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Esperimenti autoreferenziali di pensiero ortogonale

Categoria: Biblioteche digitali

La condivisione di ebook

[ho scritto questo pezzo per il Kit di sopravvivenza del lettore digitale, ebook sull'ebook curato da Tropico del libro e uscito a maggio scorso sotto licenza CC-BY-NC. Lo ripropongo qui. Voi intanto supportare i ragazzi di Tropico votando qui, ci mettete un secondo]

 

Esiste un diritto alla condivisione di ebook?
La risposta è (come sempre): dipende.
Credo sia sacrosanto il diritto di poter mandare ad un amico una mail con allegato un ebook, mentre cosa diversa è condividere la propria collezione di migliaia di ebook attraverso le reti di file sharing…
Ma partiamo con ordine.

Ho usato la parola condivisione non a caso.
È importante capire infatti che, in realtà, nel mondo digitale la parola “prestito” è scorretta. Ed è scorretta, d’altra parte, anche la parola “regalo”.
Nel nostro mondo (quello in cui ci muoviamo, un mondo fatto di atomi pesanti, di oggetti che hanno un peso e sono difficili da trasportare, copie uniche che non si duplicano con un clic) definiamo “prestito” quando prendo un libro dal mio scaffale e lo passo ad un amico, per un tempo finito e definito. Per tutto il tempo che il mio amico terrà con sé il mio libro, io non potrò leggerlo, ne sarò privato. La mia copia ce l’ha lui.
Se questo intervallo di tempo diventa indefinito (cioè se io rinuncio al mio libro, e voglio lasciarlo al mio amico) questo libro diventa un regalo. (Se invece è il mio amico a tenersi il libro, senza il mio esplicito regalo, tecnicamente possiamo chiamarlo furto).
Sappiamo bene che il regalo porta con sé valenze sociologiche importanti (è un dono, una dimostrazione di affetto/amicizia/amore), valenze che il prestito non porta con sé. Fra regalo e prestito (e acquisto e prestito), c’è dunque la discriminante del tempo (cioè del possesso finale dell’oggetto) e della disponibilità (se ce l’hai tu, non ce l’ho io).
Nel mondo digitale, tutto questo è enormemente più confuso. Se ti presto il mio ebook, io avrò sempre a disposizione la mia copia. Perché nel digitale le cose si moltiplicano (i libri come i pani e i pesci).
È dunque un regalo? Non proprio. Nel regalo io mi privo di qualcosa (del mio libro, o dei soldi spesi per acquistarlo) per darlo a te. Qui, come detto, a me il libro rimane. La condivisione digitale è dunque diversa: entrambi manteniamo il possesso, entrambi abbiamo disponibilità.
Credo che questa premessa sia importante per riflettere sul “diritto alla condivisione” (e da qui in poi, mancando una parola migliore, useremo proprio “condivisione”).
Ci sono molti fattori che entrano in gioco, quando si parla di condivisione digitale.
Quanto il mio comportamento mi rende un buon amico/collega/vicino?
Sembra una domanda stupida, ma sarebbe davvero un brutto mondo se il nostro collega di scrivania non ci prestasse il suo temperino o la penna o 35 centesimi per il caffè. Sarebbe un mondo ancora più brutto se amici o addirittura parenti non lo facessero. La nostra vita quotidiana è intrisa di piccoli e grani episodi di collaborazione e condivisione.
Questo è un aspetto importante. Quanto la mia condivisione (o assenza di) mi rende un buon membro della mia comunità?
Trent’anni fa, questa domanda se la pose anche Richard Stallman, un programmatore e hacker del MIT. Era un momento di passaggio capitale, in cui le aziende che facevano software iniziarono a chiudere il codice sorgente (che prima di allora era sempre aperto e disponibile) e chiedere licenze per l’uso (che è poi il sistema che usiamo oggi).
Messo di fronte al dilemma se smettere di condividere il proprio codice (leggi: la propria conoscenza) per venderlo, Stallman scese la via più difficile e ambiziosa, e fondò il movimento per il software libero. Una scelta che ha alla fine cambiato il mondo come lo conosciamo (vi dicono niente nomi come Linux, Android, Wikipedia?)
Non affronteremo tutta la storia, ma qui, allora come adesso, c’è in gioco il concetto stesso di essere un buon membro della propria comunità (e del costruire ecosistemi di collaborazione e condivisione, se vogliamo).
Ma non divaghiamo.
Stavamo riflettendo sulla condivisione digitale di ebook.
Un’altra buona domanda potrebbe essere: quanto la mia condivisione è sostenibile” per il mercato? Ogni lettore è un consumatore, e ogni azione è politica. Non ci sono risposte facili. Comprare, condividere, prestare (nella carta e nel digitale) sono azioni viste diversamente dai diversi attori. Ci sono i diritti e il punto di vista degli autori, delle case editrici, ma anche delle biblioteche e dei lettori. C’è la comunità allargata, come dicevo prima. Se la pirateria va ad intaccare il legittimo guadagno (e sostenibilità) di un intero settore, dobbiamo pensarci bene prima di minare alle basi un’industria (quella editoriale) che è poi quella che ci dà da leggere.
Gli ebook rendono anche il mondo della lettura più liquido e incerto.
Se per esempio ho il diritto di mandare ad amici degli ebook in allegato, posso anche fare una piccola cartella condivisa sul web (tipo Dropbox) e condividere dei libri per me importanti?
Cosa dire di quei siti (non vi preoccupate, non vi dò il link) che rendono scaricabili libri per la maggior parte fuori catalogo ma ancora sotto copyright? Aiutano o meno la letteratura? Banalizzano o incentivano la lettura e l’acquisto? Spingono la bibliodiversità o ammazzano le case editrici? È giusto togliere il DRM (social o Adobe) dai libri?
La risposta non è certamente facile da dare, e le stesse case editrici (soprattutto in Italia) hanno enormemente ritardato l’innovazione digitale per la paura di finire come l’industria discografica (cioè, male). Giusto per amor di complicazione, potremmo ancora ricordare differenze sostanziali fra musica e libri. Noi leggiamo libri in maniera differente di come fruiamo musica. E i tempi sono solitamente diversi (mi verrebbe da dire che, mediamente, leggere è più impegnativo di ascoltare, almeno in termini di tempo). Forse (ma dipende) avere a disposizione gigabyte di musica scaricata da internet non è come avere a disposizione gigabyte di ebook. Potrei avere di fronte intere biblioteche digitali di libri senza avere il tempo (e la voglia) di leggerne che una dozzina all’anno.
Personalmente, credo che questo non giustifichi chi in mala fede lucra sul diritto d’autore altrui, ma forse dovremmo ridimensionare un pochino la paura delle case editrici…
Ma non divaghiamo.
Se vi aspettavate delle risposte, immagino non le abbiate trovate.
Regole fisse non ce ne sono. La mia regola personale (soggettiva e opinabile) è trovare un equilibrio. Se la mia condivisione mi rende un buon amico, favorisce una collaborazione, è orientata a pochi amici selezionati e posso ragionevolmente pensare che non danneggi l’editore, allora condivido. Tolgo anche il DRM, se necessario (per il social DRM, tenetelo, se orientato a una stretta cerchia di amici. È anche un modo per dire che il libro l’avete comprato voi, una sorta di ex libris digitale).
Però non metterei su un server gigabyte di ebook sotto diritti (lo faccio invece con libri di pubblico dominio, su Wikisource). Condivido con gli amici, prima di tutto.
Credo che il concetto di comunità, di collaborazione, sia un’ottima guida per quel che riguarda la collaborazione. Devo pensare alle conseguenze del mio gesto, positive e negative. Poi (poi) clicco Invio.

