De Bibliotheca digitale, Google Books Search et Settlement/1

di aubreymcfato

E’ da un po’ di tempo che mi ripropongo di scrivere un paio di post su Google Books Search, pantagruelico progetto di digitalizzazione di libri salito agli onori della chiacchiera a causa del Google Book Settlement, accordo (non ancora chiuso) del gigante informatico con editori ed autori statunitensi, per una storiaccia di diritti e copyright (che credete, sempre lì si finisce. Il copyright è il petrolio del XXI secolo).

Ma credo sia giusto ed utile partire un po’ più da lontano, raccontarvela più leggermente e spiegare meglio il contesto.

Prima di tutto, qui si sta parlando delle fantomatiche Biblioteche Digitali.
Il concetto di biblioteca implica non solo la materia prima, cioè i libri (la collezione), ma anche la struttura, cioè l’organizzazione dei libri stessi, la loro classificazione, l’utilizzo dei metadati (o record bibliografici).
Se pensate che, ai tempi di Google, queste cose siano di secondaria importanza, vi sbagliate.
I bibliotecari, da fissati  quali sono, stanno muovendo molte critiche su questo fronte al Google Books Search.
La questione metadati infatti è fondamentale: da sempre avere buoni dati su di un libro (da chi l’ha scritto a quali argomenti tratta) è sinonimo, in parte, di trovabilità, e nell’oceano di parole che Google si appresta a riportare sul Web, avere delle parole chiave che associno un libro ad una determinata ricerca diventa sempre più fondamentale.

La scienza bibliotecaria (in italiano, orribilmente, biblioteconomia, in inglese, librarianship and information science) da secoli (quando ovviamente non si chiamava così) studia il modo di conservare e organizzare e ritrovare la conoscenza dell’umanità.
Ha inventato le biblioteche per accedere e preservare la conoscenza sotto forma di testo, sotto forma di manoscritti, pergamene, codici, incunaboli, infine libri.
Ha inventato gli indici analitici ed i sommari, per ritrovare nomi e concetti all’interno di uno stesso testo.
Ha inventato le classificazioni per struttuare le biblioteche ritrovare i libri, un libro per un posto, sposando una rappresentazione numerica.
Ha combattuto da sempre con la natura eterea dell’informazione, con la sottilità delle idee e le sfumature del testo, con la difficoltà di classificare un libro, con le infinite dimensioni di ogni concetto.

Se noi identifichiamo il bibliotecario con la zitella occhialuta che ci zittisce in biblioteca, dimostraperò che in tutti questi secoli sono stati pessimi PR di se stessi.

I bibliotecari erano forse la professione che avrebbe dovuto entrare per prima nel Web, per organizzarlo e riflettere da subito sulla sua organizzazione, sull’aggiungere struttura e informazione ad una massa di dati informe e senza ordine apparente.

Si può dire che abbiano perso un po’ il treno, perchè effettivamente non si sapeva bene da che parte dovessero rivolgere la testa, se ai libri e verso gli schermi. Per cultura e natura propria sono rimasti rivolti ai libri come se fossero un fine in sè, senza spesso rendersi conto che non i libri sono importanti, ma quello che c’è scritto dentro, e i libri sono tecnologia (perfetta, economica, vicina all’utente, praticamente una tecnologia ultima, ma pur sempre l’evoluzione di un supporto tecnologico, come un paio di occhiali od un cellulare).
Ma ora si sta andando a toccare il cuore della loro professione (mentre, paradossalmente, Google sta andando al cuore della sua mission), e quando si toccano i libri non si può prescindere da loro.

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