimanale vale doppio. Non vale per i free press.
  • Su internet, condividi sempre ciò che va condiviso. I +1 e i Like, poi, non costano niente.
  • Rispondi sempre ad un tuo amico che ti chiede di compilare un sondaggio.
  • In treno, siediti davanti vicino alla porta, e tienila aperta per tutta la fila.
  • Non guardare la tivù.
  • Rileggiti una pagina al giorno su Wikisource.
  • Vai in locali in cui ti fanno lo scontrino.
  • Puoi usare una licenza Creative Commons per il 95% delle opere che produci, scrivi, componi. Fallo.
  • Compila sempre i sondaggi di Libero e fagli sballare i risultati.
  • Compra solo libri usati, privilegia le bancarelle. La serendipity è un diritto ed un dovere.
  • Il Foglio lo puoi leggere solo in biblioteca.

Bonus:

  • Bevi birra artigianale.
  • Guarda i film di Herzog.
  • Leggere Adelphi non ti fa mai male.

Simone Weil, Lettera ad un religioso

Leggetelo.

Vacanze alternative

[Borges sapeva bene quanto ingiusto fosse raccontare le vite, le persone e gli storie, monetizzandole in aneddoti, e nonostante tutto lo riteneva un destino inesorabile. Seguirò il suo esempio, rendendo letteratura qualcosa che non lo è, cioè falsificandola. Ma c'è caldo e non ho nulla da fare, quindi leggete e perdonate, altrimenti non leggete affatto. ]

Sono un paio di settimane che siamo in Terra Santa/Israele/Palestina, in questo momento spersi in un villaggetto non troppo distante da Gerusalemme. Non in termini kilometrici, molti di più le ore, fra sherut, taxi di tipi simpatici che non sanno l’inglese e check point.

Sono giorni un po’ di silenzio, ma neanche troppo, i canti dei muezzin non ci fanno scordare che è ramadan, le luci colorate fi fanno sorridere pensando a Natale ad agosto, l’assurda realtà di questa terra mi fa tanta rabbia che cerco di pensare ad altro. Io sto in un monastero, monaci italiani che però pregano in arabo, è strano computare i salmi seguendo una cantilena incomprensibile, mi riprendo solo al Gloria oramai imparato.

Mi riempio, illudendomi di comprenderli, di testi di mistici (d’altronde gli unici un po’ interessanti, la biblioteca è piuttosto settoriale e non mi va di leggere esegesi, mistica ebraica, libri sul sionismo o l’Islam), riprendendo una mezza passione oramai passata, iniziata (e praticamente morta) sulle prefazioni di Cristina Campo ai Racconti del pellegrino russo, vari misticheggianti anni fa.

Mi leggo il mio Florenskij, capendo una parola su mille de La colonna e il fondamento della verità, ma quelle capite sono parole belle, e io sono un lettore paziente. Non ho la forza di leggere libri sulla questione palestinese (l’altro giorno abbiamo fatto un giro, visto le colonie, i campi divelti, guardato video di aggressioni, parlato con persone che hanno perso casa e libertà da 40 anni ), la rabbia mi fa passare la voglia, per riprendermi tornavo a Qohèlet, tradotto di Ceronetti, di cui leggevo le prefazioni a tutte le edizioni (dal ’70 al 2001) e poi quasi solo il capitolo 1 e 2, sempre meravigliosi, sempre dannatamente veri. Incredibile come un libro come Qohèlet, con la sola sua esistenza, mi riconcili con la Bibbia, un po’ con il mondo.

Ho provato  a leggere i pochi Adelphi di casa, ma niente, non mi ispirano neppure loro (I detti di Rabi’a, Sentenze e colloquio mistico, Storia della fisolofia islamica, e poi le leggende ebraiche di Buber e le Vite di Paolo, Ilarione e Malco di Girolamo, ma quello ce l’ho anche a casa).

