Del fare le cose in un certo modo

E’ un po’ che il mio tirocinio è finito, qualcosa ho già detto, ne aggiungo un altro po’.

Lo dico ancora, l’ho pensato più di una volta, che lì tutto girasse attorno al giocattolone LHC era abbastanza palpabile. Ed è una cosa bella, girare tutti attorno a una cosa che fa girare delle particelle per farle spatasciare.
Al CERN si respira complessità, ma di quella buona; complessità da organismi viventi, più che quella delle macchine oliate e efficienti. Aria di multiculturalità, di gente che va e che viene, di esperienze diverse, di ruoli diversi, di diversi gusti, ma di un obiettivo comune.
Mi raccontava il fisico renitente che più della metà delle persone che a pranzo ci circondava in mensa non è stabile: tanti studenti, tanti ricercatori che vivono progetti a breve termine (un anno, anche meno); perchè il CERN è anche e soprattutto un posto dove si va ad imparare. Corsi estivi, progetti per doctoral e technical students permettono a giovani da tutto il mondo di lavorare per qualche mese (o più) in uno dei centri più avanzati del mondo, e da quello che ho visto in molto pochi erano scontenti.

L’organismo è sinergia fra diverse parti, complessità che fa emergere nuove proprietà: una cosa che ho notato, nelle poche cose che ho visto, è stato la stratificazione di diversi processi e azioni e compiti, ognuno però con una propria individualità e storia e ragionamento dietro.

Quello che mi ha fatto impressione era la sensazione che le cose funzionassero bene, che l’assembramento di intelligenze internazionali, per brevi periodi, in questi 50 anni avesse distillato buone pratiche, avesse corretto errori, avesse capito le direzioni giuste e le avesse prese, ogni tanto correndo, ogni tanto camminando, ma in media il passo buono del camminatore esperto.

Vedere persone giovani a capo di dipartimenti, o armeggiare con strutture da milioni di euro non è cosa da tutti i giorni, eppure su può fare e anzi funziona, se si scelgono bene le persone, se si instaura la giusta cultura.

Ora, io sono piccolo e non so ancora cosa sia un lavoro, ma so che a lavorare in un posto dove è bello lavorare, dove si sta facendo qualcosa di buono e importante, dove si sa che si è bravi a farlo, bhè, si lavora meglio. E se c’è qualcosa che mi pare capire dell’Italia è che poco posto per fare quello che si è bravi a fare1. Purtroppo2.

Note

1. Non parlo mica di me, io sono molto bravo solo a bere trappiste mentre straparlo di Adelphi.
2. Nessuno mi paga per bere trappiste e straparlare di Adelphi.

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5 thoughts on “Del fare le cose in un certo modo

  1. signor aubreymcfato, io che invece non sono piccola e per di più lavoro ormai da tempo nella pubblica amministrazione italiana, ti dico che bisogna che ci inventiamo un modo per lavorare in mezzo a chi non vuole o sa farlo. Se è la complessità ad attrarti, potrebbe essere una sfida interessante! ;-)

  2. A proposito di tirocini finiti: alla fine sei ripartito alla chetichella, abbiamo perso l’occasione di rivederci di fronte a un piattaccio del ristorante del CERN, e di disquisire ancora un po’ di teologia post-moderna e altre amenità. Spero ci sarà una prossima volta.

    1. Caro Marco, è proprio vero.
      Sono scappato di corsa anche perchè gli ultimi giorni sono stati davvero pieni e molto agitati ;-)
      Spero anche io ci sarà una prossima volta (chissà, magari un’altro tirocinio o periodo più lungo, vedremo, ci stiamo lavorando). Intanto grazie ancora.

  3. Ecco… come se non bastasse condividere ogni parola del post, ogni speranza e ogni risentimento, un’altra cosa che vi invidio è la possibilità di parlare con voi *insieme*, e non soltanto attraverso i blog, ma di persona, di Adelphi, di teologia post-moderna, di amenità :-)

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