Nota a margine.
Sono molto più estremista riguardo alla letteratura scientifica, agli articoli accademici o monografie a cui può accedere solo chi fa parte di una buona università. È un discorso lunghissimo, che non farò, ma la mia posizione qui è sempre di condividere con amici e con chi vi chiede, se voi potete accedere e lui no. Qui è un discorso di democrazia, davvero.
Ma non divaghiamo.

Sitografia
Abbiamo parlato di condivisione di libri elettronici coperti da diritti d’autore. Ma ci sono libri che si possono prendere e scaricare e passare a chiunque, legalmente, perché il loro copyright è scaduto. Sono decine di migliaia, e da tempo (dal preistorico 1971) esistono siti e biblioteche digitali che permettono di leggere e rileggere questi classici fuori copyright. Ecco alcune biblioteche libere:

Un elenco più aggiornato ed esauriente è qui. Allo stesso link è possibile trovare informazioni e approfondimenti su vari punti che abbiamo solo sfiorato (come l’annosa questione dei DRM). Sulla storia di Richard Stallman, potete leggere il Codice libero di Sam Williams (disponibile anche in EPUB). Sul concetto di condivisione e pirateria, e sull’importanza di entrambe, consiglio anche Elogio della pirateria di Carlo Gubitosa.

Rassegna stampa wiki

Usciti oggi:

Rilanciare SBN, un occasione da non perdere

Siamo bibliotecari e information workers, lavoratori dell’informazione.

Riteniamo che la conferenza che si svolgerà a Roma il 20 giugno 2013, “Rilanciamo il Servizio bibliotecario nazionale” sia una buona occasione per ragionare e discutere.
Ringraziamo l’AIB tutta, e la Sezione Lazio dell’Associazione italiana biblioteche che si sono adoperate perché questa conferenza possa avere luogo, e per aver convocato relatori di indiscussa autorevolezza.
Riteniamo che l’eventuale presenza delle più alte cariche istituzionali sia una opportunità ed un segnale importante da parte della politica.

Chiediamo anche, ed è per questo che ospitiamo questa pagina redatta collegialmente nei nostri blog, che questa occasione non vada perduta, e proviamo quindi a stilare una lista delle occasioni da non perdere.

Non dissipare il consenso e l’attenzione verso SBN
La ventilata chiusura di SBN ha prodotto in rete, un luogo che abitualmente abitiamo per necessità professionale, una reazione vasta e inattesa, che ha superato le mura dell’ICCU e le stanze dei bibliotecari catalogatori.
Ci sembra una cosa straordinaria, e chiediamo che l’ICCU non dissipi questo patrimonio di consenso e di attenzione che in molti gli hanno tributato.

Chiedere alla Politica di fare politica
I finanziamenti per salvare l’esistente sono fondamentali, ma chiediamo alla Politica di fare la politica, adottando, ben consigliata, una vision strategica su SBN e investendo in innovazione. Cioè in cervelli, in progettualità e persone in grado di realizzare in modo definitivo una politica di apertura – ed esposizione in dataset scaricabili e in formati standard – dei dati bibliografici al fine di consentirne il riuso in altre piattaforme che non può più essere rinviata o dichiarata solo come petizione di principio  senza un riscontro operativo.

Apertura dei dati bibliografici. Dare risposte concrete, non di circostanza
Il Decreto Legge 18 ottobre 2012, convertito in legge il 17 dicembre modifica il codice dell’amministrazione digitale. Le modifiche apportate hanno introdotto una novità: l’assunzione, con decorrenza dal 18 marzo 2013, del principio “open by default” per dati e informazioni prodotte dalle PA con fondi pubblici. In mancanza di una licenza che dispone diversamente, i dati dovranno essere disponibili al cittadino, in modo trasparente e aperto.
Posto che l’open by default è stabilito dalla legge ed è già operativo, vorremmo conoscere i progetti dell’ICCU a proposito dei dati bibliografici (e non solo) prodotti da SBN/ICCU.

Le indicazioni alla pagina del Mibac dedicata agli Open Data sono sicuramente un punto di partenza, ma ci pare si possa fare di più.
Ricordiamo che l’apertura e l’esposizione dei dati, bibliografici in dataset liberamente scaricabili e non solo, costituisce una enorme ricchezza ed una potenzialità di sviluppo economico.
Già un esempio di buona pratica c’è stato con il Thesaurus della Biblioteca nazionale centrale disponibile in SKOS/RDF e che viene ora usato anche dalla versione italiana di Wikipedia.
A oggi il Thesaurus integra nella sua struttura 11.757 collegamenti alla Wikipedia e la versione SKOS/RDF del Thesaurus registra 11.185 collegamenti a DBpedia.

Open data, Linked data: fare come in Europa
Ci piacerebbe che Opac SBN ospitasse pagine come queste:

Cosa c’è in programma?
Quali passi si stanno muovendo?

Entrare nel merito, rispondere, ascoltare
Nei cinque minuti a disposizioni molti interverranno nel merito rispetto a questi temi, e su altri temi, più tecnici, ma non meno pregnanti, che riguardano la reale e operativa interoperabilità dei dati bibliografici che produciamo, e la loro reale compatibilità e aderenza a progetti internazionali come il VIAF.
Questo testo è stato redatto grazie alle discussioni avvenute all’interno della lista di discussione per bibliotecari e wikipediani.
Ci piacerebbe vedere condivise queste righe anche nelle pagine di altri blog. Invitiamo chi ci sarà a provare un live tweet dell’evento, utilizzando l’hashtag #nuovosbn

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Di libri, dati e conversazioni

[post urgente e incompleto, ma c'avevo un paio di cose da dire subito, e le ho dette così]

Fra Amazon/Goodreads ieri e Elsevier/Mendeley oggi, pare un brutto momento per i commons digitali.  Perchè le alternative, per i libri, sono veramente poche. Ho letto questo gran articolo di jumpinshark e questo post è praticamente il commento che ho scritto là.

