Questo blog non esiste

Esperimenti autoreferenziali di pensiero ortogonale

Categoria: Cattocomusti dossettiani

Davide a Barbiana

Simone Weil, Lettera ad un religioso

Leggetelo.

La camorra è una montagna di merda.

“Davide è un tizzone scampato a un incendio. Succede a legni che si battono contro il fuoco. Cresciuto nel quartiere della droga, dal fondo di prigione ha trovato il suo nome scritto nella Bibbia:
Davide! Ha staccato di nascosto le pagine, le ha lette e da lì è cominciata una persona nuova. La sua storia canta come la prima rondine, profuma come il pane. Ultima coincidenza col Davide di Bibbia: anche lui da bambino è stato pastore di pecore del padre.”

Erri De Luca

Ieri sera i ragazzi hanno dormito in canonica, per fare compagnia a Paolo.
Non che fosse preoccupato, ma le cose non stanno andando benissimo.
Per fortuna ci hanno pensato i pischelli, si son messi lì e hanno fatto la solita cagnara del sabato sera, ma poi sono rimasti,col sacco a pelo, in salotto, è stata una bella idea, Paolo è un orso ma credo che gli abbia fatto davvero piacere, alla fine.

Paolo è il parroco della BVA, che per intero ha un nome bruttissimo, Beata Vergine Addolorata, ma è meglio BVA, per tutti. La BVA è pure la mia parrocchia, da un paio d’anni.
Abbiamo aperto un domitorio nei locali sotto la chiesa, per l’emergenza freddo, ora finita, c’è il centro d’ascolto, c’è, per ora vuoto, l’appartamento della canonica, l’anno scorso con Isa abbiamo accolto una famiglia moldava (si sono sposati ieri, fra l’altro).

La BVA, domenica delle Palme, ha pure ospitato una mostra di foto, ne avevamo parlato molto e alla fine si è fatta, foto sui pannelli estensibili, quelli da fiera, 50 per 200, credo, in quei pannelli ci sono le foto di Davide Cerullo.

Davide Cerullo è un ragazzo di Scampia. Ha 34 anni, due bellissimi bambini, una moglie e da qualche giorno nessun lavoro. Davide ha pure scritto un libro, “Ali bruciate” (ne avrei dovuto parlare mesi fa, non lo fatto, me ne scuso, lo faccio adesso (qui c’è pure il gruppo di lettura)), in cui racconta fra le varie anche la sua storia, figlio nono di quattordici (lo scrivo a lettere, quattordici, perchè quattordici, per dei figli, è un numero altissimo, provate voi a metterli in fila, io ho quattoridici cugini, una cagnara tutte le volte), figlio pastore di quattoridici, figlio pastore di un padre che un giorno se ne è andato, lasciandoli, i figli, tutti e quattordici, soli, più le pecore, con la mamma.
A Scampia, tutti e quattordici e con la mamma quindici, le pecore non bastano, sei più tentato a cambiare lavoro.

Davide, dunque, ha smesso presto di fare il pastore, al posto delle pecore si è messo a pascolare la droga, ha spacciato per anni, era bravo, poi Davide è bello come il sole, da bambino non potevi pensar male, tanto belllo che era, insomma arriva a 14 anni che guadagna un milione al mese (e lo scrivo in numero, 14, perchè 14, per degli anni, è un numero bassissimo), e a 14 anni un milione di vecchie lire, come dire, son soldi. Aveva i soldi, aveva le fidanzate, era bello come il sole. Aveva anche la quinta elementare (solo quella però).

Davide, dunque, ha spacciato, è stato sparato, è finito dentro, è tornato fuori per poi tornare dentro. In Gomorra, il film, quando i ragazzini prendono il mitra e sparano, in mutande, ecco, quella scena nel libro non c’è, se l’avete letto ve ne siete accorti. Quella scena è un ricordo di Davide.

