Questo blog non esiste

Esperimenti autoreferenziali di pensiero ortogonale

Categoria: wiki

Invest in toothpicks

There’s a lot of talk, here and elsewhere, about how Internet collaboration is going to revolutionize business and politics. Just add some Internet collaboration, they say, and your business will suddenly start working better and smarter—and cheaper, as well. But the Internet is not this magic pixie dust you can sprinkle on anything. In the States, the back of every ketchup bottle now has a notice explaining that you can now create your own advertisements for the ketchup company. In return, well, in return they might use your ad. This is magic pixie dust thinking at work: people are not going to suddenly start designing your ad campaigns for you just because you asked them to.

We have to remember that these things are done by real people, not magical abstractions. The rhetoric often suggests that some magical force of “peer production” or “mass collaboration” has written an encyclopedia or created a video library. Such forces do not exist; instead there are only individual people, the same kind of people who drive everything else.

The power is that these people are collaborating. But they are collaborating because they have come together to form a community. And a community works because it has shared values. But here’s the thing: these shared values are profoundly anti-business. [Laughs from the audience.] I mean, look at Wikipedia. This is a group who wakes up every day and tries to put the encyclopedia publishers out of business by providing a collection of world knowledge they can give away to everyone for free.

If you want someone to do your company’s work for you, finding a well-organized online community with strong anti-business values seems like a bad idea. [Laughs.]

So what do you do? I have a friend who is even more brash than I am and when anyone asks her for business advice she tells them simply: Well, in the future, your servants are going to rise up and eat you. So, invest in toothpicks.

Aaron Swartz, Banff, 6 marzo 2008.

Rassegna stampa wiki

Usciti oggi:

RIP, Aaron Swartz

Ieri si è suicidato Aaron Swartz, genio, attivista, programmatore, wikipediano, e un sacco di altre cose che non so. Avevo seguito un po’ il suo caso quando scaricò migliaia di articoli scientifici da JSTOR, un vero atto di disobbedienza civile open access. Aaron era un prodigio: co-inventò l’RSS a 14 anni, contribuì alla nascita di Reddit, ha scritto il codice di Open Library, ha creato siti e app e softare per la partecipazione politica, tutto entro i 26 anni.

Cory Doctorow, di BoingBoing, scrive questo bellissimo pezzo. Lawrence Lessig questo. Il NYT questo. La Wikimedia Foundation questo. Lo stesso Aaron ha parlato di sè e della propria depressione qui.

E mi frullano in testa un po’ di pensieri (quel doloroso rapporto fra genio e sofferenza, intelligenza e sensibilità), ma mi rimane questo epitaffio di Weinberger, che chiarisce un po':

Aaron was a hero of the Internet.

Everything he did in his way too short life was aimed at making the connected world more open, with lower barriers, richer connections, more knowledge, more sharing, and less corruption. Consider Aaron’s work on standards for sharing ideas, his commitment to progressive and bottom-up politics, his efforts to provide free access to public domain court records), his work against corruption in politics, his contribution to the struggle against SOPA, the app he wrote for making it easier to create blogs and wikis (acquired by Reddit), his commitment to open information. And more.

And he was only 26 when we lost him.

Aaron usava, voleva usare, voleva che usassimo internet per migliorare il mondo (((male, pigramente, per hobby, per noia, per divertimento, perchè siamo soli, perchè siamo idealisti, perchè abbiamo troppa paura, perchè fa meno male, perchè il mondo fa schifo, perchè ci fa sentire  vivi, perchè è giusto, perchè è così che bisogna fare))).

Era uno di noi, era uno dei miei. E’ davvero un peccato. Per noi.

[fra le cose non inutili che potevo fare, c'è stata la creazione della pagina su Wikipedia, ma c'è da correggere gli errori di Google Translate. Se volete, correggete.]

Wikisource: dove siamo, dove possiamo andare

[in ritardo, ma non è del tutto colpa mia]

A inizio luglio ho partecipato a Wikimedia 2012, annuale conferenza internazionale dedicata al mondo wikip/mediano, e io ho presentato un (lungo) speech dedicato a come Wikisource possa essere intesa una biblioteca digitale, ai suoi punti di forza e ai suoi punti di debolezza, e soprattutto a quello che possiamo diventare.