Anobii era un felice esempio di una comunità testarda e ricca che aveva preso possesso di una piattaforma semplice, piena di buchi ma comunque potente (una cosa simile è accaduto a friendfeed (con tante sovrapposizioni di utenti, fra l’altro)(come se in italia ci fosse uno zoccolo duro di utenti giovani e meno giovani, ma colti e con l’amore per il libro (e per il cazzeggio, più e meno intelligente)). Sta morendo, e al momento è un peccato per tutti. Non si vedono molte possibilità all’orizzonte (la nuova versione, attiva in inglese, è praticamente un negozio di ebook, e aNobii come lo conosciamo sarebbe morto). Non sappiamo se Zazie.it (cioè quelli di Bookrepublic) sia o meno  interessato ad aNobii, la sua community e i suoi dati. Secondo me, dovrebbero.

Il problema è che anche sul fronte open non ci sono buone notizie.  Al concorso CheFare era stato proposto Social Book, progetto interessante che però non è mai nato. Ho contattato tempo fa uno degli ideatori, Giancarlo Briguglia, dato che io nel tempo libero avevo pensato ad un progetto praticamente identico. Pare si sia fermato, perchè ovviamente mancano i fondi.

Ancora, so da fonti certe che anche OpenLibrary è in una situazione poco felice: Internet Archive pare poco propenso a continuare il suo sviluppo e al momento il progetto sta cercando di guardarsi intorno e cercare persone/comunità/sviluppatori per ripartire.

Wikipedia, inoltre, viene vista da alcuni come l’unica alternativa a tutto questo. In parte hanno ragione, in parte no.

Questo è perchè Wikipedia è fondamentalmente un’enciclopedia, e non altro. Su Wikipedia vigono principi che constrastano con l’idea di una comunità di lettori che conversano sui libri: il principio del punto di vista neutrale (in gergo, NPOV), il concetto di Enciclopedicità e la regola  “Niente ricerche originali” (i primi tre che mi sono venuti in mente) non permettono ad esempio, un’esportazione diretta dei contenuti di aNobii su Wikipedia: non sono accettate recensioni, nè discussioni sul merito dei libri, e non sono neanche accettati tutti i libri o tutti gli autori. Senza contare che non tutti i dati potrebbero essere liberi.
E’ però sicuramente possibile fare molto per un’integrazione: come ricordava lo stesso jumpinshark nei commenti al suo articolo, molte voci di autori importanti sono assolutamente incomplete, sia di dati che di informazioni. E’ possibile per una comunità di lettori appassionati (come ce ne sono nel Progetto Letteratura) renda complete e ricche le voci wikipediane di letteratura. E’ quello che auspichiamo (e invito tutti a fare).

Purtroppo, ed è un dato di fatto, scrivere su Wikipedia non è scrivere su aNobii: è molto più noioso riportare quello che dicono altri critici su un libro piuttosto che scrivere una personale recensione dello stesso. Questo è uno dei motivi per cui le voci di letteratura su Pedia sono insufficienti (in quantità e qualità). E’ la differenza fra scrivere un saggio o un tema libero. Diverse tipologie di scrittura, difficoltà, utilizzo del tempo libero.

Fra tutte queste cattive notizie, ce ne sono due che mi fanno ben sperare.

A fine aprile aprirà finalmente il progetto DPLA, cioè Digital Public Library of America, la prima vera biblioteca digitale pubblica. nessuno sa in realtà cosa sia, e come evolverà. Possiamo solo stare ad osservare/studiare, e cercare di copiare qualcosa, per creare forse una grande biblioteca digitale pubblica italiana. Un progetto del genere potrebbe riunire in sè la cooperazione di diversi attori: biblioteche, fondazioni, archivi, ma anche semplici utenti, e l’interoperabilità di una moltitudine di progetti open. Potrebbe ricevere recensioni e rating dai lettori, proporre le trascrizioni di Wikisource, utilizzare i dati bibliografici che cercheremo di mettere su Wikidata, linkare a Wikipedia e alle sue informazioni. Potrebbe utilizzare TEXTUS, o Pundit, per le annotazioni. Potrebbe fornire statistiche di lettura utili ai lettori. Potrebbe costruire un’infrastruttura fatta dagli utenti per gli utenti, magari funzionando a donazioni pubbliche e private (come d’altronde funziona Wikipedia).

Quello che secondo me si può fare, e si può fare subito, è entrare come attori all’interno di questi progetti. Noi tutti: lettori, wikipediani, studenti, bibliotecari.

In un certo senso, ci stiamo lavorando, anche se molto alla lontana. Personalmente, ho appena vinto un grant (assieme a David Cuenca) per elaborare una visione strategica di Wikisource[*]. Ci proponiamo di ragionare su progetto, coinvolgere la comunità, seguire gli sviluppi di Wikidata (abbiamo anche fatta una task force per i metadati bibliografici). E’ un primo passo, ma ci sta portanto a conoscere altri progetti e associazioni interessanti (Open Library, Open Knowledge Foundation), e ad esplorare il variegato mondo dell’open (in questo caso, quello legato ai libri). E’ una roba complicata, non ci si capisce niente, ci sono n progetti e n persone interessanti che non sanno l’una dell’altra. Nel mio piccolo, credo che conoscerci e far conoscere sia il primo passo, perchè la tecnologia è là fuori, le competenze pure, basta solo unire i puntini.

Tutto questo sarà necessario, io credo, per avere attori e progetti diversi ma interoperabili, che utilizzeranno licenze e tecnologie libere. Altri progetti potrebbero poi partire da questa piattaforma, e svilupparsi in altre direzioni. Ma è una cosa che va fatta bene (e, ahimè, nel tempo libero). Però ce la possiamo fare.

* se siete interessati, aubreymcfato chiocciola gmail.com. 

Che cos’è l’Open Access

[l'articolo è parziale, incompleto, incongruente, scritto male. Ma mi importava scriverlo e l'ho fatto. Feedback e critiche nei commenti, poi aggiorno. Aggiornato il 6 gennaio 2014.]

L’open access è un movimento che vuole dare accesso aperto alla conoscenza, e nello specifico alla letteratura scientifica. Sono tanti i nomi che si danno a questi “movimenti dell’open” (open knowledge, open science, open data), e in generale tutti vogliono più apertura e trasparenza, declinate in ambiti specifici (ad esempio pubbliche amministrazioni, università, dati scientifici).