Fatto sta che una volta era dentro, Davide, ha visto un Bibbia là in alto e, circospetto, con vergogna, l’ha presa e aperta. La Bibbia parlava di un pastore, si chiamava Davide, era bello come il sole, Davide (il pastore della Bibbia), e aveva tanti fratelli.
Davide, quello che la Bibbia la teneva in mano e si leggeva dentro la Bibbia, ha strappato le due pagine, se l’è messe in tasca.

Davide è stato in prigione per un po’, abbastanza. Ha conosciuto persone, ha conosciuto preti, ha conosciuto anche sè stesso. Ha conservato le pagine della Bibbia, ne ha lette altre.
E’ uscito, è stato mandato in comunità, ha conservato una sola delle sue fidanzatine (una che valeva la pena conservare, perchè lei ha conservato lui), è uscito del tutto, è uscito anche da Scampia e da Napoli ed è venuto a Modena, a Modena c’è rimasto.

Davide vive qui, ora, ha 34 anni, due bellissimi bambini, una moglie e da qualche giorno nessun lavoro. In questi anni ha lavorato, ha fatto il camionista, ha letto altri libri, tanti altri. Ha imparato a fotografare. Ha scritto un libro, lui che ha la quinta elementare (solo quella però): il libro sta andando bene, racconta fra le altre anche la sua storia, e soprattutto porta un messaggio, un messaggio semplice.

Il libro dice che a Scampia non c’è solo Gomorra, che a Napoli non c’è solo munnezza. Il libro ha la presunzione di correggere un po’ il tiro (anche a Saviano, soprattutto al film), per affermare che bisogna puntare sui bambini, che bisogna eliminare la predestinazione alla criminalità. Che bisogna vedere e supportare chi là dentro c’è ma non è un criminale, chi nel silenzio del quotidiano sopravvive e cerca di non appartenere al sistema.
E’ un messaggio semplice, un messaggio che anzi cerca di riconcentrarsi sull’uomo.
Dopo il libro, Davide ha ricevuto molte lettere dal carcere: lo ringraziano perchè il suo messaggio condanna ma non uccide la speranza, perchè dà un’altra possibilità ad una terra ed un’umanità martoriata, ma ancora viva. E’ un messaggio semplice.

Davide, oltre a scrivere, ha fotografato, anche a Scampia, ed ora ha una mostra, che è passata anche a Barbiana, dove c’era Don Milani, e la mostra era anche in BVA, la mia parrocchia da due anni, a Modena.

La mostra è stata vandalizzata: mercoledì scorso e poi sabato sono entrati, e prima con un pennarello (mercoledì) e poi con lo spray e il cutter (sabato, che era il sabato di Pasqua) hanno rovina delle foto. Proprio quelle foto che la domenica prima (domenica delle Palme) Davide aveva commentato a messa.

Sabato sera, alla veglia di Pasqua, abbiamo messo le foto sull’altare, e sono ancora lì.
Ci resteranno per un po’ credo.

Davide, dopo, ha ricevuto pure delle minacce, e così anche Paolo, e hanno pure usato lo stesso spray per sfregiare la macchina di una catechista (che aveva sempre parlato domenica).

Insomma, la BVA, a Modena, è diventata una parrocchia antimafia, e questo a Modena, nel 2011. Se non facesse rabbrividire, farebbe ridere (in effetti un po’ ridiamo).

Questa dunque è un po’ la storia, se ne può leggere in giro (la cosa sta diventando importante, perchè a Modena la mafia c’è).

Ovviamente non finisce qui. Non sappiamo bene che fare, ma ci sono altre esperienze, c’è Libera, c’è Don Ciotti, abbiamo da imparare e la direzione è chiara, si va avanti e si va più forte di prima. Poi i ragazzi hanno avuto una bella idea, io mi sa che vado a dormire in dormitorio.

E questo, definisce la mia Pasqua.