Se proprio siete interessati, ci sono slides e video:

 

(io sono nella prima mezz’ora, ma anche gli altri interventi sono da guardare)

 

 

Da quella presentazione sono nate/sviluppate/continuate varie cose, molte di queste riassunte in questa pagina, che vorrebbe essere una roadmap globale, un punto dove trovarci (come comunità internazionali) e capire dove vogliamo andare. Non so quanti di voi siano interessati a Wikisource (dalle statistiche sugli utenti, direi molti pochi), ma vi invito a guardare qualche slide/pezzi/di video, e interessarvi, ecco. Si parla di cose tecniche e direzioni di innovazione (risolvere il problema dei metadati, coordinarci con altri gruppi che lavorano con il formato djvu), ma anche di temi più grandi che in generale dovrebbero interessare chiunque lavori in archivi e biblioteche (osservare i meccanismi di altri progetti che fanno crowdsourcing, lavorare sulla transclusione e sulla vision di Xanadu (almeno, le cose che si possono attuare)). Ci piacerebbe, a noi wikisourciani, iniziare a parlare seriamente con archivi e biblioteche per capire cosa possiamo fare insieme e cosa loro desidererebbero da un progetto come il nostro. Credo che ora più che mai sarebbe importante lavorare sugli stessi problemi, condividere strumenti, competenze ed esperienze, non solo a livello tecnico. Per dire, ci farebbe piacere che qualche bibliotecario ci desse una mano sulla struttura dei metadati da adottare per le pagine indice dei libri, ma anche discutere di come importare i dati bibliografici dalle biblioteche nazionali su Wikisource, o capire se i nostri epub funzionano e sono abbastanza buoni per poter essere utilizzati da biblioteche e servizi (e lettori, ovviamente).

Insomma, noi stiamo costruendo una biblioteca digitale, che non ci siano bibliotecari in mezzo è un po’ un paradosso (quindi fatevi sotto)(ovviamente, per qualsiasi cosa, chiede a me (aubreymcfato chiocciola gmail punto com)).

Serendipity e Wikipedia

(intervista fatta quest’estate a Wikimania, si parla di belle cose nerd (serendipity, Wikipedia, Wikisource), il mio accento fa schifo, secondo me fa ridere).

(dentro c’è una citazione, che fa riferimento a questa vignetta di xkcd, e un po’ anche a questa (anche se io ne ricordavo un’altra (che non trovo adesso))( ma poi c’è anche questo video del TED)(scopro adesso che in riferimento alla seconda vignetta Wikipedia ha anche una pagina apposita)(la serendipity è un fottuto buco nero)).

Cattedrali digitali

E’ una roba un po’ strana, ma succede che la Wikimedia Foundation fa un po’ di interviste in giro a wikipediani, da tempo, secondo me è una cosa carina (è una cosa carina vedere le persone dietro a wikipedia), e niente, a farla breve, hanno intervistato anche me.

La storia di 11 anni di Wikipedia

Non so a quanti di voi possa interessare, ma questa è una piccola perla: Guillaume Paumier, della Wikimedia Foundation, racconta in circa 45 minuti (domande comprese) le tappe di 11 anni di storia wikipediana: la nascita degli altri progetti, delle comunità, dei progetti, il software e i server, il fork di Enciclopedia Libre, l’11 settembre 2001, la censura in Cina, la controversia di Seigenthaler, le Wikimania, i fundraiser, il settembre eterno, l’usability initiativegli scioperi. Insomma tutto (dai, tanto). E’ una bella storia.

Le nuove piramidi (questa volta, senza schiavi)

Personalmente, credo che uno dei terreni su cui si giocherà una partita importante (partita già iniziata,d’altronde), sia quello della costruzione collettiva, di quella cosa a cui adesso diamo vari nomi (fra tutti, crowdsourcing), ma che sottintende la collaborazione massiva (spesso anonima, sempre volontaria) fra utenti/persone, in rete.