L’open access si focalizza su un sistema molto particolare, che è appunto il mondo della letteratura scientifica e accademica: un mondo fatto prevalentemente di ricercatori, che studiano, ricercano e pubblicano i propri risultati in articoli scientifici, in riviste del proprio settore. Le varie riviste hanno reputazioni molto diverse: ci sono quelle autorevoli e quelle meno (pubblicare su Nature è diverso che pubblicare su Focus, ecco). Questo perchè ogni articolo, nel mondo scientifico e accademico, deve passare attraverso il filtro della peer review, la revisione dei propri pari: (teoricamente) gli scienziati si valutano a vicenda, controllano i risultati, fanno le pulci alle metodologie. Ciò che passa rimane, si aggiunge al corpus scientifico, crea il trampolino da cui poi partono gli altri. Insomma, si costruiscono i giganti su cui ci arrampichiamo noi nani.

Qual è il punto? Perchè l’open access? Cosa non va?

Bhè, il punto è noioso. Il punto è che il nostro modo attuale di pubblicare la ricerca ha molti problemi, soprattuto economici. Le riviste sono in mano a pochissimi editori, che tengono i prezzi alti con altissimi margini di profitto. A poter accedere agli articoli sono dunque gli studenti/dottorandi/ricercatori delle università (più o meno ricche), perchè sono le università, tramite le loro biblioteche, a comprare gli abbonamenti a quelle riviste. Se sei fuori dall’università, per un singolo articolo (un PDF di 20 pagine che potrebbe anche rivelarsi non utile alla tua ricerca) puoi pagare anche 30 euro (a PDF)(rileggi, 30 euro)(a PDF).

Sono decenni che le biblioteche che vedono tagliare i propri budget, sono decenni che le riviste che vedono i loro prezzi moltiplicarsi. La questione è serissima, perchè alcune biblioteche (parliamo anche di Harvard, non dell’Università di Camerino) dicono che non riusciranno per molto a garantire questi abbonamenti (che costano di centinaia di migliaia di euro), quindi i loro studenti non avranno accesso alla ricerca scientifica prodotta nel mondo, quindi non riusciranno a lavorare e fare ricerca loro stessi. Il nano senza gigante non sa dove arrampicarsi e non vede nulla. Questa situazione va avanti da anni e tutti sono concordi nell’affermare che il problema esiste davvero.

Allora cosa propone l’open access?

L’open access vuole essere la soluzione a questo problema, e propone una rivoluzione sostanziale con due strategie principali:

  • pubblicare i propri articoli e risultati in appositi archivi aperti: questa viene chiamata via verde
  • creare apposite riviste peer reviewed ad accesso aperto: questa viene chiamata via d’oro

Gli archivi dove pubblicare i propri articoli e risultati possono essere istituzionali (cioè facenti capo ad un’istituzione, come un’università) o tematici (afferenti ad un determinato settore, come per esempio arXiv lo è per la fisica). Le riviste open access invece seguono il sistema tradizionale di pubblicazione e revisione fra pari, solo che poi rilasciano i loro articoli gratuitamente, per tutti. Cioè invece che pubblicare e far leggere i propri articoli soltanto a studenti di un’università che ha pagato l’abbonamento, sono semplici siti web che permettono a chiunque di leggere e scaricare il PDF. Fare una rivista costa, ma ci sono modelli di business diversi che si stanno affermando, e quindi non è necessario far pagare al lettore (che è quello che succede con il modello tradizionale: in Italia, gli abbonamenti vengono pagati dalle biblioteche, cioè dalle Università, cioè con le tasse).

Queste strategie puntano a ribaltare il sistema corrente, assumendo implicitamente un postulato fondamentale: la letteratura scientifica (cioè la ricerca, cioè la scienza, cioè la conoscenza) è un commons, un bene comune. Non puoi mettere dei paletti alla conoscenza, l’informazione (soprattutto quella accademica e scientifica, filtrata e valutata, pagata coi soldi pubblici) deve essere libera, perchè se è libera è meglio, per tutti.

Ed essendo la conoscenza libera è giusto che venga trattata in maniera diversa, perchè questa è un’”economia dell’abbondanza”, non della scarsità: è importante quindi che i modelli economici siano diversi, perchè nessuno si sognerebbe di trattare allo stesso modo risorse diverse come l’educazione e il petrolio. Che è invece quello che stiamo facendo.

Il sistema è malato in vari punti e a vari livelli (economico, etico, sociale), la questione è complessa, davvero c’è una letteratura sterminata, là fuori, su questo. Ci sono ottime ragioni per tentare di cambiare il sistema corrente. E ce la possiamo fare.

Davvero? Perchè?

Perchè quello della letteratura scientifica è un settore particolare. Perchè, riconoscendo che la scienza/conoscenza è di tutti, siamo d’accordo sui valori: e allora è, solo, un discorso di modelli economici. Non è moltissimo, ma è più di quanto sembri.

E c’è un punto fondamentale:

  • i soldi, in questo sistema, vengono usati solo per pagare la ricerca, gli stipendi e per comprare gli abbonamenti delle riviste. I ricercatori non vengono pagati per pubblicare (cioè, si, ma figura nello stipendio), nè per fare la revisione dei colleghi. Sono cose che fanno gratuitamente, perchè fa parte del loro lavoro, di come migliorano la propria reputazione accademica.
  • gli “attori economici” della “filiera produttiva” della ricerca sono sempre gli stessi, e ciò i ricercatori.
    • sono i ricercatori che scrivono gli articoli, che fanno ricerca. E’ la loro funzione e sono pagati dall’università (cioè dalle tasse, cioè da noi)
    • sono  i ricercatori che si fanno peer review a vicenda, cioè valutano e filtrano la ricerca scientifica degli altri, e lo fanno gratis
    • sono i ricercatori l’utente finale della ricerca: sono loro a leggerla e studiarla, quindi loro a comprarla (con i soldi delle biblioteche, cioè dell’università, cioè delle tasse, cioè da noi).

I ricercatori, dunque, sono i produttori, i revisori e gli utenti finali della ricerca scientifica.

In sostanza, la ricerca viene pagata due volte: a monte (pagando gli stipendi ai ricercatori), e a valle (pagando le riviste su cui i ricercatori pubblicano).
Ah, i ricercatori spesso devono pagare per dover pubblicare (anche migliaia di euro ad articolo).
E danno via tutti i loro diritti (alle case editrici). E non ci guadagnano un centesimo.

E le case editrici? Le case editrici sono un intermediario (più o meno importante): loro fondano le riviste, le organizzano e coordinano la peer review, impaginano, distribuiscono, vendono. Ma non producono nè revisionano. Non ne ho parlato qui sopra perchè nel processo produttivo non ci sono: il loro lavoro di coordinamento è importantissimo, ma non giustifica i loro enormi profitti (che arrivano al 40% di margini di guadagno). Senza i ricercatori sono meno che niente.

Ma scusa, ma perchè i ricercatori stanno al gioco?