“al netto che Gesù è davvero il capro espiatorio che ha rivelato le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, ovvero il meccanismo vittimario su cui si regge ogni società/comunità umana, ovvero il religioso, la nascita del mito e del rito, al netto di tutto questo che possiamo attingere da una pacifica anche se non pacificata riflessione intorno al potere de-mistificante della scrittura giudaico-cristiana rispetto a tutte le altre scritture religiose e mitologiche, mi può spiegare M. Girard le rôle de Dieu in tutto questo? Che Dio sarebbe quello che ha inscenato tutto il palcoscenico del mondo per vedere recitare un’intera specie di esseri pensanti, nella loro faticosa ricerca di costruire una società basata sulla fratellanza, l’uguaglianza, la libertà? Se il mondo va in questa direzione a prezzo di fatica, dolore, miseria, e soprattutto morte, morte fottutissima morte, è in vista di che cosa? Dell’epilogo finale in cui verremo giudicati per che cosa? Per aver vissuto in un pianetino minuscolo di una galassia periferica? E tutto questo spreco interstellare per vederci vivere? E tutta questa magnifica complicazione evolutiva del dna, della complessità assoluta nel frammento, tutta questa vertigine, ma perché?”

Lucas.

Lettera della comunità cristiana del villaggio artigiano al vescovo di Modena

Abbiamo bisogno di sentire l’eco delle parole di Gesù nelle parole dei Vescovi!

Caro vescovo Antonio, siamo un gruppo di cristiani della Chiesa di Modena e ci rivolgiamo a lei perché è il nostro pastore. Sappiamo che il suo ruolo e il suo ministero è proprio quello di ascoltare, confortare, tenere unito il gregge, cioè guidare il popolo cristiano e aiutarlo a vivere nella fede, nella speranza e nella carità. Vogliamo quindi esprimerle alcune nostre gravi preoccupazioni, con semplicità ma anche con tutta franchezza.

Siamo preoccupati perché vediamo il nostro Paese scivolare sempre più in una crisi generale, vissuta da molti con disperazione e senza vie d’uscita, crisi che rischia di compromettere l’unità stessa della Nazione, nei suoi aspetti istituzionali, politici e sociali. E la disperazione non è una virtù cristiana.

Siamo sconvolti perché vediamo la classe politica che governa questo paese sprofondare sempre più nel degrado morale, nell’arroganza dell’impunità, nella ricerca del tornaconto personale e dei propri amici, nel saccheggio della cosa pubblica e nella distruzione sistematica delle basi stesse del vivere civile e democratico.

Siamo indignati perché questa stessa classe politica al governo ha ingannato e continua a ingannare i poveri con false promesse, con un uso spregiudicato e perverso dei mezzi di comunicazione, con l’esibizione ostentata di modelli di comportamento radicalmente contrari al comune sentimento morale della nostra gente. Pian piano sono riusciti a corrompere il cuore e le menti dei più semplici. Guai a chi scandalizzerà questi piccoli…!

Ma la preoccupazione maggiore, in quanto credenti, riguarda la nostra Chiesa e in particolare i nostri Vescovi. Ecco i pensieri che ci fanno star male e che manifestiamo a cuore aperto.

sappiamo che i vertici della CEI e gli ambienti della curia vaticana hanno deciso già da tempo di appoggiare la maggioranza di destra ancora oggi al governo. È opinione sempre più diffusa, anche tra i cattolici credenti e praticanti, che questa alleanza sia frutto di accordi di potere, volti a ottenere privilegi per la Chiesa e legittimazione per il governo. Vale la pena di compromettere la credibilità dell’annuncio del Vangelo e l’immagine della Chiesa per un piatto di lenticchie?

In nome di questo sostanziale accordo si sono di fatto avallate politiche, alcune di stampo prettamente xenofobo, del tutto contrarie non solo al Vangelo ma anche alla dottrina sociale della Chiesa. Per denunciare questa deriva molte voci si sono alzate nel mondo cattolico, sempre ignorate o censurate o minimizzate. Non appartengono forse anche questi ai cosiddetti “principi non negoziabili”?