E di giorno lavoro un po’ con Anastasio, ilare monaco settantenne, che è qui da trent’anni e dovreste sentire e come parla alla sua tartarughina e che bella risata ha, bruciamo le sterpaglie (già, perchè non c’è abbastanza caldo ad agosto in Palestina), ce la ridiamo un po’, ancora, torniamo a pranzo colazione e cena a mangiare le stesse cose (verdura bollita e hummus (io non mi stanco mai di hummus, possibile?) e litri di yoghurt, ci metto dentro dei biscottoni al sesamo). Abbiamo preparato gli arnesi di giocoleria (comprato diablo e palline, fatto un devil stick decente), domenica per l’Assunta facciamo uno spettacolino ai bimbi.

E niente, sono vacanze strane, alterno una preghiera che non sento dentro ma che mi fa bene a un po’ di lettura e un po’ di lavoro, quando posso controllo la mail ma cerco di stare lontano da questo aggeggio, parlo con Isa quando ci vediamo alla preghiera e quando il pomeriggio vado dalle sorelle, dove sta lei, a rompere un po’ di mandorle insieme.

E niente davvero, è tutto qui. Niente illuminazioni mistiche, niente estasi da starets, niente alti e niente bassi: ma incredibilmente, faccio una cosa che a scriverla e pensarla sembra assurda, sembra il contrario di ogni vacanza sensata, ma si sta bene, non male nè meravigliosamente, ma bene, sereni, addirittura un po’ allegri.

Quando torno vi faccio vedere un paio di foto, perchè i primi giorni, all’alba a Gerusalemme, alzarsi e vedere il cupolone di Al Aqsa, eh, son cose.

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Razzìe

Ritorno da Milano con il seguente bottino:

  • Simone Weil, Quaderni I, Adelphi, 1982.
  • Jack London, Le morti concentriche, Franco Maria Ricci, 1975.
  • AA. VV., La fisica della mente, Universale Scientifica Boringhieri, 1969.
  • Roger Callois, I demoni meridiani, Bollati Boringhieri, 1988.
  • Jean-Claude Carrière – Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, 2009.

Tutti in ottimo stato, 4 prime edizioni, 35 euro di spesa complessiva, uno regalato dall’autore.
In compenso non ho mangiato per risparmiare.
Ora corro a offrire libagioni al dio dei libri e a accendere un cero a Borges.

Adelphiani, adelphini, adelphici

A Lucas, e un po’ anche a Malvino

Sfuggito fra le pieghe della coda lunga di Google (e mi chiedo quali perle siano ancora celate laggiù, nel profondo visibile-invisibile, nell’ubiqua anonimità della moltitudine indistinta, nella massa informe dell’innumerevole, nella suburbia del basso ranking), ecco a voi un blog sopraffino, da cui vi porgo umilmente, dieci, e dico dieci, post tematici su Adelphi. Senza menzionare i commenti.

Adelphi 1: Cesare Cavalleri, su Avvenire, 12 novembre 2008, recensisce La folie Baudelaire.

Adelphi 2: Ogni cogliere è anche un assassinare. Quechcotona (in nahuatl, la lingua degli aztechi, significa al tempo stesso “tagliare la testa a qualcuno” e “cogliere una spiga con la mano”), i mattatoi di Chicago. Violenza, assassinio, sacrificio.

Adelphi 3: René Girard. Il capro espiatorio. Satana-scimmia, omicida fin dal principio. E, nei commenti, Clausewitz, colpire con la massima potenza nel punto più ristretto e più debole del nemico, lo schwerpunkt.

Adelphi 4: Sintesi del Girard di E vidi Satana cadere come folgore. Desiderio mimetico, Cristo ortogonale.

Adelphi 5: Non occorrono il sole, l’oceano, la montagna più alta per innalzare un olimpo di divinità. Bastano le scintille dei falò, l’odore dell’erba, il rumore di una cascata, un sentiero che scollina, lo spifferare di un canneto, il ribollire del mosto. Basta ciò che dura più di un uomo, che va oltre quei giorni mortali. Basta un destino che ripete sordo il proprio destino.

Adelphi 6: Heidegger, l’ontologia medioevale, l’uomo moderno, l’uomo diurno, l’uomo che ulula alla luna.

Adelphi 7: La modernità calcolante, Guènon, San Tommaso.

Adelphi 8: Perché questa serie di post dedicati a Adelphi? Perché è una casa editrice che ha una forma.

Adelphi 9: Ancora Guènon, e Tiepolo pure, e il rosa. Teatro, tradizione, meraviglia falsa e inabitabile.