Intanto perchè è lo status quo, ci sono abituati, è così da tempo. Poi perchè i ricercatori sanno poco e nulla di quanto paga la loro biblioteca per avere accesso alle riviste: questo è anche un problema dei bibliotecari, e di comunicazione. Poi c’è quella cosa del publish or perish: devono pubblicare o morire, ne va della loro carriera accademica, le cose funzionano così. Il ricercatore deve fare ricerca e pubblicare il più possibile, nelle riviste più prestigiose, che ovviamente sono tutte ad accesso chiuso, araldi del sistema tradizionale. Il cane si morde la coda.

Perchè a loro, davvero, non interessa farci i soldi. A loro interessa far “carriera”, che significa avere borse di ricerca, pagare le bollette, avere finanziamenti per un altro anno di ricerca, magari diventare professori. E’ questa la reputazione accademica, la vera valuta all’interno del mondo accademico.

Ricapitolando; per far carriera accademica bisogna far vedere che si vale, cioè bisogna pubblicare tanto e bene, su riviste importanti. Le riviste importanti sono tutte delle case editrici di cui abbiamo parlato. E’ il publish or perish, pubblicare o morire. Il sistema attuale riesce così a far leva sui giovani ricercatori, quelli che hanno più bisogno di reputazione: anche chi vorrebbe pubblicare in open access a volte è costretto a scegliere.

Non ci credo

Lo so, non ci si crede. E non credete a me: fatevi un giro qui, andate su Wikipedia (quella inglese, o quella in italiano), informatevi. Ecco una bella lista di libri sull’argomento:

Wikisource: dove siamo, dove possiamo andare

[in ritardo, ma non è del tutto colpa mia]

A inizio luglio ho partecipato a Wikimedia 2012, annuale conferenza internazionale dedicata al mondo wikip/mediano, e io ho presentato un (lungo) speech dedicato a come Wikisource possa essere intesa una biblioteca digitale, ai suoi punti di forza e ai suoi punti di debolezza, e soprattutto a quello che possiamo diventare.

Se proprio siete interessati, ci sono slides e video:

 

(io sono nella prima mezz’ora, ma anche gli altri interventi sono da guardare)

 

 

Da quella presentazione sono nate/sviluppate/continuate varie cose, molte di queste riassunte in questa pagina, che vorrebbe essere una roadmap globale, un punto dove trovarci (come comunità internazionali) e capire dove vogliamo andare. Non so quanti di voi siano interessati a Wikisource (dalle statistiche sugli utenti, direi molti pochi), ma vi invito a guardare qualche slide/pezzi/di video, e interessarvi, ecco. Si parla di cose tecniche e direzioni di innovazione (risolvere il problema dei metadati, coordinarci con altri gruppi che lavorano con il formato djvu), ma anche di temi più grandi che in generale dovrebbero interessare chiunque lavori in archivi e biblioteche (osservare i meccanismi di altri progetti che fanno crowdsourcing, lavorare sulla transclusione e sulla vision di Xanadu (almeno, le cose che si possono attuare)). Ci piacerebbe, a noi wikisourciani, iniziare a parlare seriamente con archivi e biblioteche per capire cosa possiamo fare insieme e cosa loro desidererebbero da un progetto come il nostro. Credo che ora più che mai sarebbe importante lavorare sugli stessi problemi, condividere strumenti, competenze ed esperienze, non solo a livello tecnico. Per dire, ci farebbe piacere che qualche bibliotecario ci desse una mano sulla struttura dei metadati da adottare per le pagine indice dei libri, ma anche discutere di come importare i dati bibliografici dalle biblioteche nazionali su Wikisource, o capire se i nostri epub funzionano e sono abbastanza buoni per poter essere utilizzati da biblioteche e servizi (e lettori, ovviamente).

Insomma, noi stiamo costruendo una biblioteca digitale, che non ci siano bibliotecari in mezzo è un po’ un paradosso (quindi fatevi sotto)(ovviamente, per qualsiasi cosa, chiede a me (aubreymcfato chiocciola gmail punto com)).

2012, in libri (e quest’anno anche in ebook)

[2011]

Libri 2013

Anobii dice che quest’anno ho finito 43 libri, per un totale di 12521 pagine.

8 di questi erano in inglese, 15 di fiction (tutto il resto saggistica, varia ed eventuale), ben 24 in ebook, 3 fumetti. C’è stato A Song of Ice and Fire, per lunghe settimane (fra treno e gelati a pranzo, quest’estate), alcuni libri letti e abbandonati (Le correzioni di Franzen mi fa cagare, Wiener inspiegabilmente non riesco a finirlo (troppo amore), Girard è titanico, The best of McSweenies non mi convince tutto quanto, e poi Bolaño, che continua ad essere troppo bello), qualche saggio davvero bello (Supercooperatori, La vita immortale di Henrietta Lacks, Reinventing Discovery).

Quest’anno ho letto moltissimo (l’hanno scorso le pagine erano 8708, per 37 libri), e facendo la tara ai molti libri letti in treno per il programma della RAI (almeno 6, che di mio non avrei letto)(ne avrei letti altri, immagino), si conferma l’aumento di lettura (più del 50%!) dato dal Kindle dall’ebook reader (comprato giusto giusto a dicembre 2011). Come prevedono le statistiche, quest’anno ho letto di più e in formati diversi (carta, epub, perfino PDF)(quel matto di Nelson pubblica in PDF). Ho letto moltissimo in treno (in mobilità, gli ebook reader sono imbattibili), ma anche in moltissime pause pranzo (Martin, come sopra). Ho letto per lavoro e per piacere. Ho comprato i miei libri usati (come e più dell’anno scorso), e li portavo con me accanto al reader (e anche al computer). Leggevo dall’uno o dall’altro quasi senza accorgermene. Ho letto moltissimo in inglese, sempre grazie al reader, e molta più roba nuova (che altrimenti non compro mai). Ho sottolineato molto, e salvato le citazioni in un txt. Ho perso il txt. Ne ho rifatto un altro.

La naturalezza del doppio supporto di lettura è arrivata dopo un po’, ma credo e spero non se ne andrà. Lo dice Kelly (io lo ripeto sempre): siamo abituati ad usare diverse tecnologie, a stadi di innovazione diversi. Usiamo tecnologie vecchie come la radio, che si è trasformata e infilata dappertutto (passando dall’essere il centro del salotto a nascondersi nel pc, nel telefono, in macchina, al supermercato). Riscopriamo i vinili, utilizziamo auto d’epoca, abbiamo 4 generazioni di cellulari fra di noi, usiamo wi-fi e fibra ottica e fax e dvd e blu ray e auto elettriche e biciclette (quanto cazzo è vecchia la bicicletta?). Esiste una biodiversità delle tecnologie (varia e vasta collezione di animali diversi, ognuno al proprio stadio evolutivo, ognuno perfetto per il suo habitat e la sua nicchia), una tecnodiversità, volendo. Se una tecnologia trova la sua nicchia, rimarrà, si adatterà, vivrà evolvendosi assieme ai propri utenti. Se non sarà più adatta, se ne andrà (come se ne sono andati, in parte, minidisc e cd, VHS e magnetofoni, computer a valvole e monocoli, velocipedi e zeppelin, papiri, tavolette di cera, stele di granito).