Neppure adesso, quando l’abisso morale e lo stile di vita inqualificabile dello stesso presidente del consiglio sono sotto gli occhi di tutto il mondo, neppure adesso i vertici della CEI trovano la forza e la dignità di pronunciare parole chiare, di uscire dalle deplorazioni generiche che riguardano tutti e quindi nessuno, di usare finalmente il linguaggio evangelico del sì sì, no no.

In ben altro modo fu trattato l’ultimo governo Prodi, debole ma onesto e capace, di ben più alto profilo morale, che non solo non fu sostenuto ma venne addirittura osteggiato, forse proprio perché più libero, sicuramente più laico e quindi meno disponibile ad accordi sotto banco. Vogliamo rivendicare con forza questo fatto: molti di noi, cattolici credenti e praticanti, hanno sostenuto quell’esperienza politica, condividendone fatiche e speranze e anche delusioni. Di certo ci ha molto ferito l’ostracismo di allora come ci ferisce la complicità di adesso.

Occorre che ci si renda conto davvero che alla base della Chiesa sta aumentando il disagio, il dissenso, la sofferenza, il lento e silenzioso abbandono. L’amara sensazione di molti, giusta o sbagliata, è che i pastori hanno tradito il loro gregge, hanno preferito i morbidi palazzi di Erode alla grotta di Betlemme, hanno colpevolmente rinunciato alla profezia. E questo non fidarsi di Dio, tecnicamente, è un comportamento ateo.

Avanziamo una piccola proposta, che può sembrare provocatoria, della quale lei stesso potrebbe farsi portavoce: la CEI e il Vaticano dichiarino pubblicamente di rinunciare all’esenzione del pagamento dell’ICI sulle proprietà della Chiesa che siano fonti di reddito; che abbiano il coraggio di dire di no a questa proposta scellerata. Acquisterebbero un po’ di stima e credibilità, perché questo, fra i tanti, è uno scandalo che grida vendetta.

Caro vescovo Antonio, preghiamo insieme perché lo Spirito ci aiuti tutti a una vera conversione, a un saper ritornare sui nostri passi, a riscoprire la dimensione di un servizio povero e disinteressato, a seminare gioia e bellezza e speranza, nella libertà e nella verità.

La comunità cristiana di base del Villaggio Artigiano
Modena, febbraio 2011

PS: Questa lettera è una lettera aperta e sta già circolando nella nostra città tra cattolici e tra persone che comunque hanno a cuore queste questioni. Non abbiamo alcuna intenzione di raccogliere firme, tuttavia sappiamo che nei suoi contenuti essenziali essa è largamente condivisa da tantissimi.

Lettera di don Aldo Antonelli al cardinal Bagnasco

Signor Cardinale,
mi rivolgo a Lei come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana per esprimerle il mio disagio e porle delle domande.

In questi ultimi tempi si è andata ingrossando la valanga di volgarità e di oscenità che già da tempo investe il paese Italia e che sta cancellando, ogni giorno di più, ogni traccia di pudore, senso del limite, coscienza di dignità e che ha imposto un degrado dell’etica pubblica, insomma tutte quelle virtù che con fatica noi parroci cerchiamo di impiantare e tener vive nell’anima dei nostri fedeli.
Da tempo anche i laici più avvertiti lamentano i pericoli di questa deriva, se già nel lontano 2007 Eugenio Scalfari su Repubblica denunciava il pericolo di un andazzo che “vellica gli istinti peggiori che ci sono in tutti gli esseri umani. Impastando insieme illusorie promesse, munificenza, bugie elette a sistema, tentazioni corruttrici, potere mediatico. Una miscela esplosiva, capace di manipolare e modificare in peggio l’antropologia di un intero paese” (Eugenio Scalfari su La Repubblica del 25.11.2007).