Come dice Suriowecki, la magia della collaborazione accade quando vi sono quattro fattori fondamentali (indipendenza, diversità d’opinione, aggregazione, decentramento) e non è facile da far accadere. Ma a volte ci siamo riusciti.  La nuova fisica di Internet spezza (fra le altre cose) varie forme di ostacoli spazio-temporali: possiamo collaborare, in teoria, con chiunque, in qualsiasi parte del mondo, in maniera simultanea e non. Tutto ciò che  non è possibile nel nostro “normale” mondo atomico.

L’ubiquità del digitale ha permesso, per la prima volta nella storia umana, forme di “collaborazione estrema”: tutto l’internet è una costruzione sociale, in qualche modo.
Alcuni di questi progetti, poi, sono costruzione collettiva ancora più estrema: in Wikipedia, per esempio, abbiamo una forma collettiva, simultanea, multilingue, volontaria di scrittura di un’enciclopedia.
Esistono sì altri progetti altrettanto grandi, ma in cui la costruzione del progetto è meno consapevole: gli user-generated video in Youtube, la foto su Flickr e Facebook e Instagram, la blogosfera, la twittosfera, la socialcososfera sono tutte forme di collaborazione, ma in maniera più blanda e incosciente. Rimangono costruzioni collettive, risultato di una coordinazione dal basso, ma inconsapevole.

Senza stare a fare pe(d|s)anti tassonomie, credo sia dunque corretto ed importante affermare questa differenza, che è un differenza fra network sociali e network collaborativi [1]. Nei social network (prendetene uno a caso) spesso vi è (abbiamo appena detto) una “costruzione collettiva inconsapevole”, che avviene quando il mio contributo personale (e spesso destinato ad un gruppo ristretto di amici, o anche ad un pubblico ignoto) si va a sommare ad altri contributi (sempre user generated), ma il cui fine primario non è la collaborazione: cioè, la costruzione di un tutto organico è quasi un effetto collaterale, non il primo obiettivo (Shirky chiama un concetto simile frozen sharing). L’appassionato carica video su Youtube per sè, per i propri amici, non per costruire il più grande archivio video mai visto. Su Twitter scrivo per i miei follower, sul blog per me e i miei amici e i miei lettori: il fine è quasi sempre personale o ristretto, non è (quasi mai) la volontà di fare qualcosa come progetto unico e integrato. Al contrario, progetti come Wikipedia nascono e sono sempre costruzioni collettive e consapevoli. Questo non vuol dire che il wikipediano è sempre altruista e il blogger egoista (anzi): ognuno ha le proprie motivazioni e sceglie i mezzi che preferisce per esprimersi, ma la differenza fra comunicazione (che genera collateralmente un contenuto sociale) e collaborazione rimane lampante.

Ecco.

Personalmente credo che i progetti più interessanti (che come società abbiamo appena iniziato a conoscere (e creare)), siano proprio i secondi.
Abilitare le persone a gesti costruttivi e utili e piccoli e divertenti (click) è forse una delle sfide più grandi che come umanità possiamo intraprendere, permettendo di sfruttare un potenziale latente (morale, etico, cognitivo, di tempo, di competenze) che non è ancora mai stato sfruttato (Clay Shirky, Surplus cognitivo).
In questo momento, la tecnologia ci offre i primi rudimentali strumenti di condivisione e collaborazione davvero globali che il mondo abbia mai visto.

Questo tipo di collaborazione estrema (o massiva), se così vogliamo chiamarla, ha, in questi anni, una parola chiave, che è la parola wiki.
Wiki e collaborazione sono, alla fine dei conti, quasi sinonimi: un wiki è un sito modificabile da tutti i suoi utenti, in (quasi) tutte le sue pagine.
Se un progetto è basato su un wiki, avrà la necessità di avere/trovare/mantenere i suoi utenti, e i suoi utenti avranno la necessità di coordinarsi (in qualche modo) per far funzionare il progetto, e questo porterà alla creazione di una comunità (comunità di pratica, dunque, secondo la definizione di Wenger)(ma anche comunità di interessi, secondo la definizione di Henri e Pudelko). Una comunità più o meno aperta, più o meno larga, più o meno omogenea, ma comunque una comunità che si identificherà con il lavoro e l’obiettivo del progetto.