Non facciamo altro che usare tecnologie diverse, allo stesso tempo, per le medesime attività (mp3, CD per chi ce li ha ancora, radio su ogni supporto immaginabile). Impareremo a farlo anche con i libri (lo stiamo già facendo).

La morale è che, il prossimo, che mi dice l’odore della carta, lo strozzo.

[nell'immagine: le prime 2 fila, dall'alto, sono in lettura, Agamben l'ho letto oggi in treno (quindi è 2013), nella prima fila Asterios Polyp e Dietro lo specchio sono del 2011.]

Le nuove piramidi (questa volta, senza schiavi)

Personalmente, credo che uno dei terreni su cui si giocherà una partita importante (partita già iniziata,d’altronde), sia quello della costruzione collettiva, di quella cosa a cui adesso diamo vari nomi (fra tutti, crowdsourcing), ma che sottintende la collaborazione massiva (spesso anonima, sempre volontaria) fra utenti/persone, in rete.

Come dice Suriowecki, la magia della collaborazione accade quando vi sono quattro fattori fondamentali (indipendenza, diversità d’opinione, aggregazione, decentramento) e non è facile da far accadere. Ma a volte ci siamo riusciti.  La nuova fisica di Internet spezza (fra le altre cose) varie forme di ostacoli spazio-temporali: possiamo collaborare, in teoria, con chiunque, in qualsiasi parte del mondo, in maniera simultanea e non. Tutto ciò che  non è possibile nel nostro “normale” mondo atomico.

L’ubiquità del digitale ha permesso, per la prima volta nella storia umana, forme di “collaborazione estrema”: tutto l’internet è una costruzione sociale, in qualche modo.
Alcuni di questi progetti, poi, sono costruzione collettiva ancora più estrema: in Wikipedia, per esempio, abbiamo una forma collettiva, simultanea, multilingue, volontaria di scrittura di un’enciclopedia.
Esistono sì altri progetti altrettanto grandi, ma in cui la costruzione del progetto è meno consapevole: gli user-generated video in Youtube, la foto su Flickr e Facebook e Instagram, la blogosfera, la twittosfera, la socialcososfera sono tutte forme di collaborazione, ma in maniera più blanda e incosciente. Rimangono costruzioni collettive, risultato di una coordinazione dal basso, ma inconsapevole.

Senza stare a fare pe(d|s)anti tassonomie, credo sia dunque corretto ed importante affermare questa differenza, che è un differenza fra network sociali e network collaborativi [1]. Nei social network (prendetene uno a caso) spesso vi è (abbiamo appena detto) una “costruzione collettiva inconsapevole”, che avviene quando il mio contributo personale (e spesso destinato ad un gruppo ristretto di amici, o anche ad un pubblico ignoto) si va a sommare ad altri contributi (sempre user generated), ma il cui fine primario non è la collaborazione: cioè, la costruzione di un tutto organico è quasi un effetto collaterale, non il primo obiettivo (Shirky chiama un concetto simile frozen sharing). L’appassionato carica video su Youtube per sè, per i propri amici, non per costruire il più grande archivio video mai visto. Su Twitter scrivo per i miei follower, sul blog per me e i miei amici e i miei lettori: il fine è quasi sempre personale o ristretto, non è (quasi mai) la volontà di fare qualcosa come progetto unico e integrato. Al contrario, progetti come Wikipedia nascono e sono sempre costruzioni collettive e consapevoli. Questo non vuol dire che il wikipediano è sempre altruista e il blogger egoista (anzi): ognuno ha le proprie motivazioni e sceglie i mezzi che preferisce per esprimersi, ma la differenza fra comunicazione (che genera collateralmente un contenuto sociale) e collaborazione rimane lampante.

Ecco.

Personalmente credo che i progetti più interessanti (che come società abbiamo appena iniziato a conoscere (e creare)), siano proprio i secondi.
Abilitare le persone a gesti costruttivi e utili e piccoli e divertenti (click) è forse una delle sfide più grandi che come umanità possiamo intraprendere, permettendo di sfruttare un potenziale latente (morale, etico, cognitivo, di tempo, di competenze) che non è ancora mai stato sfruttato (Clay Shirky, Surplus cognitivo).
In questo momento, la tecnologia ci offre i primi rudimentali strumenti di condivisione e collaborazione davvero globali che il mondo abbia mai visto.

Questo tipo di collaborazione estrema (o massiva), se così vogliamo chiamarla, ha, in questi anni, una parola chiave, che è la parola wiki.
Wiki e collaborazione sono, alla fine dei conti, quasi sinonimi: un wiki è un sito modificabile da tutti i suoi utenti, in (quasi) tutte le sue pagine.
Se un progetto è basato su un wiki, avrà la necessità di avere/trovare/mantenere i suoi utenti, e i suoi utenti avranno la necessità di coordinarsi (in qualche modo) per far funzionare il progetto, e questo porterà alla creazione di una comunità (comunità di pratica, dunque, secondo la definizione di Wenger)(ma anche comunità di interessi, secondo la definizione di Henri e Pudelko). Una comunità più o meno aperta, più o meno larga, più o meno omogenea, ma comunque una comunità che si identificherà con il lavoro e l’obiettivo del progetto.

La prima e più grande forma democratica di collaborazione massiva  [2] è stata Wikipedia, e siamo ancora ben lontani da capire dove arriverà.
La stessa Wikimedia Foundation, dato il successo iniziale, ha tentato di ripetersi rivolgendosi ad altri progetti che non fossero scrivere un’enciclopedia: è così che nascono Commons (repository di immagini e file liberi)[3], Wikisource (biblioteca digitale wiki e laboratorio di trascrizione e rilettura), Wikiquote, ecc.

I progetti di Zooniverse (Galaxy Zoo, Planethunters, Ancient lives, ecc.) e FoldIt hanno compreso la fondamentale importanza creare infrastrutture che rendano semplice e divertente fare qualcosa di utile: migliaia di utenti possono dunque aiutare gli scienziati a classificare galassie, piegare proteine, leggere geroglifici, scoprire pianeti (ma anche leggere parole (recaptcha), o scoprire melanomi).