Il disagio di fronte a questo stato di cose è ancor più esacerbato dalle cene allegre del segretario di Stato, dalle parole equivoche di Mons. Fisichella e dal silenzio correo di Lei, presidente della CEI.
Soprattutto le parole di contestualizzazione di mons. Fisichella che mirano a giustificare ciò che invece bisognerebbe condannare e i Suoi silenzi prudenziali che tendono a “coprire” ciò che non si può più tacere, appaiono a noi, parroci di periferia, inequivocabilmente immorali e omicidi.
Noi, cui le bestemmie dei violenti fanno meno paura che il silenzio degli onesti.
Cosa altro deve avvenire perché finalmente si oda il Vostro grido e la Vostra condanna? Quale maledizione perché Voi Vescovi finalmente parliate? Il disagio, alla base, è grande.
E in questo disagio si fa strada lo smarrimento, lo sconcerto, la desertificazione degli orizzonti, il dubbio di non essere più all’altezza delle problematiche che la realtà impone. E sorgono delle domande, grosse e gravi come macigni.
Sinteticamente, per non trattenerla oltre il dovuto, ne enumero tre.

1. Circa le parole di mons. Fisichella, le chiedo: ci possono essere situazioni nelle quali la bestemmia diventa lecita? E, nel caso, quali sono? Noi parroci vorremmo conoscerle queste situazioni, individuare questi contesti, anche per risparmiare ai nostri fedeli inutili rimorsi di coscienza….

2. Sempre in tema di “contestualizzazione” le chiedo: perché questa “accortezza cautelativa” è stata usata per Berlusconi mentre è stata accantonata per casi ben più gravi e drammatici come per Welby ed Eluana Englaro? Forse che nell’applicazione della legge morale, anche nella Chiesa esistono corsie preferenziali per l’imperatore ed impraticabili ai comuni mortali?
Ricordo che per i funerali religiosi di Welby, vergognosamente vietati dalla chiesa, fui contattato dai familiari per una benedizione in aperta piazza; declinai l’invito, ricorrendo quel giorno la Domenica della Palme, ma anche per una mancanza di coraggio di cui oggi mi vergogno.

3. Quanto ai suoi silenzi, che sembrano programmati al fine di barattarli con vantaggi corposi circa, per es., il finanziamento delle scuole cattoliche, le chiedo: che differenza c’è tra una prostituta che vende il corpo per danaro ed una chiesa che, sempre per danaro, svende l’anima? Nella mia sensibilità morale una differenza c’è: una donna povera ha comunque il diritto a vivere, mentre la chiesa, per vivere, memore delle parole del suo Maestro, deve pur saper morire.

Da Marsicanews, via Leonardo.

Un Dio di sola miseria e misericordia

A commento di uno splendido post di Lucas.

Caro Lucas, ritorno ora dalla messa di mezzanotte.
E’ solo l’ultimo di questi Natali che sento sempre meno, e so che è da tempo che il mio cuore non vibra più di tanto al presunto soffio dello Spirito.
Ogni tanto mi illudo di chiamare tutto questo “notte”, quasi una versione laica dell’essere credenti. Notte di fede perchè il culmine della fede è la notte, è il non capire, il quaesivi et non invenio, è Isaia 21 nel digrigno di Ceronetti (in dolore di puerpera/mi scardino/è sbattere nel non vederci/è torcermi nel non capire).

Leggevo il tuo post e pensavo a Franz Jagerstatter, tedesco fra i pochissimi sotto Hitler a rifiutare di arruolarsi perchè cristiano. Lo stupore, lo scandalo vengono da una scelta deliberata di coerenza, e dalla lentezza e inesorabilità della sorte che sapeva gli sarebbe toccata. Ad ogni foglietto di chiamata doveva rispondere di no, ebbe innumerevoli gradini burocratici che dovette salire, uno alla volta, per raggiungere il suo stesso patibolo. Ebbe l’occasione di saltare giù da quelle scale di morte innumerevoli volte, non lo fece mai.