Adelphi 10: Nietzsche. Nuovamente teatro e Tiepolo, e rappresentazione e Occidente, eternoritornoinfinitoattualeassoluto. Finzione di tempo intermedio, la letteratura assoluta.
Che cosa si dovrà intendere con questa espressione? Tante cose diverse quanti sono gli autori che, esplicitamente o no, la praticano. Ma un presupposto è per tutti comune: si è dato, a un certo punto della nostra storia, un singolare fenomeno per cui tutto ciò che era rigorosa ricerca e acquisizione di un vero – teologico, metafisico, scientifico – apparve innanzitutto interessante in quanto materiale per nutrire un falso, una finzione perfetta e onniavvolgente quale è, nella sua ultima essenza, la letteratura. A questo dio oscuro e severo andava offerto tutto ciò che sino allora aveva presunto di essere giustificato in se stesso.

PS: non sono necessariamente d’accordo con tesi e antitesi offerte in questi pezzi. Ma la forma, lo stile, la pacatezza, la profondità, e l’oggetto vogliono attenzione, e noi gliela diamo, con piacere.

Roberto Calasso, Spostare più in alto la soglia del pubblicabile

Non soltanto da Google dovrebbe guardarsi l’ editoria, ma da se stessa, dalla sua sempre più flebile convinzione nella propria necessità. Innanzitutto nei Paesi anglosassoni, che sono la punta di lancia dell’ editoria, dato il predominio della lingua inglese. Se si entra in una libreria di Londra e di New York, è sempre più difficile riconoscere i singoli editori presenti sul tavolo delle novità. Con alta discrezione il nome della casa editrice è spesso ridotto a una o più iniziali sul dorso del libro. Quanto alle copertine stesse, sono tutte diverse — e in un certo senso troppo simili. Ogni volta offrono un tentativo di impacchettamento, più o meno riuscito, di un testo. E ciascuno vale per sé, in obbedienza al principio dello one shot. Quanto agli autori, i loro libri si incontrano sotto il marchio di una certa casa editrice e non di un’altra innanzitutto in conseguenza delle trattative fra l’agente dell’autore e quel certo editore nonché dei rapporti personali fra l’autore e un certo editor. Mentre la casa editrice in quanto tale diventa l’anello tendenzialmente superfluo della catena. Ovviamente sussistono notevoli differenze di qualità fra le case editrici, ma all’interno di un ventaglio che presenta a un estremo il molto commerciale (associato alla volgarità) e all’altro estremo il molto letterario (associato alla sonnolenza). Ciò che sta in mezzo è una serie di gamme dove si situano i vari marchi. Così Farrar, Straus and Giroux sarà più vicino all’ estremo «letterario» e St. Martin’s all’estremo «commerciale», ma senza che questo implichi qualche considerazione ulteriore — e soprattutto senza che siano escluse invasioni di campo: l’editore letterario potrà occasionalmente essere tentato dal titolo commerciale, nella speranza di far fiorire i suoi conti, e l’editore commerciale potrà sempre essere tentato, poiché l’aspirazione al prestigio è una malerba che cresce ovunque, dal titolo letterario. Ciò che è penoso in questa suddivisione — che poi corrisponde a un certo assetto mentale — è innanzitutto il fatto che è falsa. Nel ventaglio che ho appena descritto è chiaro che Simenon o una sua ipotetica reincarnazione attuale, per dare solo un esempio, dovrebbero essere inclusi nella zona altamente commerciale — e perciò non passibile di valutazione letteraria; ed è chiaro che molti appartenenti alla funesta categoria degli «scrittori per scrittori» dovrebbero essere automaticamente assegnati all’estremo letterario. Questo va a danno sia del divertimento sia della letteratura. Il vero editore — poiché tali strani esseri ancora esistono — non ragiona mai in termini di «letterario» o «commerciale». Se mai, nei vecchi termini di «buono» e «cattivo» (e si sa che molto spesso il «buono» può essere trascurato e non riconosciuto). E soprattutto il vero editore è quello che ha l’insolenza di inventare uno slogan come questo: «I libri Diogenes sono meno noiosi» (lo inventò qualche anno fa Daniel Keel, editore di Diogenes, e queste parole si potevano leggere