La prima e più grande forma democratica di collaborazione massiva  [2] è stata Wikipedia, e siamo ancora ben lontani da capire dove arriverà.
La stessa Wikimedia Foundation, dato il successo iniziale, ha tentato di ripetersi rivolgendosi ad altri progetti che non fossero scrivere un’enciclopedia: è così che nascono Commons (repository di immagini e file liberi)[3], Wikisource (biblioteca digitale wiki e laboratorio di trascrizione e rilettura), Wikiquote, ecc.

I progetti di Zooniverse (Galaxy Zoo, Planethunters, Ancient lives, ecc.) e FoldIt hanno compreso la fondamentale importanza creare infrastrutture che rendano semplice e divertente fare qualcosa di utile: migliaia di utenti possono dunque aiutare gli scienziati a classificare galassie, piegare proteine, leggere geroglifici, scoprire pianeti (ma anche leggere parole (recaptcha), o scoprire melanomi).

Nielsen (Reinventing Discovery, Princeton University Press)(che è un libro splendido) utilizza questi progetti come esempi per mostrare come la citizen science sia la nuova frontiera per unire gli amatori agli esperti nella conquista dell’ignoto, coordinando la passione ed la computazione umana dei primi alle competenze dei secondi. La costruzione della nuova scienza passa per l’accesso aperto di dati, letteratura e risorse, ma anche delle competenze e intelligenza e tempo libero di tutti (scienziati e non).

Non so voi, ma io sono molto eccitato per quello che verrà. Bisogna solo farlo accadere.

 

Note

[1] Definizioni mie (non faccio il pedante, non fatelo voi).

[2] Qui taglio la testa ad una mandria di tori. Sto parlando di collaborazione massiva e volontaria e consapevole. Ci sono altri progetti del genere: l’intero movimento open source (es. Linux) può essere inteso (e lo è e deve esserlo), come ecosistema di progetti collaborativi, ma non è propriamente democratico (nel senso che la soglia minima per partecipare è molto alta)(cioè, bisogna saper programmare). Va tutto bene, ma qui voglio parlare di un livello successivo di collaborazione, in cui la soglia minima è molto più bassa.

[3] Commons è in realtà, a mio personalissimo parere, un divertente ibrido fra una forma di user generated content (le immagini, caricate a milioni da migliaia di persone) e un progetto comunitario. Le sue difficoltà sono varie (pensiamo solo che è l’unico progetto Wikimedia ad essere unico e multilingue, quando tutti gli altri hanno versioni linguistiche proprie). La parte comunitaria prevede la scrittura di linee guida, il controllo del materiale, la correzione dei metadati, la creazione di template e strumenti e la categorizzazione. Ma facciamo che oggi lo riteniamo un progetto comunitario e basta.

PS: tutti i libri citati sono prestati volentieri dal sottoscritto (se avete un Kindle però)(aubreymcfato chiocciola gmail punto com).

Chi ci aiuta a liberare i monumenti?

[Frieda scrive questo post su CheFuturo, e oltre a linkarlo io ve lo copio pari pari, perchè è bello e soprattutto è importante. Preparate le mail ai vostri sindaci.]

È difficile essere italiani. Leggevo Marco che scrive “se sei una donna startupper e decidi di avere un bambino – sei sostanzialmente destinata a un’allegra dieta pane, acqua e marmellata” e pensavo che più difficile che essere italiani c’è l’essere una donna italiana (ed è bello che lo scriva un uomo). Provo a raccontarvi perché è difficile essere italiani soprattutto in un contesto internazionale, descrivendovi le peripezie di un progetto che seguo per Wikimedia.

Due anni fa gli olandesi si sono inventati un concorso fotografico, che l’anno scorso è diventato internazionale: Wiki Loves Monuments; una fase nazionale e poi i migliori di ogni paese si sfidano in un girone internazionale. Noi abbiamo pensato che fosse una cosa bellissima e che un paese come l’Italia non potesse assolutamente mancare ad un appuntamento del genere. Poi un concorso fotografico… cosa vuoi che ci voglia a organizzarlo? Qualche premio, una giuria, un sito ed è fatta!

In effetti organizzare un concorso fotografico non è difficile se lo scopo è culturale, il problema sono i soggetti. È più facile fare una rapina in banca e passarla franca che fotografare un monumento italiano!