Mi è sempre molto di scandalo e riflessione la questione del potere: dici bene, Cristo fece inchiodare ad una croce sè stesso e con sè il potere che portava, potere di guarire corpi e parlare ai cuori. Poteva essere il messia rivoluzionario che in tanti si aspettavano innumerevoli volte, non volle mai. Inchiodò sulla sua carne i meccanismi di questo mondo, il potere della Forza, dei Principati e delle Potestà. Come il desiderio mimetico e la violenza e tutte le spirali autofagocitanti che l’uomo ha inscritte nella sua carne.

Cristo venne a inaugurare una nuova Fisica, per questo lo celebriamo ancora oggi. Come dici meravigliosamente tu, la Verità della vittima. Cristo ha appunto insegnato che la Forza poteva essere sconfitta, che l’unico modo era essere sale, luce, lievito (dare sapore all’Altro, illuminare l’Altro, morire per farlo crescere), e anche nelle proporzioni non si sbagliava. Sono pochi i cristiani veri, ma d’altronde forse non ne servono di più.

Ancora, che mi perdo e ho sonno. Cristo ha mostrato al mondo una fisica sottostante, meccanismi che funzionano in maniera diversa e analoga ad altri che conosciamo, il potere del bene, della generosità, del disinteresse, del dare e del darsi. Il potere dell’amore, di quello che chiamiamo in tanti modi diversi e raramente sappiamo riconoscere. Un potere sottile e invisibile eppure potentissimo, inestinguibile (altri lo chiama Spirito). Dopo duemila anni siamo ancora qui a parlare di un carpentiere palestinese; e questo perchè, per chi crede, le sue non furono solo parole, ma parole su questo mondo con effetto su di esso. Cristo resuscitò, la sua filosofia era una vera ontologia, una Fisica. Come se l’amore fosse (tuttora) la variabile nascosta, inconcepibile, eppure funziona.

Eravamo partiti dal potere.
Come già hai detto, una Chiesa di potere è, in un certo senso una contraddizione in termini.
Non so un’alternativa, ma forse, l’idea di essere quotidianamente preparati al martirio e alla distruzione sarebbe una risata che conquisterebbe il mondo più di altre evangelizzazioni e intrusioni politiche. Memento mori, su di sè e su quello che si rappresenta, polvere siamo e polvere ritorneremo, anche la mia Chiesa.
Forse questo Cristo intendeva mandando le persone in due, credendo nel viaggio a piedi, nel rifiuto della stabilità, perchè il Figlio dell’Uomo non sa dove poggiare il capo.

Va bene, chiudo, pubblico, non rileggo.
Grazie a te, ancora una volta, per tutto.
Buon Natale.

Io domanica Marino (con la maiuscola)

Un paio di anni fa leggevo un libro, Credere e curare, su medicina e fede, malattia, sofferenza, bioetica e religione.
Il libro era di un medico e politico, chirurgo dei trapianti, allora, se non sbaglio, residente negli Stati Uniti (lavorava al “Transplant center” di Cambridge).
Da allora ho sempre seguito con interesse gli interventi ed i lavori dell’autore, ogni tanto capitavano sui giornali, sempre legati a questioni di bioetica.
Mi piaceva il tono e il contenuto: pacato ma fermo, mai idee banali; attenzione alla persona; attenzione e tatto su temi come morte, sofferenza, eutanasia; nessun estremismo.

Questo blog non sposta nessun voto (neanche il mio, non mi fido di me, tzè)
ma ci tenevo a scriverlo: io domenica voto Marino.
So che è pieno di difetti (come tutti), so che è un outsider, so che può spararle grosse perchè non ha niente da perdere, so che ha pochissime speranze.
So anche che è una creatura di D’Alema per togliere voti a Franceschini e avvantaggiare il delfino Bersani.
Ma è una sacco di tempo che noi sinistroidi criticoni ci lamentiamo e lanciamo peana sulla sinistra che non c’è più, sulla destra che fa schifo, e siamo riusciti ad avere un PD ancora imberbe ed una sinistra rossa che è ancora lì a discutere palette esadecimale sottomano, sul rosso da utilizzare.
Il range va da #800000 al #FF2400, ma permangono correnti secessioniste che rivendicano la tradizione vetero-marxista del #CC0000.