Nielsen (Reinventing Discovery, Princeton University Press)(che è un libro splendido) utilizza questi progetti come esempi per mostrare come la citizen science sia la nuova frontiera per unire gli amatori agli esperti nella conquista dell’ignoto, coordinando la passione ed la computazione umana dei primi alle competenze dei secondi. La costruzione della nuova scienza passa per l’accesso aperto di dati, letteratura e risorse, ma anche delle competenze e intelligenza e tempo libero di tutti (scienziati e non).

Non so voi, ma io sono molto eccitato per quello che verrà. Bisogna solo farlo accadere.

 

Note

[1] Definizioni mie (non faccio il pedante, non fatelo voi).

[2] Qui taglio la testa ad una mandria di tori. Sto parlando di collaborazione massiva e volontaria e consapevole. Ci sono altri progetti del genere: l’intero movimento open source (es. Linux) può essere inteso (e lo è e deve esserlo), come ecosistema di progetti collaborativi, ma non è propriamente democratico (nel senso che la soglia minima per partecipare è molto alta)(cioè, bisogna saper programmare). Va tutto bene, ma qui voglio parlare di un livello successivo di collaborazione, in cui la soglia minima è molto più bassa.

[3] Commons è in realtà, a mio personalissimo parere, un divertente ibrido fra una forma di user generated content (le immagini, caricate a milioni da migliaia di persone) e un progetto comunitario. Le sue difficoltà sono varie (pensiamo solo che è l’unico progetto Wikimedia ad essere unico e multilingue, quando tutti gli altri hanno versioni linguistiche proprie). La parte comunitaria prevede la scrittura di linee guida, il controllo del materiale, la correzione dei metadati, la creazione di template e strumenti e la categorizzazione. Ma facciamo che oggi lo riteniamo un progetto comunitario e basta.

PS: tutti i libri citati sono prestati volentieri dal sottoscritto (se avete un Kindle però)(aubreymcfato chiocciola gmail punto com).

Il futuro dei lettori

Una biografia [di Cristina Campo] dovrebbe essere prima di tutto una storia delle sue letture.
Margherita Pierracci Harwell

[leggevo questo, di quel figaccione di Steve Berlin Johnson, e dovreste leggerlo anche voi, perché alla fine torna tutto.]

Invidio molto i futuri lettori, quelli che potranno adagiarsi (sin dall’inizio della loro vita lettrice), su un’infrastruttura di condivisione, socialità e tecnologia che noi oggi possiamo soltanto immaginare.
Lavorando su tecnologia e ricerca (dalle neuroscienze alla psicologia della lettura, dall’usabilità delle interfacce alla sociologia) comprenderemo meglio come e perchè leggiamo, perchè prendiamo appunti, come sottolineamo, come apprendiamo. Impareremo il perchè di tutto questo e impareremo a fare meglio il come.

Credo che sarà bellissimo, e già ora possiamo intuirlo:
avere accesso instantaneo a inesauribili biblioteche, in ogni lingua; passeggiare fra decine di libri con la punta delle dita, sfogliarne i testi, scegliere le edizioni che preferiamo, nella lingua che preferiamo; esplorare documenti e libri e articoli, nell’agone della ricerca, tenendo traccia di autori e titoli e citazioni e concetti; reliquiare citazioni, farle nostre, condividerle, conservarle in collane preziose di parole, tessendo quella tela di cose scritte che -alla fine- siamo noi stessi; sarà bellissimo tenere traccia di tutto questo, poter tornare indietro sulle briciole di parole lasciate per strada, mentre entravamo nella foresta.
Sarà bellissimo poter creare qualcosa di nuovo, partendo da una memoria accresciuta, da cassetti pieni zeppi di souvenir, presi nei nostri viaggi del docuverso. Ognuno con il suo piccolo palazzo di (ricciana) memoria, ognuno una cattedrale personale di cose lette e conosciute. Sarà un po’ il compimento di avventure e sogni nati col Memex e morti con Xanadu (è una storia affascinante, dovreste conoscerla, davvero).

Per carità, molte di queste cose già le facciamo, le abbiamo sempre fatte: ma io credo sarà più facile, meno stancante e quindi anche più semplice e più accessibile. Credo sia un sogno di molti (direi quasi: tutti) avere una memoria ausiliaria, lì per ricordarci le cose quando ci servono. Per aggirare un po’ certi limiti insuperabili. Non avremo questa memoria per tutto, non diventeremo tutti Sherlock Holmes, ma credo che con i libri (e gli articoli, e i post, e i giornali: le cose scritte, appunto) le cose saranno divertenti.

Forse (forse) sarà meno difficile spiegare il perchè è bello leggere, se ognuno vedrà, da bambino, che le cose lette non si perdono, ma si accumulano pian piano. Forse costruire un’identità di “cose lette” ci aiuterà nello scoprire meglio noi stessi. Forse.

Io (per me) so che il mio profilo di aNobii è una delle mie biografie migliori, anche se impenetrabile (oltre che agli altri (non troverò mai nessuno che ha letto solo e soltanto i libri che ho letto io), anche a me stesso). L’impenetrabilità di questo ritratto resterà, immagino: ma forse sposteremo l’asticella del non conoscibile più in là, restringendo l’orizzonte degli eventi. Avendo tracce di tutto, o quasi, saremo forse più trasparenti a noi stessi e agli altri, e non ci vedo nulla di male. Anzi.

[ho scritto quasi tutto il post, e poi mi sono imbattuto in questo. Al minuto 3.50 parla Ted Nelson, al minuto 4.30 Doug Engelbart, e c’è da piangere, sul serio. La visione di quest’ultimo è talmente bella che non si esprime con le parole, tranne che con due: “coming alive” e “embrace”. Che è poi parte di quello che volevo dire qui sopra, ma insomma, ognuno fa come può (e lui lo fa meglio).]

[[Sia sempre lodato il dio della serendipity.]]

Cose di biblioteche accademiche, cose di ricerca

Mendeley (software che, a scanso di equivoci, mi piace molto e mi sta simpatico e mi sembra fatto molto bene) sta presentando sul mercato una versione per biblioteche del proprio software: il buon Enrico ne ha già parlato, leggete quello che dice (anche i commenti) non ho molto da aggiungere.

Detto questo, il whitepaper che Mendeley ha scritto per l’occasione vale la pena di essere letto (potete trovarlo qui (oppure qui c’è il mio già sottolineato, se non volete dargli i dati)): se non altro, perchè dice bene cose importanti, e mi permette di tornare un po’ indietro, e di spiegare un po’ di cose di biblioteche e di ricerca e di università.

Per fare poca fatica, copio le citazioni e commento sotto. Grassetti miei.

 

Researchers do not simply need to organise their own PDFs in order to create references for more publications, though this is important. They use publications for learning, teaching, and as part of complex collaborative projects that span institutional barriers, countries, continents and languages. The term Reference Manager implies that research is static; papers are simply referenced by other papers, but research is a dynamic process, where articles and eBooks take a central role in complex interactions between researchers and their peers, their institution, governments, the public, industry and many other stakeholder groups. It’s also worth noting that while we are using the term researchers, students are also engaged in research that sees them undertake many of these activities and they are making use of the same tools.