tutt’intorno al suo stand alla Fiera di Francoforte). Circa un secolo fa nascevano o muovevano i primi passi alcune fra le più importanti case editrici del Novecento: Insel, Gallimard, Mercure de France. Avevano due elementi in comune: erano state costituite da un gruppo di amici, più o meno abbienti — e accomunati da certe inclinazioni letterarie; e, prima di diventare case editrici, erano state riviste letterarie: «Die Insel», «La Nouvelle Revue Française», il «Mercure de France». Poi dai vari gruppi si era distaccata la figura di colui che sarebbe stato l’editore: Anton Kippenberg, Gaston Gallimard, Alfred Vallette. Oggi una simile esperienza sarebbe impensabile, perché sono mutati i presupposti. Fra l’altro, è venuta a mancare — o almeno ha perso la sottile e delicata rilevanza che aveva — la categoria stessa della rivista letteraria. L’unica pubblicazione periodica che abbia oggi una autorevolezza e un’influenza indubitabile è la «New York Review of Books», che si presenta come una rivista di recensioni, perciò non corrispondente a quella forma che forse raggiunge il picco della perfezione intorno al 1930 con i ventinove numeri di «Commerce», sotto le ali invisibili e protettive di Marguerite Caetani. Se ci si chiede che cosa tenesse insieme così fortemente quei piccoli gruppi di amici agli inizi del Novecento, la risposta non è data tanto da ciò che volevano (spesso piuttosto confuso e indeterminato), ma da ciò che respingevano. Ed era una forma del gusto nel senso che Nietzsche dava alla parola, quindi un «istinto di autodifesa» («non vedere, non sentire tante cose, non farsene avvicinare — prima accortezza, prima prova che non siamo un caso, ma una necessità»). Doveva trattarsi di una misura davvero accorta, se ha dato prova di essere tanto efficace. Oggi, a distanza di cento anni e di due generazioni dal fondatore, Gallimard è la prima casa editrice di Francia e si distingue tuttora per un certo «gusto Gallimard», che permette di percepire con buona approssimazione se un libro può o non può essere Gallimard. Quanto al Mercure de France e a Insel, l’una è stata acquisita da Gallimard e l’ altra da Suhrkamp, ma entrambe le case editrici continuano a esistere con un loro profilo netto, che si collega alla loro storia. Anche se tutto è cambiato nel circostante, la fisiologia del gusto che teneva insieme quei piccoli gruppi di amici sarebbe anche oggi un ottimo contravveleno, quando in certe case editrici sopravvengono periodiche angosce circa la propria evanescenza o appannata identità. Ma a quel punto si rivelerebbe anche che è venuto in larga parte a mancare quel tessuto di sensibilità che avvolgeva il gusto — o almeno è diventato una superficie dove gli squarci sono più vasti del tessuto stesso. Questo non dovrebbe però deprimere. Certo, sarebbe più duro e poco praticabile oggi avviare una casa editrice sulla base delle inclinazioni di un piccolo club di amici. Ma al tempo stesso l’editoria — se solo volesse, se solo osasse — avrebbe davanti a sé potenzialità che un tempo non sussistevano. Negli ultimi cento anni si è immensamente allargata l’area del pubblicabile, se appena si pensa alla enorme quantità di materiali antropologici, scientifici, storici, letterari che si sono accumulati nel Novecento e aspettano soltanto di trovare una nuova forma editoriale. Non solo la Biblioteca, ma tutti i libri Adelphi, fin dall’inizio, si fondavano su questo sottinteso. Era il tentativo di far confluire i testi e i materiali più disparati e più remoti in quella ampia, turbinosa corrente che trascina con sé tutto ciò che una mente desta e agile può desiderare di leggere. Di fatto, oggi più che mai l’editoria potrebbe porsi come uno dei suoi primi obiettivi quello di spostare la soglia del pubblicabile, includendo fra le cose fattibili molto di ciò che al momento è escluso. Sarebbe una sfida enorme, avvicinabile a quella degli inizi, quando Manuzio operava a Venezia. E forse sarebbe il momento di ricordare quale fu la carta fondatrice dell’editoria. Era un foglio volante stampato dallo stesso Manuzio e sopravvissuto