C’è una sindrome da bastian contrario, altrimenti detta sindrome di Bucknasty,
per cui a forza di criticare non si riesce più, neanche volendo, ad apprezzare qualcosa.
Fare un complimento o esternare un prefernza non è cool, ci mette in gioco, ci sporca le mani.
A mettere dei meno, si è tutti bravi e facciamo tutti la figura dei fighi, è un trucco vecchio ma funziona.

Messi come siamo, Marino è manna dal cielo.
Ce la meniamo con Obama e la sua coolness, con l’attenzione a Internet (personalmente, per me capitale),
alla ricerca, ai giovani, alla laicità.

Abbiamo, finalmente, un chirurgo di fama internazionale, da anni impegnato sul fronte della bioetica, cattolico e (non ma!) laico, che parla di merito, meritocrazia e competenza. Di Internet e di conflitto di interessi. Di valori e di laicità.

Marino è una alieno, d’accordo.
Ma proprio per questo va supportato: per non rassegnarci all’idea che questa situazione sia normale, rassegnata e inesorabile.

Le vere innovazioni sono sempre aliene, per definizione.
Io ci credo, almeno un po’.
E’ un segno, nel bene e nel male, e siamo messi così da panico che averlo è già qualcosa.

Gc 2, 14-18

Giacomo continua a fare il cattocomunista, con buona pace del satiro di Arcore e delle sue etichette che crede offensive.

Dopo aver esplicitamente estirpato il privilegio dal messaggio cristiano, riaffermando il principato dei poveri, si premura di riportare alla realtà anche il discorso della fede.

Una fede che non ha un corollario pratico, che rimane parola senza applicazione non è fede. Giacomo ridà importanza a Marta, dopo che la comunità cristiana si è un po’ rammollita al monito di Gesù di seguire Maria.

Mi piace pensare che la frase “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” sia un po’ asimmetrica: mi pare di scorgere un sorriso in colui che ha le opere, ma non sappiamo (per me il testo non è chiaro in questo punto) se abbia la fede. Eppure il suo sorriso sembra quella di chi si sente dalla parte della ragione: sapere di fare il giusto anche senza avere la fede, accoglie e supera una fede atrofizzata, che si dissolve coll’eco delle sue preghiere. Forse Giacomo qui si rivolge, paradossalmente, ai fedeli cristiani indicandogli a modello quei non cristiani che nonostante fossero al di fuori della comunità cristiana ne vivevano meglio della Chiesa lo spirito ed il messaggio. Afferma quasi un primato della buona volontà, quella della Pacem in terris, quella anche laica o agnostica od atea, su una fede-senza-opere.

Con buona pace di tutti gli ipocriti e farisei di questo mondo.

Gc 2,14-18

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.
Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede».

Gc 2, 1-5

So bene che voi 4 lettori del blog siete in maggioranza non credenti o agnostici o brights o atei convinti, ma oggi mi va di fare il baciapile, quindi se volete saltate pure e tornate a leggere Malvino.
Le Letture di oggi sono di quelle che (mi) fanno bene al cuore, che aggiustano di nuovo il tiro, aiutano a vedere le cose più chiare. Riporto solo la seconda, estratto della lettera di Giacomo, che riprende e riafferma la cosiddetta opzione preferenziale per i poveri.
Niente di nuovo sotto il sole, ma in questi giorni di cene, feste ed incesti polito-vescovili ha forse senso ricordare che il Cristianesimo parte anche e soprattutto da qui, e che è la Chiesa (di cui faccio parte, nel bene o nel male) a dimenticarlo troppo spesso.

Gc 2, 1-5

Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali.
Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?
Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?

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