Parlare di ricerca oggi vuol dire parlare di ricercatori (e studenti) che leggono centinaia di PDF all’anno (se non al mese), che se li stampano per sottolinearli e studiarli con più calma, che copiano e incollano e citano e devono scrivere papers e tesi e  che fanno bibliografie e condividono tutto con gruppi di lavoro e relatori e che fanno peer review e che decine di altre cose. Strumenti come Mendeley (o Zotero) cercano appunto di integrare tutto questo, di aiutare in questo lavoro.

For professional researchers there are different types of reading. At one end of the scale there is a scan to ascertain whether or not this is an article they need to take a great interest in, perhaps speed-reading the abstract on a mobile device or a tablet. At the other end of the scale we might see the practice of peer review, where reading must be more intense and in depth, since the researcher has been asked to express a professional opinion on the article. For researchers, on screen reading is a largely a matter of finding a comfortable interface they can familiarise themselves with.

The ability to annotate a PDF can be crucial. Researchers are predominantly reading for a specific purpose, to aid their own research or teaching. They read in order to form an opinion about what they have read. The ability to immediately record their first impressions of an article is vital, which is why so many researchers, up until recently, printed out many of their PDFs – in order to scribble in the margins. Using sticky notes this can now be done on screen. Much of what researchers read is then read by someone else; a student, a colleague, a publisher, a conference committee; the ability to share annotations allows their own thoughts to accompany the article.

L’importanza dell’interfaccia non è una novità, ed è una cosa più importante di quello che si pensa, altrimenti non saremmo qui a discutere da 3 anni (e per i prossimi 10) di ebook contro carta, e l’importanza delle annotazioni pure (ecco, su questo un giorno (spero) scriverò qualcosa di più). Annotare un testo è uno dei mostri modi per farlo nostro (capirlo, apprenderlo), quasi un riflesso condizionato nel nostro atto di imparare; inoltre, la condivisione di questi pensieri ed opinioni risulta sempre più utile e necessaria, nell’ambito della ricerca (pensiamo al rapporto relatore-tesista, o alla pper review).

There is an additional power that stems from research collaboration tools like Mendeley; the power of discovery. Combining the private researcher library with open groups and personal profiles creates a place where researchers find out more about each other’s work, and are given a space to champion their own research to key stakeholders across the world. Together the private libraries of academics create crowd-sourced catalogues and thoughtful search engines can explore these in a way that makes a real, concrete contribution to scholarly communication. From Facebook adverts to the Google + button, the most powerful companies of the digital age are beginning to realise the potential of marrying personal information, profiles and activities with powerful searching to inform the recommendations and choices that consumers are presented with.

Sapere cosa i nostri utenti/colleghi/studenti leggono (e come) è un dato importante, serve a loro per conoscersi e scoprire cosa fanno gli altri e collaborare, e può davvero fornirci dati e risultati inattesi a chi invece deve fornire servizi (come le biblioteche).

The different functionalities of reference management systems; reading, annotating, organising and creating bibliographies, can streamline some of the essential tasks of research, freeing up researchers to spend more time on core tasks and engaging with new networks that emerge from collaboration and discovery.

Banale, ma vero: lavorare su un’infrastruttura efficente fa risparmiare un sacco di tempo, fatica e noia (chi di voi ha mai provato a fare una bibliografia importante con Word?): il ricercatore deve ricercare, lo studente studiare, l’insegnante insegnare, il bibliotecario bibliotecare. Meno tempo perdono dietro ad attività lunghe e stupide (formattare le bibliografie, ricopiare appunti cartacei (che ha un minimo di senso solo perchè rielabori nuovamente), mettere a posto i file, ecc.) , meglio è.

In a recent report when asked what publishers and researchers could do better, researchers highly rated the need for articles to link to the data that underpins their argument. Although the aforementioned tools do not provide (yet) the option to store all relevant research data in one database they are already useful to centralize all publications developed by a member of a university.
In many cases this means linking published articles to institutional repositories and these two intersect at the university library. Academics move jobs, leaving previous research behind them. To keep the benefits of an efficient workflow offered by the Reference Management systems it’s essential that a user can click from the profile of a researcher in their field, to that researcher’s publications, then to the institution holding the unpublished data, then to the data itself. People move, libraries remain and this certainty is extremely important in providing reliable, perpetual access to data.

Ai ricercatori (giustamente) piacerebbe avere accesso ai dati di una ricerca, quando leggono l’articolo della ricerca. Non è banale da implementare, ma aumenterebbe di molto la trasparenza e la verificabilità di certi risultati. Questo, per esempio, è uno dei terreni in cui le biblioteche accademiche possono ribadire il loro ruolo di conservatori dei dati della ricerca, come anche di facilitatori dell’accesso a questi dati, che possono (e dovrebbero) essere mantenuti a livello istituzionale.

Libraries do themselves a disservice if they don’t point out that, far from being warehouses full of books, they make a vital contribution to student learning and satisfaction. They help students achieve higher grades by providing guidance on self-directed projects and contribute to the employability of students, which enhances the reputation of the university and keeps applications flowing in.

If libraries are given a role in these systems, this data can augment that currently provided by publishers. Librarians will be able to use these statistics not only to enhance their purchasing and subscription decisions but also to demonstrate the key role they play in the success of their institution.

Institutions need expert users of Reference Management systems, available to students from all faculties, to introduce them to these useful research tools that will help them achieve higher grades and work more quickly. Librarians are key in building participation in these new digital spaces.

Questa è una vecchia storia, di cui mi lamentavo già qui. Purtroppo i bibliotecari, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a far capire la loro importanza (che non è (solo) quella di fare sssht nella sala di lettura (perchè poi lo ssssht ha motivo di essere per far studiare in pace gli altri, e questo che dovrebbe contare, che tu impari, e per imparare, ogni tanto, devi fare silenzio)). Il bibliotecario (e tutta la scienza biblioteconomica, che in inglese so traduce con Library and Information Science) lavora perchè le persone conoscano, lavora sull’accesso alla conoscenza (e la sua conservazione, e la memoria). E’ un aiuto, e quando lavora bene è un’infrastruttura, e le infrstrutture quando funzionano bene non te ne accorgi (perchè è come se ci fossero da sempre, perchè sono naturali, perchè ti permettono di concentrarti su quello che devi fare e stai facendo).

Do we need academic libraries in the age of the Internet?

Do we need academic librarians in the age of the Internet?

Si (a patto che le cose cambino, e i bibliotecari studino e imparino, e i professori e presidi e rettori diano loro ascolto).

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