fortunosamente sino a oggi in una copia incollata alla legatura del dizionario greco della Biblioteca Vaticana. Stampato intorno al 1502, quel foglio conteneva il testo di un patto fra studiosi che preparavano edizioni di testi classici greci per la casa editrice di Aldo. Nelle parole di Anthony Grafton, «essi concordavano di parlare soltanto in greco quando si trovavano fra loro, di pagare multe se venivano meno all’impegno e di usare il denaro (in caso ne accumulassero) per offrire un simposio: una generosa cena che doveva essere molto migliore di quel che usualmente avevano da mangiare i lavoranti di Aldo. Altri “filelleni” avrebbero potuto essere accolti nella cerchia, nel corso del tempo». Non è dato a oggi accertare se le regole di quella Nuova Accademia di Aldo Manuzio siano mai state applicate. Ma si può ricordare che anche le novantacinque tesi di Lutero e la dichiarazione dei diritti dell’ uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 furono in origine fogli volanti. Detto questo, è ovvio che la tendenza del mondo e dell’editoria finora sta puntando in direzione opposta. Così continua a restringersi il campo di ciò che si ritiene si possa fare. «Sarebbe bello, ma non si può»: è una frase molto frequente nel mondo editoriale, ovunque. Quanto ad affinità e disaffinità, aggiungo soltanto una glossa: Adelphi non nacque «da una costola di Einaudi», come hanno ripetuto a sazietà gli ignari e i falsi benevoli, ma i suoi presupposti e la sua fisiologia erano antitetici a quelli dell’ideologia einaudiana anni Cinquanta. Bazlen fu consulente di Einaudi dal 1951 al 1962, ma i suoi suggerimenti vennero puntualmente disattesi (con l’eccezione non trascurabile dell’Uomo senza qualità di Musil); Colli pubblicò presso Einaudi due magistrali traduzioni commentate (l’Organon di Aristotele e la Critica della ragion pura di Kant), ma si vide rifiutare il grandioso progetto di una edizione critica di Nietzsche, non già per ragioni di fattibilità ma perché Einaudi (giustamente, nella sua prospettiva) si rese conto che il progetto avrebbe mutato il carattere della casa editrice; Foà fu segretario generale di Einaudi dal 1951 al 1961, ma se ne andò anche perché si accorse che la casa editrice avrebbe definitivamente e irrevocabilmente seguito la linea di Giulio Bollati. Inoltre, pur essendo diversissimi fra loro, Bazlen e Colli erano del tutto refrattari alla visione d’insieme einaudiana, con la quale ben poco avevano da spartire, anche se entrambi ammiravano la qualità e il nitore della casa editrice. Quanto a Foà, che pure partecipò appassionatamente alle vicende di Einaudi e ne trasse un insegnamento decisivo, inclinava senza esitazioni dalla parte di Bazlen e di Colli. Anche se nella forma più illuminata e duttile, Einaudi prosperava sotto la cappa di quel sovietismo ottundente che gravava su tutta la sinistra culturale in Europa. L’asse della casa editrice era contrassegnato dal Lukács della Distruzione della ragione, che additava come nemico primario quanto di meglio la cultura europea aveva prodotto da Schopenhauer in poi; e da Gramsci, del quale veniva apprezzata e assimilata soprattutto la perniciosa teoria dell’intellettuale organico. Con Adelphi ovviamente si respirava altra aria. E questo ci dava anche qualche vantaggio pratico perché, per alcuni anni, i libri che cercavamo noi non li cercava nessun altro (poi, ahimè, i tempi cambiarono e certi autori venivano cercati da altri proprio perché sembravano ovviamente adelphiani). Non ci preoccupavamo di avere alcun asse, ma l’opera di Nietzsche sarebbe bastata a far capire in quali direzioni ci muovevamo. Come la Clarisse di Musil, avremmo voluto avviare un «anno Nietzsche», in contrasto con tutte le Azioni Parallele che altrove si tessevano. Quell’anno per noi dura ancora.

Roberto Calasso, Il Corriere della Sera, 20 giugno 2009

(hat tip Dentro il cerchio, non perdetevi un bel commento di Federico Novaro. Io mi limito a trovare continuità con quel che Calasso diceva ne L’editoria come genere letterario)

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