O meglio, fotografare un monumento non è un delitto, ma pubblicarne la foto quasi.Soprattutto se uno è sprovveduto come me e pensa di poterla rilasciare in Creative Commons, CC-BY-SA addirittura (anche a scopo commerciale? siamo proprio matti, potremmo affossare il business delle cartoline!).

Le cartoline, battute a parte, non c’entrano: la “colpa” è del Codice Urbani (Codice dei beni culturali e del paesaggio) che attribuisce al MiBaC tutela, conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio culturale e il pagamento di un canone qualora lo scopo delle foto non sia personale.

Il canone lo stabilisce l’autorità che ha in consegna i beni quindi il Ministero (nelle sue diramazioni: le soprintendenze e le direzioni regionali), le regioni, i comuni, le città metropolitane e le province. Quindi per fare le cose per bene, uno dovrebbe chiedere il permesso all’autorità del caso, ma non esiste un elenco che mi dica chi è questa autorità, quindi l’unica soluzione è bussare alla porta di ciascun ente e chiedere: scusate quali monumenti avete in consegna? Possiamo fotografarli?

8100 comuni, 20 regioni, 110 province, per tacere tutta la parte ministeriale. Tante conversazioni e contatti in corso, ma settembre (il mese dedicato al concorso) si avvicina e un’unica PA ha risposto sollecita: Pavia.

Valutando positivamente l’iniziativa Wiki Loves Monuments che potrebbe costituire un trampolino di lancio a livello internazionale per la città di Pavia,” si legge nella delibera della Giunta “si ritiene utile concedere la possibilità fotografare i propri monumenti inseriti nella lista di cui sopra concedendone l’immagine in uso come un qualsiasi open data con una licenza libera Creative Commons nella versione denominata CC-O.” Ci aiutate a convincere qualche altro comune virtuoso?

Dopo tutto vogliamo solo fotografare dei monumenti e usare le foto per illustrare le voci di Wikipedia, di tutte le 280 edizioni di Wikipedia. Raccontare un qualsiasi monumento senza mostrarlo è un delitto, soprattutto se parliamo dei monumenti italiani. Un patrimonio così bello e così complicato da raccontare, fatto di tantissimi interlocutori, di definizioni e liste mancanti.

Ma noi non ci arrendiamo e il concorso si farà comunque. E non dimenticate che per monumento si intende “un vastissimo genere di opere che comprende edifici, sculture, siti archeologici, strutture architettoniche e interventi dell’uomo sulla natura che hanno grande valore dal punto di vista artistico, storico, estetico, etnografico e scientifico”! Avete già in mano la macchina fotografica? Allora scattate!

Milano, 19 giugno 2012
FRIEDA BRIOSCHI

Cose del perchè questo blog è vuoto

E’ un sacco che non scrivo su questo blog, e un po’ mi dispiace, sto addirittura lasciando andare un po’ Wikisource (credo che sia la prima volta in 6 anni (la chiamano crisi del settimo anno)(credo)), ma allo stesso tempo ci sono due progetti, belli e impegnativi, che seguo/faccio.

In uno, faccio il conduttore per RAI Scuola (boom). Il programma si chiama Nautilus, parliamo di tante cose cose (letteratura, filosofia, arte, economia, teatro), si guarda ogni 4 ore sul canale di RAI Scuola (11.40, 15.40, 19.40, 23.40), canale 146 del digitale terrestre e 806 di Sky. Molte puntate si trovano anche online, ci stiamo lavorando, abbiate pazienza. Al momento, abbiamo intervistato Edoardo Novelli, Vincenzo Cerami, Christian Raimo, Licia Troisi. Il prossimo sarà Alessandro Bergonzoni (!), e Vittorio Magrelli, ed Ernesto Assante.

L’altro progetto invece è Wiki Loves Monuments, trovate info qui, abbiamo anche un wiki apposito. E’ qualcosa di grande e bello, potete partecipare tutti, anzi, cosa aspettate, andate a fare delle foto.

Ah, poi sto leggendo come un melnetto, A song of Ice and Fire, (non c’è molto da dirne, solo da leggerlo)(o male che vada guardare la serie)(ecco, fatelo).

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.103 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: